mercoledì 5 agosto 2015

Vuotiamo il sacco. Addominale.

Diceva Confucio, uomo riconoscibile al mondo dalle folte sopracciglia, che anche le più importanti cazzate iniziano con un passo. O perlomeno, diceva qualcosa del genere, specie durante il suo tour mondiale "Filosofia orientale 101", la cui tappa più importante fu a Bogogno.

Ma d'altronde, a me Confucio non è mai piaciuto granchè, in quanto come tutti sanno io sono della scuola di Laozi e del Tao, quindi di cosa ragionasse un tizio con le sopracciglia così non è che me ne fregasse molto. Tuttavia, ad oggi mi rendo conto che forse, forse, forse potrei aver sbagliato; o perlomeno potrei aver potuto osare di più.

Ma in realtà questo non c'entra molto col senso del post di oggi, che vuole essere qualcosa di conciso ma anche di importante, come uno shottino, o un panzerottino fritto, avete presente l'articolo no?

Il senso di questo post è che io ho sempre avuto l'ansia di vomitare, e difatti ho vomitato tipo cinque volte nella vita; ho sempre preferito trattenermi, quando ce ne era bisogno (che so, mangiato pesante, mangiato troppo, colpi d'aria... alcolismo vario no, perché non ho mai bevuto così tanto in ventisette anni di onorata permanenza sul cosiddetto pianeta), resistendo fino all'inverosimile ed aspettando.

Difatti ci son sempre riuscito.

Allo stesso modo, ci sono delle cose che non ho mai fatto, non ho mai esternato, e non ho mai voluto tentare di dire, nemmeno di pensare, facendo finta di niente; conseguentemente non ho mai vomitato emozioni di sorta, cercando di far finta (scusate la ripetizione, ma sono un po' teso e mi fa anche male il gomito nello scrivere appoggiato al tavolo, anzi ora mi tiro su e scrivo da una posizione composta) che certi problemi nemmeno mi sfiorassero.

Ora come ora, anche se la mia Significante Altra - era tanto che aspettavate il ritorno di questo termine, lo so - disapproverebbe, perché direbbe che ho rotto l'anima e che penso sempre alle stesse cose eccetera eccetera, in realtà ve lo dico: mi sono proprio rotto i coglioni, come direbbe la buonanima di Roddy Pipers (o Piper?) nella sua interpretazione magistrale del tamarro di "Essi vivono". 

Mi sono rotto i coglioni, essenzialmente, e scusate la finezza, di essere preso per il naso; la questione è sempre quella, il lavoro, l'esistenza futura, l'indipendenza che non c'è, le difficoltà di raggiungere una posizione ragionevole per poter cominciare a costruire qualcosa. Molti sogni grandi e piccoli si sono infranti, ad un anno buono, quasi, dalla laurea; molte porte in faccia sono state sbattute, più o meno giustamente. Non sto a scendere nei dettagli, perché ormai li sapete; ma mi sono stufato di essere preso in giro, di elemosinare minuscoli contratti, stage, tirocinii e formazioni, tutto perché "con più formazione vai più lontano", "ci vuole il titolo", "la licenza", "l'attestato", "forse possiamo vedere ma non assumerla, al massimo qualche mese di tirocinio". 

Eh no.

Non sono persona da formalizzarmi, da pretendere lavori fotonici e ville di gran lusso perché "ho studiato"; pretendo solo un posticino, una casettina in periferia (cit.) con cui fare contenta la mia nonna (cit.) e basta. Senza vizi, lazzi; non ho il culto di me stesso al punto da esigere di essere il professore universitario che ho studiato per essere (scusate la forma circonvoluta). Come altri amici umanisti sono disposto a cambiare tutto, a rigiocarmi umilmente dall'inizio, ma fino a un certo punto; preso in giro, no.


Mi sono reso conto che il mitologico "estero", il fantomatico "fuori da questo paese" funziona veramente meglio; foss'anche per sentirsi rispondere "No, thanks", ho ricevuto più feedback con le poche ricerche di lavoro all'estero che con le decine in Italia. Perché? Non lo so.

Mi faccio erroneamente il sangue marcio, d'accordo, incaponendomi su cose assurde che mi capita di vedere, ma capitemi, penso al mio futuro; penso che a 27 anni, con poco o niente sul curriculum, vedo miriadi di posti che "non fanno per lei", dove qualificazioni e titoli, spesso inesistenti e inutili, vengono considerati essenziali; si è perso il senso "umano" del lavoro, rendendolo una gara di arrivismo fra poveri, mentre pochi privilegiati, mentendo o altro, arrivano in posizioni a loro non confacenti. Perché, non so manco questo.



Cosicchè uno dice: ma visto tutto, allora, perché non te ne sei andato?

Ed ecco il discorso del vomito di poc'anzi, non lo tiravo in ballo di certo per amore delle sostanze verdognole e putrescenti, altrimenti avrei parlato dei Grandi Antichi, vi pare.


Il vomito è quello che dovevo dire, che dovevo ammettere, che è una stupidata - e infatti come dice Confucio tutto inizia da lì. La stupidata è che ho paura, e paura di una cosa semplice e stupida.

Sono, come sanno tutti, un pazzo perfezionista. Ma sono anche un pazzo perfezionista represso, che è diventato tale a furia di sentirsi dire che faceva anguscia su tutti i fronti; non la voglio buttare sul patetico, è semplicemente così. E dagli oggi dagli domani, come si canterebbe su un'aria di stornello romanesco, alla fine m'è uscito il vizio di fare le cose o perfettamente - in modo da essere inattaccabile - o di non farle proprio; e ovviamente di gestirmi l'ansia e lo stress totale di sentirmi sempre, sempre al di sotto delle aspettative, in tutto.

Son problemi.

Seri.

Mi sono ripromesso di risolverli appena finirà questa maledetta estate torrida.

E la paura più puntuale, più ridicola, più stupida quale sarà mai, si domandano i miei piccoli lettori (cit.). Ebbene, è quella di non sapere l'inglese. Studio inglese dalla terza elementare, leggo e traduco a mente senza difficoltà, ma al momento di scrivere o parlare mi blocco (più scrivere a dir la verità); mi impanico, vado in confusione, cominciano a venirmi mille dubbi, mi chiedo se sto scrivendo (parlando) con le forme corrette o se sto facendo figure da cani, e quindi ogni volta mi blocco un po'. Per carità, nulla di letale, mi passa quasi subito, ma spesso mi scoraggio.


Ecco perché di fronte agli annunci di lavoro in lingua inglese mi immobilizzo; saprei cosa dire, come farlo, ma mentre inizio a farlo i dubbi mi assalgono, mi immagino di sentirmi dire "Dear Sir, you are an idiot, and you can not speak English for sure, as we can assume according to your letter here", e così via. E quindi ho sempre (per quest'anno) lasciato perdere.

Mi si dirà: ma è passato solo un anno, cosa pretendi? 

Ovvio, ne sono consapevole. Ma sono anche consapevole sia di essere stanco, sia del fatto che questa "demo" del mercato lavorativo italiano, per le persone come me, sia già eloquente. Lavorare nello studio, nella scuola, oggi, è difficilissimo; mi attenderebbero anni - e molti - di difficoltà economiche, cosiddetto precariato, per risultati vaghi, forse previsti, forse no, sempre con la valigia in mano dietro a regole e regolette. Per tacere del resto.



E allora dico, perché dovrei? Perché elemosinare "l'esperienza quinquennale come pelapatate" qui, quando posso provare ad essere "Junior qualcheccosa" in un altro paese, e procurarmi lì, con una vita diversa, suddetta esperienza?

Infatti ho deciso di fare cazzate e di lanciarmi, provandoci perlomeno.


Ho paurissima.

Il mio futuro è incerto, e le mie relazioni - la cosa più importante degli ultimi cento anni, che mi hanno dato quella stabilità e quel senso di famiglia che non ho e che cerco da sempre - sono perciò a rischio. Ma ho deciso di fidarmi di me stesso e degli altri e di provarci, perlomeno.

Perdiana.