martedì 24 maggio 2016

E' tutta colpa dei sandali.

E allora, l'altro giorno ero lì a prendere il caffè sul solito marmetto nero egizio - che ricordiamo è ormai segno di stile - io e Critone, come al solito. Io ho una elegante tazza in vetro piena di caffè turco, il fondino nero e denso che si deposita pian piano e rilascia la nera magia che risveglia gli adulti e manda ai pazzi i bambini (e non stiamo parlando di riti), mentre Critone sorseggia un bicchiere di qualcosa che non conosco, forse è cicuta, anzi penso lo sia.

C'è una bella giornata, fuori, ed anche dentro (la mia mente, si intende); il mondo sta avviandosi serenamente verso la seconda metà del duemila e sedici, dopo aver subito una serie di lutti musicali illustri, sempre più gravi, e riempendosi per contro di cialtroni come Calcutta, personaggi che fanno bagnare le mutande di file infinite di fighine hipster più o meno stagionate (dalle ventenni alle prequarantenni che vogliono ancora sentirsi giovani) con una proposta musicale riassumibile in "Guccini senza capacità musicali ma con più testi giovani", quelle cose che puoi sentire solo in locali alla moda, giovani e smart, cose tipo "L'officina della bagna cauda" o altri posti del genere, che si formano con un nome composto da "Sostantivo che indica qualcosa di retro e non relato" più "Sostantivo che indica un piatto tradizionale", ottenendo cose tipo "Carrozzeria vaccinara", "Dal boscaiolo trippa fritta", "Spritz e tubi di scarico" e altre amenità.

E in questo clima, Critone mi guarda e gira un dito - perché è taccagno e non vuole sprecare un cucchiaino - nella cicuta, per mescolare bene lo zucchero. Sappiamo tutti e due perché siamo qui, e non è una questione annosa di debiti di gioco ad alto interesse contratti con la polizia francese - quelle sono cose che riguardano Bardamu, recentemente elevato al rango interno di "Responsabile vita da cani e disadattamento sociale" in queste rubriche e nel mio cervello, a rappresentare quella sfaccettatura della mia personalità più antisociale e contraria alle regole, che tutti noi abbiamo e per la quale tutti noi ci sentiamo un misto di dei veri fighi e dei veri delinquenti, anche se spesso la nostra sbandierata antisocialità difficilmente si allontana dal furto di una busta di salame al supermercato.

Siamo qui perché è già da un po' che la situazione latita (come Bardamu, l'ultima volta l'hanno visto sul Brennero), il lavoro nicchia e, nicchiando, rende pesante la giornata. La giornata si incupisce, la mattina ti svegli e dici "Caspita" (in realtà ben peggio), e pensi, ogni giorno che passa senza novità, che la situazione sia destinata solo a peggiorare. Pian piano da questo iniziano a sgretolarsi le tue convinzioni, come i tubi della lavatrice senza il Calfort, e pian piano inizi ad avere dubbi, che spaziano dal chiedersi se si siano prese le decisioni giuste, come, quando, perché. Se forse non si sarebbe dovuto far altro, oppure in un altro modo. Il passo successivo è dubitare delle proprie capacità in generale, fino ai livelli turchi in cui ti avvolgi un lenzuolo sul capo, come una suora spagnola, e pensi di non poter fare più nulla, e cadi perciò in un tunnel di inedia, poca voglia di fare e scarsa igiene personale da cui è difficile uscire.

Più o meno.

La situazione può migliorare, ad esempio con l'ascolto di vecchi dischi di heavy metal italiano tardi anni ottanta, o di sigle di programmi tv ancora precedenti, purché rigorosamente cantate dalla Carrà, che a Critone piace tanto.

Insomma io e Critone ci guardiamo intensamente.


"E allora?"
"E allora cosa"


"E allora non dovresti dirmi qualcosa?"
"Mi si sta freddando il caffè Critone... penso a quello ora"
"E fai male. Se bevessi cicuta come me..."
"Sarei morto, Critone. Come saresti tu se non fossi un pupazzo pensato dalla mia mente"
"Queste non sono cose da dirsi, eh, uno ci rimane anche male, voglio dire, come ti sentiresti se ti dicessi che sei finto?"
"Come Amy Anderssen quando commentano le sue labbra e tutto il resto"
"Capisco... comunque continui a dovermi dire qualcosa"
"Cioè?"
"Dimmelo tu" - conclude secco, sorseggiando la sua maledetta cicuta.

Lo guardo, mi bevo un dito di caffè, poso la tazza sul marmetto nero. Per alcuni interminabili secondi, una goccia cola lungo la tazza. La osservo, con aria probabilmente colpevole, con l'aria di chi dovrebbe effettivamente parlare ma non parla. 

"E' che ammetto di essere confuso, capisci. La situazione stagna, e come sai quando stagna uno inizia a pensar male, ad aver dubbi su tutto, al punto che poi ti chiedi chiarimenti su qualsiasi cosa, anche se stai indossando le mutande dritte, figurati su dubbi esistenziali notevoli... Ora mi pongo domande su cosa fare, sull'età, la settimana prossima è pure il mio compleanno e io son qua, insomma sai come son ste cose, era così anche ai tempi tuoi quando ti chiedevi se Socrate avesse ragione o fosse un cretino coi sandaletti fru fru che parla parla ma poi niente... Mi stai ascoltando?"

Critone è morto.

Lo sapevo.

mercoledì 18 maggio 2016

Viva viva Bernacca.

Le eccellenze italiane sono quelle cose che, dicono giornali giornalisti economisti e semplici ladri, rappresentano il top dell'economia e della cultura italiana nel mondo, cosiddette anche "intelligenze in fuga", quando intendiamo non l'eccellenza teorica di un prodotto, bensì l'eccellenza di una persona, magari un laureato, che è costretto - o spinto - a doversi trasferire.

Per estensione, ed in senso perlopiù dispregiativo, salvo il vanto di taluni cialtroni, si parla di "eccellenza italiana" anche nel caso del vantarsi di caratteristiche ritenute comunemente tipiche dello stereotipo italiano, quali la furbizia, la lieve tendenza alla delinquenza, l'abitudine ad arrangiarsi e quant'altro. "The italian style" nelle rapine e nei vestiti di lusso, potremmo dire.

Eccellenza italiana, quindi, può considerarsi la capacità di qualcuno che è eccellente ed è anche italiano? Ad esempio io sono l'unico del mondo a sapermi mettere un'intera oliva nel naso (non è vero, è un esempio), e sono anche italiano, per cui l'eccellenza italiana è la capacità di mettersi le olive nel naso? Può essere.

In questo caso, l'eccellenza italiana potrebbe essere rappresentata da me che, ad esempio, sto scrivendo pur sostenendo una ragionevole conversazione telefonica in cuffia, senza fare figuracce, senza scrivere frescacce (ed altresì proponendovi - pensate! - un'elegante rima), e riuscendo a separare le conversazioni, quella scritta con voi e quella orale a telefono, senza far danni.

In realtà, questo è probabilmente dovuto al fatto che sul mio corpo i termogenici che ho ricominciato a prendere recentemente fanno l'effetto di una droga nootropa (ammesso e non concesso che non lo siano essi stessi in prima analisi), e quindi divento una specie di criceto sotto caffeina, cosa che mi fa anche quasi bene, via. Perlomeno lavoro meglio.

Tutto questo per dire che complessivamente la mia situazione umana ed esistenziale - questo post ha lo stesso effetto di un rapporto meteo del colonnello Bernacca - sta andando a rilento, ma bene. Un motore caldo, tiepidino forse, ma comunque un motore acceso, che macina e va, pian piano. La situazione un po' dovrà ingranare, il lavoro dovrà ripartire, le direzioni ci sono, le idee anche, la forza di fare le cose - il kerosene del nostro motore - c'è, nascosto in fondi segreti knoxiani a me solo conosciuti, che alimentano un sistema altrimenti creduto pigro e morto.


E in tutto questo, pian piano, mentre le situazioni si smuovono piano, Pangaea 90210, in un continuo alternarsi di speranza-delusione-nuova speranza-nuova delusione, nuovi, continui input creativi mi colpiscono, come nei miei periodi migliori di forma psicologica e mentale (da notare che tendenzialmente peggio mi vanno le cose meglio produco arte e limitrofi, più sono stressato più voglia di creare ho, segno questo che farebbe di me un'eccezionale crocerossina o uno stupendo masochista), cosa che forse, dietro al suggerimento dei buoni della storia, potrei decidermi finalmente ad incanalare in qualcosa di serio, ignorando il fatto che spesso i due terzi dei miei molti, troppi progetti rimangono in una forma di morula, abbandonati a metà nel mio cervello, in una stanza dove, attualmente, è Orson Welles a tenere le chiavi. 

Prima o poi gliele rubo, giuro.

giovedì 5 maggio 2016

Scusa come hai detto?

Ed allora, ho capito.

Ad un certo punto della vita - vorrei far notare come spessissimo i miei interventi inizino così - ti rendi conto che qualcosa deve cambiare, qualcosa non deve più essere com'era prima, come la traccia di CYB che hai sentito ininterrottamente negli ultimi dieci minuti, ma insomma è anche l'ora di cambiarla, perciò passeremo subito agli ascolti dei grandi successi di Cerrone.

Un nome una garanzia.

E mentre è ora Cerrone a spadroneggiare sulle nostre playlist, mentre il mood cambia e diventa una cosa fine e delicata - ma noi siamo cafoni peggiori dell'agente Manny Pardo, quindi ne siamo immuni, realizziamo tutti una cosa. Perlomeno la realizzo io. Realizzo che, forse sovraccaricato da litri e litri di tè verde - che favoriscono la vita e la salute ma causano nervosismo, talvolta è il momento di prorompere in sane, genuine, oneste invettive e scariche di bestemmie.

E siamo tutti qui, io, Welles, Holden, Bardamu, l'agente Pardo - che cazzo ci fa qui? - ed anche Todt, Gold, Osvaldo e tutti gli altri cialtroni che ho ospitato qui metaforicamente a rappresentare qualcosa o qualcuno, così, insieme a tanti altri personaggi, tipo Fausto Papetti, che beneomale è sempre lì che suona, anche lui poveretto non ha mai cambiato linea, non ha mai cambiato squadra, mica come il baffo dei Ricchi e Poveri che giusto stasera ha deciso di mollare, altro che Prince, questo è il vero disastro della musica nel 2016.

Ma il baffo ha deciso di mollare, ed io no, direi quasi che chi molla è simile alla figura che nel medioevo si dedicava alla decapitazione dei prigionieri, ma poi passerei per affiliato od affiliabile a movimenti politici dubbi e di destra italiani, quindi mi limiterò a dire che chi decide di arrendersi è un po' un fesso ecco. Mi controllo bene così, mi dicono dalla regia.

Un nome una garanzia.

Ma invece no, il baffo molla ed io rimango sulla posizione, sulle Ardenne sulla Senna su posizioni inventate chissà dove, e Bardamu è lì che ride e poi urla, dicendo che gli stanno sparando, Bardamu stai fermo sei solo al tiro a segno del parco giochi e niente anche oggi Bardamu è andato. Anche lui non ce l'ha fatta più, anche lui ha ceduto, come me al venerdì, che da qualche tempo mangio sempre, a pranzo, il panino con le aringhe e la cipolla crudi, come fanno in Olanda, che poi è quello a tenerli sempre attivi, altro che l'erba. L'erba, che termine triste, poi.

Un nome una garanzia.

Io erba non ne assumo, ma rimango comunque un tipo pacato, così pacato che finora ho covato un senso di rancore indistinto rispetto agli eventi del recente passato - vedi sotto - per i quali non mi sono ancora stati negati i diritti civili, anche se in giro vado a dire di essere in "pausa di stato", quell'elegante metafora che in altre situazioni (Topolino e i dialoghi della Banda Bassotti, quantomeno) indicherebbe il carcere. Sì insomma, il sole a scacchi, quello lì. Anche questa volta le parole sono importanti.

Un nome - inteso come parte della frase che costituisce spesso il soggetto - una garanzia.

Le parole sono importanti, ma le parole vanno dette. Ed io non le dico, paziento e porto avanti le cose con pazienza, senza preoccuparmi troppo delle cose; le cose brutte arrivano, mi feriscono - come tutti - mi fan star male, poi le ferite si chiudono, come dicono tante pagine motivazionali su Facebook, poi passano, e io son sempre qua. Poi magari mi trovano un proiettile nella spalla, come il buon vecchio Manfred Von Karma, ma che vuoi che sia, al massimo trilla al metal detector in aereoporto. E invece, come baffo, diversamente da Bardamu, come tanti altri, come me quando ho deciso di abbandonare la precedente marca di biscotti in favore di una nuova, è ora di cambiare. La linea della pace e della pazienza si sostituirà per ora a una volgare linea di infantile, sciocca, stupida rivalsa.

Ho sempre pensato che la rivalsa fosse qualcosa di insulso, di relegato la mondo delle beghe della piscinetta di sabbia dei giardini, cioè all'infanzia e a chi non è in grado di eliminare da sè i problemi, rimuovendoseli letteralmente di dosso. Ogni tanto dovrei ricordami che anche Sasha Nein aveva il cervello quadrato, ma era pazzo lo stesso. Vabbè, pazzo no, ma quasi.

Morale della favola, ho sempre ritenuto - dicevo - che fosse infantile prendersela. Arrabbiarsi. Vendicarsi. Però ora ne è successa una - ma una che ovviamente non dico per timore di ritorsioni e per scaramanzia - che mi porterà immediatamente sul binario della vendetta, Kharonte come si diceva, Doomtrain nella triste traduzione italiana. E basta, è stato sufficiente sapere, per un solo secondo, di avere la possibilità di vendicarmi col botto di uno sgarbo subito recentemente per far crollare tutto, baracca, burattini e buoni propositi (ormai ho realizzato alcune migliaia di chilometri di autostrada del Sole all'inferno coi miei buoni propositi), riportandomi al semplice, schietto e onesto desiderio di mandare al diavolo qualcuno, coi fiocchi.

Un nome una garanzia.

So che complessivamente non si è capito molto, ma la sovraccarica di the verde e di zerinol in questo momento causa anche questi effetti, scrivo frenetico come Burroughs (si scrive così? Non mi ricordo più) mentre finiva il Pasto Nudo, che all'improvviso finisce, così.