giovedì 15 gennaio 2015

Ho seriamente bisogno di una camomilla - o "cose personali numero uno".

E' una ridente mattina di sole, all'interno della mia mente; ho deciso di rinnovare i pavimenti, installando delle eleganti piastrelle nere, che sostituiscono il precedente parquet di faggio canadese alla Twin Peaks, preferendo la piastrella, che meglio si sposa con i marmi egizi del bar e del resto del locale, dà un tono di schiccheria, quel qualcosa al limite del kitsch che mi piace sempre tanto tanto. 

Non ci sono finestre, perché non ho pensato a metterne - siamo pursempre nell'ambiente onirico del mio cervello - e perciò decido che ci sia una brezzolina, tipo scena dei film americani in cui uno si risveglia felice nel suo appartamento alle prime luci dell'alba baciato dal sole e dalla brezzolina (appunto) delle prime ore del mattino, da una finestra lasciata sapientemente aperta, tanto siamo nei film e difficilmente entra una squadra di ladri a rubarti anche il gatto.

Detta brezzolina mi rinfresca, mi sveglia, e mi porta alla mente - cioè a dove mi trovo ora - ricordi sopiti, ricordi che non condivido con nessuna delle comparse che menziono di tanto in tanto in questi momenti di disagio e delirio onirico, perché sono tutte a farsi rinnovare il passaporto, anche Les Gold, che però tirerà sul prezzo.

E quindi mi rinfresco la memoria e penso, mentre di sottofondo si materializzano i Cypress Hill, penso e ripenso a quanto la mia infanzia, la mia prima gioventù, siano state un po' diverse, un po' così, un po' insolite. Risento Latin Thugs e piango, e penso che bene o male magari un Latin Thug non lo sono mai stato, ma andare con il proprio padre più spesso nei bar per camionisti che sulle giostre probabilmente qualcosa ti lascia. L'altro giorno ero di passaggio vicino a dove un tempo abitavo; dove mio padre lasciava il camion, oggi c'è un autolavaggio.

Mio padre lasciava sempre il camion lì. Era illegale, non poteva, non era un parcheggio idoneo, e lui soprattutto non poteva lasciarlo lì, avrebbe dovuto portarlo in rimessa, prendere il suo mezzo e tornare a casa. Ma non lo faceva, se ne fregava, perché diceva di non avere il tempo. Non aveva mai il tempo. Preferiva vedere la tv fino a tardi, a tardissimo, a orari che superavano di gran lunga l'una di notte; considerando che per ogni consegna avrebbe dovuto alzarsi intorno alle quattro, non ne esce un gran quadro. Però lo faceva, faceva sempre così, poi il venerdì e il sabato usciva per i fatti suoi e tanti saluti al secchio; i suoi colleghi giustamente gli ricordavano che, quantomeno, nel weekend sarebbe stata buona norma uscire con la famiglia, come facevano loro, mogli, figli se c'erano.

E invece niente.

Devo andare a ballare, diceva.

Devo avere i miei spazi, la mia gioventù, siete voi che siete dei vecchiardi, anzi, uscite con me.

Era l'unica cosa che si poteva fare, se si voleva stare assieme in qualche modo. Andare in balere latinoamericane dove i Latin Thugs c'erano per davvero; e d'altronde per me, quand'ero piccolo, "papà ti porta fuori" voleva dire "andiamo in un bar per camionisti e a tua mamma diciamo che siamo stati qua e là". Ovviamente io, povero pirla, e ingenuo, a mia mamma dicevo la verità, e così ovviamente poi le prendevo pure. Certe cose le conosco da un'eternità. L'egoismo, la furbizia, il manipolare le cose a proprio vantaggio; usciamo tutti assieme, diceva, andiamo di qua e di là, e poi putacaso ogni volta si incontrava l'amico, il vecchio amico, voi andate pure io rimango cinque minuti con questo a chiacchierare. E bam. Era chiaro come il sole che l'appuntamento con l'amico casuale era già determinato, e noi eravamo giusto la cosa veloce da smaltire, tanto voi a ballare mica ci venite.

Quando divenni grandicello, e i miei coetanei sedicidiciottenni uscivano a farsi canne e bere Bacardi Breezer ma belli carichi mi raccomando, io stavo in casa; per uscire avrei dovuto prima andare a ballare con mio padre, a fare l'idiota insieme a lui. Esci una volta con me, esci una volta tu. Uno e uno. Era un dispetto il suo, una cattiveria, sapeva che non volevo farlo e mi costringeva, per questo.

La furberia di farsi i propri piani e farli passare come pensieri gentili. Quando avevo la mia prima PSX, il furbone proponeva di andare nei negozi di giochi - e lo faceva - per comprare giochi; per lui, però. I suoi arrivavano, i miei no. Poi, oggi, nel duemila e quindici, quando ho ventisette anni, non frequento più mio padre circa da dieci, non lo vedo da circa tre e non ho idea nemmeno della sua esistenza (dove sia, se sia vivo, cosa faccia) da almeno un anno e mezzo, qualcuno mi domanda quali siano le cose che mi fanno soffrire e perché. La famiglia che non c'è e che vorrei, per esempio. I furbi che si fanno i loro piani e poi ti si presentano come amiconi che a te ci pensano. La gente che eh ma io ho la mia vita, non posso stare dietro a te, la gente che in qualche modo si ricorda solo quando fa comodo.

Tutto questo m'è venuto in mente, oggi, perché ad MMA abbiamo appreso che un colpo in basso, ad esempio un calcio, distrae l'avversario e gli farà incassare l'imminente colpo in alto. L'istruttore ci spiega che uno stimolo nervoso in basso copre quello in alto. Ma io lo sapevo già. Mio padre mi spiegò che dando una spallata a uno "per caso", potevi distrarlo abbastanza da dargli un colpo secco, dal basso in su, al portafogli, farglielo scattare fuori e prenderlo.

Poi mi chiedono perché di tante cose.

Ora ho seriamente bisogno di una camomilla.