martedì 18 aprile 2017

Quella volta che.

C'era quella volta in cui indossavo al polso una catenella così stretta che, appoggiandomi alla tastiera per scrivere, mi rimaneva il segno, poi sembrava chissà che.

C'era anche quella volta in cui passavo il tempo nei negozi di scarpe di mezza città, cercando delle scarpette che avrebbe potuto mettere solo un cantante ska, qualcosa tipo di bicolore con la punta colorata, ma non le ho mai trovate, e forse avrei dovuto chiederle al mio coinquilino dell'epoca, che in effetti nel tempo libero cantava in un gruppo ska vecchia maniera, di quello bello, non tipo Ska-P ed altri figli delle major.

C'era quella volta in cui ascoltavo in anteprima i brani del nuovo degli Antwoord, e sudavo come un maiale perché era estate, e mentre cercavo lavoro e sudavo, nel buio (delle persiane chiuse contro il caldo) della mia stanzetta a Milano, ascoltavo quei pezzi e già pensavo all'estate, alternando la tristezza del giorno alla piccola - inutile - soddisfazione di arrivare alla fine della settimana, sapendo che va beh, almeno ci avevo combinato qualcosa. 

Poi c'era la volta successiva, in cui il lavoro l'avevo trovato e lo stesso brano cominciava a venirmi molesto, perché mi ricordava il momento brutto, o almeno pesante, che avevo appena passato. Ma ben presto si passava a quella ancora successiva, in cui mi trovavo in autunno a Milano a rompere con una persona, e il cielo non mi era mai parso così grigio sopra Vimodrone, le giornate non avevano mai avuto una simile routine, e mai era capitato di abbandonare la palestra a metà allenamento perché il cervello era da un'altra parte.

E così tornavo a casa e riascoltavo quella canzone, poi mettevo gli Scooter perché avevo appena scoperto che qualcuno li aveva campionati, e allora dovevo capire chi e dove, e dovevo perfezionare le mie conoscenze per distarmi. Ma Vimodrone rimaneva un posto di merda, e la sera era lunghissima ma finiva presto, a colpi di "goccine" per dormire, come mezza Milano fa, Milano produce e Milano rovina.

E la sera navigavo su internet e nemmeno io so in che siti fossi finito, versione web e digitale del vagare nei locali pericolosi della periferia, dove rischiavi una coltellata per una dose, o una dose per una coltellata, a seconda. Lì potevi eventualmente finire nelle mani di qualche mistress d'oriente che allevia le tue pene per poco, nel web finivi a chattarci e poi, la mattina dopo, ti chiedevi perché, chi fossi e cosa fosse successo, che ancor oggi decine di registi cercano storie simili per capire come emulare la realtà - cosa che Rohan Kishibe aveva capito già anni fa.

E in questo modo capivi di esserti bruciato i dischi degli Scooter - e i brani preview degli Antwoord - a vita, perché in futuro, risentendoli, li avresti sempre associati al male passato. Inevitabilmente, perché hai una memoria selettiva solo per le cose negative, ed ancora oggi senti due note e ti sale la pressione, il sangue va più in fretta di quei 4ml/sec che lo contraddistingue e ci stai male, come si dice in modo giovane e spiccio.

Poi nel frattempo si fa un'altra volta, poi quell'altra volta ancora, e qualcosa ti accompagna sempre, ed ascolti brani che parlano di bombe atomiche e ti commuovi su due piani alla volta, perché ti ricordi di ascoltarle sotto il solito cielo di Vimodrone, ma contemporaneamente ti ricordi di quella tua collega che definì il brano "carino", e capisci che quel piccolo gesto di condivisione musicale poteva aver aperto delle frontiere nuove, e difatti quando, successivamente ancora, le cose andavano in merda, sapevi che quelle frontiere ti sarebbero tornate utili, perché un po' di simpatia l'avevi.

Ed oggi ricordi quelle cose e magari piangi, o magari ti commuovi, o ti dai ad altre scene di emotività, e pensi che l'indomani sarà un altro giorno, e ogni giorno è potenzialmente peggiore di quello prima, perché alle noie di ogni mattina si aggiungono le noie di ogni altra mattina, e avanti così, avanti in questo modo, finché non torni indietro e non ridi di tutto quanto accaduto, perché beneomale si sopravvive sempre, a qualsiasi costo, riguardi i tuoi progressi e pensi di essere stato una larva, pensi di aver vissuto come una larva e di esserti ridotto come nemmeno Bobby Liebling. Poi guardi e pensi che se ce l'hai fatta una volta, puoi rifarlo, e guardi al futuro con meno incertezza.

Ogni giorno guardi nel domani, come Epitaph, e ogni giorno realizzi (o temi) che non ce la farai mai, ma arrivi a fine giornata con qualche gradino percorso. Non tanti, qualcuno. Quanto basta da rendere il cielo sotto Vimodrone meno grigio, e qualche cosa in più, quello che ti fa abbracciare ogni evento con la soddisfazione di sapere che a qualcosa servirà, e nel medesimo momento con l'ansia e il disappunto di sapere che, come ogni cosa, porterà qualcosa anche di negativo, dove realizzi cioè che la vita è un riccio di mare, sfama e soddisfa ma inevitabilmente punge, punge anche i pescatori più esperti, figurati tu che vivevi in Valdaosta.

Ma d'altronde stai ancora sentendo i dischi in anteprima degli Antwoord. Cosa chiedi di più?

Nessun commento:

Posta un commento