martedì 30 settembre 2014

Il Tao spiegato a Massimo d'Alema.

Questo post ha una ragione ben precisa per avere questo titolo.

Correva l'anno del Signore millenovecentoequalcheccosa, forse duemilaequalcheccosa. Fattostà che ero alle medie, e, anzichè andare a fare chiasso nel cortile come gli altri - forse avrei dovuto, me ne stavo sulle scale, durante l'intervallo, a leggere la mia prima Smemoranda. Dovete sapere che ho fatto le medie dalle suore, dove avevamo un diario tutti uguale, fisso, con qualche riflessione spirituale, qualche vignetta pulita e politically correct, cose così; un diario privato era proibito. Però nessuno diceva niente se ti compravi un'agendina e te la portavi dietro, a condizione ovviamente di non usarla per scriverci i compiti.

Poiché io non avevo minimamente voglia di seguire le norme obbligatorie - che avevamo - per scrivere sul diario (scrivere a lato di una righina che andava tirata a mano pagina per pagina, dove poi andavano segnate le singole materie eccetera eccetera), mi sforzavo di ricordare a memoria compiti e impegni (tanto non li facevo comunque), e alla fine mi venne una memoria straordinaria, e smisi di usare un'agenda per ricordarmi i compiti più o meno in seconda media.

E' vero eh.

Se mi chiedete "Allora che te li ricordavi a fare, se tanto non li facevi", li memorizzavo per quando gli altri mi telefonavano la sera e mi chiedevano i compiti. C'era gente messa peggio di me, era pursempre una scuola privata. C'era un tizio, che all'inizio mi stava simpaticissimo, poi litigammo con furia, che mi telefonava ogni santissima sera e mi chiedeva tutti i compiti, perché durante il giorno non apriva libro, in quanto si allenava a sangue in pallanuoto. Chissà che fine ha fatto.

Comunque sia, stavo lì a leggere la Smemoranda. Piccina, nera, sobria, facevo tendenza senza capire un accidente di quello che stavo facendo. Come tutti sanno, nella Smemo ci sono piccoli racconti, vignette, cose così; uno dei racconti, non ricordo minimamente quale, di chi, o di cosa parlasse, iniziava con la seguente premessa: l'autore non sapeva cosa scrivere e voleva perciò scrivere "L'Ulivo spiegato a mio figlio", prendendo la cosa come se fosse una battuta spiritosa (ai tempi l'Ulivo non se la passava molto bene).

La cosa mi rimase impressa e mi fece molto ridere.


Ma non capii minimamente perché.


Anni dopo ebbi cognizione dell'Ulivo, e allora, a distanza, risi ancora di più. Così, parafrasando quella battuta, ho deciso di spiegare il Taoismo a Massimo d'Alema, quanto rimane - non so quanto sia un bene questa cosa - dell'Ulivo.

L'altro giorno ero ad una conferenza di filosofia cinese, organizzata dal liceo linguistico locale, con pubblico di minorenni del linguistico - totalmente incompetenti e disinteressati - e animata dall'intervento di un professore di ginnastica che, fra le altre cose, è il mio istruttore di MMA. Tutto regolare, insomma.

Costui ci ha trasmesso perle di saggezza, nonchè le basi del Taoismo, che andrò ad evidenziarvi, anche perché così me le ricordo bene e non faccio casino in futuro, io che ancora oggi confondo la destra con la sinistra - e non solo in senso politico. Ma vista l'ora tarda, e visto che la tecno hardcore della serata mi distrae parecchio, mi limiterò al concetto dei "cinque elementi", poi, in futuro, si vede.

Dunque, iniziamo prendendo una matita - o una biro, barboni - e disegnando un cerchio. Se non siete capaci siete autorizzati ad usare un bicchiere. Ora, disegnateci i punti cardinali, però a rovescio; mettete il Sud in alto, il Nord in basso (causando uno shock anafilattico a Salvini), l'Est a sinistra e l'Ovest a destra. In Cina usa così, capiteli.

Ora, sotto "EST" scrivete "Primavera" e "Legno"; questo perché ad Est inizia tutto, ad Est sorge il sole, inizia la primavera, e si ha un elemento base della vita, il legno (che sta a rappresentare la vita imminente). Indovinate, a Sud ci sarà l'estate, con il fuoco. Il legno brucia e diventa fuoco, la vita esplode; ad Ovest, il fuoco spento sulla terra (ci ritorneremo) fonde e diventa ferro, metallo (inteso come minerali), l'elemento della vita in chiusura. E la vita si seppellisce definitivamente a Nord, con l'acqua fredda, il ghiaccio, che ricopre il metallo. Prima o poi la vita risorge, esce dalla neve e inizia di nuovo con la primavera.

Più meno il senso è questo. E' un ciclo. Tutto deve essere fluido, scorrere, cambiare. Al centro del cerchio c'è la terra, quinto elemento e centro della vita - in quanto, non sto qui a spiegare perché per quali finezze linguistiche - si regola con gli altri elementi (per es. fuoco + suolo (minerali) = metallo). Non divaghiamo, ecco.

Il trucco sta nel mutamento. Nel coglierlo, nel capirlo, nel viverlo e accettarlo naturalmente, perché restare bloccati in un punto porta ad errori; pensate se una stagione si bloccasse lì. Sempre inverno sarebbe una figata, d'accordo, e la gioia di tutti gli albergatori invernali e del mio professore di geografia all'università, ma pensateci. Anche sempre estate, pensate al grano che non può più essere mietuto - dopo essere stato mietuto una volta. La disperazione di migliaia di poeti e cantautori italiani, che non potrebbero più fare metafore sulla raccolta del grano. 

Il buon taoista, il buon saggio, colui che dai testi - per quanto lo permetta la difficile traduzione dal cinese - è chiamato "il santo", "il saggio", o "il grande uomo", è una figura semplice, che accetta la naturalità del cambiamento, ed anzi lo trova nella routine quotidiana. Ogni piccola azione è in realtà un cambiamento; cucinare porta il cibo da uno stato all'altro, dal crudo al cotto, per esempio. Lavarsi ci porta dallo sporco al pulito, e così via. Tutto questo è cambiamento, ed è - fateci caso - la vita; immaginiamo di saltare una delle fasi di questi cambiamenti. Poi sai la puzza a non lavarsi. E giustificarsi dicendo "Sono un intellettuale e perciò non ho tempo di lavarmi" è una scusa non valida dal 1860.

Concentrarsi su questi piccoli cambiamenti ti permette di capire meglio, in un'ottica ampia, il cambiamento grande, quando ti capita.


Tipo a me, adesso. Per dire, fra due settimane mi laureo.

Massimo, hai capito tutto? Ecco, allora è ora di cambiare: tagliati i baffi, per carità di Dio.


giovedì 25 settembre 2014

Post scemi che diventano seri, tipo questo.

"Buongiorno salve volevo lasciare un curriculum, ecco lo lascio qui eh, mi faccia sapere arrivederla".

Sento che questa frase, in varie combinazioni lessicali o formali, mi accompagnerà nei prossimi mesi. Questo perché, aggiornando il post degli ultimi giorni, ho finito-finito. La tesi è consegnata, i libretti sono a posto, le date ci sono (sebbene ancora non ufficiali), solite cose via. Sospetto che la mia tesi porti scalogna, come e peggio dell'Olandese Volante, e difatti ora mi sincererò di consegnarne l'ultima copia rimasta in circolazione - ne parlo manco fosse il Necronomicon - a chi di dovere, che non si sa mai.

Porta un po' di scalogna perché un po' di sfighe in questi giorni mi sono successe, eh. Tipo arrivare a Londra e perdere l'alloggio, o tornare dalla suddetta città - maledetti britannici - e rischiare di perdere il volo di rientro perché calcolo male i tempi della metro, perdo le corriere centro-aereoporto e così via, così discorrendo. Quindi è chiaramente la tesi che porta male, ora me ne devo liberare, la butterò in una colonna di cemento come Jumanji.

Il risultato è che dovevo partire per le vacanze e sono tornato più stressato di prima, seriamente.

Nonché di umore molto peggiore.

E molto più giù di corda del previsto.

Non si direbbe perché fingo bene, almeno quanto una pornodiva da film patinati americani - che si distinguono dagli altri perché gli uomini sono bovini senza fronte e trasudanti addominali. La differenza si nota soprattutto al confronto coi porno italiani, generalmente girati in villini di campagna abbandonati con attrici che nella vita fanno le deputate PD (non so cosa sia peggio). Ma sto divagando, sono tentato a fare un lungo pippotto sull'odio viscerale che provo per Enrique Iglesias, ma ora veramente non c'entra. Torniamo a parlare di cose utili, tipo la frase con cui ho aperto il post.

La situazione la sappiamo tutti; fra 20 giorni (secchi!) laurea, fra 21 giorni (secchi!) disoccupazione. La mia laurea cade di mercoledì - che figata - e pertanto ritengo che almeno almeno fino a lunedì successivo, che è il 20, potrò riposarmi. Il venti mattina inizia il drill dei curricula in giro, delle telefonate, del "vediamo questo posto che mi ha consigliato un amico, forse assumono", del "chiamo quel tizio che mi metta in contatto con quell'altro". Perché come dicono i cinesi - anche se veramente l'ho sentito in Mulan, e quindi se lo dice Mulan lo dicono i cinesi  - "Anche un viaggio di mille chilometri inizia muovendo un piede". E muoviamolo questo piede, iniziamo. Se perlomeno desidero realmente togliermi di casa e tutto il resto. A questo punto, presumo, qualcuno di voi obietterà: "Ci credo che sei stressato, se dopo pochi giorni dalla laurea sei già a sudare dietro un curriculum, insomma prenditi un po' di vacanza".

No.

Qui occorre una precisazione seria ed importante, una cosa che onestamente mi pare di gridare ai quattro venti da mesi, da anni, e che nessuno sta comprendendo, o che, se capita, viene ignorata, ci si passa sopra, si fa finta di niente. Questa precisazione è: io non sono come te. Non intendo dare punti a nessuno, nè fare lezioni, nè mettermi in cattedra e dire chi o cosa ha ragione su quale punto di vista, su che cosa, su chi, su dove. Ma vivo in un sistema dove chiunque, intorno a me, si sente in diritto di dire, fare, pensare in mia vece, porsi davanti al sottoscritto, dirmi che per qualche motivo sto "pensando sbagliato" (e agendo conseguentemente), rispetto agli "altri", alle "persone normali", a "quelli della tua età", a "quelli come te" eccetera, e perciò io, povero pirla, dovrò fare-dire-fidarmi del prossimo, e dire-fare-organizzare cose che non voglio.

Poi se, per caso, desidero fare qualcosa di mio, prendere una mia decisione coincidenzialmente contro il presunto modello standard, a scelta: lo sto facendo apposta per ripicca, non so cosa sto decidendo, sono noioso-palloso-vecchio dentro-diverso-stronzo-stupido ecc ecc, o altro. 

Qualche giorno fa leggevo una vignetta buffa, su internet, che mi dà un po' quell'effetto; il contesto era quello della campagna #notyourshield, recentemente lanciata (per farla molto breve: un gruppo di minoranze varie, neri, omosessuali, lesbiche, orientali eccetera eccetera ha iniziato a fotografarsi-riprendersi per evidenziare ad un gruppo di "difensori" dei diritti dei discriminati che "non avevano bisogno di niente, grazie" e stavano bene così. Soprattutto perché i difensori erano in realtà al 99% bianchi etero). In questa vignetta, una donna nera iniziava un discorso tipo "Sono una lesbica nera, ho deciso che vivrò la mia vita in questo modo" - e un uomo bianco generico la copriva, parlando con un balloon più grande (che copriva il precedente), dicendo "Povera donna nera, lei crede di pensare autonomamente, ma solo noi sappiamo cosa dovrebbe fare, lei dice di essere felice, ma non può esserlo, lo crede perché è vittima di pregiudizi, ma solo noi sappiamo cos'è giusto e sbagliato, la difenderemo noi!".


Ecco, una cosa così.

Io non pretendo di sapere cosa sia giusto o sbagliato per me, anche perché altrimenti sarei Paolo Fox od un altro tipo di veggente. Però pretendo, esigo anzi, di sapere cosa desidero per me. Se voglio smettere di studiare e fare il panettiere, sapendo perfettamente di "sprecare" la laurea, lo faccio; non voglio Soloni vari che spuntano a dirmi - come il mio professore - che "dovrei continuare a studiare perché ho talento". Ho talento. Sono stufo di questa storia del talento, del genio, dello studioso. Sono 20 anni che mi sento trattare da genio assoluto, predestinato a comprendere i misteri dell'universo e della scienza, e che perciò DEVE TASSATIVAMENTE studiare, guai a uscirne.

E così via con tutto. Oggi è giovedì 25, voglio andare in palestra e allenarmi in MMA, e basta. Domani è venerdì 26, ci andrò? Non lo so, lo deciderò. Ma lo deciderò io, è questo il punto. Io non sono come te, tu non andresti mai in palestra di venerdì, preferisci uscire a bere con gli amici. Padronissimo. Ma non venire da me a dirmi che non devo farlo, perché non è normale, perché sono misantropo, perché devo dedicarmi agli amici, perché mi fa male, perché mi stanco. Quante volte mi sono sentito dire "non farlo perché sei stanco". Lo saprò io, o qualcuno vuole prendere residenza nel mio cervello? La coabitazione potrebbe risultare difficoltosa.

Seriamente, basta. Vi ricorderete del post su Vasili (ricercatelo se non vi ricordate), il senso è il medesimo. La vita è una sola, e soprattutto è la mia, come diceva un altro mio professore, questa volta uno serio. E se è mia, mi sento in diritto di gestirla come mi aggrada; so sbagliare da solo, diceva Paperino. E a bella posta ci si riempie la bocca di "diritto alla libertà", di "fai quello che vuoi", ma sono tutti dei "fai quello che vuoi MA dovresti...". E adesso basta. 

Sono strano, sono diverso, sono semplicemente stronzo. Sono uno che in ferie preferisce dormire fino alle undici, andando a dormire alle undici, piuttosto che fare le sei di mattina; perché sì. Perché sono pigro, perché ho i riccioli, perché puzzo, trova il motivo che vuoi. Ma è così. E ti prego, amico, vicino, coinquilino, semplice conoscente (od altri titoli), lasciami dormire. Io non contrasto la tua idea di fare tardi la notte, quindi tu non contestare la mia di fare presto. Siamo scemi uguale, le nostre scelte sono uguali. Non c'è una Met generica a controllare le nostre azioni, a pesarle su bibliche bilance e stabilire quale sia più corretta o idonea. Puoi dispiacerti della mia "diversità", e lo capisco, ma ti chiedo di accettarla, vi chiedo di accettarla, vi chiedo di accettarmi.

E' questo - e pochi lo sanno - il vero discrimine che pongo io verso amici, parenti e conoscenti. La capacità rara di accettarmi al cento per cento, per ciò che realmente sono e penso. Non "sopportarmi", ma "accettarmi". Cosa profondamente diversa. Cosa che consiste, essenzialmente, nel dire "lui è fatto così", e soprattutto nel capire che in questo non mi impongo, perché sto veramente bene così. Persona introversa, bolla esteriore, eccetera eccetera.

Per spiegare la situazione anche ai non udenti - che possono trovare sottotitolato questo post alla pagina 401 del Televideo - farò un esempio. Io, premetto, non faccio uso di stupefacenti vari. Sto bene così. Immaginiamo una serata con gli amici, che si conclude inevitabilmente con la canna finale. C'è qualcosa che non va in questo? No. Accomodatevi, cari amici, fumate con piacere; io, però, vado a casa. Perché questa parte della serata, semplicemente, non mi interessa più. Funziona così per me. Vi impongo forse di non fumare perché ci sono io? No. Voi potete forse impormi di fumare per restare con voi? Nemmeno. La vostra obiezione potrebbe essere: "Ci dispiace che tu debba andare via, quindi se tu ti adattassi/noi ci adattassimo potresti rimanere". Ebbene dico, no, grazie. Seriamente, io sono realmente a posto ad andarmene. Non direi mai, non penserei mai "Che stronzi oh, pur di fumare mi fanno andare via", nè "Bastardi, non sanno rinunciare al fumo per me, e mi costringono ad andare". Ci mancherebbe. Semplicemente è finita lì, vado felice e tranquillo come se niente fosse. E perché vado felice e tranquillo? Perché ho deciso io di farlo, senza costrizioni, in libertà.

La vera libertà sta nel poter dire, volontariamente, sì alle cose. Ma anche no alle stesse cose. Sta nel trovarsi davanti un piatto di pizza fumante e decidere di volerla mangiare - se hai fame o voglia di pizza - o lasciarla lì, senza obbligo. Ma puntualmente, ogni volta che dico "no" a qualcosa, arriva un qualcheduno a dirmi "Non si lascia la pizza! Abbandonare del buon cibo è da sfigati! Mangia la pizza, devi mangiarla, chiunque mangerebbe la pizza, perché tu no? E se non la mangi dai dispiacere a noi che pensiamo che tu abbia del dispiacere, anzi in realtà tu vuoi mangiarla ma fai finta di non volerla" eccetera eccetera.

Spero che ora sia chiaro chi sono e come ragiono. 

Spero che sia chiaro che questo discorso non riguarda i piatti di pizza, ma la mia vita. La vita non è una cosa che puoi vedere in modo miope, pensando a singoli ambiti, uno per uno. La vita è connessione di tutto, è connessione di amici, famiglia, interessi, amore, sesso, conoscenza, scelte, passato, futuro, tutto. E questo significa che la linea con cui la gestisci, alla fine, è una. E quella linea, almeno per me, voglio che sia decisa da me. Vi ringrazio per la preoccupazione, apprezzo la vostra offerta di dell'ottima pizza, so che è sicuramente ottima, ma oggi preferisco la minestra di verdure. Magari domani, sì?

Aggiungo un'ultima postilla, che è quanto chiedo veramente di cuore a chi ho intorno. Il fattore "serenità" del sottoscritto, vi prego, calcolatelo. Immaginate di dover organizzare una vacanza; organizzatevi con comodo, scegliete quello che preferite, discutete fra amici e trovate una linea. Se io in quella linea non rientro, vi dirò: "Mi organizzo da me", oppure "No grazie, la vostra vacanza non fa per me". Voi non fate discorsi tipo "Che palle, dobbiamo girargli attorno", oppure "Ci dispiace che tu non ci sia"; perché non voglio che la gente mi giri intorno (state sereni), e soprattutto perché se ho detto "No grazie", è un "No grazie" vero. Nel senso che, appunto, sinceramente sono sereno. Detto a rovescio, se desiderassi partecipare a questa vacanza, avrei pensato a qualcosa. Ma se non mi viene in mente nulla, e mi sta bene - mi sta veramente bene - rinunciare, allora vuol dire che va bene così, siate sereni come lo sono io.

Vi è chiaro adesso? Non so se è chiaro, ma questo è uno dei punti più frustranti della mia vita, il cercare di farlo capire. Certe volte c'è da piangere di rabbia, e non è escluso che sia già successo. Accanirmi, incaponirmi per cercare di dire no. Per cercare di essere me, per cercare di essere essenzialmente libero, nel positivo e nel negativo.

Per favore.

Lasciatemi stare.

Ps: i commenti sono molto ben accetti, essendo questa una "questione seria", oltreché un serio sfogo.

martedì 16 settembre 2014

Michael Gira mi tiene compagnia mentre scrivo queste righe.

Nessuna notizia sul fronte dell'ovest, dell'est e di altri punti cardinali, potremmo dire.

E nessuna nuova, buona nuova, potremmo dire. Ma non è così, insomma. Diciamolo, questo proverbio "nessuna nuova buona nuova" è stato probabilmente creato da un consorzio di pigri, o di anziani, per giustificare l'inamovibilità e l'assenza di voglia di cercare qualcosa di nuovo. Forse da un consorzio di anziani liguri, nota razza di gente che non cambia mai.

Fattostà che, appunto, non ci sono novità. Il che è male. Vorrei novità, vorrei notizie, vorrei sapere, accipigna, se la mia tesi va bene, se posso stampare, se posso procedere a finire il lavoro e mettermi quindi, bello comodo comodo, in ciabatte, a giocare a Binding of Isaac (leggi: a perdere la vita), con una Vecchia Romagna sottomano per confortarmi ogni volta che perdo (leggi: ogni cinque-dieci minuti). Mettermi comodo per l'ultimo mese, yay, dell'ultimo anno, yay, di studio, di sempre, forse.

Anche perché manca un mese alla laurea. E' da due anni che ammorbo l'universo, qui sul blog, con la corsa dietro la laurea (ricordo un fumetto di Ortolani, dove i laureandi venivano raffigurati come una specie di mandria disordinata guidata da cowboys dediti a disciplinarli, e il motto era: "E' una grande corsa verso la laurea". E' vero). Son due anni che racconto tutto, dagli esordi cialtroni all'Unipd, comprensivi di annessi e connessi - dalla casa ai coinquilini alle serate tecno al Grindhouse a cui non sono mai andato perché non ho mai capito dove diavolo fosse, però ho i buoni sconto ancora conservati - fino alle parti più avanti, quando, ormai ritornato a casa mia, ho continuato a studiare in solitaria. 

Tutta la lunga saga della mia tesi, nata con un'idea e presto diventata un'altra cosa, tutte le lamentele col relatore cialtrone, più in giro lui a perdere tempo che le donne fuma-fuma e bala-bala raccontate dal Raul Cremona dei tempi, fino agli esiti paradossali di trovarsi ora (a numero 3 - tre - giorni dalla scadenza ultima delle consegne tesi) a inseguirlo per la provincia padovana in cambio di una firmetta finale, per potermi poi, appunto, mettere comodo. E la rottura d'anima che deriva da un semplice ragionamento: avessi pisolato fino a ieri, fossi il tipo di alunno cialtrone che non fa nulla fino all'ultimo, me ne potrei stare; ma invece no, ho sempre lavorato puntualmente, con precisione, giorno per giorno un pezzetto di tesi, intervallando il tutto con lunghe attese di "aspettiamo che mi risponda, gli ho scritto". E puntualmente sentirmi rispondere "sei stato bravo, sì, ho mezzo letto, vai avanti così, ci risentiamo".

Capìsce? (cit.)

E' per questo che uno dice "ultimo mese dell'ultimo anno". Anche perché come ho detto da Padova mi han buttato fuori da ogni dottorato, almeno per ora, da Torino lo ignoro - ma sto aspettando i risultati delle pre-graduatorie, che stanno caricando oggi con un ragionevole ritardo di cinque giorni - e poi vedrò. Fuori dall'Italia si può ancora direfarepensarepreparare molto, ma, confiderò, sto prendendo altre decisioni, valutando, come si suol dire, "altre priorità" rispetto alla carriera universitaria - perché di quello si tratta - e quindi vedremo. Ma vedremo nel senso letterale, nel senso di "ora mi laureo a metà ottobre e nei giorni successivi mi informerò bene".


Questo perché, come al solito, prepari ed elabori piani, ma alla fine il confronto finale è sempre un'incognita X contro cui devi misurarti, e contro la quale non sai niente fino all'ultimissimo, un po' come quando il Pensatore si allea col Teschio Rosso, e quest'ultimo gli dice: "Tu cerchi di prevedere tutte le possibilità, ma resti scoperto davanti all'imprevisto, ma io, come il mio arcinemico Hauptmann Amerika, so bene cosa sia l'arte dell'improvvisazione".

Questo era solo per dire che i fumetti vecchi li leggo ancora abbastanza spesso da saperli a memoria.


E anche per dire che, appunto, come ho già detto più volte, pianifica pianifica ma alla fine devi vedertela giorno per giorno; il trucco sta nel preparare ammortizzatori esistenziali sufficienti a coprirti la stragrande maggioranza delle possibilità, per poi gettarsi e vedere come va a finire. Tipo adesso. Curricula pronti, qualche nome a cui mandarlo c'è, qualche diagramma ad albero su cosa fare-nel-caso-che-allora-sceglieremo c'è.

Busy, busy, busy, come dicevano in Ghiaccio Nove.

Il senso ultimo di questo post è che beneomale ho veramente finito tutto, ho finito tutto trentacinque minuti fa (cit.), e, come quando la prof di inglese alle medie mi richiamava, chiedendomi gentilmente di tornare a seguire la lezione e non andare ai capitoli finali del libro solo perché avevo già fatto quelli precedenti e mi annoiavo, anche adesso avrei già fatto e finito tutto da un pezzo, se non fosse stato per ostacoli indipendenti dalla mia volontà. Che sono quelli che mi fanno rodere di più; ripeto, fosse stata colpa mia... Macchè.

Comunque, finito per finito, ora riguardo bene indietro tutto, ora che il quadro è veramente completo.

E' stato molto bello, finisce la calda estate (cit.).