domenica 11 settembre 2016

Ancora altri racconti.

E pam ancora una volta sfidiamo i limiti dell'umano, della velocità di scrittura e della potenza di calcolo del nostro pc, questa volta non contro il tempo imposto da una batteria di portatile che sta esaurendosi bensì contro il limite fisico dato dalla mancanza di tempo, cioè dall'idea di voler scrivere due righe veloci sul blog appena uscito dall'autostrada casello Melegnano mentre vai rientrando a Milano.

Questo anche perché sei inchiodato a un sedile da tre ore e la banda wifi del torpedone usato per il viaggio è finita, e perciò l'unica cosa rimasta da fare, salvo spararsi o dormire – e non vorrei guastarmi il sonno con nessuna delle due – è scrivere due righe in word, poi salvare e copincollare dopo.

L'idea è comunque riuscirci prima di arrivare a Lampugnano, altrimenti tutto andrà perduto e l'universo finirà, Marzano scoppierà e pure il sindaco e gli assessori finiranno in mezzo alle capre (cit. di un noto libro parzialmente in dialetto napoletano che ricordo ancora perfettamente a memoria, pur avendolo letto circa dieci-dodici anni fa).

Morale della favola il weekend è finito e io torno all'ovile, con più dubbi e perplessità di quando sono partito, con le idee parimenti annebbiate ma forse con un umore migliore – anche se stiamo indagando al riguardo.

Perché, perché… perché ci rendiamo conto che, sebbene sia drammaticamente facile additare al prossimo dei difetti, specie se legati all'epidermide e ai conedoni presenti in essa, è molto meno semplice accorgersi di stare facendo la medesima cosa. Facilmente ti darò del fesso, ma ancora più facilmente mi accorgerò di quando tu hai dato del fesso a me; pretenderei coerenza, innanzitutto da me stesso, per garantirmi una vita serena.

La vita di chi non ferisce e non è ferito, non offende e non è offeso, ascolta ed è ascoltato, e tanti altri discorsi di questo genere che fanno cascare le palle ai più, ma che a me, da buona ragazza romantica che si commuove leggendo Anna Karenina, piacciono. Piacciono perché mi danno quella consolazione – quella cosa che scrivevo prima essere forse mancante, ultimamente, quella consolazione di sapere che, nel dubbio dell'esistenza, le cose stanno procedendo bene. Come a dire: io sono uno dei buoni, non dovrebbe succedermi nulla.

Ma come l'adolescente attraversa i binari e viene tirato giù dal treno, perché povero pensava di non rischiare, parimenti con me succede la stessa cosa. Binari a parte.

E quindi, ogni tentativo di “mettere ordine” fallisce, intrinsecamente. So, e non faccio altro che dire al prossimo, che la vita non sta ad aspettare i miei comodi, e che, essendo io inserito (per ora) in un ambiente frequentato da altre esistenze – buongiorno Descartes mi saluti le altre menti – dovrò inevitabilmente confrontarmi con altri nel progettare la vita. Ma non è appunto così semplice. Lo dico a tutti, e ogni volta ci casco su me stesso.

Ma perché questo? La mia analista, probabilmente, direbbe “mania di controllo, insicurezza”. Per inciso, io non frequento strizzacervelli da circa quindici anni, poi recentemente ebbi un contatto con una psicologa, e da allora le due figure si sono fuse misticamente in un'unica donna con capacità di analisi psicologica, anche perché dissero – a distanza di anni – essenzialmente le stesse cose. Pur non conoscendosi. E non avendo traccia di me.

Ambedue concordarono. La mania di controllo, il bisogno di organizzare, il bisogno di sapere, sono le reazioni uguali e contrarie a chi, come per esempio me, ha avuto qualche problema, qualche disordine, qualche cosa che non era perfettamente a filo. Solite robe, un padre non ce l'hai, la salute discutiamone, la famiglia è quello che è, la scuola e l'adolescenza stendiamo un velo pietoso e così via così discorrendo. Perciò, o sicché, come impropriamente si dice nel dialetto toscano, la reazione – nemmeno poi tanto ovvia – fu quella di girare la situazione in una forma di controllo. In search of strict moral code, si direbbe, per fare una difficile citazione di Moore.

Eppure fu così. I più mi conoscono come una persona precisa, ordinata, metodica; ma dietro l'ordine – esattamente, coincidenza, come Sasha di Psychonauts – c'è il caos malcelato, soffocato alla buona, il disordine. E ciò che esso comporta, la paura del futuro, la paura che le cose vadano male, la paura che qualche cosa sfugga al controllo e apporti altro dolo e lutti agli Achei, ma tutto questo l'ho già detto.

Così, accade che uno si sforzi di tenere tutto sotto controllo adesso, e di essere sicuro che non solo dopo le cose rimangano così, ma anche che tutto si conformi al modello standard previsto. “Previsto” è la parola chiave. E' per questo che, per esempio, vado in crisi su una notizia improvvisa.

Se volete farmi uno scherzone, fate così: chiamatemi, e ditemi di volere un appuntamento con me fra due settimane. Mi organizzerò e sarò contento. A una settimana di distanza, ditemi invece che forse sfuma, forse no, che non sapete più e mi confermerete. Poi sparite fino al weekend. Mi troverete in uno stato di ansia allucinante, incapace di capire se vi vedrò o no, e sicuramente con tre o quattro opzioni di riserva per tutte le possibilità che si potrebbero palesare. Tipo che ci siate, che non ci siate, che ci siate con altri amici, e così via.

Ovviamente, quest'agenda richiede stress.

Il mio.

E di tanto in tanto, come ormai è noto, questo stress salta qua e là, io ho dei mental breakdown (che puntualmente calcolo e inserisco in agenda), e quindi via, riparto onesto e pazienza. Questo perché, esattamente come tutti quanti, sono incerto, ho paura, non sono convinto, non ho certezze. Ma anziché, come molti altri, soprassedere, e vivere alla giornata, cerco di fabbricarmi queste certezze, questi punti fermi, per potermi poi muovere in qualche modo.

Una casa costruita col fango, per quanto debole, è pur sempre una casa. E' pur sempre un punto da cui partire. Meglio, forse, di partire a caso, sperando di trovare un rifugio ogni notte.

E quindi è così che gira, insomma.

E quando mi incrocio con persone che, coincidenzialmente, hanno bisogno di supporto e di ascolto, nello stesso momento in cui lo ho io, è la fine. Io cerco nell'altro il punto fermo, e l'altro cerca in me il compagno di avventura.

Impossibile si direbbe.

Che fare, che fare, a parte vedere vecchie VHS? Trovare soluzioni, trovare accordi, riflettere, far propri i punti deboli dell'altro e riconoscerli anche in sé, riconoscersi e dire, come si dice, “mal comune mezzo gaudio”. Allontanarsi dalla casa di fango, cercando un altro rifugio, ma sapendo che c'è. Partire sì ma dove, zum zum zum (cit.), e partire non del tutto a caso, ma nemmeno con tutto organizzato. Certe volte il deployment riesce, altre volte no.


Questa volta, in questi difficili giorni di cambiamento, ci saremo riusciti? Io, ottimisticamente, direi di sì. Qualche livido, ma sì.

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