lunedì 10 ottobre 2016

Bud Spencer a braccetto con Laozi.

E sfondo un altro tetto, il tetto di non so più quanti post non letti nel blog, ed ascolto Samantha Fu che nessuno conosceva ma che in realtà erano i Soulwax che campionavano Pino d'Angiò, che poi lo campiona anche il Piotta e fa i miliardi, mentre il povero d'Angiò non lo conosce nessuno, e fa la fine di Gianni Celeste, che è meglio anche non conoscerlo, a meno di non volerlo come sottofondo per il proprio matrimonio napoletano, rigorosamente organizzato da don Antonio, infame per te ci son le lame.

E le lame ci sono anche per te, Knam, infame cioccolataro tedesco, tu e la tua abitudine di disintegrare gli altri dicendo che i tuoi cioccolatini sono migliori di quelli altrui, e ci credo, tu progetti copie del Bundestag in cioccolato (è vero), mentre i tuoi allievi a stento sanno fare la pasta senza la planetaria, ma loro sono in tv ed io no, nonostante io cucini come e meglio della signora Cesira, specie per passare il tempo.

Ed il tempo sfugge fra le dita, mentre io faccio finta di essere Butler ma non ci riesco, non ho i baffini, ho provato a farmeli crescere, ci ho provato ma non ci riesco, nonostante molta gente carina li avesse, nonostante ci fossero anche foto dei Celtic Frost coi baffi, o forse erano gli Hellhammer e io mi confondo, o forse erano i primissimi Venom, quando Cronos - che è comunque un signore, date retta ammè - andava in giro con i leggings di pelle rossa, per far chiaramente sì che l'attenzione venisse deviata su di essi dalla sua rampante pelata.

Io provo a fare finta di essere Butler e mi riorganizzo e mi sistemo, mi faccio bello, mi curo e mi rilasso, combatto come posso lo stress decidendo di dare un taglio alle cose che fanno male, e poi mi rilasso troppo, magari finalmente dormo e l'insonnia mi passa, e nel frattempo mi si prospettano cose che ancora non mi piacciono, ma decido che l'unica reazione possibile è attendere e pazientare, come mio solito, dove però la tradizione taoista che - come si sa - seguo come pensiero di vita mi permette una deviazione, appellandomi alle più tradizionali forme della statua Nio, riappellandomi cioè alla tradizione di quelle figure che, occasionalmente, possono dare sfogo alla rabbia ed alla forza fisica, al solo fine di difesa del Buddha e - per estensione - del bene.


Che poi è la medesima cosa che diceva, alla fine, Bud Spencer, quindi è palese che Bud Spencer buonanima fosse vicino alla tradizione Nio, la quale, a sua volta, è chiaramente un derivato dell'Eracle greco, giunto in India chissà come (ps: è vero).


Ed allora entro di nuovo in pista, ascolto Lazerhawk come se non ci fosse un domani e decido che il prossimo binario mi fa fermare direttamente al livello "Nio", bene basta così, nuove decisioni e nuove direzioni, ridiamo vigore alla pace, alla tradizione di buon cuore che ho, arrivando ad essere qualcosa di nuovo e anche, volendo, qualcosa di più.

Il senso di questo discorso è che il periodo di cambio di tutta la vita deve anche essere impostato verso un qualcosa che voglio. Ed adesso voglio questo.

lunedì 26 settembre 2016

Perfezionamenti e limature di sbarre.

Dall'ultimo aggiornamento, non saprei dire se la situazione sia migliorata o peggiorata.

Mettendo tutto su un foglio di carta, come faccio sempre io per snebbiarmi le idee, potremmo evidenziare che diverse cose sono sulla china positiva dell'esistenza, tipo il lavoro, l'amore, la vita, la salute (vabbè quella meno), e altre definizioni da oroscopo del Mago Egitto.

Ma diverse altre, ahimè, sono sul lato negativo, tipo i soldi, per esempio, la salute, lo stress, queste robe qui via valà.

L'ultima volta evidenziavo di essere complessivamente infelice, com'è infelice la donna lanciatrice del peso che però non viene valorizzata da amici e colleghi nonostante i suoi palesi meriti sportivi; la cosa non c'entra niente, il paragone è completamente casuale, ma mi andava di dirlo lo stesso.

Comunque sia, mentre alcuni vinili dei Gypsy Kings risuonano nelle mie orecchie e nella mia stanza a Lambrate, ormai in stato di abbandono - sia nel senso che non la sto più curando, sia nel senso che la sto fisicamente abbandonando, per trasferirmi in altri, più onesti e meno strozzinoidi lidi, ripenso a quanto avvenuto nelle ultime settimane.

Ho trovato un lavoro che mi piace e mi entusiasma in tutte le sue parti; e lentamente sto abbandonando la convinzione - paranoide ma inevitabile conseguenza di un benservito straordinario ottenuto nel mio ultimo posto di lavoro - che quando un qualsiasi responsabile parla sottovoce, o manda una mail a un altro responsabile, o ha l'aria scocciata sia per colpa mia, o per dire qualcosa di me, qualcosa che ho sbagliato, o chissà cosa.

Non sono abituato alla trasparenza.

Comunque sia, il lavoro va bene, ma le preoccupazioni lavorative mi logorano un momentino; lo stress galoppa, la voglia di fare cose scema, la fatica aumenta. E' il momento, perciò, di prendersi una pausa dallo stress, di "rassegnarsi" al fatto che i soldi beneomale ci sono, che posso rilassarmi un momentino senza ansia generica, e prendermi un istante di tempo "purmuà" (cit. di qualche decina di post addietro). Di nuovo.

Rimettersi nuovamente al centro e perciò in gioco, ricominciare la sfida a se stesso nei risultati artistici, sportivi, personali, e non più relegarsi al "non voglio esagerare" per star dietro al lavoro. Bene il lavoro, benissimo anzi, ma da vivere senz'ansia.

Ciò mi dà anche il la per rispolverare progetti antichi e nuovi, da riseguire con maggiore e rinnovata convinzione, per vivere Milano e la propria esistenza con meno angoscia, senza l'ansia del lavoro appunto e della mancanza di soldi. Palese certo che il contratto da stagista e il moderato flow di denaro che apporta non mi permetton comunque di scialare, ma di rilassarmi forse sì, poi si vede.

Credo che negli ultimi sessantaquattro anni avrò usato la frase "poi si vede" forse una-due volte, una delle quali ero al bar con Bardamu, ma questo non ha molta importanza. Penso che sia un buon segno dopotutto.

domenica 11 settembre 2016

Ancora altri racconti.

E pam ancora una volta sfidiamo i limiti dell'umano, della velocità di scrittura e della potenza di calcolo del nostro pc, questa volta non contro il tempo imposto da una batteria di portatile che sta esaurendosi bensì contro il limite fisico dato dalla mancanza di tempo, cioè dall'idea di voler scrivere due righe veloci sul blog appena uscito dall'autostrada casello Melegnano mentre vai rientrando a Milano.

Questo anche perché sei inchiodato a un sedile da tre ore e la banda wifi del torpedone usato per il viaggio è finita, e perciò l'unica cosa rimasta da fare, salvo spararsi o dormire – e non vorrei guastarmi il sonno con nessuna delle due – è scrivere due righe in word, poi salvare e copincollare dopo.

L'idea è comunque riuscirci prima di arrivare a Lampugnano, altrimenti tutto andrà perduto e l'universo finirà, Marzano scoppierà e pure il sindaco e gli assessori finiranno in mezzo alle capre (cit. di un noto libro parzialmente in dialetto napoletano che ricordo ancora perfettamente a memoria, pur avendolo letto circa dieci-dodici anni fa).

Morale della favola il weekend è finito e io torno all'ovile, con più dubbi e perplessità di quando sono partito, con le idee parimenti annebbiate ma forse con un umore migliore – anche se stiamo indagando al riguardo.

Perché, perché… perché ci rendiamo conto che, sebbene sia drammaticamente facile additare al prossimo dei difetti, specie se legati all'epidermide e ai conedoni presenti in essa, è molto meno semplice accorgersi di stare facendo la medesima cosa. Facilmente ti darò del fesso, ma ancora più facilmente mi accorgerò di quando tu hai dato del fesso a me; pretenderei coerenza, innanzitutto da me stesso, per garantirmi una vita serena.

La vita di chi non ferisce e non è ferito, non offende e non è offeso, ascolta ed è ascoltato, e tanti altri discorsi di questo genere che fanno cascare le palle ai più, ma che a me, da buona ragazza romantica che si commuove leggendo Anna Karenina, piacciono. Piacciono perché mi danno quella consolazione – quella cosa che scrivevo prima essere forse mancante, ultimamente, quella consolazione di sapere che, nel dubbio dell'esistenza, le cose stanno procedendo bene. Come a dire: io sono uno dei buoni, non dovrebbe succedermi nulla.

Ma come l'adolescente attraversa i binari e viene tirato giù dal treno, perché povero pensava di non rischiare, parimenti con me succede la stessa cosa. Binari a parte.

E quindi, ogni tentativo di “mettere ordine” fallisce, intrinsecamente. So, e non faccio altro che dire al prossimo, che la vita non sta ad aspettare i miei comodi, e che, essendo io inserito (per ora) in un ambiente frequentato da altre esistenze – buongiorno Descartes mi saluti le altre menti – dovrò inevitabilmente confrontarmi con altri nel progettare la vita. Ma non è appunto così semplice. Lo dico a tutti, e ogni volta ci casco su me stesso.

Ma perché questo? La mia analista, probabilmente, direbbe “mania di controllo, insicurezza”. Per inciso, io non frequento strizzacervelli da circa quindici anni, poi recentemente ebbi un contatto con una psicologa, e da allora le due figure si sono fuse misticamente in un'unica donna con capacità di analisi psicologica, anche perché dissero – a distanza di anni – essenzialmente le stesse cose. Pur non conoscendosi. E non avendo traccia di me.

Ambedue concordarono. La mania di controllo, il bisogno di organizzare, il bisogno di sapere, sono le reazioni uguali e contrarie a chi, come per esempio me, ha avuto qualche problema, qualche disordine, qualche cosa che non era perfettamente a filo. Solite robe, un padre non ce l'hai, la salute discutiamone, la famiglia è quello che è, la scuola e l'adolescenza stendiamo un velo pietoso e così via così discorrendo. Perciò, o sicché, come impropriamente si dice nel dialetto toscano, la reazione – nemmeno poi tanto ovvia – fu quella di girare la situazione in una forma di controllo. In search of strict moral code, si direbbe, per fare una difficile citazione di Moore.

Eppure fu così. I più mi conoscono come una persona precisa, ordinata, metodica; ma dietro l'ordine – esattamente, coincidenza, come Sasha di Psychonauts – c'è il caos malcelato, soffocato alla buona, il disordine. E ciò che esso comporta, la paura del futuro, la paura che le cose vadano male, la paura che qualche cosa sfugga al controllo e apporti altro dolo e lutti agli Achei, ma tutto questo l'ho già detto.

Così, accade che uno si sforzi di tenere tutto sotto controllo adesso, e di essere sicuro che non solo dopo le cose rimangano così, ma anche che tutto si conformi al modello standard previsto. “Previsto” è la parola chiave. E' per questo che, per esempio, vado in crisi su una notizia improvvisa.

Se volete farmi uno scherzone, fate così: chiamatemi, e ditemi di volere un appuntamento con me fra due settimane. Mi organizzerò e sarò contento. A una settimana di distanza, ditemi invece che forse sfuma, forse no, che non sapete più e mi confermerete. Poi sparite fino al weekend. Mi troverete in uno stato di ansia allucinante, incapace di capire se vi vedrò o no, e sicuramente con tre o quattro opzioni di riserva per tutte le possibilità che si potrebbero palesare. Tipo che ci siate, che non ci siate, che ci siate con altri amici, e così via.

Ovviamente, quest'agenda richiede stress.

Il mio.

E di tanto in tanto, come ormai è noto, questo stress salta qua e là, io ho dei mental breakdown (che puntualmente calcolo e inserisco in agenda), e quindi via, riparto onesto e pazienza. Questo perché, esattamente come tutti quanti, sono incerto, ho paura, non sono convinto, non ho certezze. Ma anziché, come molti altri, soprassedere, e vivere alla giornata, cerco di fabbricarmi queste certezze, questi punti fermi, per potermi poi muovere in qualche modo.

Una casa costruita col fango, per quanto debole, è pur sempre una casa. E' pur sempre un punto da cui partire. Meglio, forse, di partire a caso, sperando di trovare un rifugio ogni notte.

E quindi è così che gira, insomma.

E quando mi incrocio con persone che, coincidenzialmente, hanno bisogno di supporto e di ascolto, nello stesso momento in cui lo ho io, è la fine. Io cerco nell'altro il punto fermo, e l'altro cerca in me il compagno di avventura.

Impossibile si direbbe.

Che fare, che fare, a parte vedere vecchie VHS? Trovare soluzioni, trovare accordi, riflettere, far propri i punti deboli dell'altro e riconoscerli anche in sé, riconoscersi e dire, come si dice, “mal comune mezzo gaudio”. Allontanarsi dalla casa di fango, cercando un altro rifugio, ma sapendo che c'è. Partire sì ma dove, zum zum zum (cit.), e partire non del tutto a caso, ma nemmeno con tutto organizzato. Certe volte il deployment riesce, altre volte no.


Questa volta, in questi difficili giorni di cambiamento, ci saremo riusciti? Io, ottimisticamente, direi di sì. Qualche livido, ma sì.

martedì 6 settembre 2016

Donne che pisciano vinile e altri racconti.

L'altro giorno, mentre prendevo la metro, mi son detto che forse è il momento di fare un momentino di pausa.

E a dire il vero è successo stamattina.

Dopo aver dormito tre o quattro ore ieri notte.

D'accordo che è successo in larga parte per il caldo, ma non solo per quello.

Si potrebbe obiettare che non ho ragione di lamentarmi - questa volta - e che sarebbe l'ora di tornare ai bei post di una volta, dove racconto beatamente aneddoti buffi sui fatti miei e non, tipo il fatto che il granchio del cocco è un animale molto bello, che pesa circa 4 kg e che si può tenere come bestia da compagnia, tenendo conto del fatto che è molto aggressivo.

Oppure potrei raccontarvi di qualcosa di buffo che mi accadde qualche decina di anni fa, come quella volta in cui, a Torriglia, per la noia disumana che mi affliggeva in determinati giorni lunghi e noiosi d'estate - ho sempre detestato l'estate anche per questo, perché i primi giorni sono belli, poi diventano pigri ed ovattati, poi diventano pigri, ovattati e sudati, e poi diventano infinitamente lunghi ed interminabili, fui drammaticamente contento di mio papà che portò la psx a casa in campagna, ma in realtà era, come al solito, una scusa per poterci giocare lui.

Non avrei dovuto aver dubbi, vedendolo spuntare col controller a volante; io sono sempre stato incapace nei giochi di guida, ma sono almeno dieci anni che mi riprometto di recuperare. Ma cosa voglio ripromettere io, che sono già sei giorni che è uscito Victini in download gratuito dal Nintendo Network e non l'ho ancora fatto.

In effetti, ora che ci penso, probabilmente questo succede per il periodo di acuto stress e affaticamento che mi colpisce. Si tratta nuovamente della sindrome da ragazzo nuovo - vedi post precedenti - che assume la forma, ancora una volta e spero una delle ultime, del nuovo posto di lavoro. Ritrovato dopo una buona fatica, e dopo un discreto fegato così contro i soloni del lavoro e del "eeeh ma d'altronde ti sprechi in posti così" (ma non quel "ti sprechi" di chi sinceramente pensa per te, quanto piuttosto il "ti sprechi" di chi ti reputa un cagone perché hai scelto volontariamente un lavoro umile e semplice - l'espressione "cagone" è tipica di mio zio Pino buonanima).

Ed ora siamo di nuovo a Milano bla bla bla e fa molto caldo, ecco perché non dormo. Il fatto che io soffra di pavor nocturnus probabilmente anche non gioca a mio favore, ecco. Anche la tachicardia non aiuta, insomma, il mio quadro di riposo notturno è molto particolare, diciamo così. Morale della favola, fra il sonno discutibile e le molte cose da fare, legate alla nuova vita - vuoi il nuovo lavoro, l'adattarsi eccetera - c'è un ragionevole picco negli indicatori che monitorano il mio stress quotidiano.

Ciò ovviamente non mi porta a pensare a soluzioni nell'immediato - tipo ad esempio dare improvvisamente di matto e aggredire dei passanti a picconate, o perlomeno con un cucchiaino, bensì a pensare a soluzioni di problemi ben più lanciati lontano. Un po' come preoccuparsi del fatto che ho fame adesso, ma come soluzione mi viene in mente di piantare un baobab in giardino; sicuramente ne trarrò giovamento e fra qualche anno la mia fame sarà risolta, ma molto probabilmente continuerò ad avere fame nell'immediato.


A volte penso che questa mia caratteristica a volte mi sfugga di mano, e appunto mi porti a ragionare troppo lontano.


Ed ecco che in effetti penso di non staccare mai. Sapendo che se mi distraessi partirei per la tangente, preferisco incastrarmi in qualche pratica routine, che mi garantisca che vada tutto ok. Protocolli su protocolli.

So che ho già fatto questo discorso, e che mi avete detto tutti che il mio modo di ragionare fa acqua da tutte le parti, perché - essendo essenzialmente un autistico ossessionato continuamente da infinite cose - cerco sempre di tenerne a bada troppe, motivo per cui di tanto in tanto qualche filo mi salta, e allora mi agito, pensando che a breve l'effetto farfalla mi distruggerà su qualche fronte e così via.

Immaginatevi cosa succede se salto un giorno di dieta, per dire.

E intanto là fuori è pieno di donne nude che pisciano vinile caldo (citazione visiva ed iconografica che probabilmente coglierà - nel mio pubblico che non c'è - probabilmente solo chi ha superato i duemilacinquecento dischi nella propria libreria; e so anche che queste citazioni incoglibili sono il vero cancro di questo blog, ma ne costituiscono al medesimo tempo la cifra stilistica), e questo a significare, nell'immagine erotico-scatologica musicale, che là fuori è pieno di persone che se ne fregano e vivono la loro vita, cogliendola sul momento e pisciando vinile caldo, mentre io mi agito per qualsiasi sciocchezza.

Io, a un mese circa dall'avvio del lavoro, ancora mi ansio la notte e sogno le pratiche inevase e smaltite male. So bene che m'è successo anche sul precedente lavoro, ma qui il grave è che le cose vanno bene. Ma mi ansio ugualmente - perché come dice un noto armadillo realizzato a fumetti da un famoso fumettista romano, non ti devi mai godere un cazzo.

E' così.

E quindi ripenso al futuro più lontano, e penso che complessivamente non sono felice, perlomeno non in questo periodo. Mi sento stressato, vieppiù frustrato, e privato di troppe cose che vorrei andassero diversamente, perlomeno come condotta generale. Purtroppo - e qui la consolazione tipica della filosofia orientale mi soccorre - la maggior parte di queste sono al di là della mia possibilità di intervento. Potrei e vorrei "dare dei giri", come si diceva nel mio quartiere, ma temo che sarebbe tutto inutile, e perciò aspetto - nel pieno rispetto dei miei ideali di wu wei - detto anche inazione, che non è passività bensì consapevolezza - che la situazione si risolva da sola. Perché nessuna situazione di infelicità, mia in questo caso, ma in assoluto, può rimanere insoluta. Se io sono infelice, c'è una causa anche esterna; e questa causa non può star causando danno solo a me. Presto essa causerà danno anche a se medesima - e pertanto si può dire che ciò che ora avvelena me presto avvelenerà se stesso - e quindi la cosa finirà.

Non c'è un senso di criptico misticismo in queste parole, non c'è metafora per coprire un non voler fare nomi. C'è piuttosto un senso di infelicità diffuso, che prima o poi si scioglierà; come a dire, con un esempio nuovamente alimentare, che in questo momento mi trovo in compagnia di una persona che mi sta negando un cibo prelibato qualsiasi, per tenerlo per se. Ma ben presto, questa persona finirà a sua volta le riserve, e avrà anch'essa fame. La causa del mio male (l'assenza di cibo) presto si torcerà contro il malfattore.

Fuori metafora, avverto delle mancanze. Sono nuovamente infelice.

Qualcosa vorrei si smuovesse, e so che si smuoverà solo "a discapito" di altri, come dire. Per dire, l'azienda dove lavoravo è fallita dopo che sono andato via. Sono stato trattato male, ed è finita male. Ma non è giustizia karmica, è semplice riequilibrarsi delle cose, perché appunto tutto è influenzato da tutto il resto. Ricordiamolo, come diceva anche Sant'Agostino, che nulla non lascia tracce, tutto beneomale causa qualche cosa, altrove. E chi commette dolo, prima o poi, vedrà ciò che ha influenzato - non necessariamente danneggiato - tornargli contro.

Ma, a dire il vero, non saprei nemmeno perché ho aperto questa pagina parentetica relativa alla filosofia orientale, e alle mie beneomale malcelate speranze che la situazione torni a sorridermi in altri ambiti - oltre a quello lavorativo - a discapito di... non si sa chi. Non si sa chi perché per ora non ho identificato il male, nessun colpo preciso di Tzu-niana memoria, nessuna strategia, per ora solo l'osservazione e la consapevolezza - questa volta passiva, sì, che le cose non stanno proseguendo come previsto dal libretto di istruzioni dell'esistenza.

Al di fuori di questo, comunque, tutto bene. Aggiungo però al mazzo qui draftato anche la carta dell'insoddisfazione dell'insoddisfazione, che non è pleonasmo o ripetizione, bensì è il biasimarsi per il solo fatto di stare biasimandosi, come dire "Ehi tu non lamentarti, non hai diritto di farlo", cioè lamentarmi con me stesso per il fatto che mi lamento.

Amo essere circonvoluto, Escher non era nessuno.

Ma nemmeno Sartre, voglio dire.


O Marzullo.

Questo per dire che se qualcuno avesse desiderio di venirmi a dire "Ciao figliolo" mi farebbe piacere. Prego eslcudersi le persone che con "Ciao figliolo" intendono in realtà riempirsi una mezz'ora o bersi una birra. Vi ringrazio per la collaborazione fattiva e vi auguro un sereno rientro a lavoro, ascoltando sempre Prince e gli Emperor, uno per orecchio.


Buona camicia a tutti.

lunedì 1 agosto 2016

South Afrika Konnection

"Kolya" è un bel film cecoslovacco (mi pare), presentato al festival di qualcheccosa per il cinema in qualche modo carino di nonsoqualecittà. Parla di un padre di famiglia generico che, vittima di un matrimonio combinato con una russa, si trova a svezzare suo figlio (di lei, intendo), durante un clima politico non dei migliori, e a cercare di costruire un rapporto col marmocchio al di là del principale problema: la lingua. Kolya infatti parla solo russo, e il protagonista parla ceco. 

Questo per dire solamente che se voglio, so fare anche io degli incipit come Brezny, senza che si capisca una cippalippa di quello che sto dicendo e citando cose sconosciute alle masse. Senza dover ricorrere ad inside jokes, senza dover ricordare al mondo che la voce femminile che dice "Nuclear Launch Detected", per antonomasia, è quella di Starcraft, senza sbarellare.

Ma sbarellare testualmente è sempre bello, specie se si accompagna il lavoro con le colonne sonore di Mort Garson, oppure con un disco dei Software.

Tutto questo per dire anche che, l'altro giorno, uno dei principali social network del mondo mi ricordava che, esattamente un anno fa, stavo mandando dei CVs per lavorare in uno dei paesi più belli del mondo, e non parlo di Pentema - ridente frazione di un paese dell'hinterland ligure - bensì della colorata, multiculturale (diciamo così), e biomicamente molto ricca realtà del Sud Africa. In quei giorni, mentre mandavo CVs con ragionevoli possibilità di assunzione (è vero), pianificavo come trasferirmi a Capetown, disperato per l'assenza di occasioni in Italia, e pregustandomi l'idea di vivere in un Paese che (nella mia mente) è stupendo. 

Almeno qualche mese.

In quei giorni mi arrivavano le telefonate dell'ufficio immigrazione, spiegandomi come fare coi visti di lavoro. Ma poi altre occasioni, più dietro l'angolo, arrivarono, e il Sudafrica continuai solo a guardarlo nelle storie di Zio Paperone e nelle foto.

Poi quelle occasioni andarono a farsi benedire - sapete la storia - e rimasi a piedi, di nuovo; dopo di che, iniziai a lamentarmi per quattro mesi buoni, mentre vari soloni - lasciatemelo dire - mi imbottirono le orecchie di consigli essenzialmente basati sullo schema "Perché non provi", ai quali dovetti spesso rispondere "Perché ci ho già provato". Donde il discorso su Kolya di prima. L'incomunicabilità.

Sempre l'incomunicabilità.

A volte, ho la sensazione di non essere compreso. Non in senso lato, in senso letterale. Ho la sensazione che la gente non capisca quello che dico, eppure - quando mi serve, non certo qui, per esempio, mi pare di essere tanto chiaro. Dico "ho fame", intendo "ho fame". Dico "voglio riposarmi", intendo "voglio riposarmi", al massimo "ho sonno".

Eppure boh, saranno i pregiudizi ideologici, come dice Zizek (ammesso che si scriva così, io sono ignorante), eppure io dico "non ho voglia di uscire con te" e la gente capisce "ce l'hai con me"; dico "grazie del consiglio, ma è inutile" e la gente capisce "merdaccia, cosa vuoi insegnarmi".

Non capisco.

Dev'essere la barba a darmi quest'aria malvagia. Proprio per questo, in genere, se devo dire qualcosa contro la dico. Per esempio: mi state sull'anima tutti voi che vi promozionate fino all'osso. Tutti quelli pronti a fracassare l'anima del prossimo geolocalizzandosi a Ibiza, postando la foto dell'aperitivino, e il videino dove lanciano via le scarpe dopo il lavoro, crollando su un divano. Non ho il gusto voyeuristico di farmi i fatti vostri, o anzi, se voglio me li faccio da solo, vi chiedo come va, mi informo. Non serve che le suddette scarpe dopolavoro me le lanciate nella finestra, tanto non verrò mai da voi a dire "oh, grazie per avermi informato di ogni singolo dettaglio della tua vita". 

Non fraintendetemi, anche io lo faccio. Ma solo per fare il buffone, appositamente. "I wear that hat ironically", come si suol dire. Non ho mai postato ogni singolo secondo della mia vita, ogni singolo fottuto selfie in qualsiasi fottuta occasione, per far vedere qualcosa a qualcuno. Quanto sono divertente, spiritoso, allegro, felice con gli amici o scocciato, divertito o furibondo, alla moda o "tatticamente" fuori moda. Ho sempre cercato di mantenermi sul buffone o sul basso profilo.

E questo mercato del pesce delle proprie emozioni mi ripugna. Non sei in grado tu, forse, di contenerti a un pugno ristretto di amici? Devi parlare a tutti i costi?

Ma sto divagando. La mia attitudine da monaco ortodosso tedesco, votato alla regola del silenzio - ok ci provo ecco - mi pervade, a volte.

Tutto questo per dire che ce l'ho fatta, di nuovo; ho di nuovo un lavoro, un lavoro che mi piace, un lavoro monotono come io lo desideravo. E l'ho detto una volta sola. Niente selfie, niente foto, niente casino. Un messaggio. Basta.

Con questo non voglio fare la gara fra polli a chi ha il metodo migliore per sbandierare in piazza la sua vita, ma voglio solo dire che chi esagera, esagera. Ed io intanto attraverso una fase di acuto disappunto, non so com'è, poi mi passerà penso.

mercoledì 20 luglio 2016

Сюда колотушек.

Per cui, facciamo il punto come al solito di quello che dico faccio penso ritengo e sostengo nelle ultime settimane.
In realtà giorni.

Сюда колотушек.

C'è una voce che mi ripete nella testa questa frasetta in dialetto cirillico. Forse ho sentito troppa hardbass in questi giorni - cosa decisamente plausibile. La mia trasformazione in un gopnik è ormai limitata solo dalla mia incapacità di rimanere in equilibrio nel serbian squat per più di quindici secondi, ma altrimenti ormai lo sarei.

Сюда колотушек.

In effetti ripensiamoci, sono un ragazzo semplice, di campagna, mi diverto con poco, di origini beneomale umili, e non mi dilungo ulteriormente perché larga parte delle cose al riguardo sono come si suol dire cosacce mie, quindi niente.

Intanto io faccio colloqui di lavoro e mescolo momenti in cui ho la faccia perbene del professionista a colloqui dove la gente ti accoglie dicendo "Scusa sai ma è un giorno del cazzo, madonna santa c'è gente in giro che ti fa girare i coglioni", e allora recuperi il tuo monocolo e la vestaglia da camera e osservi che questa gente è veramente incivile.

Сюда колотушек.

Ed è subito hardbass attack.

Ed è subito aprirsi in una delle tue innumerevoli sfaccettature, che la gente ti guarda e ti dice "Cos'è, hai il periodo hardbass, adesso?", e tu rispondi che no, non è "adesso", lo hai sempre avuto, hai sempre ascoltato queste cose, qua e là, il periodo e i periodi li avevi solo quando avevi sedici anni, e le manie momentanee (avevo inizialmente scritto mode) ti valevano qualcosa, qualcosa di più di un paio di settimane. Oggi le cose cambiano, ascolti tremila stimoli diversi, diventi una spugna di cose, ne rigetti i due terzi e tieni in te una parte di tutte le altre, ricordandole, un bignami unico di interessi disparati, e l'hardbass è la punta dell'iceberg.

Сюда колотушек.

E allora ripensi alla tua collega di lavoro - e qui in genere parte la parentesi sexy/hardcore su come descrivi di laison improvvise con una collega sexy, oppure con la bruttina ma maiala, ed invece no, devi solamente parlare della tua collega che, nei suoi momenti di massimo interesse (leggasi: quando ha sollevato in te il massimo interesse) è stato quando ha dichiarato di avere delle Buffalo nell'armadio, cosa che può accomunarla almeno un po' al tuo mondo, perlomeno alle periferie degli anni '90 da dove vieni fuori - le periferie vere, quelle lerce, non quelle disinfettate e motorinizzate di Max Pezzali, ma quelle serie dove volano solo coltellate, catene d'oro, tutine acetate e teste rasate. Nel mio quartiere c'era anche uno che aveva la nuca rasata col tatuaggio (in carattere gotico) "Hardcore italia", per capirci.

Ed è subito Barbie Girl, è subito gopnik (l'ho già detto), è subito Сюда колотушек, ed è subito la tua collega, a cui ripensi (dicevo, scusate), e ricordi che ti ha detto - quando ti sei licenziato - che il tuo difetto è di essere troppo vago, troppo disperso, e in effetti me lo diceva anche la mia prof di latino (una delle tante - prima di andare all'università avevo diversi Seal of Approval del pessimo studente), che sei troppo vacuo, che sei, diceva, "dissipato".

La prof di latino, non la collega.

Anche se un pochino si somigliano.

Hanno entrambe la frangia.

Entrambe mi han detto così, ed è vero, volendo, che ho lo span di attenzione di un gatto, e la capacità di concentrarmi forse di un artropode. D'altronde non è colpa mia, e vivere sotto pesanti dosi di caffeina - penso sinceramente di avere un problema - non contribuisce certo; ma mi lubrifica il cervello, mi rende schietto, mi fa pensare rapidamente come i protagonisti dei romanzi di Ellroy, o perlomeno come il Pensatore (ma solo nella versione Ultimate, quella che si faceva i cocktail di acetilcolina mescolata a ormoni di scimmia), o qualcosa del genere.

Poi allora mi ri-calmo, mi ricollego, e capisco che tutta questa pioggia di stimoli e di cose mi manda in una sola direzione: nel bombardare concretamente qualcosa "da creare".

Сюда колотушек.

Ed è per questo che se scrivo qualcosa ottengo cose disumane, è come scolpire la creta non con un convenzionale set di strumenti da scultori ma con quelli, un maglio da muratore, un laser, un tagliapizza e un "massaggiatore", che è poi il termine carino con cui la censura nei videogiochi e la localizzazione italiana traduce "vibratore".

Se lavori con così tanti strumenti, se lavori con così tanti interessi, o sei pazzo o ottieni qualcosa che agli altri non viene in mente.

E così, mentre la serata più calda prevista dalla storia di Milano per quest'anno - oggi è il 20 luglio 2016 - va a finire, tu controlli Facebook e scopri che qualcuno col nome integralmente scritto in rune ha appena messo like a una pagina che hai creato per scherzo, ma che ha più successo di tante altre messe insieme; e il primo pensiero non è la gratificazione di quei seimilacinquecentoespiccioli like, bensì è "Come DIAVOLO fai ad avere superato la censura di Zuckenberg con quel nome?", perché le Rune le conosci da un pezzo, a Odino gliele hai insegnate tu, e difatti s'è impiccato per un motivo, Odino.

Сюда колотушек.

Allora capisci che sì, qualcosa non va, qualcosa non quadra, non hai pensato in modo normale, d'altronde vorresti tatuarti il logo di Nurgle su una spalla, con sotto la scritta "jaded", perché è la parola che maggiormente, forse, rappresenta la tua esistenza, con qualche sfumatura, ma beneomale sì. In tutte le sue accezioni indica qualcosa che beneomale sei, proprio perché dopo aver visto, studiato, sentito, provato di tutto, poi rimani jaded, e non ti rendi più conto delle cose.

Сюда колотушек.

In camera corre l'aria sconsiderata, come dice un mio amico, che non è aria condizionata, è un volgare ventilatore sparato contro il muro - per evitare colpi d'aria - ma che crea un piacevole riciclo d'aria, che però sarà chiamato aria sconsiderata, perché il rischio congestione è dietro l'angolo.

E tutto questo per che cosa? Ah sì, perché il tempo passa, e forse questa amorfità psicologica-intellettuale ti impedisce di concentrarti sulle cose, ma tu HA! riesci a risolvere la cosa con astuzia, usi la forza di volontà e ti imponi un obiettivo preciso, cosicchè tutta la tua amorfità viene chiusa in un collo di bottiglia e costretta in una forma unica. Che probabilmente ti starà sempre stretta, come il pongo con le formine, quando ne avanza sempre un po', però almeno ti rende presentabile. E allora devi scegliere fra le tue mille forme e deciderne una, e dire "OK", il lavoro andrà cercato lì.

Сюда колотушек.

Nel frattempo, tutti noi ci domandiamo quale essa sia, perché, cosa, come.

Questo per dire che no, se mi chiudo in qualche lavoro di merda non è stata una costrizione, ma forse me la sono cercata io, per restare fermo in un punto sicuro che non mi faccia traboccare.

E io non so più cosa sto dicendo.
Сюда колотушек.

venerdì 8 luglio 2016

Le ultime 48h, più altri racconti e una ventina di minuti extra.

Eeeeed ecco che un'altra volta ci si trova qui a scrivere qualche riga, così, mentre aspetti che passi il tempo, mentre la pizza lievita, mentre in realtà in forno non c'è un accidente ma la pizza la vuoi lo stesso, e ti rendi conto che devi comunque aspettare perché sono le sette, non si mangia mica a quest'ora, neanche al nord.

E quindi aspetti ancora qualche minuto, si faran le otto, le otto e qualche cosa, e si mangia; nel frattempo devi pur impiegare il tempo eh, in modo possibilmente originale. Ora però espandiamo questo concetto da "aspetto un'oretta" ad "aspetto settimane" e avremo il riassunto velocizzato di quanto mi accade nelle passate settimane, aspetto e aspetto e le cose son lì, stantie, come il Twinkie che un tizio in America - un docente universitario - ha lasciato per quasi 50 anni dentro una teca, una versione americana della Luisona di benniana memoria.

Però quel Twinkie - che c'entra il plumcake - è rimasto lì immobile, quando si suol dire il cibo sano, mentre le cose qui pian piano si sfaldano, o perlomeno ciò accade alla mia pazienza, ed io sono ancora qui che cerco di tenere i pezzi tutti assieme, mi metto una mano allo stomaco e tengo insieme le viscere, come i Plague Marines, come Kraven quando Venom lo pugnalava a sorpresa; è una metafora ma è bella lo stesso.

L'autoreferenzialità e il citazionismo esplodono, visioni febbrili delle ultime 48 ore di insonnia si mescolano e si confondono, l'orrore dilaga ed io ricollego quanto accaduto nelle ultime settimane, tutto insieme, capendo un terzo di quanto visto finora; e amici e conoscenti si sposano, e tu ti accorgi che non sei stato via da casa per qualche settimana, sei stato via quasi un anno, e mentre eri via dicevi "Vabbè quando torno ci sarà questa certezza ad attendermi", ma non è così, alcuni punti sono cambiati, e quello si sposa e a quell'altro nasce un figlio, io cambierò casa anche a Genova e presto la tratta Lambrate-Brignole potrebbe non essermi più così comoda, questo mentre io vedo che il mio ex-lavoro ora non è più ex solo per me, ma anche per tutti i miei ex-colleghi, e allora penso cos'ho perso ad interrompere prima? Forse niente, forse tutto, forse ho avuto un'intuizione - che mi renderebbe un genio - oppure una visione, pitica visione inascoltata.

E il tempo è passato ed io ero a Zocco, a suonare e a evocare i grandi antichi con la potenza della mia/nostra musica, che evoca portali ed apre dimensioni, e riscopro la dimensione della profonda solitudine ad essere andato lì da solo e nel contempo riscopro quella dei vecchi punk, della vecchia guardia di stronzi come me che la musica è prima di tutto, ma prima di tutto per davvero, non come le ragazzine che lo dicono bagnandosi sentendo Calcutta, ma per davvero, chi fa del disagio la sua scelta, felpa col cappuccio su, estetica del bianco e nero a tutti i costi, anfibi a luglio, ambiente monacale, ostello comune dormendo in dodici in una stanza, però poi la mattina doccia e caffè, maglietta pulita - ma comunque in bianco e nero - e torniamo alla vita di tutti i giorni, la parentesi del male finisce ma ci siamo divertiti lo stesso.


Quindi ritorno indietro, e questa volta sembra che sia veramente agli sgoccioli, fa caldo, è luglio carico e ci chiediamo che faremo nei prossimi giorni mesi anni secoli; si sbloccherà la situazione? Sapremo che fare? Chi può saperlo.

Però so per certo che queste settimane sono state intense, intense perché ho visto cose vecchie sparire e cose nuove tornare, cose varie variare e capire che, quando ricomincerà, ricomincerà diverso.

Come sempre sono il ragazzo nuovo.

giovedì 16 giugno 2016

Birre d'avanzo.

Ed insomma, bene o male dovrei averlo capito che a fare i conti in tasca all'oste finisce sempre male, così come finisce male a farli in tasca a un ligure o a uno scozzese. Ogni santa volta sei lì che ti sei fatto il tuo pianino, il tuo schemino, il tuo ragionamentino, e puntualmente c'è qualcosa che non va, non necessariamente l'imprevisto a sorpresa come nel Monopoli, ma anche semplicemente qualcosa che, pur positivo, modifica la situazione.

Che poi, va beh, sempre di imprevisti si tratta, siamo noi che siamo sintatticamente abituati a considerare il termine "imprevisto" come qualcosa di negativo, un po' come trovarsi Danny DeVito fuori la porta una sera d'inverno e tu non sai cosa offrirgli perché ti sei dimenticato di fare la spesa. Cose che succedono, insomma.

D'altronde, non è che, in barba alla legge di Murphy, tutto ciò che può andar male lo farà; spesso sarà così, ma non sempre. Esistono anche possibilità varie.

Morale della favola, pure io mi ero fatto di nuovo dei piani, avevo fatto conto di chiudere baracca e burattini a Milano, ed invece mi sento tanto tanto Nixon e continuo a dire "four more years", e rimango probabilmente ancora un po'. Non sappiamo ancora in che formule, in che termini, ma a questo punto cui prodest? A questo punto perché sforzarmi di pianificare strategie, se in questo esatto momento mi rilasso con dischi degli Iron Reagan, di hardcore varia (sempre anni '90, nel lato giusto, non nel lato Max Pezzali che tanti danni causò all'Occidente e tanti lutti addusse agli Achei) bevendo birra che a sua volta è frutto di un'errata valutazione, ovvero sia è un residuo di una serata che mi è rimasto nel frigo e che avevo pianificato già da tempo di far sparire?

E' una metafora del discorso: ti sei comprato due birre pensando di finirle, non le hai finite, pensi che non le finirai mai perché non ci saranno occasioni di finirle, le finisci a caso perché improvvisamente un'occasione si presenta, e ti chiedi chissà come mai proprio ora hai una birra, era proprio quel che ci serviva, eh che fortuna non averle finite prima. Forse c'era uno schema, forse Iddio ha un buffo senso dell'umorismo, forse Dio non sa veramente che accidenti fare da mane a sera e si diverte a cambiarti le carte in tavola. Sarebbe un ottimo giocatore di poker, se ci pensi. 


giovedì 9 giugno 2016

Appare uno sfidante.

Stasera non mi sono sentito bene.

Non sto a scendere nei dettagli, ma ho un gran sonno: l'insonnia mi colpisce nuovamente - a ciclo, com'è tipico - e adesso sono nella fase "non dormo" da domenica, più meno. Ma indipendentemente da questo ho avuto un incontro ravvicinato ed intenso con una stanza della mia casa, e dandovi un suggerimento vi dico che non si trattava nè della cucina, nè della sala, nè della stanza da letto o della dispensa. E che è una stanza piena di acqua. E non è la piscina.

Un po' allarmato da questo, decido di rilassarmi in poltrona, e aprire la mente, come al solito, per rilassarmi, metti mai che ci scappa una dormita, finalmente.

Chiudo gli occhi e li apro nei miei panorami personali della mente; sono sempre sulla medesima poltrona, con il solito bancale di marmo egizio - solite finezze. Davanti a me un gentiluomo in divisa medica, leggermente in disordine, forse è stanco, forse ha lavorato troppo; ha i capelli con uno pseudoriporto sulla destra, e sfoggia un paio di occhiali alla prima repubblica, di modello craxiano. Mi osserva, sfogliando carte. Ha un tesserino con scritto "Dr. West" sul camice; noto il dettaglio e mi rassicuro, avrebbe potuto essere il Dr. Moreau, per esempio.

"Buonasera"
"Buonasera a lei"
"Lei non sta molto bene eh, si lasci dire"

"Sì guardi l'ho notato... lei è il dottor West?"
"Sono io"
"Posso chiamarla Herbert? Herbie?"
"Preferisco Dr. West"


Ci rimango male, me lo facevo più gioviale. Sicuramente il Dr. Moreau era un tipo più alla mano.

"Capisco, allora vada per Dr. West"
"Non si prenda a male. Mi sono trovato qui, insieme a personaggi particolari, cercavo di distinguermi un po'"
"Scusi cosa intende con personaggi particolari?" - domando, con tono fantozziano.

Il Dr. West sospira. Poi posa le sue carte sul marmo e inizia a gesticolare lentamente.

"C'è... un uomo molto grasso, nei bagni qui intorno. Ha la faccia permanentemente nel lavandino, o nel water, e passa il suo tempo a vomitare, dire sciocchezze e sciacquarsi la faccia. A volte parla di alieni"
"Immagino stia parlando del sig. Welles"
"Non so chi sia"
"E' una brava persona, tanto tempo fa ha perso una scommessa, ora passa il suo tempo lì a bere e vomitare. Ammetto non sia una bella visione"
"Ecco. Poi c'è un francese, lì nell'altra stanza. Spesso delira, urla cose senza senso, altre volte si butta su una branda e continua a biascicare"
"Eh guardi quello è il dottor Bardamu. E' un bravo medico anche lui... ha... qualche problema"
"Non ho dubbi"


A questo punto West sospira, poi indica un punto indefinito dietro di me; mi volto, e vedo Holden su una poltrona. E' in boxer a cuoricini e ha il suo cappello da caccia. Mi fa un cenno, poi prende una birra da terra, vicino la poltrona, la stappa e la sorseggia. Quindi un altro cenno.


"Poi c'è quel ragazzino lì, lo vede. Uno che non definirei un buon esempio"
"Sì senta dr. West, ecco... Holden è un bravo ragazzo, è solo molto giovane"

"Non lo giustifichi... è suo parente?"
"Veramente no"
"E allora cosa ci fa qui?"
"La stessa cosa che ci fa lei dottore, rappresenta qualcosa di importante per me, qualcosa che non se ne può andare. Immagino che ora sia in mutande perché è già l'ora della stagione estiva"


"Plausibile. E io cosa rappresenterei, se posso chiedere...?"
"Guardi, le preannuncio che odio la formula di cortesia "Se posso chiedere", è una richiesta per farmi un'altra richiesta, un servilismo linguistico che odio"

"Allora le chiedo di dirmi cosa rappresento"
"Grazie, così va meglio"


Osservo West e medito. Prendo un secondo i suoi appunti e leggo la diagnosi. 

"Colon irritabile"


Fa piacere saperlo come sapere di stare perdendo i capelli. In effetti poi leggo nelle righe sotto che sto perdendo anche i capelli, e ci sono quindi una serie di scritte STRESS STRESS STRESS lunghe così, scritte a pennarellone rosso. La cosa non mi fa esattamente piacere.


"Dottor West..."
"Mi dica"
"Mi devo ricoverare?"



West mi osserva; si alza, va dietro il bancone di marmo egizio e si serve un Moscow Mule. Nel prepararlo, aggiunge un preparato verde fluo.


"Non faccia caso a me"

"Prego"
"E' che mi piace integrare i miei drink in modo importante"
"Sì certo la capisco"

West beve il suo intruglio.



"No, non deve ricoverarsi, direi. Deve solo piantarla, rilassarsi un po' direi, magari una vacanza"
"La fa facile lei"
"Sì ma il medico sono io"
"Ha ragione"
"Ecco. Una vacanzina, oppure un po' meno stress, magari meno cose da fare, si rilassi, non veda tutto come un capestro"
"Dottor West, lei è anche psicologo?"
"Non ancora"
"Capisco. Ha mai fatto fuggire dei piccioni spacciandosi per Freud?"

Mi osserva perplesso.



"Non...no, non ho idea di cosa stia dicendo"
"Lasci perdere. Evidentemente lei non ha mai piegato palloncini a formare il viso di uno psicologo per spaventare dei piccioni"
"Se lei lo ha fatto, ha problemi molto più gravi dello stress da ricerca lavoro, si lasci dire"
"E' una lunga storia. Sono un po' stressato per la mancanza di lavoro, la frustrazione, la sensazione che i giochi stiano finendo, insomma ha idea, no. Complessivamente sono infelice, mi sento chiuso a Milano a perdere tempo a vuoto, vorrei che la situazione finisse, o con un lavoro o con una netta chiusura per tornare indietro e ricominciare"
"La capisco. Una volta anche io avevo problemi con le persone legate al mio lavoro, come il rettore della mia università"
"Capisco. E lui che fine ha fatto?"
"L'hanno internato"



Annuisco lentamente, e osservo West. 

"La ringrazio, lei è stato illuminante"
"Di niente, si figuri"

martedì 24 maggio 2016

E' tutta colpa dei sandali.

E allora, l'altro giorno ero lì a prendere il caffè sul solito marmetto nero egizio - che ricordiamo è ormai segno di stile - io e Critone, come al solito. Io ho una elegante tazza in vetro piena di caffè turco, il fondino nero e denso che si deposita pian piano e rilascia la nera magia che risveglia gli adulti e manda ai pazzi i bambini (e non stiamo parlando di riti), mentre Critone sorseggia un bicchiere di qualcosa che non conosco, forse è cicuta, anzi penso lo sia.

C'è una bella giornata, fuori, ed anche dentro (la mia mente, si intende); il mondo sta avviandosi serenamente verso la seconda metà del duemila e sedici, dopo aver subito una serie di lutti musicali illustri, sempre più gravi, e riempendosi per contro di cialtroni come Calcutta, personaggi che fanno bagnare le mutande di file infinite di fighine hipster più o meno stagionate (dalle ventenni alle prequarantenni che vogliono ancora sentirsi giovani) con una proposta musicale riassumibile in "Guccini senza capacità musicali ma con più testi giovani", quelle cose che puoi sentire solo in locali alla moda, giovani e smart, cose tipo "L'officina della bagna cauda" o altri posti del genere, che si formano con un nome composto da "Sostantivo che indica qualcosa di retro e non relato" più "Sostantivo che indica un piatto tradizionale", ottenendo cose tipo "Carrozzeria vaccinara", "Dal boscaiolo trippa fritta", "Spritz e tubi di scarico" e altre amenità.

E in questo clima, Critone mi guarda e gira un dito - perché è taccagno e non vuole sprecare un cucchiaino - nella cicuta, per mescolare bene lo zucchero. Sappiamo tutti e due perché siamo qui, e non è una questione annosa di debiti di gioco ad alto interesse contratti con la polizia francese - quelle sono cose che riguardano Bardamu, recentemente elevato al rango interno di "Responsabile vita da cani e disadattamento sociale" in queste rubriche e nel mio cervello, a rappresentare quella sfaccettatura della mia personalità più antisociale e contraria alle regole, che tutti noi abbiamo e per la quale tutti noi ci sentiamo un misto di dei veri fighi e dei veri delinquenti, anche se spesso la nostra sbandierata antisocialità difficilmente si allontana dal furto di una busta di salame al supermercato.

Siamo qui perché è già da un po' che la situazione latita (come Bardamu, l'ultima volta l'hanno visto sul Brennero), il lavoro nicchia e, nicchiando, rende pesante la giornata. La giornata si incupisce, la mattina ti svegli e dici "Caspita" (in realtà ben peggio), e pensi, ogni giorno che passa senza novità, che la situazione sia destinata solo a peggiorare. Pian piano da questo iniziano a sgretolarsi le tue convinzioni, come i tubi della lavatrice senza il Calfort, e pian piano inizi ad avere dubbi, che spaziano dal chiedersi se si siano prese le decisioni giuste, come, quando, perché. Se forse non si sarebbe dovuto far altro, oppure in un altro modo. Il passo successivo è dubitare delle proprie capacità in generale, fino ai livelli turchi in cui ti avvolgi un lenzuolo sul capo, come una suora spagnola, e pensi di non poter fare più nulla, e cadi perciò in un tunnel di inedia, poca voglia di fare e scarsa igiene personale da cui è difficile uscire.

Più o meno.

La situazione può migliorare, ad esempio con l'ascolto di vecchi dischi di heavy metal italiano tardi anni ottanta, o di sigle di programmi tv ancora precedenti, purché rigorosamente cantate dalla Carrà, che a Critone piace tanto.

Insomma io e Critone ci guardiamo intensamente.


"E allora?"
"E allora cosa"


"E allora non dovresti dirmi qualcosa?"
"Mi si sta freddando il caffè Critone... penso a quello ora"
"E fai male. Se bevessi cicuta come me..."
"Sarei morto, Critone. Come saresti tu se non fossi un pupazzo pensato dalla mia mente"
"Queste non sono cose da dirsi, eh, uno ci rimane anche male, voglio dire, come ti sentiresti se ti dicessi che sei finto?"
"Come Amy Anderssen quando commentano le sue labbra e tutto il resto"
"Capisco... comunque continui a dovermi dire qualcosa"
"Cioè?"
"Dimmelo tu" - conclude secco, sorseggiando la sua maledetta cicuta.

Lo guardo, mi bevo un dito di caffè, poso la tazza sul marmetto nero. Per alcuni interminabili secondi, una goccia cola lungo la tazza. La osservo, con aria probabilmente colpevole, con l'aria di chi dovrebbe effettivamente parlare ma non parla. 

"E' che ammetto di essere confuso, capisci. La situazione stagna, e come sai quando stagna uno inizia a pensar male, ad aver dubbi su tutto, al punto che poi ti chiedi chiarimenti su qualsiasi cosa, anche se stai indossando le mutande dritte, figurati su dubbi esistenziali notevoli... Ora mi pongo domande su cosa fare, sull'età, la settimana prossima è pure il mio compleanno e io son qua, insomma sai come son ste cose, era così anche ai tempi tuoi quando ti chiedevi se Socrate avesse ragione o fosse un cretino coi sandaletti fru fru che parla parla ma poi niente... Mi stai ascoltando?"

Critone è morto.

Lo sapevo.

mercoledì 18 maggio 2016

Viva viva Bernacca.

Le eccellenze italiane sono quelle cose che, dicono giornali giornalisti economisti e semplici ladri, rappresentano il top dell'economia e della cultura italiana nel mondo, cosiddette anche "intelligenze in fuga", quando intendiamo non l'eccellenza teorica di un prodotto, bensì l'eccellenza di una persona, magari un laureato, che è costretto - o spinto - a doversi trasferire.

Per estensione, ed in senso perlopiù dispregiativo, salvo il vanto di taluni cialtroni, si parla di "eccellenza italiana" anche nel caso del vantarsi di caratteristiche ritenute comunemente tipiche dello stereotipo italiano, quali la furbizia, la lieve tendenza alla delinquenza, l'abitudine ad arrangiarsi e quant'altro. "The italian style" nelle rapine e nei vestiti di lusso, potremmo dire.

Eccellenza italiana, quindi, può considerarsi la capacità di qualcuno che è eccellente ed è anche italiano? Ad esempio io sono l'unico del mondo a sapermi mettere un'intera oliva nel naso (non è vero, è un esempio), e sono anche italiano, per cui l'eccellenza italiana è la capacità di mettersi le olive nel naso? Può essere.

In questo caso, l'eccellenza italiana potrebbe essere rappresentata da me che, ad esempio, sto scrivendo pur sostenendo una ragionevole conversazione telefonica in cuffia, senza fare figuracce, senza scrivere frescacce (ed altresì proponendovi - pensate! - un'elegante rima), e riuscendo a separare le conversazioni, quella scritta con voi e quella orale a telefono, senza far danni.

In realtà, questo è probabilmente dovuto al fatto che sul mio corpo i termogenici che ho ricominciato a prendere recentemente fanno l'effetto di una droga nootropa (ammesso e non concesso che non lo siano essi stessi in prima analisi), e quindi divento una specie di criceto sotto caffeina, cosa che mi fa anche quasi bene, via. Perlomeno lavoro meglio.

Tutto questo per dire che complessivamente la mia situazione umana ed esistenziale - questo post ha lo stesso effetto di un rapporto meteo del colonnello Bernacca - sta andando a rilento, ma bene. Un motore caldo, tiepidino forse, ma comunque un motore acceso, che macina e va, pian piano. La situazione un po' dovrà ingranare, il lavoro dovrà ripartire, le direzioni ci sono, le idee anche, la forza di fare le cose - il kerosene del nostro motore - c'è, nascosto in fondi segreti knoxiani a me solo conosciuti, che alimentano un sistema altrimenti creduto pigro e morto.


E in tutto questo, pian piano, mentre le situazioni si smuovono piano, Pangaea 90210, in un continuo alternarsi di speranza-delusione-nuova speranza-nuova delusione, nuovi, continui input creativi mi colpiscono, come nei miei periodi migliori di forma psicologica e mentale (da notare che tendenzialmente peggio mi vanno le cose meglio produco arte e limitrofi, più sono stressato più voglia di creare ho, segno questo che farebbe di me un'eccezionale crocerossina o uno stupendo masochista), cosa che forse, dietro al suggerimento dei buoni della storia, potrei decidermi finalmente ad incanalare in qualcosa di serio, ignorando il fatto che spesso i due terzi dei miei molti, troppi progetti rimangono in una forma di morula, abbandonati a metà nel mio cervello, in una stanza dove, attualmente, è Orson Welles a tenere le chiavi. 

Prima o poi gliele rubo, giuro.

giovedì 5 maggio 2016

Scusa come hai detto?

Ed allora, ho capito.

Ad un certo punto della vita - vorrei far notare come spessissimo i miei interventi inizino così - ti rendi conto che qualcosa deve cambiare, qualcosa non deve più essere com'era prima, come la traccia di CYB che hai sentito ininterrottamente negli ultimi dieci minuti, ma insomma è anche l'ora di cambiarla, perciò passeremo subito agli ascolti dei grandi successi di Cerrone.

Un nome una garanzia.

E mentre è ora Cerrone a spadroneggiare sulle nostre playlist, mentre il mood cambia e diventa una cosa fine e delicata - ma noi siamo cafoni peggiori dell'agente Manny Pardo, quindi ne siamo immuni, realizziamo tutti una cosa. Perlomeno la realizzo io. Realizzo che, forse sovraccaricato da litri e litri di tè verde - che favoriscono la vita e la salute ma causano nervosismo, talvolta è il momento di prorompere in sane, genuine, oneste invettive e scariche di bestemmie.

E siamo tutti qui, io, Welles, Holden, Bardamu, l'agente Pardo - che cazzo ci fa qui? - ed anche Todt, Gold, Osvaldo e tutti gli altri cialtroni che ho ospitato qui metaforicamente a rappresentare qualcosa o qualcuno, così, insieme a tanti altri personaggi, tipo Fausto Papetti, che beneomale è sempre lì che suona, anche lui poveretto non ha mai cambiato linea, non ha mai cambiato squadra, mica come il baffo dei Ricchi e Poveri che giusto stasera ha deciso di mollare, altro che Prince, questo è il vero disastro della musica nel 2016.

Ma il baffo ha deciso di mollare, ed io no, direi quasi che chi molla è simile alla figura che nel medioevo si dedicava alla decapitazione dei prigionieri, ma poi passerei per affiliato od affiliabile a movimenti politici dubbi e di destra italiani, quindi mi limiterò a dire che chi decide di arrendersi è un po' un fesso ecco. Mi controllo bene così, mi dicono dalla regia.

Un nome una garanzia.

Ma invece no, il baffo molla ed io rimango sulla posizione, sulle Ardenne sulla Senna su posizioni inventate chissà dove, e Bardamu è lì che ride e poi urla, dicendo che gli stanno sparando, Bardamu stai fermo sei solo al tiro a segno del parco giochi e niente anche oggi Bardamu è andato. Anche lui non ce l'ha fatta più, anche lui ha ceduto, come me al venerdì, che da qualche tempo mangio sempre, a pranzo, il panino con le aringhe e la cipolla crudi, come fanno in Olanda, che poi è quello a tenerli sempre attivi, altro che l'erba. L'erba, che termine triste, poi.

Un nome una garanzia.

Io erba non ne assumo, ma rimango comunque un tipo pacato, così pacato che finora ho covato un senso di rancore indistinto rispetto agli eventi del recente passato - vedi sotto - per i quali non mi sono ancora stati negati i diritti civili, anche se in giro vado a dire di essere in "pausa di stato", quell'elegante metafora che in altre situazioni (Topolino e i dialoghi della Banda Bassotti, quantomeno) indicherebbe il carcere. Sì insomma, il sole a scacchi, quello lì. Anche questa volta le parole sono importanti.

Un nome - inteso come parte della frase che costituisce spesso il soggetto - una garanzia.

Le parole sono importanti, ma le parole vanno dette. Ed io non le dico, paziento e porto avanti le cose con pazienza, senza preoccuparmi troppo delle cose; le cose brutte arrivano, mi feriscono - come tutti - mi fan star male, poi le ferite si chiudono, come dicono tante pagine motivazionali su Facebook, poi passano, e io son sempre qua. Poi magari mi trovano un proiettile nella spalla, come il buon vecchio Manfred Von Karma, ma che vuoi che sia, al massimo trilla al metal detector in aereoporto. E invece, come baffo, diversamente da Bardamu, come tanti altri, come me quando ho deciso di abbandonare la precedente marca di biscotti in favore di una nuova, è ora di cambiare. La linea della pace e della pazienza si sostituirà per ora a una volgare linea di infantile, sciocca, stupida rivalsa.

Ho sempre pensato che la rivalsa fosse qualcosa di insulso, di relegato la mondo delle beghe della piscinetta di sabbia dei giardini, cioè all'infanzia e a chi non è in grado di eliminare da sè i problemi, rimuovendoseli letteralmente di dosso. Ogni tanto dovrei ricordami che anche Sasha Nein aveva il cervello quadrato, ma era pazzo lo stesso. Vabbè, pazzo no, ma quasi.

Morale della favola, ho sempre ritenuto - dicevo - che fosse infantile prendersela. Arrabbiarsi. Vendicarsi. Però ora ne è successa una - ma una che ovviamente non dico per timore di ritorsioni e per scaramanzia - che mi porterà immediatamente sul binario della vendetta, Kharonte come si diceva, Doomtrain nella triste traduzione italiana. E basta, è stato sufficiente sapere, per un solo secondo, di avere la possibilità di vendicarmi col botto di uno sgarbo subito recentemente per far crollare tutto, baracca, burattini e buoni propositi (ormai ho realizzato alcune migliaia di chilometri di autostrada del Sole all'inferno coi miei buoni propositi), riportandomi al semplice, schietto e onesto desiderio di mandare al diavolo qualcuno, coi fiocchi.

Un nome una garanzia.

So che complessivamente non si è capito molto, ma la sovraccarica di the verde e di zerinol in questo momento causa anche questi effetti, scrivo frenetico come Burroughs (si scrive così? Non mi ricordo più) mentre finiva il Pasto Nudo, che all'improvviso finisce, così.

martedì 19 aprile 2016

Agente le GIURO...

Arriva la volante, nella forma di un'ora e dieci di batteria residua sul pc portatile, come secondo passeggero una connessione delicata e poco funzionale, e tutto questo perché sei su un autobus che percorri la Firenze Milano in quattro ore e passa, con un ritardo allucinante, e cerchi perciò di contrastare noia e sonno scrivendo qualcosina, ma sarà solo qualcosina perché più scrivi, più la volante si avvicina e sai che quando ti raggiungerà il divertimento sarà finito.

La volante dell'agente è la metafora di come la vita e le sue cose belle possano finire di colpo, quando qualcuno viene a metterti la paletta fra le scatole, o, nella peggiore delle ipotesi, anche in faccia. La volante mi insegue mentre scrivo, a ricordarmi che fra un po' non potrò più farlo, e devo affrettarmi misurando parole e contenuti sintatticoverbali perché sia tutto in quadro in tempo zero.

Ricapitolo la situazione con me stesso, mentre uno sfondo di pianura emiliana, o toscana, o già lombarda non saprei si dipana davanti a me, in un inseguimento del sole e del tramonto, verso Milano, che ha del romantico, o lo avrebbe, se la situazione non invitasse al pianto e allo stridore di denti. Il tempo passa ed è passato male, e l'idillio meneghino del lavoro e della casa s'è infranto, come quel cignetto di Swarowski che una volta mi ero comprato, come la statuina della Torre Eiffel in bronzo che feci rotolare sotto i piedi di zia Idea una quindicina di anni fa, facendola inciampare (la zia, non la torre), distruggendo la torre nel tentativo (zia Idea buonanima non era un peso piuma) e buscandomi qualche punizione che ora non ricordo nei dettagli.


Morale, sono senza lavoro. L'ho abbandonato, diciamolo con la serenità di un Eracle che torna dal fratello e dice "'scolta, il cinghiale Calidonio l'ho steso". Così, semplice, arrogante, fine, con la finezza di chi sa che ha ragione. Parlo sereno, dico le cose come stanno e non temo niente, sguardo fermo verso il sol dell'avvenir, una combinazione serena di buddità ingenua e autentica testa di fango, una crasi - non spiacevole - di aver reagito male ad una situazione già spiacevole, originata da che cosa? Fraintendimenti? Errori attitudinali? Combinazioni di entrambe?

Come tentare di allevare scimmie di mare in un acquario già abitato da piranhas: pessima idea, d'accordo, andarsela a cercare al cento per cento, stupido tu che provi, ma in effetti forse l'ambiente non era granché.


E dunque ora tutto quanto subisce nuovamente uno stop, il treno a vapore si ferma e il controllore ricomincia a chiedere i biglietti, e tutto a pochi metri dalla frontiera russa, a pochi metri dalla libertà, a pochi metri da che cosa? Ho creduto di poter vedere un progresso nel lavoro e nella persona (la mia), ma nessuna delle cose è stata attesa come si deve. Non solo, ho posto la mia fiducia - questa volta solo umana - nelle persone sbagliate, e lo dico così, passivo aggressivo e viscido come una rana freccia, ma meno allucinogeno. Passivo aggressivo e anche qui sbaglio attitudine, ma ti invito a ricontattarmi e a dirmene quattro. Scrivo una cattiva recensione del tuo ristorante senza dirtelo, magari tu la leggerai, ma ti sfido ad avere il coraggio di tornare a protestare, dopo che mi hai avvelenato. Io sono pavido e non ti parlo, ma anche tu non lo farai.

E la questione è risolta da gentiluomini: sir, you are being hunted. Non che mi interessi, passerò per giovane e coglione e probabilmente lo sono, ma d'altronde chi non lo è, chi non ha sbagliato all'inizio della sua carriera o della sua vita? Forse l'agente alla volante che si avvicina sempre più, ed intanto il panorama cambia e dai prati toscani passiamo alle distese di cemento dell'autostrada, alle piazzole affollate di camion e camionisti senza maglietta che, stanchi delle ore di guida, si rinfrescano come possono, facendo due chiacchiere col collega di baracchino.

E penso, santodio quante cose ho visto, e quante cose so. Ma ancora non sapevo di questo, molto bene, incarto e porto via, come il pesce di un noto poeta di qualche secolo fa, la vita continua e la vita ricomincia. Le difficoltà le dobbiamo rivedere tutte dall'inizio, NG++, come si suol dire, considerando di avere qualche briciola di risultato extra da poter mettere in elenco, e concentrando la mente su due punti: non perdere il poco che si è ottenuto, e tenere a mente gli obiettivi, forse ora più a fuoco che mai.

Dalla nave al treno, dal transatlantico lento e stabile che credevo di essere devo passare ad essere il treno a levitazione giapponese, rapido, secco, preciso, sul punto. Senza distrarmi, manteniamo la concentrazione e tutto si risolverà per il meglio.

Gentili signori, ricche signore, mani in alto, questa è una rapina: alzate le mani e nessuno si farà male.

Tranne, forse, la mia autostima, e la mia voglia di fare cose.


Ma paradossalmente ne ho più di prima di voglia di migliorare.

martedì 23 febbraio 2016

Il ragazzo nuovo ed altri racconti.

Beneomale, di tanto in tanto (mai) trovo il tempo di mettere due righe qua dentro, dove ormai regna una polvere e un abbandono degno dei capannoni fuori Cornigliano, l'unico posto in Italia dove, come si suol dire, non sai se la pensione la prenderai, ma di sicuro il cancro sì.

Questo anche perché beneomale ho semisostituito questo blog con un pezzo di carta, vecchia maniera, che tengo da circa tre mesi nella tasca del cappotto - ok, che sposto fra le tasche dei cappotti - aggiornandolo di volta in volta, di giorno in giorno, coi pochi pensieri e le poche riflessioni fra la sera, stanco dal lavoro, e il mattino, fresco e pieno di idee.

A qualcosa serve, almeno contribuisce alle necessità di sfogo e di scarico della mente che, in teoria, aveva e ha tuttora questo tot di pagine qui digitalizzate. Ovviamente diverse cose sfuggono, che le maglie della mente non sono fini come reti da pesca, e il misto letale di sonno, caffeina e nervoso che reggono insieme l'uomo occidentale certo non contribuisce a stringerle. Per cui le riflessioni più lunghe non sono rese in cartaceo, le cose più complesse non si vedono, e rimangono nel limbo della mente e del pensiero inespresso, andando a stratificarsi finchè, come adesso, l'urgenza di scrivere si sposa ad un orario disponibile o ad una fortuita coincidenza temporale-spaziotemporale, permettendomi alla fine della fiera di poter battere qualche minuto sulla tastiera.

Ricapitolando, il senso ultimo del messaggio di oggi è che capita sempre, a chiunque, e sicuramente a me, di dover essere, almeno una volta, il "ragazzo nuovo", in tutti i sensi. Sei quello nuovo. Sei quello appena arrivato in classe, in palestra, al club, nel negozio, sul lavoro, in casa coi coinquilini, e così via. Ogni volta che sei il ragazzo nuovo sei trattato molto bene o molto male, a seconda, e ogni volta che sei il ragazzo nuovo devi cercare di ammortizzare il fatto di esserlo appoggiandoti alle cose dove non sei il ragazzo nuovo, bensì l'habituè, e quindi ti consoli con quello.

Caso vuole che recentemente sia stato il ragazzo nuovo praticamente in tutto. Casa nuova, routine nuova, lavoro nuovo, ruoli nuovi, mansioni nuove, palestra nuova, ambiente nuovo. L'unica cosa rimasta vecchia sono i finesettimana "in casa da famiglia e amici", che beneomale sono gran scuse per tornare essenzialmente al nido non della mamma, ma della fidanzata di una vita che è sempre lì che ti aspetta, mentre tu di contro aspetti lei per tutta la settimana, facendoti forza pensandole. Facendoti forza perché inevitabilmente il lavoro nobilita, ma stanca anche, e lo stress contribuisce. E' chiaro che i veleni dell'ambiente lavorativo, siano essi il semplice stress così come i timori e le inevitabili difficoltà - la maggior parte delle quali non a favore della Juve (cit.) ma legate al fatto, guarda un po', di essere il ragazzo nuovo - portano a sopportare con pazienza, anche se uno vorrebbe sia fustigarsi per la propria incompetenza che mettersi a sbraitare contro il logorio della vita moderna (il Cynar purtroppo è finito, quasi quasi sabato vado in un qualche locale e chiedo se mi fanno lo spritz col Cynar come lo facevano a Padova che mi piaceva tanto). E mentre sopporti dici beh, fra un po' è venerdì e torno a casa.

Poi intanto il tempo passa, per colpa di chi chi chi chi, chicchicchircchì (cit.), e siamo già a marzo, terzo mesetto di fila di lavoro, quando siamo ad un passo dal dover tirare le prime somme per noi, iniziare a valutare il da farsi, ovvero tastare il terreno sul futuro e testare che aria tiri, ovvero iniziare a riconoscere che l'amore di cui sopra se ne va e molla il nido, e quindi tu nel finesettimana cosa fai amico lettore? Io me la squaglio e vado direttamente da lei, e non torno a casa, non ci torno più, giovane Holden che razionalizza i suoi risparmi e realizza che tutto il risparmio ed il guadagno del lavoro vengono riutilizzati, ed in prima analisi creati ab ovo, per ripartire al venerdì con una marcia in più e andare su e giù, come la nota canzone anni 90 di Billy More, e a casa non ci torno, perché ormai realizzo che i risparmi li ho, organizzarmi so organizzarmi, uno stipendio c'è, se voglio posso anche fare qualcosa.

Sono il ragazzo nuovo delle soddisfazioni personali, provo sensazioni mai provate, in primis l'autonomia e la semiindipendenza, che costa, costa cara al mio fegato e al nervoso, costa carissima all'ansia che vince sempre, costa come il caffè inglese, costa. Ma rende. I pensieri si dilatano a futuri lontanissimi accuratamente pianificati, mentre si restringono all'immediatezza di uscire dall'ufficio per tornare a casa di corsa a riposarsi un po', che quando desideri solo tornare per stirarti due camicie in pace santa e sperare di non avere inghippi allora ti rendi conto che sei veramente cresciuto e che il tempo passa, ma anche che fra poco, pochissimo i tuoi sogni di poco prima potranno diventare realtà, ed intanto Umberto Eco è morto ed anche David Bowie, ed io sono sempre qua che faccio ballare la scimmia mentre la zana dondola pian piano.

Rivedo ogni tanto facce antiche che non vedo da mesi od anni, individui che il social ed il post-social mi fanno mantenere in vita in formato .jpg, individui con cui il social ha solo la funzione di vetrina (intesa come il complemento d'arredo usualmente utilizzato per esporre le porcellane possedute dalle generazione precedenti o, nel caso di individui come me, per esporre i Mazinger ed i giocattoli della Takara da collezione), cioè ricordarti che esistono ad interazione zero. Li rivedo e vedo che stranamente non sono il solo ragazzo nuovo, ma che molti di loro sono la ragazza nuova il ragazzo nuovo quello lì quella là, iniziati a nuovi percorsi cultistici nel percorso dell'esistenza, abbracciando i loro sogni di una vita con la consapevolezza spaventevole che talvolta essi diventino parti di un incubo, che al di fuori della banalità metaforica con cui questo concetto si esprime, risulta comunque vero e reale, specie nel paese ("p" minuscola) povero di speranze e di denaro dove ci troviamo oggi, specie due volte per chi ha studiato delle cose e dovrà elemosinare perché ciò non sia sprecato, come a dire il danno oltre la beffa come il buio oltre la siepe.

E qui poi ci sono i jack-of-all-trades come me, che cercano di inventarsi qualcosa al di fuori di tutto, che tu sei bravo lo sappiamo, sei pazzo e non hai mai seguito un percorso, ed oggi siamo qui, bravi in tutto esperti di niente, che cerchiamo la stabilità, sebbene di recente una giovane psicologa abbia teorizzato l'esistenza di un nuovo tipo di intelligenza al riguardo, esperta di tante cose ma perfetta in nessuna, o qualcosa di simile. Che io queste cose di psicologia non le so, io bevo tè verde e Peroni al sabato (mai le due cose insieme), io vado a pugilato e abbandono le palestre storiche non gradendo l'idea di farmi insultare mentre faccio sport per divertirmi, io vado a fare la spesa e trovo sia una via di mezzo fra il sacrilegio e l'enorme concessione libertina il comprare qualcosa che esuli dalla stretta necessità e dalla strettissima abitudine, io che alla fine sono sempre il ragazzo nuovo di qualcosa, ogni giorno tutti i giorni, ventiquattro sette come i mercati moderni, aperti per tassisti, nottambuli e viaggiatori, in pratica tre categorie che mi rappresenterebbero in toto se solo avessi la patente e non avessi paura di guidare.

In pratica l'esistenza mi consuma ma io sono sempre qui che saltello coi demoni assiri (cit.), bevo Peroni (già detto mi sa) e proseguo il percorso che ho creato in mezzo a tutti gli altri, continuamente dimenticandomi chi ero prima, novello Nosferatu che, immortale, ritorna e cambia identità, con buona pace di Anne Rice che all'inizio dava personaggi e storie piacevoli, ma poi dopo un po' ha sbulaccato. E fra un po' il clima meneghino a cui mi sto abituando diventerà stretto, e la routine mi porterà nella capitale mondiale del Rinascimento Italiano ogni venerdì, sabato e domenica, fino a che non mi stuferò definitivamente del panettone e del Duomo per spostarmi in pianta stabile lì, in cerca di una nuova vita accanto a chi so io, a mangiare lampredotto e bestemmiare in dialetto.

E sarò ancora una volta il ragazzo nuovo, io penso.