sabato 21 febbraio 2015

Cinematiche dell'esistenza di un passante.

Un giorno improvvisamente ti svegli e ti dici "Ehi, dove diavolo sono?".


E magari sei a letto, dormendo pesantemente, e perciò stordito dal sonno; in capo a qualche minuto ti rinfreschi la memoria da solo, e ti ricordi dove sei, chi sei, che ore sono, cosa devi fare ora (a scelta, alzarti o tornare a dormire), cos'è successo ieri sera e così via. Incipit che può andare bene sia per un brutto film su notti incredibili insieme agli amici che finiscono in matrimoni a Las Vegas, sia per una mattina generica dopo aver lavorato sodo il giorno prima.


In ambedue i casi, hai quell'istante di stordimento, di "Cosa sta succedendo perdio". Poi appunto, a seconda, uno si sveglia e riparte bene, si snebbia la testa, gli passa quell'inafferrabile sensazione di essere ancora nel sogno, la logica riprende il sopravvento e ti ricorda che no, non stavi volando e non eri miliardario (o quelchelè), ti ricorda insomma che stavi sognando, che in realtà sei solo nel tuo letto e così via.


E la giornata ricomincia. A questo punto ci starebbe bene l'inquadratura della persona seduta a letto, che guarda verso la finestra da cui filtra una luce mattutina ancora vaga ed impalpabile, e inizia a pensare alla routine, alla quotidianità della vita, al ripetersi. Poi la persona si alza - come regista sono eccellente, Stanley non sei veramente nessuno - si prepara, si mette in ordine, esce, inizia la sua giornata. C'è sole, il nostro protagonista fantasma è baciato dal sole, oggi; inizia la sua giornata, dicevamo, e la ripete in modo uguale e diverso ai giorni precedenti, va al lavoro, oppure a studiare, oppure a picchiare passanti perché magari ha sentito troppo Ludovico Van ieri sera, ma il giro è bene o male sempre lo stesso.

Poi una mattina si sveglia dal torpore morfeico e non c'è sole, ma piove; oggi allora il pattern della giornata è quello della pioggia, con le stesse cose ma i vestiti da maltempo, con un giro diverso per muoversi in città perché piove.


Una marea di microscopiche giornate, la cui variazione è di mezzo punto percentuale ciascuna su una media di infiniti giorni; alzi la telecamera e le giornate diventano settimane, le settimane mesi e i mesi anni. E ti rendi conto che solo sulla lunghissimissima scala le cose hanno senso, probabilmente. Ricordarsi del gelato buonissimo che hai mangiato il quattro febbraio duemilatredici (caspita, il gelato a febbraio forse è impegnativo) è una cosa, ma ricordarsi che durante il febbraio duemilatredici stavi uscendo con una ragazza è un'altra cosa, ed ancora ricordarsi che nel duemilatredici ti sei fidanzato con una è una cosa terza.


Tutto questo per dire che, se ci si fa caso, rivedere le cose all'indietro diventa estremamente bello, dopo un po'; all journeys must come to an end, and when in the end, you can always look back and tell others what you've seen. Così, più meno, si trovava negli ultimi livelli di Antichamber.

Ed è vero.

Ma è vero anche che quando sei a una fine, c'è un inizio; il Tao lo dice e io lo ripeto alla buona, perché non sono così ganzo. Alla fine di un pezzo, che rivedo fino in fondo in tutte le sue caratteristiche, c'è un inizio di quello dopo; qui i pezzi sono finiti e li rivedo, rivedo oggi i frutti di tantissime altre cose. 

Apriamo una parentesi. Ancora.

Avete mai giocato a qualche trilogia di giochi? Intendo proprio a una serie di giochi dove ne troviamo almeno tre, con trama in comune. Potrei dire la stessa cosa coi film, ma non sarebbe proprio la medesima cosa.

Bene, immaginiamo una situazione del genere. Quando si incomincia un gioco, il primo di una serie, abbiamo magari un personaggio nuovo, un personaggio neutro. Finiamo il primo gioco, otteniamo tutti i bonus, i potenziamenti, tutto. Filmati finali. La fine è l'inizio, iniziamo il secondo titolo e zac, il protagonista è sempre all'inizio del gioco, ma ha tutto ciò che aveva nel primo gioco. I bonus, tutto; e ricominci, e così accadrà nella transazione fra secondo e terzo gioco. E fra un gioco e l'altro, in genere, c'è sempre il filmato riassuntivo del gioco prima; che riguardandolo ti dici "Ehi ma io ci ho messo giorni a finirlo, a giocare tutta questa roba, e tu me lo riassumi così in fretta?".

Ma sono sicuro di aver già fatto quest'esempio.

Ed è più meno questo che avviene anche nella vita. Dopo un po' chiudi qualcosa, un qualcosa che ti può sembrare lunghissimo e noiosissimo, se lo guardi minuto per minuto, come il tizio che si sveglia alla mattina dal sonno, oppure un riassunto veloce; e poi inizi un altro, sei sempre te coi bonus esperienza accumulati. Nuovi trucchi a vecchie rotelle (cit.), e ricicli le esperienze vecchie in un quadro nuovo, per accumulare altre esperienze, altri ricordi, altri pezzi di te medesimo che, alla fine, andranno a costruire un'identità, una figura unica, un personaggio a 360°, composto di cose positive e non, di esperienze di cui ti vergogni così come di cose di cui vai fierissimo, un set di cose con cui affronti o affronterai le novità della vita.

L'essenziale è ricordarsi di averle, e non buttarle via, mai; l'essenziale è anche continuare ad avere input e stimoli, ad averle, queste novità della vita, e cercarle sempre. A sessant'anni iniziare paracadutismo, a settanta a dipingere, ad ottanta magari scrivo un libro, e così via. 

Altrimenti cos'è un uomo, se non una ripetizione di noiosi schemi, comodi quanto ci aggrada, ma sicuramente molto più noiosi? Cos'è un uomo, se non ha la possibilità della scelta, come diceva Van Gogh (è vero)?

Questo per dire che, a fronte di un periodo vagamente fumoso, impegnativo col lavoro e tutto, l'idea di ricominciare tutto dall'inizio si fa forte. Ma si vedrà.