martedì 29 dicembre 2015

Io dico che il 2015 è finito via.

Ah ma è già il ventinove di dicembre?


E io dove sono stato fino al ventinove di dicembre? Dov'ero, anziché fare il consueto post di tiraggio somme capodannesco-natalizio? Dov'ero, anziché a sfrangiare l'anima al prossimo, anziché a riflettere malinconicamente sui Natali passati e su come la mia vita cambi inesorabilmente, e sia cambiata ferocemente in questi circa tre anni di esistenza sul blog?

Probabilmente, stavo dormendo. Anche il mio oroscopo stilato da Paolo Fox - proprio lui - mi conferma che sono stanco, che ho sonno, che ho passato le vacanze dormendo. Cosa assolutamente vera, e quindi non ho avuto tempo di fare un accidente.


D'altronde mi accorgo che - ed è peraltro normale - il tempo comincia ad essermi nemico, come con Cher e come con tanta altra gente che invecchia; guardo le statistiche del blog e me ne accorgo, la metà dei post dell'anno scorso, dilazioni nel tempo sempre più lunghe, sette messaggeri dove siete che sto prendendo il vostro esempio (se non avete letto i Sette Messaggeri fatelo, è molto bello anche se un pochettino angosciante; il fatto che io l'abbia letto da ragazzino non mi ha minimamente influenzato).

Mi è nemico, e sta seguendo una generale tendenza che vedo in me da anni; il primo segnale, me ne sono accorto e non è una gag, è stato il mio progressivo abbandono delle console per videogiochi. Fino a qualche anno fa, compravo con puntualità giochi e cose varie, aggiornandomi, curando la mia biblioteca di titoli con passione. Poi mi trasferii a Padova, tre anni fa ormai, iniziando ad avere meno tempo per star dietro alla console: rientrando di rado, i miei ritorni a casa furono sempre più legati agli amici e meno allo "stare in casa a giocare un po'"; per giocare iniziai ad usare il pc, per compensare in un colpo solo il "mettermi al pc per fare cose e scrivere tesi" e "beh nelle pause gioco". Poi iniziai la mia parentesi sportiva, e quindi ne aumentai lo spessore, rendendo il tempo in casa sempre meno, e quando c'era diventava appunto davanti al pc, e ai giochi relativi.

E questo fu il primo segno, direi.

Ad oggi ho dei giochi comprati a marzo e lì da finire. Ed alcuni comprati anche prima. Un tempo giocavo e li disintegravo in poche settimane, finendo tutto ai massimi livelli; ora finisco i giochi velocemente e me ne vado, come un vecchio avventore di bordelli, possibilmente francesi, annoiato e frettoloso, metropolitano e cupo come solo Céline avrebbe potuto essere. 


Poi mi accorsi di un altro segno: uno dei miei progetti musicali, uno dei miei side project peraltro, inizia ad essere recensito bene e a farsi conoscere nell'ambiente; e realizzo di aver promesso agli altri membri del gruppo che "vi manderò qualcosa, dei sample", mesi e mesi fa, senza avere il tempo di fare una cippalippa. Fortunatamente abbiamo tutti tempi biblici. 

Priorità.


Priorità che si riscrivono di giorno in giorno, dividendo il mio tempo fra impegni impererogabili e non legati alla mia volontà, impegni impererogabili ed inevitabili, tipo mantenere relazioni umane e sociali con le persone a cui voglio bene e con la donna che amo - un tempo nota come "Significante altra" in queste pagine, ma a 27 anni, dopo quasi 10 di fidanzamento, ormai possiamo anche dire le cose come stanno - ed altre briciole di tempo da dedicare al resto.

Poi ora c'è il lavoro di mezzo, un lavoro che prende, entusiasma, sembra proporre orizzonti futuri in qualche modo, ma prosciuga energie e voglia di fare, almeno per adesso, poi domani si vedrà. Riorganizzare le priorità, ricostruire cose dove prima c'era qualcos'altro. La vita è fatta di Lego, lo dicevo tempo fa lo ripeto adesso, abbiamo relazioni di Lego, tempo di Lego, passioni di Lego, orari di Lego. Cambiano, li smontiamo e li rimontiamo in modo diverso, a volte con la paura di sbagliare, a volte toccandoli poco sempre per paura, altre volte ancora non tocchiamo niente e aspettiamo che crollino, o che qualcuno li cambi per noi.

Ed alla fine il 2015 è stato questo, è stato una sagra del Lego cercando di dare una direzione a tutte le cose, ed un senso a tante altre, come i vecchi dischi di Zucchero, che li risenti oggi dal 1999 e ti chiedi il perché ed il percome, specie delle velate metafore sessuali che all'epoca non capivi ed oggi le capisci, ridi e pensi che lui sia un furbastro. Anche a quelle bisognava dare un senso, ci son voluti sedici anni ma il senso è arrivato, ed anche qui ci son voluti dodici mesi ma il senso è arrivato.

Abbiamo capito che con i nostri studi non si lavora, ma che chiuderli del tutto non sarebbe stato bello, che offendersi col mondo accademico perché ci ha preso per il naso non è la risposta, e che fingersi degli ignoranti non serve; facciamo pace con noi stessi e ammettiamo che, seppure non vedremo mai una cattedra, nè vorremmo di fondo farlo, non per questo dobbiamo smettere di leggerci i libri di Massimo il Confessore. Abbiamo anche provato a riciclarci in mille professioni diverse, e, sempre come dicono gli ortodossi, ci voleva solo umiltà, per capire che la soluzione è a disposizione, che bisognava lavorare con quello che già c'era, senza andare troppo lontano.


Perlomeno per ora ha funzionato.


Chiudiamo il 2015 dopo tanti tentativi in tante direzioni, e tante novità; lo sport dà soddisfazioni, e chiudere l'anno in forma accettabile, con tanto desiderio di rimettersi in gara appena possibile per recuperare un dicembre di trasferte e di pigrizia, con la voglia di migliorare sempre più, è una cosa che mi rassicura, un modo di passare avanti tenendo qualcosa di vecchio, come sempre nuovi trucchi a vecchie rotelle. Chiudiamo con sempre meno parenti, con sempre più litigi e sempre più noia, entrando pian piano - anche se preferiremmo a gamba tesa come Panzerfaust dei Darkthrone - nel mondo del futuro in cui è tua mamma a venire a Natale a casa tua, in cui gli amici si sposano, prendono casa e fanno figli, mentre tu ti cerchi di rassicurare pensando che almeno sei ancora giovane e coglione, anche se giovane e coglione non sei, dato che i regali di Natale che fai si assottigliano per le spese della TASI, e le tue possibilità di scolarti una bottiglia intera di Mateus, come hai fatto solo pochi anni fa, sono ormai bassissime, se non a costo di atroci conseguenze. E' l'anno in cui ho suonato tre volte dal vivo di seguito, in cui dopo cinque anni di silenzio altri miei progetti musicali iniziano a rinascere, e quindi sì, tutto contribuisce all'impressione che la vita ricominci.


Chiudiamo con la sensazione di aver chiuso davvero qualcosa, dato che nel solo dicembre - o perlomeno via dalla fine autunno - le cose si sono susseguite velocemente, portandomi alla soglia del duemilaesedici, ventotto anni salve buongiorno, con le basi della Vita Nuova di dantesca memoria, un lavoro nuovo, una casa nuova in una città nuova, un nuovo, terribilmente spaventoso modo di dover gestire le relazioni con gli amici e, di nuovo, con la persona che amo, ed anche un nuovo bisogno di ricreare ciò che c'era prima - tipo giustappunto lo sport, e così via così discorrendo. 

Cosa accadrà da qui alle prossime ore? Tornerò a Milano stasera, festeggerò il capodanno, tornerò a casa. Poi tornerò a Milano.



Poi tornerò a casa.

Poi a Milano.

Come ha detto un mio amico, "ho svoltato", e come ha detto un altro "ci sono chilometri di strada percorsi che misurano quanto tu ami la tua vecchia vita e la tua vecchia casa".

Tanti auguri a tutti quelli che leggono, buon anno a voi. E' stato un anno difficile, è stato un anno bellissimo, è stato un anno duro. Grazie a tutti quelli che ci sono stati.

sabato 28 novembre 2015

Momento purmuà parte due.

Bon, complessivamente ci troviamo in una situazione per cui, alle quattordici circa di un qualsiasi sabato pomeriggio, oltre ad un clamoroso malditesta - dato dal fatto che ieri ho ecceduto decisamente negli alcolici concedendomi BEN due drink, cosa per me mitologica - abbiamo anche la libertà di poter scrivere qualche riga "per aggiornamenti".

In realtà, mi accorgo del fatto che questo blog ha perso lo smalto, se mai l'ha avuto, rispetto al passato, e che la stragrande maggioranza dei messaggi lasciati qui, ultimamente, aveva proprio il tiro del messaggio "di aggiornamento". Cosa questa di cui, nel mio piccolo, mi dispiaccio. Il blog voleva, e vuole a dir la verità, essere un crocevia di punti di vista, di questioni, di riflessioni sceme che uniscano quanto posso presentare di me, del me attuale, intendo, e dei me passati e futuri, presentando magari un buffo aneddoto e riflettendo, dicendo qualcosa, cercando di presentare, insomma, a chi legge, una visione insolita su qualche tema, su un argomento, su un sentimento umano o qualcosa del genere.

Invece, ammetto che ultimamente - e coi tempi biblici che mi contraddistinguono "ultimamente" significa "negli ultimi otto mesi almeno" - mi sono fatto prendere dallo sconforto, e perciò son caduto nella lamentela schietta, perlopiù su temi lavorativi. Se avessi mantenuto il tiro originale del blog, quando ho scritto "sconforto", qualche riga fa, avrei evidenziato che ricordo benissimo un Piero Angela che, in un suo noto programma televisivo di una ventina di anni fa sui dinosauri, nella terza puntata, dedicata a dinosauri volanti e subacquei, parlava con un "sè stesso" registrato, vestito in pieno stile esploratore coloniale, che parlava da un'immaginaria "macchina del tempo" di vittoriana memoria, e apprendeva, dal suo alter ego nel passato che avrebbe avuto il compito di mostrare i dinosauri, che il suo veicolo del tempo - un dirigibile mi pare - era equipaggiato "con ogni genere di conforto per... i momenti di sconforto", portando quindi la telecamera su un elegante tavolino merlettato e con bicchieri di alcolici vari.


Questo avrei detto, che mi ricordo ancora la frase esatta di un programma tv di quasi vent'anni fa, perché ho ancora conservate - pur non avendole mai usate - le videocassette dove l'avevo registrato, fatte con cura da mio nonno, dove solo su una, con grafia stentata e illeggibile (non molto diversa dall'attuale), avevo scritto cosa ci fosse dentro. Cari ricordi che porto ancora con me, vedi; avrei detto questo, non mi sarei lamentato del mio lavoro.

Ma nonostante io sembri una persona particolarmente imperturbabile, non lo sono, e i cattivi penzieri mi influenzano, a quanto pare parecchio; al punto da non solo di portarmi a scrivere rumenta per mesi, ma anche a scrivere, ora, bello felice bello yeah perché alla fine, dopo tanto penare, il lavoro è comparso. Potrei starne a parlare per ore, potrei riflettere - perlopiù a vuoto da solo - su questioni su "difficoltà di trovare", di "mercato difficile del lavoro", "opportunità dei giovani" ecc ecc. Su come "uno debba provare e cominciare" e così via.

Avrebbe senso. Ho le valigie mezzo fatte di là, e per un mesetto starò a Cologno, per poi spostarmi a Milano vera e propria e poi si vede, come si suol dire. Il lavoro inizierà e spero continuerà, e se non continuerà riproverò, almeno però da qualche parte avrò iniziato. Inizierò forte dei suggerimenti e degli "in bocca al lupo" di tante persone, dai semplici conoscenti agli amici più cari. Cosa questa che, non scontatamente, è importante, non soltanto per incoraggiarsi davanti a nuove sfide - il lavoro porta con sè inevitabilmente tante cose, l'abitare da soli eccetera eccetera, non ultima la lontananza dalle persone care, l'abbandonare le vecchie abitudini e così via, così discorrendo, ma anche per capire chi in qualche modo è gentile e disposto a starti vicino e chi, invece, essenzialmente se ne batte il culo.


Ed invece no, nisba, nemmeno una riga, continuo a sentirmi dei dischi di canzone napoletana e via, svolto il pomeriggio con quello e con partite su partite a TBOI, inveendo contro la difficoltà stellare. Fra l'altro, è quasi dicembre, perciò è quasi Natale, ed è quasi quel periodo d'oro dell'anno in cui divido tutto e faccio i conti dell'anno passato, vedendo com'è andata, come andrà, come non andrà.

Rendiamoci conto, la vera vera notizia non è il lavoro, è che si inizia ufficialmente a diventare grandi, a lasciare l'età dei ragazzi e della birretta il venerdì per quella del lavorare, del decidere cose, insomma quelle robe lì. Tipo decidere se i poster di Hotline Miami li appendo o no. Bella domanda eh.

venerdì 13 novembre 2015

Vivrà anche Mompracem, o almeno Carnate Usmate.

E niente, lo so che questo blog è qui che prende la polvere da un po', ma d'altronde ero via, avevo da fare. Mi sarebbe piaciuto dire "Oh gente ero in Bangladesh con i cari vecchi amici pirati malesi", ma malauguratamente non m'è andata così bene. Purtroppo al giorno d'oggi spacciarsi per una Tigre di Mompracem è piuttosto complesso, anche se ho pensato che potrei tatuarmi anche io "Mompracem" da qualche parte, che fa tendenza.

O magari va bene anche tatuarmi una cosa più alla mano, tipo una pentola di minestrone.

Comunque sia, non è che ci siano state molte novità degne di nota, ecco; ho come al solito più progetti che capelli, più idee che altro, e spesse volte debbo confrontarmi con la realtà, ovverosia quella combinazione di sfighe e fattori al di là del tuo controllo che infrangono puntualmente i tuoi progetti - specie lavorativi - e minano cose essenziali tipo autostima, voglia di vivere, capacità di resistere alla tentazione di comprare cinquecento chili di pizze dal panettiere. 

Con un po' di pazienza si fa tutto, comunque, e si resiste anche alla pizza, sebbene con fatica. Ne consegue che eccezionalmente non vi tedierò con le solite news lavorative, che tanto non ce ne sono, se non appunto che il carosello del "Oh che curriculum figo che ha lei, facci il primo colloquio facci", seguito da "Eh le facciamo sapere a breve", quindi attesa spasmodica di settimane che si conclude con "No ripensandoci lei fa un po' cagare". Carosello che s'è ripetuto ormai troppe volte, ma pazienza; diciamo che con la pazienza stiamo progressivamente capendo - in un trionfo di ottusità bovina e lobotomica - che ogni strategia sembra fallire, dovendoci ahimè piegare al brutto giro del "tirocinio semi pagato - stage - forse determinato - chi sa chi può saperlo". 

E quindi cambiamo per la miliardesima volta formula, io ho qui i poster di Hotline Miami da appendermi al muro della mia futura casa che non ho, poster che mi guardano e mi rimarcano "Ah-ah, volevi appenderci eh, e invece no". E quindi penso che mi conviene levarli dalle scatole, mettimai si impolverino.

E cos'è che stavo dicendo, comunque? Sì, che cincischio e perdo tempo, dico cose a caso, tipo avete notato che caldo c'è in questi giorni? Ora metto la tag "caldo bestia" al post, anche se non c'entra e oh, guardate lì, una farfalla.

No seriamente, mi distraggo per non pensarci; che poi, nel momento in cui mi concentro, mi vengono in mente cose utili, tipo che grazie alla mia ottima memoria mi son ricordato di non so quanti amici che, conosciuti quand'io ero giovane e bello mentre loro erano studenti avanzati, a fine università, ho visto sviluppare pian piano le loro vite. Tutto sommato è normale, ci vuole il tempo che ci vuole, come dice il mio macellaio, ma anche come dicono i guru taoisti.

Nel frattempo, io sono pieno di lividi da combattimento, non sembra ma sto migliorando.

Vedremo come andrà a finire.

giovedì 1 ottobre 2015

Bossoli sparsi, parte credo terza, se non è la terza vaffanculo, fate conto sia la terza.


Oh, che poi se non son io qua a postare non mi sta a sentire nessuno eh.

Vergogna.



Ah già ma aspetta, ora che ci penso sono l'unico che può scriverci sopra.

Allora aspetta, ricomincio di nuovo, aspetta aspetta.

* luci soffuse *

* luci accese di colpo, voce narrante *

"Ciao amici!"

E' meglio se mi presento così? Fa più scena? O forse debbo mettermi con un look elegante ma dimesso, tipo maglietta e giacca con toppe sotto i gomiti, seduto mezzo storto su uno sgabello alto da bar, con una gamba su e una poggiata a terra, leggermente curvo in avanti, sigarettina in mano, aria da tenente Colombo (vissuta), a mezzo con quel cialtrone di quel film per cialtroni che è il Grande Lebowski (universalmente acclamato come il manifesto dei falliti-vorrei-ma-non-posso che cercano scuse per coprire il loro evidente fallimento in almeno tre campi diversi dell'esistenza umana, fra cui il non aver finito Street Fighter con tutti i personaggi), insomma quella posa che assumono tutti gli stand-up comedian inglesi e la maggior parte degli attori falliti quando provano a riciclarsi.



Insomma avete capito il tipo di scena, no.

Ecco quella scena fa schifo, quindi dimenticatevela. Difficilmente assumerò questa posa, negli ambienti psicologici di questo blog, per dirvene quattro; immaginatevi piuttosto scenari psichedelici, come l'ingrandimento di un milione di volte delle pieghe della linea della vostra mano, come in Hallucinaut (è molto bello Hallucinaut, cercatevelo e date dei soldi a chi vuole realizzarlo, evitando così l'originarsi di abominii cinematografici tipo Elysium - e sì che lo stesso regista ha fatto anche cose carine tipo Chappie, ma sto divagando). Ecco, ora che avete pensato questo, immaginatevi me che gironzolo e parlo da solo, gesticolando, mentre vi racconto le ultime.

'Somma, sotto questo cielo colorato, mentre giriamo nelle suddette pieghe della mano, ve ne racconto una; non la barzelletta dell'uomo stitico, l'unica barzelletta decente che ricordi (me la insegnò il mio maestro di musica qualcosa come dodici anni fa e ancora me la ricordo, se vi capita di incontrarmi per strada chiedetemela che la racconto sempre volentieri), ma vi racconto le novità.



Son stato in silenzio per un bel po', lo ammetto. Principalmente ho speso il mio tempo giocando a Pokemon e cercando lavoro; le due cose richiedono, direi, lo stesso impegno. Anche perché completare un Pokedex di 700 e spiccioli Pokemon non è esattamente semplice. Nel frattempo ho accumulato una marea di lividi, molte botte, molto allenamento fisico, qualche briciola di risultato. E, vi dirò, mi sono demoralizzato, e parecchio; mi sono convinto di essermi circondato di tre categorie di persone, anzi, quattro. Sempre parlando di lavoro, intendo.

La prima, sono le persone che beneomale sono sistemate, ma passano il loro tempo, con mio grande disappunto, a lamentarsi della loro esistenza, di questo che non va, di quello e quell'altro. Trovo un atteggiamento del genere offensivo; specie perché c'è gente che, appunto, non ha niente o quasi, e farebbe carte false per avere la metà delle cose, delle risorse che altri hanno e buttano via. 

La seconda categoria sono gli infami e i bugiardi in genere. Gente che millanta, che ostenta, che fa e dice, ma alla fine vale poco o niente. I classici "Ah ma io", per capirci. Categoria che proprio merita zero. Gente che fa fotocopie in un ufficio col cappello da asino in testa, ma a te si vende come "risorsa indispensabile in uno staff tecnico e complesso"; ho conosciuto perfino persone che mi hanno venduto una professione alla stregua del lavoro manuale come "cosa che richiede competenze e professionalità". Vergognatevi, non dovete impressionare nessuno. Ci rivedremo fra vent'anni quando, camuffati da suore spagnole, vi presenterete da uno psicologo lamentando, con una vocina da corista bianco, di non poter più amoreggiare con vostra moglie, a seguito di una mortale riduzione delle dimensioni del vostro pene, già seccatosi parecchio quando avete ceduto al primo segno della morte sociale e del bisogno di accettazione pubblica, cioè l'acquisto di un SUV.



La terza categoria è il contrario della prima; persone che tutto sommato invidio, anime pie che semplicemente se ne fregano. Hanno poco o niente, ma hanno anche zero preoccupazioni. Quelle persone che del lavoro se ne impippano, lo cercano, lo cercheranno, con calma, senza fretta, quelli a cui la loro situazione non sta stretta, e che non han fretta. Bravi, un po' vi invidio dai.

La quarta son quelli che hanno avuto - di nuovo - più fortuna di me. Han scelto una carriera, l'han seguita, l'han trovata, gli è andata bene. 



Non sembra, ma a quasi trent'anni (dai, è vero, fuori scherzo), l'idea di "cavolo sono pentito di una scelta sbagliata" inizio a sentirla. Come forse sapete, io dò un forte peso al caso, alle cose che ti capitano fra capo e collo, e che, secondo me, hanno un significato. Giustappunto oggi per puro caso m'è capitato di trovarmi segnalato, su Facebook, il profilo di una persona che non aveva FB fino a ieri; puro caso, eh. Tanti amici comuni e quindi aggiungi tizio ai tuoi amici, dai. 

Ovviamente non l'ho fatto, non sono in ottimi rapporti con costui e la mia bacheca Facebook richiede la tessera del partito e la chiave magnetica di sicurezza livello quattro, quindi insomma. Però ciò non mi ha precluso dallo spiare la sua, di bacheca. Morale, lo vedo ora "School of Divinity, dottore ricercatore ad Edimburgo". 

E difatti penso: sono un po' pentito, forse, di non aver fatto anche io il dottorato, fuori dall'Italia. Dentro, si sa, è essenzialmente impossibile. E fuori, mi sono demoralizzato all'idea; ma è d'altronde anche inutile nascondersi dietro un dito: ci sono cose, qui, che mi trattengono, punto e basta. Il mio posto è qui, per questo non ho preso quell'autobus (cit.); quindi pentito sì, ma fino ad un certo punto. Razionalizzo la cosa, e realizzo che, beneomale, c'è anche una notevole componente di sfiga. Tendo a circondarmi anche di cialtroni che "Oh guardi lei è un figo, faccia questo e questo, io la supporto", per poi vedere sparire tutti. In primis, nel caso della mia carriera accademica, i miei professori; a poco mi servì sentirmi dire "Hai una carriera davanti perché sei bravissimo" se poi nessuno mi dà una manina.

Evidentemente, così bravo non sono. O forse boh, son sfortunato; è da vent'anni che la gente mi dà la metà delle istruzioni rispetto agli altri perché "tanto sei bravo". Ecco, sapete dove riporvi la mia bravura, diciamo. Va anche detto che io sono un gonzo e mi fido di tutti, quindi sono incline a farmi fregare da due belle parole (non vi dico quando devo comprare qualcosa, sono il cliente ideale, con un po' di fortuna potreste vendermi di tutto). Non gonzo come mio padre, a cui dissero - se non addirittura predisse l'oroscopo, non mi ricordo - che poteva avere fortuna fuori ed andò mesi e mesi in Venezuela a cercare fortuna, tornando più povero di prima e con un immigrato venezuelano nel taschino, che soggiornò da noi alcuni mesi prima di trovare lavoro. Poi in realtà costui era veramente un bravo ragazzo, ancora oggi a distanza di anni ci manda lettere e auguri natalizi.

Ma sto divagando, dov'ero rimasto? Fatemi riguardare la scaletta... allora, sparlare della gente ladra che mi circonda l'ho fatto, lamentarmi del fatto che forse ho sbagliato, anzi a logica ho sicuramente sbagliato, ma son contento lo stesso l'ho detto, che più?


Ah sì.


Qualche tempo fa, ho consultato un amico, uno serio, non un piscione. Bon morale della favola, costui mi ha fatto notare che, oggi, al netto della mia età, delle difficoltà del mondo del lavoro, della scuola, dell'istruzione, e di quello che voglio fare io, nella vita mia, forse la cosa è meno catastrofica di quanto creda. E forse lentamente qualche pietra s'è smossa, facendomi franare (amo le metafore geologiche) verso la direzione giusta, la direzione del fornello. Anche lì, non ci nascondiamo dietro un dito, volevo farlo prima che Cracco iniziasse a commerciare patatine di merda e che Montersino si guadagnasse spazi televisivi rubati, prima che un noto rugbista iniziasse a fare il lurido in tv, e credo anche prima che un noto tossico pubblicasse i suoi primi libri di cucina.

Insomma, pare che qualcosa mi abbia spinto, sorte, sfiga, caso, combinazioni di scelte giuste e sbagliate, in quella direzione, forse finora la più fruttuosa. Spero. E credo.

Vedremo come andrà a finire.

Ci tenevo a dirvelo.

Ora devo pensare a un problema più urgente, però. Sospetto di essermi rotto un dito del piede in combattimento, secondo voi mi devo ricoverare?

mercoledì 5 agosto 2015

Vuotiamo il sacco. Addominale.

Diceva Confucio, uomo riconoscibile al mondo dalle folte sopracciglia, che anche le più importanti cazzate iniziano con un passo. O perlomeno, diceva qualcosa del genere, specie durante il suo tour mondiale "Filosofia orientale 101", la cui tappa più importante fu a Bogogno.

Ma d'altronde, a me Confucio non è mai piaciuto granchè, in quanto come tutti sanno io sono della scuola di Laozi e del Tao, quindi di cosa ragionasse un tizio con le sopracciglia così non è che me ne fregasse molto. Tuttavia, ad oggi mi rendo conto che forse, forse, forse potrei aver sbagliato; o perlomeno potrei aver potuto osare di più.

Ma in realtà questo non c'entra molto col senso del post di oggi, che vuole essere qualcosa di conciso ma anche di importante, come uno shottino, o un panzerottino fritto, avete presente l'articolo no?

Il senso di questo post è che io ho sempre avuto l'ansia di vomitare, e difatti ho vomitato tipo cinque volte nella vita; ho sempre preferito trattenermi, quando ce ne era bisogno (che so, mangiato pesante, mangiato troppo, colpi d'aria... alcolismo vario no, perché non ho mai bevuto così tanto in ventisette anni di onorata permanenza sul cosiddetto pianeta), resistendo fino all'inverosimile ed aspettando.

Difatti ci son sempre riuscito.

Allo stesso modo, ci sono delle cose che non ho mai fatto, non ho mai esternato, e non ho mai voluto tentare di dire, nemmeno di pensare, facendo finta di niente; conseguentemente non ho mai vomitato emozioni di sorta, cercando di far finta (scusate la ripetizione, ma sono un po' teso e mi fa anche male il gomito nello scrivere appoggiato al tavolo, anzi ora mi tiro su e scrivo da una posizione composta) che certi problemi nemmeno mi sfiorassero.

Ora come ora, anche se la mia Significante Altra - era tanto che aspettavate il ritorno di questo termine, lo so - disapproverebbe, perché direbbe che ho rotto l'anima e che penso sempre alle stesse cose eccetera eccetera, in realtà ve lo dico: mi sono proprio rotto i coglioni, come direbbe la buonanima di Roddy Pipers (o Piper?) nella sua interpretazione magistrale del tamarro di "Essi vivono". 

Mi sono rotto i coglioni, essenzialmente, e scusate la finezza, di essere preso per il naso; la questione è sempre quella, il lavoro, l'esistenza futura, l'indipendenza che non c'è, le difficoltà di raggiungere una posizione ragionevole per poter cominciare a costruire qualcosa. Molti sogni grandi e piccoli si sono infranti, ad un anno buono, quasi, dalla laurea; molte porte in faccia sono state sbattute, più o meno giustamente. Non sto a scendere nei dettagli, perché ormai li sapete; ma mi sono stufato di essere preso in giro, di elemosinare minuscoli contratti, stage, tirocinii e formazioni, tutto perché "con più formazione vai più lontano", "ci vuole il titolo", "la licenza", "l'attestato", "forse possiamo vedere ma non assumerla, al massimo qualche mese di tirocinio". 

Eh no.

Non sono persona da formalizzarmi, da pretendere lavori fotonici e ville di gran lusso perché "ho studiato"; pretendo solo un posticino, una casettina in periferia (cit.) con cui fare contenta la mia nonna (cit.) e basta. Senza vizi, lazzi; non ho il culto di me stesso al punto da esigere di essere il professore universitario che ho studiato per essere (scusate la forma circonvoluta). Come altri amici umanisti sono disposto a cambiare tutto, a rigiocarmi umilmente dall'inizio, ma fino a un certo punto; preso in giro, no.


Mi sono reso conto che il mitologico "estero", il fantomatico "fuori da questo paese" funziona veramente meglio; foss'anche per sentirsi rispondere "No, thanks", ho ricevuto più feedback con le poche ricerche di lavoro all'estero che con le decine in Italia. Perché? Non lo so.

Mi faccio erroneamente il sangue marcio, d'accordo, incaponendomi su cose assurde che mi capita di vedere, ma capitemi, penso al mio futuro; penso che a 27 anni, con poco o niente sul curriculum, vedo miriadi di posti che "non fanno per lei", dove qualificazioni e titoli, spesso inesistenti e inutili, vengono considerati essenziali; si è perso il senso "umano" del lavoro, rendendolo una gara di arrivismo fra poveri, mentre pochi privilegiati, mentendo o altro, arrivano in posizioni a loro non confacenti. Perché, non so manco questo.



Cosicchè uno dice: ma visto tutto, allora, perché non te ne sei andato?

Ed ecco il discorso del vomito di poc'anzi, non lo tiravo in ballo di certo per amore delle sostanze verdognole e putrescenti, altrimenti avrei parlato dei Grandi Antichi, vi pare.


Il vomito è quello che dovevo dire, che dovevo ammettere, che è una stupidata - e infatti come dice Confucio tutto inizia da lì. La stupidata è che ho paura, e paura di una cosa semplice e stupida.

Sono, come sanno tutti, un pazzo perfezionista. Ma sono anche un pazzo perfezionista represso, che è diventato tale a furia di sentirsi dire che faceva anguscia su tutti i fronti; non la voglio buttare sul patetico, è semplicemente così. E dagli oggi dagli domani, come si canterebbe su un'aria di stornello romanesco, alla fine m'è uscito il vizio di fare le cose o perfettamente - in modo da essere inattaccabile - o di non farle proprio; e ovviamente di gestirmi l'ansia e lo stress totale di sentirmi sempre, sempre al di sotto delle aspettative, in tutto.

Son problemi.

Seri.

Mi sono ripromesso di risolverli appena finirà questa maledetta estate torrida.

E la paura più puntuale, più ridicola, più stupida quale sarà mai, si domandano i miei piccoli lettori (cit.). Ebbene, è quella di non sapere l'inglese. Studio inglese dalla terza elementare, leggo e traduco a mente senza difficoltà, ma al momento di scrivere o parlare mi blocco (più scrivere a dir la verità); mi impanico, vado in confusione, cominciano a venirmi mille dubbi, mi chiedo se sto scrivendo (parlando) con le forme corrette o se sto facendo figure da cani, e quindi ogni volta mi blocco un po'. Per carità, nulla di letale, mi passa quasi subito, ma spesso mi scoraggio.


Ecco perché di fronte agli annunci di lavoro in lingua inglese mi immobilizzo; saprei cosa dire, come farlo, ma mentre inizio a farlo i dubbi mi assalgono, mi immagino di sentirmi dire "Dear Sir, you are an idiot, and you can not speak English for sure, as we can assume according to your letter here", e così via. E quindi ho sempre (per quest'anno) lasciato perdere.

Mi si dirà: ma è passato solo un anno, cosa pretendi? 

Ovvio, ne sono consapevole. Ma sono anche consapevole sia di essere stanco, sia del fatto che questa "demo" del mercato lavorativo italiano, per le persone come me, sia già eloquente. Lavorare nello studio, nella scuola, oggi, è difficilissimo; mi attenderebbero anni - e molti - di difficoltà economiche, cosiddetto precariato, per risultati vaghi, forse previsti, forse no, sempre con la valigia in mano dietro a regole e regolette. Per tacere del resto.



E allora dico, perché dovrei? Perché elemosinare "l'esperienza quinquennale come pelapatate" qui, quando posso provare ad essere "Junior qualcheccosa" in un altro paese, e procurarmi lì, con una vita diversa, suddetta esperienza?

Infatti ho deciso di fare cazzate e di lanciarmi, provandoci perlomeno.


Ho paurissima.

Il mio futuro è incerto, e le mie relazioni - la cosa più importante degli ultimi cento anni, che mi hanno dato quella stabilità e quel senso di famiglia che non ho e che cerco da sempre - sono perciò a rischio. Ma ho deciso di fidarmi di me stesso e degli altri e di provarci, perlomeno.

Perdiana.

venerdì 24 luglio 2015

Dodici virgola sei centesimi di euri. E tenga il resto.

L'altro giorno mi trovavo a pensare - senza un preciso motivo, com'è giusto che sia - al fatto che la gente intorno a te è spesso veramente miserabile.

Miserabile nel senso che è attaccata al denaro, o meglio ancora, più che al denaro, a pochi soldi, a pochi centesimi. Gente che chiaramente valuta più il soldo della persona, direi. Gente che fa storie per uno-due euro risparmiati. Intendiamoci, è palese che non si sciali, non si debba scialare, e coi tempi che corrono anche un euro fa la differenza; ma è pursempre vero che cadere in scene di miseria assoluta, facendosi i conti con la calcolatricina di berlusconiana memoria per determinare esattamente quante frazioni di euro ci vengano indietro dai conti della spesa, o quanto sia in soldi il valore di una singola sigaretta che ti ho chiesto l'altro giorno, per poterteli far ridare, sfiora il ridicolo.

Uno poi finisce a non godersi più un gelato fuori perché magari costa due euro e sei disposto a spenderne solo uno e trenta, poi cosa fai, giri per mezza città finché non lo trovi? E magari ci sono anche i miserabili due punto zero, quelli che risparmiano due soldi, comprando cose da poco, e decantandone poi le incredibili qualità. Come a dire, ho comprato delle scarpe di cartone e si sono bucate subito, ma ti giuro che questi buchi sono di gran moda.

Anche sul mio miserabile pseudoposto di lavoro vedo continuamente "richieste di rimborso" per tre, quattro euro. Pena gli avvocati, pena cioè ricorrere a stipendi, parcelle, ricorsi atomici e costosissimi per tre maledetti euro, più ovviamente la soddisfazione di far causa e il "discorso di principio".

Mi domando dove sia finita la testa della gente.

Ed intanto nessuno pensa ai marò.

Nessuno pensa ai marò, o ai gattini, o a qualsiasi altro tormentone mediatico recente, tipo la giornalista di canale cinque beccata a gambe larghe ed in mutande, perché il tavolino è trasparente e l'han beccata con l'angolo giusto.

Nessuno pensa ai marò, ma ai tre euro di rimborso sì, e nessuno pensa a come le situazioni ci stiano sfuggendo di mano, anche quelle situazioniste di cui situazioneggiavo nei post precedenti, anche cioè quando facciamo finta di niente e canticchiamo vecchie canzoni dei CCCP per evidenziare velatamente che forse tanto bene non va, forse sarebbe salutare ridurre le pippate, ma forse tanto male non fa, cantava qualcuno, vedete voi chi.


Io lo so, perché sto attaccato ad internet come un disperato, mandando richieste di lavoro ovunque, stordito da più campane, novello Macbeth, ma anzichè una moglie rompicoglioni, ho diversi poli che mi urlano, a destra e a sinistra. Alcuni anche al centro. Alcuni che dicono che i giovani non vogliono i lavori umili, ma non è vero, giusto oggi mi son candidato per andare a fare il lavandaio in una lavanderia. Altri mi dicono che sono troppo figo, che devo studiare, proseguire e non sprecarmi. Ma stranamente anche lì non va, i dottorati boh, l'università boh, le scuole non mi richiamano. Mancanza di personale, o bisogno di titoli disumani, chissà quali. Ho letto di certificazioni di insegnante di italiano per stranieri, però non ufficiali eh, siamo noi tre-quattro enti che siamo d'accordo e diciamo in giro che sei ok, ma nulla di ufficiale, europeo italiano o cosa. 

Però intanto paghi.


Mafia dei titoli e pizzo delle certificazioni, bracciante qualificato cercasi, richiesto stiratore con esperienza e qualifica pluriennale, richiesto ingegnere gestionale per funzioni di segreteria, e tutti questi tre sono posti di lavoro che ho visto. Quindi forse non siamo solo noi giovani ad aspettare, a vivere nel limbo di lavori che non esistono, non vediamo e chissà quando vedremo, stabilizzandoci come e dove chi lo sa, cervelli e galline in fuga verso lidi dove magari la situazione migliore non è, ma almeno è meno stretta fra cavilli e patacche certificatorie che confermano che non sputi nel piatto dove cucini o che nei questionari, alla voce "nome", sai ancora scrivere "Antonio".

Perciò intanto io rimango qui, e mi consolo - fallimentariamente - leggendo le storie di altri disgraziati come me, di chi ha scelto di studiare qualcosa e oggi si morde le mani, vedendo il cognato idraulico sistemato con casa figli moglie famiglia e cane, mentre tu hai ottantanove anni e vivi da mamma.

Non mi consola un cavolo, in realtà. Non mi consola sapere di vivere in questo sistema infausto e peraltro circondato da miserabili, i quali volendo sono i prodotti miserabili di un sistema miserabile, ma lascio perdere perché se no poi la gente si innervosisce e urla inneggiando alle scie chimiche.

lunedì 22 giugno 2015

Depressione multilivello piramidale - detto anche schema Ponzi della depressione.

"Situazionismo" è quel momento in cui non sai precisamente cosa sta accadendo, ma stai usando parole a caso, come "situazionismo", per aprire l'intervento sul blog, che magari scrivendo "situazionismo" qualche scemo lo googla e trova il blog, magari si prende bene e rimane qui. Situazionismo è anche comunque dire qualcosa senza senso, dato che non esiste, ma esiste la situazione, costruita da noi a tavolino a fini artistici e politici.


Quindi se io improvviso, dicendo che ora piove sangue e io sono sul balcone a prendere il sole, ma la mia tintarella è rovinata, non solo commetto un errore a prendere il sole quando piove - e poi se piove sangue mi macchio - ma peggio che mai lo commetto perché io non ho un balcone. O meglio sì, ma è piccolo, il sole non lo prendi comodo.


Quindi ho creato una situazione, tutto sommato. E mentre prendo il sole e mi macchio - anche di ustioni solari - commento la situazione, e creo della situazione di situazione, che figata. Situazioneception. E Di Caprio continua a non prendere oscar, ci credo, i testi mica glieli scrivo io, che se glieli scrivessi io.

Ah, se glieli scrivessi io.

Avrebbe l'oscar assicurato. Ma le cose non stanno esattamente così, come penso mentre mi alzo dalla sdraio - voi il sole dove lo prendete? - e torno in cucina a prendere un caffè; in cucina c'è Ferdinand Bardamu che commenta la situazione, e fa del situazionesituazionesituazionisimo, siamo al terzo giro di situazione, ormai è un buco nero di eventi uno dentro l'altro, che potrà essere riassunto solo da una splash-page su due facciate che spieghi cosa sta succedendo mediante frecce.


Ma d'altronde le splash pages sono tristi, specie nei fumetti erotici, perché ti trovi magari la metà superiore del corpo su una metà della pagina e quella inferiore sull'altra, e se guardi una splash page per esempio sul tablet sei costretto a stare a mezzo schermo, e allora l'atavica scelta fra tette o culo prende una bruttissima piega, perché devi scegliere una metà secca, come il vecchio quesito "preferisci una sirena metà pesce sopra o sotto?", ma all'ennesima potenza.


Bardamu mi fa notare che sto diventando pazzo, io gli ricordo che lui è solo un personaggio di fantasia, e lui ribatte che, essendo parte di un romanzo parzialmente autobiografico, è più vero di altri, per esempio di Holden, che è lì a giocare a blackjack con lui, le palline del Nesquik Cereali come fiches. Ma Holden ribatte che hanno dato il suo nome alla scuola di Baricco, Bardamu ha mai avuto qualcosa intitolato a sè? Pare di no, quindi intasca e sei servito, e anzi ti metto anche 19 punti a blackjack, batti questo, francese di merda. Inghilterra-Francia uno a zero e palla al centro, ricomincia la diatriba fra le potenze d'Europa nella mia cucina fra la misantropia incarnata in un medico di guerra francese e il bisogno di fare casino di un adolescente disadattato. Col cappello da caccia.

Io apro il frigo e cerco un succo di mirtillo marca Rubicon, ma non ce ne sono, c'è solo una fondazza di prosecco aperto il giorno del mio compleanno - quasi un mese fa - che però è ancora buono, secondo me. Il fatto che poi io abbia i disturbi di Magellan e come lui sia spesso impegnato fuori dal lavoro non è collegato, direi. Insomma, ho i miei problemi, non posso mica ricollegare tutto.


Al tavolo, Bardamu rilancia, fa sedici e Holden lascia; ancora qualche mano e potrà permettersi di fare colazione con una quantità di Nesquik decente. Intanto lo guardo e gli rendo noto che se io scrivessi per bene, scrivendo magari sceneggiature per Di Caprio, sarei milionario, invece sono qui a fare la fame e a fare l'imbecille. 

E' una brutta situazione, situazionesituazionesituazionesituazioneception, quarto livello, coda, pelo rosso, occhiaie rosse, successivi alla trasformazione in gorilla dorato. Dopo, non è dato sapere. C'è chi ha raggiunto il successo con una serie a fumetti su alieni scimmieschi che fanno a botte, c'è chi è povero come me e rosica come un cane vedendo i risultati degli altri, e chiedendosi essenzialmente "Perché lui sì e io no", ma non con quella verve di chi non ha, e ha vissuto con la maglietta "Molassana tuning club" a rinfrescare motorini con vernici fluo fino a ieri, ma con la verve di Bardamu, che dopo averne viste di ogni, ed essersi spaccato il culo, ancora vede gli altri passargli avanti.


Apro Repubblica e leggo un servizio del cavolo, su una band di immigrati palestinesi o limitrofi che suona musica folk, che belle cose, quegli articoli per stimolare la prostata e il sollucchero di generazioni intere di figli di papà democristiani in denial, con la foto di Madre Teresa e di papa Karol vicino a quella di Vasco Rossi e Jovanotti - noti pederasti - quelle persone che hanno bisogno di farsi i selfies coi negri dalla pancia gonfia per dire "hanno mangiato riso dalle mie mani, ho fatto del bene", manco fossero dei cavalli o dei caprioli. Leggo questo servizio, che parla sicuramente di bravi ragazzi, ma che certo non dovrebbe riempire le pagine del mio giornale, e a chiosa leggo il nome dell'autore; se è la stessa persona - d'altronde si parla dell'edizione locale - è un altro di suddetti figli di papà, viscido ed ammanicato peraltro, e da sempre un inferiore, una persona brava a rubare il talento altrui ammanicandosi come, scusate la ripetizione, il peggior mafioso amico di tutti, pronto poi alla pugnalata alla schiena.

E' invidia? No, è odio, è disprezzo, come mi insegna Bardamu, per queste persone che vogliono trovare un modo di fregarti e basta. Se è lui, chi lo ha messo in Repubblica Genova a fare servizi di merda, immeritatamente? D'altronde l'albero di contenuti - che bella l'interculturalità espressa in modo inutile a colpi di trombette e musica folk - è il suo. Che orrore.

Chiudo il giornale, Holden ha perso di nuovo e litiga, convinto di aver perso perché il francese bara, ma quello inveisce e giura che non è così. Bestemmia. Bestemmio anche io, per disprezzo. Poi guardo verso le pareti della cucina, e vedo i cimeli di famiglia appesi, tipo il piatto di legno "Repubblica Argentina", e mi deprimo, precipitando in uno sconforto analogo a quello provato con la chiusura di Sarabanda condotto da Enrico Papi, oppure a quello della chiusura del negozio di caramelle sotto casa mia per un'erboresteria, trauma comparabile a poche cose e tuttora non del tutto superato. Devo ancora chiedere un risarcimento alla Provincia per aver concesso un simile scempio. 


Mi prende lo sconforto, e penso a mio zio, che si lanciò nell'imprenditoria in Grecia, gonfiando enormemente il suo successo per mascherare il fallimento clamoroso - l'eco del tonfo venne registrato da diversi sismografi - e penso che, perdìo, se mi dovessi vedere da fuori mi sputerei e mi direi sei un buffone come tuo zio, trovati un lavoro e smetti di gironzolare. Ma poiché mi vedo anche da dentro, grazie alle più moderne nanotecnologie, so in cuor mio che non è così, che mi sto impegnando a costruirmi una vita, ma che il mio copilota, che non è Niki Lauda ma il signor Murphy, me le manda tutte contro. E intanto sembra pure che gli altri - tipo questi pseudogiornalisti - mi passino avanti.

Bardamu mi guarda sconsolato e mi offre l'aperitivo. In casa mia, ma sempre l'aperitivo. Lui mi capisce, mi spiega che è una situazione complessa, ma che farà il possibile; e la situazione va al quinto livello e la realtà si piega, si apre un varco nel tempospazio e io guardo in una finestra nel nulla, se spio dentro si vede il me stesso di ieri notte da una parte, e il me stesso di qualche mese fa dall'altra. Sono uniti dall'invisibile filo dato dal chiedersi "chissà che fine ha fatto mio padre", solo che ieri sera mentre frugavo su internet per i fatti miei e per stalkerare la mia zia diciannovenne - non ho detto cugina, ho detto zia, è una lunga storia che vi spiegherò, agenti, ve lo giuro - ritrovo mio padre. Gioie e delizie della modernità, trovi tuo padre su Facebook, pelato, con un cane in foto (nel senso "insieme a un cane", non "con un cane al posto della foto"). E dici, caspita, che situazione complessa, in mezzo a queste grane lavorative e a incertezze atomiche che minano ogni tuo passo, trovi tuo padre a caso su Facebook - che cosa carina sapere che sei vivo e che non vivi sotto un ponte, dai - e contemporaneamente ti viene un po' da vomitare, perché ormai siamo arrivati al sesto livello e non credi più in niente, non hai più veramente un cazzo da dire.


E sembra che tutto, veramente tutto non quadri rispetto al modello su cui hai lavorato fino a poc'anzi, quasi a chiederti se tu non abbia sbagliato tutto ab ovo, a chiederti dove sia il problema, perché a questo punto non è statisticamente possibile che la sorte si accanisca - anche se un taglio con punti sotto un piede ed un dente rotto mangiando del mais nella stessa settimana parrebbero provare il contrario - in questa maniera contro di te, a questo punto è palese che il problema sei tu, e dunque è il caso di rivedere tutto dall'inizio per l'ennesima volta, ricominciare tutto da capo e rivedere le linee di codice, una ogni due per ogni elaboratore dello Stato. E' palese. E' palese anche che hai il people hangover, che non vuoi più vedere o sentire nessuno finché non ti arriverà una telefonata con "salve le offriremmo un lavoro" perché bene o male o ti vergogni o ti senti a disagio, o comunque ti senti disgraziato, più disgraziato di altri, anche ad essere compatito, anche a sentirti dire "poveraccio ti capisco", perché non vuoi la comprensione, in quanto la comprensione non ti fa sentire più tranquillo con te stesso, ti senti ancora clamorosamente scarso.

Mi rammarico di dover comunicare queste tristezze e tediare il prossimo, ma talvolta succede. E ritorno indietro di sei livelli, e piove sempre sangue, è l'ora di andare in palestra a fare a botte.

Bardamu è ancora lì.

giovedì 11 giugno 2015

L'estate sta iniziando, uffa.

Comunque sia, com'è come non è, mi son trovato fra capo e collo due cose: ad avere dei baffi, e l'estate in mezzo ai piedi. Ammetto che la prima me la sono andata cercando, ho visto su FB la foto di un amico che sfoggiava un taglio di capelli elegante, come il mio, con una bella barbetta curata e completa, baffo incluso, e ho deciso di provarci anche io, nonostante sembri Cesar Romero, quando faccio crescere il mustacchio.

E allora dico, li faccio anche io.

Poi il risultato mi soddisfa, sembro quasi una persona per bene - ho anche tagliato i capelli, sapete, un evento mitologico che in diverse culture segna la fine di alcune epoche e l'avvio di altre, esistono Upanisad minori che confermano come uno dei primi segnali del Kali Yuga sia questo - ma tenerli è veramente noioso, anche e soprattutto perché è estate, ti suda anche l'anima, figurati la faccia.

E allora mi dico, li taglio.

Ma non posso, ho un colloquio importante per il lavoro - che, pensa, sembra stia prendendo piede bene - fra una settimana, voglio avere un aspetto dignitoso, curato, serio e civile, non sembrare un parastatale in crisi. Che poi è una fuffa, sto bene anche senza baffi, ma ormai mi sono deciso così, e quando prendo una decisione, si sa, la prendo quarantacinque giorni prima e ce ne metto altrettanti a realizzarla, son come una grande nave da crociera, faccio tutto piano e avvio i motori pianiiiiiiiissimo, e mentre entro in porto in realtà sto già tornando indietro, che ho fatto già indietro tutta e arrivo di sola inerzia. Non si è capito niente, ma va bene lo stesso, sono un povero scemo, non Umberto Eco.

E allora diventiamo Umberto Eco, mi dico.

No, che è estate. Fa caldo per scrivere, mi si appiccicano le braccia al legno laccato della scrivania; e poi devo o dovrò lavorare a breve, penso, non ho tempo per farmi crescere ulteriormente la barba e diventare uno scrittore di qualità. Inoltre, l'estate comporta inevitabilmente una serie di cose, tipo giocare a Borderlands (o ad altri giochi con ambientazione semi desertica, per farmi star fresco), leggere Erodoto, lamentarmi del caldo, lamentarmi di dover andare al mare, lamentarmi (da un po' di tempo a questa parte) di non stare allenandomi, lamentarmi di tagli, ferite, slogature o mali random che mi capitano (generalmente andando al mare) e cose del genere.

E allora andiamo al mare a tagliarci.

Difatti è giusto successo, mi son tagliato dolorosamente il piede al primo giorno di mare della stagione. Come odio gli scogli. E sì che ero bendisposto, preso bene e tutto; ma come si suol dire, se il buongiorno si vede dal mattino, questa sarà una giornata da dimenticare. Pensavo anche che quest'estate, se Dio la manda, dovrei poter andare di nuovo al mare a casa di amici, dove mi piace tanto tanto. Non è che mi piaccia tanto tanto perché sei a casa di amici, o perché la località di mare sia particolarmente bella, o cosa; anche, naturalmente, ma non solo. Questo accade perché in casa di questi amici c'è una particolare combinazione di fattori che mi mette fortemente a mio agio; anzitutto, tutto procede lentamente. C'è il clima riposato dell'estate, ma qui ancora più potenziato dall'indole rilassata di detti amici.

"Andiamo al mare, stamattina?"
"Va bene... (pausa) ... facciamo colazione prima... poi ci prepariamo (pausa) ... e usciamo"

E la scena si prende i suoi bei 40 minuti. Che piacere, che rilassatezza. Arrivi al mare senza fretta, senza correre, senza sbracarti tirandoti in acqua urlando, anche perché non hai l'ansia del treno da riprendere per tornare in città, treno che inevitabilmente è croce e delizia del viaggiatore verso il mare; croce perché appunto devi prenderne uno per rientrare, di fatto dandoti un po' di fretta ed impedendoti di rilassarti appieno, delizia perché, per qualche motivo, sai di non poterti rilassare del tutto in quelle due-tre ore di mare che ci cavi, e allora quasi speri di poter tornare presto. Perlomeno per me è così.

E allora mi dico, è ora di rilassarsi.

E io per rilassarmi, siccome sono una nave ecc ecc, ci metto un giorno e mezzo, anche solo per staccare tutti i pensieri, tutto quanto. Per questo quando vado al mare lì mi rilasso. Sono lontano da tutto, lontano dalla città, dai soliti pensieri, dalle solite abitudini, anche solo che dal pc, e so che rimarrà così per qualche giorno; allora lentamente mi "spengo" e stacco tutto, mi rilasso sul serio nella lentezza che, ad alcuni, tanto schifa. Mi rilasso nell'alzarmi senza orario preciso, nell'andare al mare senza orario e senza fretta, tanto è lì e non scappa (qui in città alla fine anch'esso è figlio della fretta metropolitana moderna che, come dice il noto filosofo tedesco di origini coreane, non ci lascia tempo libero, ma solo pause nel lavoro), nell'andare a pranzo al bar con calma, prendendo una cosa qualsiasi senza preoccuparmi troppo nè del prezzo (per queste occasioni risparmio apposta prima) nè della quantità di unto e calorie introdotte, perché appunto sono lontano da tutti i pensieri, dieta e allenamento inclusi, nel tornare sotto l'ombrellone e dormire come un tronco (un paio di anni fa ricordo di aver passato larga parte delle giornate DORMENDO, letteralmente, recuperando eoni di sonno perduto), tornare a casa docciarsi cenare e uscire dopo cena di nuovo senza regole, esco passeggiando gironzolando, senza urgenza di divertirsi, senza dover incontrare tizio o caio in quel locale veloce se no cambiano posto, manco fossero animali selvatici da cacciare, senza dire ora devo bere, senza pensiero. E il giorno dopo ricominci.

E allora uno dice, sai che noia.

E sticazzi. Probabilmente per le persone come me, che sono più attive di uno scienziato Salarian, l'unico modo di rilassarsi davvero è chiudersi in queste bolle di assoluta, totale, devastante nullafacenza, pigrizia e lentezza; che poi io penso è appunto l'unico modo di rilassarsi davvero, senza la finzione del riposo dato dai ritmi moderni, che quasi ti scandiscono l'agenda in "lavoro 9-10; riposo 10-11", e allora il riposo dov'è? Il riposo è l'assenza di orario, nowadays.

E allora uno dice, questo che c'entra, eravamo partiti da tutt'altro.

Ma sì in effetti c'entra poco, è che in questi giorni le cose sembrano prendere una buona piega, ed io stesso mi sono dimenticato il mio stesso consiglio aureo, di non focalizzarsi sul singolo giorno di merda, ma sul periodo grande, per vedere che sì, ogni giorno c'è una sconfitta o qualcosa che non va, ma alla lunga sto vedendo le cose direzionarsi bene. La nave prende le misure ed entra in mare, anche se ogni ora scoppia un piccolo bullone qua e là o se urta qualcosa di piccolo in acqua. Ma intanto va, piano ma va.

martedì 12 maggio 2015

Maledetti poster.

Osservo davanti a me, e vedo un panorama nuovo, vedo grattacieli, cieli grattati da palazzi che ormai sono grigi di smog (i cieli, ma anche i palazzi), vedo luci, vedo il mare ricco di navi che riporta al continente, vedo milioni di persone stipate assieme, vedo Hong Kong, perla del mare orientale e meta di milioni di turisti, patria dei miei film preferiti a base di cinesi incazzati, mafia, triadi, draghi di giada o altri materiali preziosi, armi da fuoco e da taglio, tanta prostituzione, tanta droga e tanti ristoranti cinesi che fungono da copertura.

Poi abbasso lo sguardo, vedo lo zoccolo di legno del mio appartamento e ricordo che sto fissando un poster da almeno venti minuti. Come un coglione qualsiasi.

Poi mi ricordo che ho sognato Hong Kong per almeno due settimane, per quattordici brevissimi ma piacevoli giorni ho seriamente pianificato il mio futuro nel porto commerciale più mafioso della storia del cinema (avrete già capito che le mie conoscenze geografiche reali del mondo al di fuori di Torriglia - nota città nell'entroterra genovese - sono spesso falsate e/o immaginarie; d'altronde non verrete mica a dirmi che la terra è tonda). Questo per via di progetti fatti bene, male o medio, pensati bene, male o medio, e poi annullati. Manco per colpa mia, peraltro.

E quindi niente, ho ancora il sedere per terra qui, a casa mia, a scrivere frescacce sul blog; vabbè, su una sedia. Con un cuscino, mia mamma ne usa due ma ne levo sempre uno. Ma sto divagando, come spesso accade quando penso a Hong Kong, alla mafia eccetera eccetera.

Magari passava Yun Fat alla mia finestra.

No è improbabile in effetti.


Le finestre a HK sono in alto.


E quindi non mi rimane che continuare a riprovare; l'altro giorno - non meno di un mese fa, senso elastico del tempo - un'amica mi ha fatto notare che le sue peregrinazioni lavorative e dintorni sono finite nell'istante in cui ha smesso di cercare "ogni cosa" e si è focalizzata, decidendo bene il da farsi e concentrandosi lì. Com'è come non è, forse stavolta m'è andata, con un nuovo progetto - malauguratamente non coinvolgente le triadi e i ristoranti cinesi - che sembra poter funzionare. Se funziona non mi sarò sistemato per la vita, ma almeno avrò qualcosa da fare.

Sono propositivo, una volta tanto.

Per il resto tutto bene dai.

Magari a luglio vado a vedere gli Antwoord e mi imbarco clandestinamente sul loro aereo per rifarmi una vita come boero in Sudafrica.

domenica 26 aprile 2015

L'organizzazione Filini dell'esistenza.

Allora, comunque, ci siamo io, il ragionier Filini e un paio di passanti con le sembianze di Yves de Ruyter (sono uguali). Filini è lì, con un blocco di cartacce in mano, tutte timbrate "Un'organizzazione: FILINI"; ovviamente s'è capito che il noto ragioniere è in questo momento rappresentativo delle cose da fare.

Che come al solito sono troppe.

I due passanti invece no, loro sono solo simpatici, passavano di lì e allora ho pensato di includerli un momento. Insomma, va a finire che sono qui con i miei pensieri e con le mie cose da fare, mentre ho in testa, oltre a queste visioni, anche i primi dischi di Grace Jones, che fanno da buon sottofondo. Prendo un foglietto a caso dalle mani di Filini, sono principalmente preoccupazioni lavorative, pratiche, norme, cose da fare e da vedere.

Appallottolo la cartaccia e la butto via; inizio a gironzolare negli spazi sterminati che mi concedo come sfondo in questi momenti di visione-delirio, novello Thurkill (ma anche San Patrizio, Carlo il Grosso, eccetera eccetera), e calcio la pallina di carta qua e là. Filini mi segue, i due disgraziati rimangono lì e fanno serbian squat, prendendo due birre tirate fuori da chissà dove, di quelle in bottiglia di plastica, due euro due litri, come le avevo trovate solo in un supermercato a Padova.


"Non facci così" - mi dice Filini - "Ho scritto con cura le cose che devi fare, vede, qui... e.... qui ecco, vede, ricerca di lavoro.... ecco qua c'è scritto bene... un'organizzazione Filini!".

Riprendo la cartaccia, la rispiego e la rimetto nella pila di Filini. In questo periodo, s'è notato dalle clamorose assenze su questo sito di cavolo dove non scrivo da una vita, ho avuto, come al solito, da fare. Ne risento, eh, di questo; dovrei scrivere più spesso, ed anzi l'altra notte pensavo che potrei provare a darmi delle scadenze regolari, tipo tutti i venerdì, o quel che è.

Tantopiù che il venerdì esco sempre meno, come il mostro di Loch Ness; e alla fine son contento così, eh. Solito drill che va avanti da qualche mese, siamo diventati trentenni, meno voglia di fare sempre le stesse cose, meno voglia di vedere le stesse facce di bratta, meno voglia di girare negli stessi locali, ancor meno di doversi deflagrare fino alle tre di mattino per poi essere larve al sabato o alla domenica mattina. Più il lavoro, la stanchezza, quelle cose lì; come dicevo qualche giorno fa ad un'amica, ormai le cinque le faccio solo se ci sono i Venom di mezzo, se no tutti a casa presto a leggere "Le meraviglie del Duemila" (sono un uomo molto moderno nelle mie letture).

Poi per il resto in realtà la vita va com'è sempre andata, sei nodi e piccolo vapore, con i piccoli progressi di ogni santo giorno mescolati in mezzo a tante altre cose che non contano. I progetti si accalcano, e difatti Filini è pieno di fogli e foglietti, le idee anche, e cerco di tenermi occupato mentalmente nell'attesa che scadenze e date si sistemino e prendano una piega ordinata. Se poi dovesse andare tutto male, riproveremo ancora; con un occhio critico la situazione non è grave, con un occhio più teso ovviamente vedo solo un'assenza di progressi sostanziali. Dovrei un attimo liberarmi di questa concezione, penso, e ricominciare a vedere le cose più in piccolo; intendo dire che non ha senso lamentarsi di non avere "grossi cambi", specialmente perché i grossi cambi di colpo non avvengono quasi mai, ma avvengono quasi sempre pian piano piccole modifiche. Il trucco sta nel notarle e sapersi accontentare.

E difatti è un po' quello che sto cercando di fare... meno pretese, meno ancora di prima, meno caffè, meno ansia (altra cosa da eliminare, ci sto lavorando), più rinfresco alle pareti e alle cose nuove; sto anche cercando di uscire con gente nuova, per capirci, di cambiare un po' giro e di fare pulizia nelle cose vecchie. E con questo intendo di eliminare dal circuito quelle persone che, per un qualche motivo, avrebbero anche un po' rotto l'anima; non perché, ma semplicemente perché dopo un po' ti rendi conto - parafrasando un altro amico - che a questo punto non abbiamo più tempo da dedicare alle perdite di tempo. Per cui non si può più stare dietro a cose che ci fan venire il magone, a discorsi, storielle, balle, fuffe e paranoie del prossimo; abbiamo trent'anni, posso darvi una mano a risolvere i vostri problemi, ma aiutatevi anche da soli. Dopo un certo punto anche io debbo pensare a me stesso e lasciare perdere il resto.


Semplicemente perché non ha senso stare a preoccuparsi, farsi venire ansie e problemi per cercare di capire o di recuperare quello che comprensibile o recuperabile non è. Tutto lì. Metti di avere un amico alcolista; un po' cerchi di farlo smettere, ma poi se vedi che questo continua a bere e se ne frega, non puoi rovinarti a tua volta il fegato in eterno preoccupandoti, ci riprovi finché vedi che serve, altrimenti lo lasci lì. Lo affidi a qualcun altro che magari sappia far meglio il lavoro.

E così via, così discorrendo.

Abbandoni le missioni impossibili per dedicarti a quelle più piccole. Ridimensioni certi tratti della tua esistenza per concentrarti su quelli più urgenti; la cosa implica cambiamento, cambi di prospettiva, di vita. Bello magari non è, ma è come mettersi a dieta, un sacrificio noioso che ti farà stare meglio.

Il miele sull'orlo del bicchiere (cit.).

sabato 21 febbraio 2015

Cinematiche dell'esistenza di un passante.

Un giorno improvvisamente ti svegli e ti dici "Ehi, dove diavolo sono?".


E magari sei a letto, dormendo pesantemente, e perciò stordito dal sonno; in capo a qualche minuto ti rinfreschi la memoria da solo, e ti ricordi dove sei, chi sei, che ore sono, cosa devi fare ora (a scelta, alzarti o tornare a dormire), cos'è successo ieri sera e così via. Incipit che può andare bene sia per un brutto film su notti incredibili insieme agli amici che finiscono in matrimoni a Las Vegas, sia per una mattina generica dopo aver lavorato sodo il giorno prima.


In ambedue i casi, hai quell'istante di stordimento, di "Cosa sta succedendo perdio". Poi appunto, a seconda, uno si sveglia e riparte bene, si snebbia la testa, gli passa quell'inafferrabile sensazione di essere ancora nel sogno, la logica riprende il sopravvento e ti ricorda che no, non stavi volando e non eri miliardario (o quelchelè), ti ricorda insomma che stavi sognando, che in realtà sei solo nel tuo letto e così via.


E la giornata ricomincia. A questo punto ci starebbe bene l'inquadratura della persona seduta a letto, che guarda verso la finestra da cui filtra una luce mattutina ancora vaga ed impalpabile, e inizia a pensare alla routine, alla quotidianità della vita, al ripetersi. Poi la persona si alza - come regista sono eccellente, Stanley non sei veramente nessuno - si prepara, si mette in ordine, esce, inizia la sua giornata. C'è sole, il nostro protagonista fantasma è baciato dal sole, oggi; inizia la sua giornata, dicevamo, e la ripete in modo uguale e diverso ai giorni precedenti, va al lavoro, oppure a studiare, oppure a picchiare passanti perché magari ha sentito troppo Ludovico Van ieri sera, ma il giro è bene o male sempre lo stesso.

Poi una mattina si sveglia dal torpore morfeico e non c'è sole, ma piove; oggi allora il pattern della giornata è quello della pioggia, con le stesse cose ma i vestiti da maltempo, con un giro diverso per muoversi in città perché piove.


Una marea di microscopiche giornate, la cui variazione è di mezzo punto percentuale ciascuna su una media di infiniti giorni; alzi la telecamera e le giornate diventano settimane, le settimane mesi e i mesi anni. E ti rendi conto che solo sulla lunghissimissima scala le cose hanno senso, probabilmente. Ricordarsi del gelato buonissimo che hai mangiato il quattro febbraio duemilatredici (caspita, il gelato a febbraio forse è impegnativo) è una cosa, ma ricordarsi che durante il febbraio duemilatredici stavi uscendo con una ragazza è un'altra cosa, ed ancora ricordarsi che nel duemilatredici ti sei fidanzato con una è una cosa terza.


Tutto questo per dire che, se ci si fa caso, rivedere le cose all'indietro diventa estremamente bello, dopo un po'; all journeys must come to an end, and when in the end, you can always look back and tell others what you've seen. Così, più meno, si trovava negli ultimi livelli di Antichamber.

Ed è vero.

Ma è vero anche che quando sei a una fine, c'è un inizio; il Tao lo dice e io lo ripeto alla buona, perché non sono così ganzo. Alla fine di un pezzo, che rivedo fino in fondo in tutte le sue caratteristiche, c'è un inizio di quello dopo; qui i pezzi sono finiti e li rivedo, rivedo oggi i frutti di tantissime altre cose. 

Apriamo una parentesi. Ancora.

Avete mai giocato a qualche trilogia di giochi? Intendo proprio a una serie di giochi dove ne troviamo almeno tre, con trama in comune. Potrei dire la stessa cosa coi film, ma non sarebbe proprio la medesima cosa.

Bene, immaginiamo una situazione del genere. Quando si incomincia un gioco, il primo di una serie, abbiamo magari un personaggio nuovo, un personaggio neutro. Finiamo il primo gioco, otteniamo tutti i bonus, i potenziamenti, tutto. Filmati finali. La fine è l'inizio, iniziamo il secondo titolo e zac, il protagonista è sempre all'inizio del gioco, ma ha tutto ciò che aveva nel primo gioco. I bonus, tutto; e ricominci, e così accadrà nella transazione fra secondo e terzo gioco. E fra un gioco e l'altro, in genere, c'è sempre il filmato riassuntivo del gioco prima; che riguardandolo ti dici "Ehi ma io ci ho messo giorni a finirlo, a giocare tutta questa roba, e tu me lo riassumi così in fretta?".

Ma sono sicuro di aver già fatto quest'esempio.

Ed è più meno questo che avviene anche nella vita. Dopo un po' chiudi qualcosa, un qualcosa che ti può sembrare lunghissimo e noiosissimo, se lo guardi minuto per minuto, come il tizio che si sveglia alla mattina dal sonno, oppure un riassunto veloce; e poi inizi un altro, sei sempre te coi bonus esperienza accumulati. Nuovi trucchi a vecchie rotelle (cit.), e ricicli le esperienze vecchie in un quadro nuovo, per accumulare altre esperienze, altri ricordi, altri pezzi di te medesimo che, alla fine, andranno a costruire un'identità, una figura unica, un personaggio a 360°, composto di cose positive e non, di esperienze di cui ti vergogni così come di cose di cui vai fierissimo, un set di cose con cui affronti o affronterai le novità della vita.

L'essenziale è ricordarsi di averle, e non buttarle via, mai; l'essenziale è anche continuare ad avere input e stimoli, ad averle, queste novità della vita, e cercarle sempre. A sessant'anni iniziare paracadutismo, a settanta a dipingere, ad ottanta magari scrivo un libro, e così via. 

Altrimenti cos'è un uomo, se non una ripetizione di noiosi schemi, comodi quanto ci aggrada, ma sicuramente molto più noiosi? Cos'è un uomo, se non ha la possibilità della scelta, come diceva Van Gogh (è vero)?

Questo per dire che, a fronte di un periodo vagamente fumoso, impegnativo col lavoro e tutto, l'idea di ricominciare tutto dall'inizio si fa forte. Ma si vedrà.

giovedì 15 gennaio 2015

Ho seriamente bisogno di una camomilla - o "cose personali numero uno".

E' una ridente mattina di sole, all'interno della mia mente; ho deciso di rinnovare i pavimenti, installando delle eleganti piastrelle nere, che sostituiscono il precedente parquet di faggio canadese alla Twin Peaks, preferendo la piastrella, che meglio si sposa con i marmi egizi del bar e del resto del locale, dà un tono di schiccheria, quel qualcosa al limite del kitsch che mi piace sempre tanto tanto. 

Non ci sono finestre, perché non ho pensato a metterne - siamo pursempre nell'ambiente onirico del mio cervello - e perciò decido che ci sia una brezzolina, tipo scena dei film americani in cui uno si risveglia felice nel suo appartamento alle prime luci dell'alba baciato dal sole e dalla brezzolina (appunto) delle prime ore del mattino, da una finestra lasciata sapientemente aperta, tanto siamo nei film e difficilmente entra una squadra di ladri a rubarti anche il gatto.

Detta brezzolina mi rinfresca, mi sveglia, e mi porta alla mente - cioè a dove mi trovo ora - ricordi sopiti, ricordi che non condivido con nessuna delle comparse che menziono di tanto in tanto in questi momenti di disagio e delirio onirico, perché sono tutte a farsi rinnovare il passaporto, anche Les Gold, che però tirerà sul prezzo.

E quindi mi rinfresco la memoria e penso, mentre di sottofondo si materializzano i Cypress Hill, penso e ripenso a quanto la mia infanzia, la mia prima gioventù, siano state un po' diverse, un po' così, un po' insolite. Risento Latin Thugs e piango, e penso che bene o male magari un Latin Thug non lo sono mai stato, ma andare con il proprio padre più spesso nei bar per camionisti che sulle giostre probabilmente qualcosa ti lascia. L'altro giorno ero di passaggio vicino a dove un tempo abitavo; dove mio padre lasciava il camion, oggi c'è un autolavaggio.

Mio padre lasciava sempre il camion lì. Era illegale, non poteva, non era un parcheggio idoneo, e lui soprattutto non poteva lasciarlo lì, avrebbe dovuto portarlo in rimessa, prendere il suo mezzo e tornare a casa. Ma non lo faceva, se ne fregava, perché diceva di non avere il tempo. Non aveva mai il tempo. Preferiva vedere la tv fino a tardi, a tardissimo, a orari che superavano di gran lunga l'una di notte; considerando che per ogni consegna avrebbe dovuto alzarsi intorno alle quattro, non ne esce un gran quadro. Però lo faceva, faceva sempre così, poi il venerdì e il sabato usciva per i fatti suoi e tanti saluti al secchio; i suoi colleghi giustamente gli ricordavano che, quantomeno, nel weekend sarebbe stata buona norma uscire con la famiglia, come facevano loro, mogli, figli se c'erano.

E invece niente.

Devo andare a ballare, diceva.

Devo avere i miei spazi, la mia gioventù, siete voi che siete dei vecchiardi, anzi, uscite con me.

Era l'unica cosa che si poteva fare, se si voleva stare assieme in qualche modo. Andare in balere latinoamericane dove i Latin Thugs c'erano per davvero; e d'altronde per me, quand'ero piccolo, "papà ti porta fuori" voleva dire "andiamo in un bar per camionisti e a tua mamma diciamo che siamo stati qua e là". Ovviamente io, povero pirla, e ingenuo, a mia mamma dicevo la verità, e così ovviamente poi le prendevo pure. Certe cose le conosco da un'eternità. L'egoismo, la furbizia, il manipolare le cose a proprio vantaggio; usciamo tutti assieme, diceva, andiamo di qua e di là, e poi putacaso ogni volta si incontrava l'amico, il vecchio amico, voi andate pure io rimango cinque minuti con questo a chiacchierare. E bam. Era chiaro come il sole che l'appuntamento con l'amico casuale era già determinato, e noi eravamo giusto la cosa veloce da smaltire, tanto voi a ballare mica ci venite.

Quando divenni grandicello, e i miei coetanei sedicidiciottenni uscivano a farsi canne e bere Bacardi Breezer ma belli carichi mi raccomando, io stavo in casa; per uscire avrei dovuto prima andare a ballare con mio padre, a fare l'idiota insieme a lui. Esci una volta con me, esci una volta tu. Uno e uno. Era un dispetto il suo, una cattiveria, sapeva che non volevo farlo e mi costringeva, per questo.

La furberia di farsi i propri piani e farli passare come pensieri gentili. Quando avevo la mia prima PSX, il furbone proponeva di andare nei negozi di giochi - e lo faceva - per comprare giochi; per lui, però. I suoi arrivavano, i miei no. Poi, oggi, nel duemila e quindici, quando ho ventisette anni, non frequento più mio padre circa da dieci, non lo vedo da circa tre e non ho idea nemmeno della sua esistenza (dove sia, se sia vivo, cosa faccia) da almeno un anno e mezzo, qualcuno mi domanda quali siano le cose che mi fanno soffrire e perché. La famiglia che non c'è e che vorrei, per esempio. I furbi che si fanno i loro piani e poi ti si presentano come amiconi che a te ci pensano. La gente che eh ma io ho la mia vita, non posso stare dietro a te, la gente che in qualche modo si ricorda solo quando fa comodo.

Tutto questo m'è venuto in mente, oggi, perché ad MMA abbiamo appreso che un colpo in basso, ad esempio un calcio, distrae l'avversario e gli farà incassare l'imminente colpo in alto. L'istruttore ci spiega che uno stimolo nervoso in basso copre quello in alto. Ma io lo sapevo già. Mio padre mi spiegò che dando una spallata a uno "per caso", potevi distrarlo abbastanza da dargli un colpo secco, dal basso in su, al portafogli, farglielo scattare fuori e prenderlo.

Poi mi chiedono perché di tante cose.

Ora ho seriamente bisogno di una camomilla.