lunedì 26 settembre 2016

Perfezionamenti e limature di sbarre.

Dall'ultimo aggiornamento, non saprei dire se la situazione sia migliorata o peggiorata.

Mettendo tutto su un foglio di carta, come faccio sempre io per snebbiarmi le idee, potremmo evidenziare che diverse cose sono sulla china positiva dell'esistenza, tipo il lavoro, l'amore, la vita, la salute (vabbè quella meno), e altre definizioni da oroscopo del Mago Egitto.

Ma diverse altre, ahimè, sono sul lato negativo, tipo i soldi, per esempio, la salute, lo stress, queste robe qui via valà.

L'ultima volta evidenziavo di essere complessivamente infelice, com'è infelice la donna lanciatrice del peso che però non viene valorizzata da amici e colleghi nonostante i suoi palesi meriti sportivi; la cosa non c'entra niente, il paragone è completamente casuale, ma mi andava di dirlo lo stesso.

Comunque sia, mentre alcuni vinili dei Gypsy Kings risuonano nelle mie orecchie e nella mia stanza a Lambrate, ormai in stato di abbandono - sia nel senso che non la sto più curando, sia nel senso che la sto fisicamente abbandonando, per trasferirmi in altri, più onesti e meno strozzinoidi lidi, ripenso a quanto avvenuto nelle ultime settimane.

Ho trovato un lavoro che mi piace e mi entusiasma in tutte le sue parti; e lentamente sto abbandonando la convinzione - paranoide ma inevitabile conseguenza di un benservito straordinario ottenuto nel mio ultimo posto di lavoro - che quando un qualsiasi responsabile parla sottovoce, o manda una mail a un altro responsabile, o ha l'aria scocciata sia per colpa mia, o per dire qualcosa di me, qualcosa che ho sbagliato, o chissà cosa.

Non sono abituato alla trasparenza.

Comunque sia, il lavoro va bene, ma le preoccupazioni lavorative mi logorano un momentino; lo stress galoppa, la voglia di fare cose scema, la fatica aumenta. E' il momento, perciò, di prendersi una pausa dallo stress, di "rassegnarsi" al fatto che i soldi beneomale ci sono, che posso rilassarmi un momentino senza ansia generica, e prendermi un istante di tempo "purmuà" (cit. di qualche decina di post addietro). Di nuovo.

Rimettersi nuovamente al centro e perciò in gioco, ricominciare la sfida a se stesso nei risultati artistici, sportivi, personali, e non più relegarsi al "non voglio esagerare" per star dietro al lavoro. Bene il lavoro, benissimo anzi, ma da vivere senz'ansia.

Ciò mi dà anche il la per rispolverare progetti antichi e nuovi, da riseguire con maggiore e rinnovata convinzione, per vivere Milano e la propria esistenza con meno angoscia, senza l'ansia del lavoro appunto e della mancanza di soldi. Palese certo che il contratto da stagista e il moderato flow di denaro che apporta non mi permetton comunque di scialare, ma di rilassarmi forse sì, poi si vede.

Credo che negli ultimi sessantaquattro anni avrò usato la frase "poi si vede" forse una-due volte, una delle quali ero al bar con Bardamu, ma questo non ha molta importanza. Penso che sia un buon segno dopotutto.

domenica 11 settembre 2016

Ancora altri racconti.

E pam ancora una volta sfidiamo i limiti dell'umano, della velocità di scrittura e della potenza di calcolo del nostro pc, questa volta non contro il tempo imposto da una batteria di portatile che sta esaurendosi bensì contro il limite fisico dato dalla mancanza di tempo, cioè dall'idea di voler scrivere due righe veloci sul blog appena uscito dall'autostrada casello Melegnano mentre vai rientrando a Milano.

Questo anche perché sei inchiodato a un sedile da tre ore e la banda wifi del torpedone usato per il viaggio è finita, e perciò l'unica cosa rimasta da fare, salvo spararsi o dormire – e non vorrei guastarmi il sonno con nessuna delle due – è scrivere due righe in word, poi salvare e copincollare dopo.

L'idea è comunque riuscirci prima di arrivare a Lampugnano, altrimenti tutto andrà perduto e l'universo finirà, Marzano scoppierà e pure il sindaco e gli assessori finiranno in mezzo alle capre (cit. di un noto libro parzialmente in dialetto napoletano che ricordo ancora perfettamente a memoria, pur avendolo letto circa dieci-dodici anni fa).

Morale della favola il weekend è finito e io torno all'ovile, con più dubbi e perplessità di quando sono partito, con le idee parimenti annebbiate ma forse con un umore migliore – anche se stiamo indagando al riguardo.

Perché, perché… perché ci rendiamo conto che, sebbene sia drammaticamente facile additare al prossimo dei difetti, specie se legati all'epidermide e ai conedoni presenti in essa, è molto meno semplice accorgersi di stare facendo la medesima cosa. Facilmente ti darò del fesso, ma ancora più facilmente mi accorgerò di quando tu hai dato del fesso a me; pretenderei coerenza, innanzitutto da me stesso, per garantirmi una vita serena.

La vita di chi non ferisce e non è ferito, non offende e non è offeso, ascolta ed è ascoltato, e tanti altri discorsi di questo genere che fanno cascare le palle ai più, ma che a me, da buona ragazza romantica che si commuove leggendo Anna Karenina, piacciono. Piacciono perché mi danno quella consolazione – quella cosa che scrivevo prima essere forse mancante, ultimamente, quella consolazione di sapere che, nel dubbio dell'esistenza, le cose stanno procedendo bene. Come a dire: io sono uno dei buoni, non dovrebbe succedermi nulla.

Ma come l'adolescente attraversa i binari e viene tirato giù dal treno, perché povero pensava di non rischiare, parimenti con me succede la stessa cosa. Binari a parte.

E quindi, ogni tentativo di “mettere ordine” fallisce, intrinsecamente. So, e non faccio altro che dire al prossimo, che la vita non sta ad aspettare i miei comodi, e che, essendo io inserito (per ora) in un ambiente frequentato da altre esistenze – buongiorno Descartes mi saluti le altre menti – dovrò inevitabilmente confrontarmi con altri nel progettare la vita. Ma non è appunto così semplice. Lo dico a tutti, e ogni volta ci casco su me stesso.

Ma perché questo? La mia analista, probabilmente, direbbe “mania di controllo, insicurezza”. Per inciso, io non frequento strizzacervelli da circa quindici anni, poi recentemente ebbi un contatto con una psicologa, e da allora le due figure si sono fuse misticamente in un'unica donna con capacità di analisi psicologica, anche perché dissero – a distanza di anni – essenzialmente le stesse cose. Pur non conoscendosi. E non avendo traccia di me.

Ambedue concordarono. La mania di controllo, il bisogno di organizzare, il bisogno di sapere, sono le reazioni uguali e contrarie a chi, come per esempio me, ha avuto qualche problema, qualche disordine, qualche cosa che non era perfettamente a filo. Solite robe, un padre non ce l'hai, la salute discutiamone, la famiglia è quello che è, la scuola e l'adolescenza stendiamo un velo pietoso e così via così discorrendo. Perciò, o sicché, come impropriamente si dice nel dialetto toscano, la reazione – nemmeno poi tanto ovvia – fu quella di girare la situazione in una forma di controllo. In search of strict moral code, si direbbe, per fare una difficile citazione di Moore.

Eppure fu così. I più mi conoscono come una persona precisa, ordinata, metodica; ma dietro l'ordine – esattamente, coincidenza, come Sasha di Psychonauts – c'è il caos malcelato, soffocato alla buona, il disordine. E ciò che esso comporta, la paura del futuro, la paura che le cose vadano male, la paura che qualche cosa sfugga al controllo e apporti altro dolo e lutti agli Achei, ma tutto questo l'ho già detto.

Così, accade che uno si sforzi di tenere tutto sotto controllo adesso, e di essere sicuro che non solo dopo le cose rimangano così, ma anche che tutto si conformi al modello standard previsto. “Previsto” è la parola chiave. E' per questo che, per esempio, vado in crisi su una notizia improvvisa.

Se volete farmi uno scherzone, fate così: chiamatemi, e ditemi di volere un appuntamento con me fra due settimane. Mi organizzerò e sarò contento. A una settimana di distanza, ditemi invece che forse sfuma, forse no, che non sapete più e mi confermerete. Poi sparite fino al weekend. Mi troverete in uno stato di ansia allucinante, incapace di capire se vi vedrò o no, e sicuramente con tre o quattro opzioni di riserva per tutte le possibilità che si potrebbero palesare. Tipo che ci siate, che non ci siate, che ci siate con altri amici, e così via.

Ovviamente, quest'agenda richiede stress.

Il mio.

E di tanto in tanto, come ormai è noto, questo stress salta qua e là, io ho dei mental breakdown (che puntualmente calcolo e inserisco in agenda), e quindi via, riparto onesto e pazienza. Questo perché, esattamente come tutti quanti, sono incerto, ho paura, non sono convinto, non ho certezze. Ma anziché, come molti altri, soprassedere, e vivere alla giornata, cerco di fabbricarmi queste certezze, questi punti fermi, per potermi poi muovere in qualche modo.

Una casa costruita col fango, per quanto debole, è pur sempre una casa. E' pur sempre un punto da cui partire. Meglio, forse, di partire a caso, sperando di trovare un rifugio ogni notte.

E quindi è così che gira, insomma.

E quando mi incrocio con persone che, coincidenzialmente, hanno bisogno di supporto e di ascolto, nello stesso momento in cui lo ho io, è la fine. Io cerco nell'altro il punto fermo, e l'altro cerca in me il compagno di avventura.

Impossibile si direbbe.

Che fare, che fare, a parte vedere vecchie VHS? Trovare soluzioni, trovare accordi, riflettere, far propri i punti deboli dell'altro e riconoscerli anche in sé, riconoscersi e dire, come si dice, “mal comune mezzo gaudio”. Allontanarsi dalla casa di fango, cercando un altro rifugio, ma sapendo che c'è. Partire sì ma dove, zum zum zum (cit.), e partire non del tutto a caso, ma nemmeno con tutto organizzato. Certe volte il deployment riesce, altre volte no.


Questa volta, in questi difficili giorni di cambiamento, ci saremo riusciti? Io, ottimisticamente, direi di sì. Qualche livido, ma sì.

martedì 6 settembre 2016

Donne che pisciano vinile e altri racconti.

L'altro giorno, mentre prendevo la metro, mi son detto che forse è il momento di fare un momentino di pausa.

E a dire il vero è successo stamattina.

Dopo aver dormito tre o quattro ore ieri notte.

D'accordo che è successo in larga parte per il caldo, ma non solo per quello.

Si potrebbe obiettare che non ho ragione di lamentarmi - questa volta - e che sarebbe l'ora di tornare ai bei post di una volta, dove racconto beatamente aneddoti buffi sui fatti miei e non, tipo il fatto che il granchio del cocco è un animale molto bello, che pesa circa 4 kg e che si può tenere come bestia da compagnia, tenendo conto del fatto che è molto aggressivo.

Oppure potrei raccontarvi di qualcosa di buffo che mi accadde qualche decina di anni fa, come quella volta in cui, a Torriglia, per la noia disumana che mi affliggeva in determinati giorni lunghi e noiosi d'estate - ho sempre detestato l'estate anche per questo, perché i primi giorni sono belli, poi diventano pigri ed ovattati, poi diventano pigri, ovattati e sudati, e poi diventano infinitamente lunghi ed interminabili, fui drammaticamente contento di mio papà che portò la psx a casa in campagna, ma in realtà era, come al solito, una scusa per poterci giocare lui.

Non avrei dovuto aver dubbi, vedendolo spuntare col controller a volante; io sono sempre stato incapace nei giochi di guida, ma sono almeno dieci anni che mi riprometto di recuperare. Ma cosa voglio ripromettere io, che sono già sei giorni che è uscito Victini in download gratuito dal Nintendo Network e non l'ho ancora fatto.

In effetti, ora che ci penso, probabilmente questo succede per il periodo di acuto stress e affaticamento che mi colpisce. Si tratta nuovamente della sindrome da ragazzo nuovo - vedi post precedenti - che assume la forma, ancora una volta e spero una delle ultime, del nuovo posto di lavoro. Ritrovato dopo una buona fatica, e dopo un discreto fegato così contro i soloni del lavoro e del "eeeh ma d'altronde ti sprechi in posti così" (ma non quel "ti sprechi" di chi sinceramente pensa per te, quanto piuttosto il "ti sprechi" di chi ti reputa un cagone perché hai scelto volontariamente un lavoro umile e semplice - l'espressione "cagone" è tipica di mio zio Pino buonanima).

Ed ora siamo di nuovo a Milano bla bla bla e fa molto caldo, ecco perché non dormo. Il fatto che io soffra di pavor nocturnus probabilmente anche non gioca a mio favore, ecco. Anche la tachicardia non aiuta, insomma, il mio quadro di riposo notturno è molto particolare, diciamo così. Morale della favola, fra il sonno discutibile e le molte cose da fare, legate alla nuova vita - vuoi il nuovo lavoro, l'adattarsi eccetera - c'è un ragionevole picco negli indicatori che monitorano il mio stress quotidiano.

Ciò ovviamente non mi porta a pensare a soluzioni nell'immediato - tipo ad esempio dare improvvisamente di matto e aggredire dei passanti a picconate, o perlomeno con un cucchiaino, bensì a pensare a soluzioni di problemi ben più lanciati lontano. Un po' come preoccuparsi del fatto che ho fame adesso, ma come soluzione mi viene in mente di piantare un baobab in giardino; sicuramente ne trarrò giovamento e fra qualche anno la mia fame sarà risolta, ma molto probabilmente continuerò ad avere fame nell'immediato.


A volte penso che questa mia caratteristica a volte mi sfugga di mano, e appunto mi porti a ragionare troppo lontano.


Ed ecco che in effetti penso di non staccare mai. Sapendo che se mi distraessi partirei per la tangente, preferisco incastrarmi in qualche pratica routine, che mi garantisca che vada tutto ok. Protocolli su protocolli.

So che ho già fatto questo discorso, e che mi avete detto tutti che il mio modo di ragionare fa acqua da tutte le parti, perché - essendo essenzialmente un autistico ossessionato continuamente da infinite cose - cerco sempre di tenerne a bada troppe, motivo per cui di tanto in tanto qualche filo mi salta, e allora mi agito, pensando che a breve l'effetto farfalla mi distruggerà su qualche fronte e così via.

Immaginatevi cosa succede se salto un giorno di dieta, per dire.

E intanto là fuori è pieno di donne nude che pisciano vinile caldo (citazione visiva ed iconografica che probabilmente coglierà - nel mio pubblico che non c'è - probabilmente solo chi ha superato i duemilacinquecento dischi nella propria libreria; e so anche che queste citazioni incoglibili sono il vero cancro di questo blog, ma ne costituiscono al medesimo tempo la cifra stilistica), e questo a significare, nell'immagine erotico-scatologica musicale, che là fuori è pieno di persone che se ne fregano e vivono la loro vita, cogliendola sul momento e pisciando vinile caldo, mentre io mi agito per qualsiasi sciocchezza.

Io, a un mese circa dall'avvio del lavoro, ancora mi ansio la notte e sogno le pratiche inevase e smaltite male. So bene che m'è successo anche sul precedente lavoro, ma qui il grave è che le cose vanno bene. Ma mi ansio ugualmente - perché come dice un noto armadillo realizzato a fumetti da un famoso fumettista romano, non ti devi mai godere un cazzo.

E' così.

E quindi ripenso al futuro più lontano, e penso che complessivamente non sono felice, perlomeno non in questo periodo. Mi sento stressato, vieppiù frustrato, e privato di troppe cose che vorrei andassero diversamente, perlomeno come condotta generale. Purtroppo - e qui la consolazione tipica della filosofia orientale mi soccorre - la maggior parte di queste sono al di là della mia possibilità di intervento. Potrei e vorrei "dare dei giri", come si diceva nel mio quartiere, ma temo che sarebbe tutto inutile, e perciò aspetto - nel pieno rispetto dei miei ideali di wu wei - detto anche inazione, che non è passività bensì consapevolezza - che la situazione si risolva da sola. Perché nessuna situazione di infelicità, mia in questo caso, ma in assoluto, può rimanere insoluta. Se io sono infelice, c'è una causa anche esterna; e questa causa non può star causando danno solo a me. Presto essa causerà danno anche a se medesima - e pertanto si può dire che ciò che ora avvelena me presto avvelenerà se stesso - e quindi la cosa finirà.

Non c'è un senso di criptico misticismo in queste parole, non c'è metafora per coprire un non voler fare nomi. C'è piuttosto un senso di infelicità diffuso, che prima o poi si scioglierà; come a dire, con un esempio nuovamente alimentare, che in questo momento mi trovo in compagnia di una persona che mi sta negando un cibo prelibato qualsiasi, per tenerlo per se. Ma ben presto, questa persona finirà a sua volta le riserve, e avrà anch'essa fame. La causa del mio male (l'assenza di cibo) presto si torcerà contro il malfattore.

Fuori metafora, avverto delle mancanze. Sono nuovamente infelice.

Qualcosa vorrei si smuovesse, e so che si smuoverà solo "a discapito" di altri, come dire. Per dire, l'azienda dove lavoravo è fallita dopo che sono andato via. Sono stato trattato male, ed è finita male. Ma non è giustizia karmica, è semplice riequilibrarsi delle cose, perché appunto tutto è influenzato da tutto il resto. Ricordiamolo, come diceva anche Sant'Agostino, che nulla non lascia tracce, tutto beneomale causa qualche cosa, altrove. E chi commette dolo, prima o poi, vedrà ciò che ha influenzato - non necessariamente danneggiato - tornargli contro.

Ma, a dire il vero, non saprei nemmeno perché ho aperto questa pagina parentetica relativa alla filosofia orientale, e alle mie beneomale malcelate speranze che la situazione torni a sorridermi in altri ambiti - oltre a quello lavorativo - a discapito di... non si sa chi. Non si sa chi perché per ora non ho identificato il male, nessun colpo preciso di Tzu-niana memoria, nessuna strategia, per ora solo l'osservazione e la consapevolezza - questa volta passiva, sì, che le cose non stanno proseguendo come previsto dal libretto di istruzioni dell'esistenza.

Al di fuori di questo, comunque, tutto bene. Aggiungo però al mazzo qui draftato anche la carta dell'insoddisfazione dell'insoddisfazione, che non è pleonasmo o ripetizione, bensì è il biasimarsi per il solo fatto di stare biasimandosi, come dire "Ehi tu non lamentarti, non hai diritto di farlo", cioè lamentarmi con me stesso per il fatto che mi lamento.

Amo essere circonvoluto, Escher non era nessuno.

Ma nemmeno Sartre, voglio dire.


O Marzullo.

Questo per dire che se qualcuno avesse desiderio di venirmi a dire "Ciao figliolo" mi farebbe piacere. Prego eslcudersi le persone che con "Ciao figliolo" intendono in realtà riempirsi una mezz'ora o bersi una birra. Vi ringrazio per la collaborazione fattiva e vi auguro un sereno rientro a lavoro, ascoltando sempre Prince e gli Emperor, uno per orecchio.


Buona camicia a tutti.