martedì 25 aprile 2017

Centoquaranta.

Centoquaranta, 

e la gallina canta. La filastrocca diceva "centocinquanta", ma io a centocinquanta post non ci sono ancora arrivato, ma a centoquaranta sì, quindi accontentiamoci, i dieci successivi vorran dire qualcos'altro, quando i tempi per scriverli saranno maturi.

Ad oggi i tempi sono infausti, mala tempora currunt dicevano già i latini, ma ormai lo dicono talmente tante persone che la verve intellettuale della frase si è esaurita, e l'unico modo di dire qualcosa è urlarlo in televisione piangendo, visto che ormai l'intellettualismo è stato rubato da orde di scalzacani ignoranti che han fatto di Goethe e della cultura il loro piccolo parco giochi, o meglio la propria serra, da cui staccare ad-hoc frasette e pensieri, che musicate con basi infauste create coi loop basici di Fruity Loops producono quel fenomeno che oggi si definisce "cantautorato", mentre Tenco si rivolta nella tomba per la clamorosa mancanza di contenuti dell'oggi.

I tempi rimangono infausti e il cielo è quasi grigio, il sole è insufficiente a illuminare le nostre giornate, ma non c'è nemmeno la pioggia nel pineto a rinfrescarci le idee, e rimaniamo nel grigio della luce fredda di un aprile che pare maggio ma è in realtà quasi febbraio, o forse è il contrario ed il mio senso del tempo è estremamente discutibile, oggi è il 2017 ma potrei stare scrivendo dal futuro, potrei trovarmi in un piccolo appartamento vista astroporto, a osservare navi spaziali, baluardo dell'umanità del futuro, lanciarsi in guerre o processi di terraformazione chissà dove, oppure potrei essere nel passato, seduto su una panca nel mio prato, osservando le luci di un tramonto inglese che sfuma pian piano, ed entro le diciotto dovrò essere in casa, dove la mia domestica di origine francese mi servirà del porridge a lume di candela, ed al massimo per le ventuno sarò nel mio studio a scrivere qualcosa in un improbabile latino, il cui uso mi è ignoto.

Oppure potrei essere nel presente, nel presente in cui sono e vivo insoddisfatto, navigando a braccio, ma perché? Per quale motivo navigo a braccio e non uso una mappa? Me lo domando ogni santa mattina, ogni mattina in cui mi alzo e mi sistemo i capelli con pochi colpi di mano, gli stessi che usava David Bowie nella copertina di Heroes. Navigo così a braccio che oggi mi sveglio ed è la fine di aprile, domani mi sveglio e sono in estate, ma non ho saltato dei giorni - perché King Crimson "just works" - è così perché i momenti di risveglio dalla routine sono rari ma ci sono.

Ancora una volta cerco di pianificare qualcosa, ma ogni giorno ho una carta imprevisto, ed il Monopoli dell'esistenza mi sta dando sempre qualche ostacolo, qualche limone come si dice nel mondo anglofono, ma a me la limonata non piace particolarmente, quindi i tuoi limoni puoi anche tenerteli, cara la mia esistenza. Ogni minuto che passa avverto un ronzio, un suono come di lenta macina a polverizzare chicchi di grano e farli in farina.

Quel ronzio è il suono che mi accompagna da almeno dieci anni, e non scherzo, è quel suono che mi dice "le-cose-stanno-cambiando", che mi trita, lentamente, tutte le cose, rendendole appunto un composto farinoso che poi starà a me ricomporre e riutilizzare in qualcosa. Ieri festeggiavo il venticinque aprile insieme ai miei cari sulla montagna, l'altroieri su un prato, oggi solo Facebook si limita a ricordarmi questi momenti, e allora capisco che è davvero finita: posso accusare ogni sfortuna circostanziale di questo universo conosciuto, e anche di qualche universo non conosciuto - col beneplacito di Planck - ma rimarrà sempre così.

E' finito anche questo venticinque aprile, anche questo pezzo della mia, delle nostre vita/vite sta sparendo, per quale motivo non lo so, sulla macina non c'è scritto perché giri, ma gira e gira, e fa la rota, Alla fine, come tante volte ho detto, le nostre vite sono e rimarranno sempre intrinsecamente legate fra loro, i gesti di uno si rifletteranno su un altro, e non c'è uscita, non c'è soluzione. Questo non è necessariamente negativo, ma nemmeno positivo: semplicemente, ci insegna il Tao, semplicemente è.

Ma si può uscire dalle sbarre della filosofia schietta - perché una corrente di pensiero plurimillenaria non è volgare new-age, sebbene esistano cialtroni new-age che l'hanno riportata in vita - e pensarla concretamente. Io sono qui, a scrivere di filosofia orientale e lamentele umane su un blog mal letto e poco conosciuto, e non sto facendo ciò che ho fatto negli ultimi anni. Perché oggi, coincidenzialmente, tutte le persone a me care, con cui avrei vissuto questa giornata di festa, hanno avuto altro da fare.

Banalmente, hanno scelto di proseguire con le proprie vite. 

Ed io ho fatto lo stesso: a mia volta, io sono la persona che, decidendo di stare a casa, ha influenzato la vita di qualcun altro, proseguendo io con la mia vita e invitando gli altri a fare altrettanto; è una maglia, è una rete che si contrae e si allarga, ad ogni nodo della maglia c'è un qualcosa, ed i nodi possono avvicinarsi o allontanarsi, ma sempre uniti in una rete sono.

Ma talvolta le reti si rompono, si rompono e i nodi si allontanano in modo apparentemente irrecuperabile, distanziati da siderali abissi irrecuperabili; ma la rete, come il tessuto umano, pian piano ricresce, nuovi nodi appaiono a colmare le distanze, e prima o poi i nodi torneranno a potersi avvicinare, pian piano chi si è allontanato - di sua sponte o cacciato dal destino - torna a farsi vivo, magari è diventato grasso, magari no, magari rivuole i suoi amici, pronti ad accoglierlo come un figliol prodigo degli anni duemila, forse loro lo cacciano, perché magari diventando grasso è irriconoscibile.

Tutto questo accade a ciascuno di noi in modo impercettibile, in modo spontaneo, come respirare e svegliarsi la mattina; e non lo comprendiamo, a meno di non fermarsi a riflettere: ma chi riflette sul suo respiro? Nessuno, direi, tranne forse gli atleti.

Ed io. Io rifletto, rifletto anche troppo mi sa, su ciò che faccio, su quello che fanno gli altri, sulle dinamiche della mia/nostre vita/vite. Non c'è rammarico in questo, c'è solo io credo consapevolezza, sapere di aver scelto A anziché B e pertanto escludere - per ora o per sempre - tutto ciò che si collega a B. La binarietà dell'esempio è ovviamente casuale, visto che le scelte sono molteplici, infinite, ma tutte con conseguenze. A volte non le vediamo, anzi, quasi mai le vediamo - e difatti navighiamo a braccio, quasi sperando in cuornostro che qualcosa vada storto, o vada bene, e che la nostra navigazione a vista sia semplificata; speriamo che qualcuna delle opzioni a noi offerte affondi da sola, in modo non soltanto da manlevarci dalle responsabilità di una scelta (potenzialmente sbagliata), ma anche di semplificarci la giornata. Due scelte sono meglio di tre, una è meglio di due.

Fino a che qualcosa, probabilmente, non va fuori schema. La macina di cui sopra, all'inseguimento, ti garantisce di non poter tornare indietro, perché le scelte compiute sono definitive; ciò che è perso potrà tornare, ma diversamente da prima. Ed ecco il senso della vita: andare consapevolmente avanti, avere la forza di decidere quali percorsi prendere, senza affidarsi alla sorte, e l'astuzia di poter tornare indietro con vie traverse, recuperando il meglio - il macinato fine - di quanto è passato. Ciò però porta a continue scelte e decisioni da ponderare, e l'indecisione potrebbe stroncarti a metà, creando l'infausto ciclo di dubbio-scelta avventata-errore-dubbio ancora maggiore.

Ignoro come si esca di qua, forse con un bingo di scelte fortunate realizzate alla perfezione, forse con la buona sorte, forse il papa può metterci lo zampino. O forse, semplicemente, dobbiamo tutti guardare al futuro con ottimismo, certi che, bene o male, la situazione può migliorare, prendendo il buono - che sempre c'è - in ogni cosa.

Forse.

martedì 18 aprile 2017

Quella volta che.

C'era quella volta in cui indossavo al polso una catenella così stretta che, appoggiandomi alla tastiera per scrivere, mi rimaneva il segno, poi sembrava chissà che.

C'era anche quella volta in cui passavo il tempo nei negozi di scarpe di mezza città, cercando delle scarpette che avrebbe potuto mettere solo un cantante ska, qualcosa tipo di bicolore con la punta colorata, ma non le ho mai trovate, e forse avrei dovuto chiederle al mio coinquilino dell'epoca, che in effetti nel tempo libero cantava in un gruppo ska vecchia maniera, di quello bello, non tipo Ska-P ed altri figli delle major.

C'era quella volta in cui ascoltavo in anteprima i brani del nuovo degli Antwoord, e sudavo come un maiale perché era estate, e mentre cercavo lavoro e sudavo, nel buio (delle persiane chiuse contro il caldo) della mia stanzetta a Milano, ascoltavo quei pezzi e già pensavo all'estate, alternando la tristezza del giorno alla piccola - inutile - soddisfazione di arrivare alla fine della settimana, sapendo che va beh, almeno ci avevo combinato qualcosa. 

Poi c'era la volta successiva, in cui il lavoro l'avevo trovato e lo stesso brano cominciava a venirmi molesto, perché mi ricordava il momento brutto, o almeno pesante, che avevo appena passato. Ma ben presto si passava a quella ancora successiva, in cui mi trovavo in autunno a Milano a rompere con una persona, e il cielo non mi era mai parso così grigio sopra Vimodrone, le giornate non avevano mai avuto una simile routine, e mai era capitato di abbandonare la palestra a metà allenamento perché il cervello era da un'altra parte.

E così tornavo a casa e riascoltavo quella canzone, poi mettevo gli Scooter perché avevo appena scoperto che qualcuno li aveva campionati, e allora dovevo capire chi e dove, e dovevo perfezionare le mie conoscenze per distarmi. Ma Vimodrone rimaneva un posto di merda, e la sera era lunghissima ma finiva presto, a colpi di "goccine" per dormire, come mezza Milano fa, Milano produce e Milano rovina.

E la sera navigavo su internet e nemmeno io so in che siti fossi finito, versione web e digitale del vagare nei locali pericolosi della periferia, dove rischiavi una coltellata per una dose, o una dose per una coltellata, a seconda. Lì potevi eventualmente finire nelle mani di qualche mistress d'oriente che allevia le tue pene per poco, nel web finivi a chattarci e poi, la mattina dopo, ti chiedevi perché, chi fossi e cosa fosse successo, che ancor oggi decine di registi cercano storie simili per capire come emulare la realtà - cosa che Rohan Kishibe aveva capito già anni fa.

E in questo modo capivi di esserti bruciato i dischi degli Scooter - e i brani preview degli Antwoord - a vita, perché in futuro, risentendoli, li avresti sempre associati al male passato. Inevitabilmente, perché hai una memoria selettiva solo per le cose negative, ed ancora oggi senti due note e ti sale la pressione, il sangue va più in fretta di quei 4ml/sec che lo contraddistingue e ci stai male, come si dice in modo giovane e spiccio.

Poi nel frattempo si fa un'altra volta, poi quell'altra volta ancora, e qualcosa ti accompagna sempre, ed ascolti brani che parlano di bombe atomiche e ti commuovi su due piani alla volta, perché ti ricordi di ascoltarle sotto il solito cielo di Vimodrone, ma contemporaneamente ti ricordi di quella tua collega che definì il brano "carino", e capisci che quel piccolo gesto di condivisione musicale poteva aver aperto delle frontiere nuove, e difatti quando, successivamente ancora, le cose andavano in merda, sapevi che quelle frontiere ti sarebbero tornate utili, perché un po' di simpatia l'avevi.

Ed oggi ricordi quelle cose e magari piangi, o magari ti commuovi, o ti dai ad altre scene di emotività, e pensi che l'indomani sarà un altro giorno, e ogni giorno è potenzialmente peggiore di quello prima, perché alle noie di ogni mattina si aggiungono le noie di ogni altra mattina, e avanti così, avanti in questo modo, finché non torni indietro e non ridi di tutto quanto accaduto, perché beneomale si sopravvive sempre, a qualsiasi costo, riguardi i tuoi progressi e pensi di essere stato una larva, pensi di aver vissuto come una larva e di esserti ridotto come nemmeno Bobby Liebling. Poi guardi e pensi che se ce l'hai fatta una volta, puoi rifarlo, e guardi al futuro con meno incertezza.

Ogni giorno guardi nel domani, come Epitaph, e ogni giorno realizzi (o temi) che non ce la farai mai, ma arrivi a fine giornata con qualche gradino percorso. Non tanti, qualcuno. Quanto basta da rendere il cielo sotto Vimodrone meno grigio, e qualche cosa in più, quello che ti fa abbracciare ogni evento con la soddisfazione di sapere che a qualcosa servirà, e nel medesimo momento con l'ansia e il disappunto di sapere che, come ogni cosa, porterà qualcosa anche di negativo, dove realizzi cioè che la vita è un riccio di mare, sfama e soddisfa ma inevitabilmente punge, punge anche i pescatori più esperti, figurati tu che vivevi in Valdaosta.

Ma d'altronde stai ancora sentendo i dischi in anteprima degli Antwoord. Cosa chiedi di più?