giovedì 21 agosto 2014

Finire a letto con la Al-Qadiri, più o meno.

E' particolarmente bello svegliarsi di buon mattino, specie dopo una notte incupita da sogni discutibili, e trovarsi ad avere improvvisamente voglia di sentire il disco di Fatima Al-Qadiri, a volume basso, perché ti prende bene quel sound freddo che ha in quasi tutti i brani.

E quindi sì, la mattina a letto con la Al-Qadiri. Che nemmeno mi piace, ha il nasone semitico, non fa per me; ma va bene uguale, è la freddezza dei giri di tastiera che fa a farti prender bene. Capisci che sto migliorando quando aprendo Youtube per mettere su il pezzo trovi, fra i suggerimenti, il video nuovo di Nicki Minaj e decidi di trascurarlo in favore della nostra quwaitiana preferita.

Perlomeno la mia.

Comunque sia, dormivo male e con disappunto, quindi ben venga svegliarmi; ho sognato una roba abbastanza triste, una fusione malriuscita di un sacco di cose mezze vere mezze no. In pratica, stavo abbandonando una casa dove avevo vissuto da fuori sede, raccogliendo le mie cose e decidendo di mettere in ordine gli spazi comuni, cosa che però, nel sogno, corrispondeva a "buttare via tutto", cioè a liberarmi di una marea di immondizie che gli altri coinquilini (misteriosi nel sogno) avevano lasciato lì. In tutto questo, due marmocchi, di età ad occhio non superiore ai dodici anni, stavano rifacendosi il letto nella mia ex-stanza, perché l'avrebbero presa loro; nel sogno, con grande educazione, mi davano del lei e si comportavano con educato distacco, guardandomi anche con un malcelato timore. Io cercavo di fare il furbissimo e il simpaticissimo, ottenendo solo risposte perlopiù formali. Quelle classiche gag con i bambini buoni che rispondono "Sì signore, no signore, forse signore". Alla fine veniva fuori che non concepivano un mondo senza e-mail perché erano nati ben dopo la loro diffusione, e che giocavano a D&D, a cui io mi ripromettevo di giocare, probabilmente con loro.

In un solo sogno, velleità di vivere da solo, disappunto verso il disordine di un ex coinquilino amante della polvere, bisogno di staccare e giocare a qualcosa. Ma mi accontento anche di salire sul ring e fare un po' a cazzottoni eh, che mi manca. 

Soprattutto se mettiamo le proporzioni, ogni minuto qui la situazione va nel delirio sempre più totale. Il disappunto di mia mamma verso l'esistenza, paragonabile penso solo a quello di Darkseid (non quello di Kingdom Hearts, l'altro), disappunto che qualsiasi giovane rileva ma che io rilevo di più, sta toccando vertici grotteschi nella loro comicità; arrivamo a lamentarci dell'eventualità di non poter isolare adeguatamente dei rotoli di carta igienica poichè, teoricamente, se appoggiati in dispensa senza essere protetti, potrebbero essere appoggiati in punti su cui, forse, ha camminato un insetto. E perciò terrore da un lato e vergogna su di me, che ho rotto la scatola dove avrebbero dovuto essere gelosamente custoditi. E sono rotoli di carta igienica.

Capiamoci.

Comunque sia, nonostante questi ostacoli che producono il logorio tipico della vita moderna, stiamo veramente concludendo; la tesi è così pronta da potermi permettere di stare qui alle dieci e un quarto a scrivere, senza problemi. Non è vero in realtà, mancano le conclusioni, che come tutti sanno sono le parti peggiori; difatti probabilmente svolterò la mattinata leggendo altre monografie etnografiche, tipo sui maghi neri in Tanzania ("neri" non nel senso di "negri", ma nel senso di "stregoni"), vedrò come han tirato le conclusioni e copierò spudoratamente. D'altronde, quando tu vuoi fare una tesi scientifica ed accurata, specificando bene i risultati delle tue ricerche al confronto con quelle fatte dai tuoi predecessori, e il tuo professore risponde che dovresti specificare di più non le parti scientifiche, ma le chiacchiere umane tipo "Oh come son stato contento quando mi hanno offerto il caffè, segno che mi vogliono bene" (è vero eh!), allora non sai veramente più che diavolo scrivere, e a che santo votarti.

Forse San Gaspare del Bufalo.

Poi comunque avrò finito, bene, bravi. E riguardo le bacheche Facebook degli amici, delle persone ammirabili in questo caso, e mi domando: cosa succederà dopo? Ho già appurato, in questi mesi, che sembra inutile fare piani ed elaborare, considerando che i mitici "casi della vita" ti stravolgono sempre tutto, in qualche modo. La vita è meravigliosa, ma vorrei evitare di finire a cambiare tutto, come l'attore protagonista dell'omonimo film. Un dubbio, prima accennato, ora si delinea e si palesa sempre meglio, come la nuvola di oscurità all'inizio di Psychonauts. Un caro amico mi ha messo la pulce nell'orecchio, ammetto.

Mi (ci, se contiamo lui) sono rotto l'anima. Ho scelto un percorso di studi bello e complesso, impegnativo culturalmente (almeno la metà della roba che ho studiato è pesante e intricata, o perlomeno sufficientemente tosta da uccidere di sbadigli chicchessia), scelto per puro amore del sapere, senza pensare al lavoro. Ma l'ho intrapreso male, dando troppo spazio al risultato rispetto alla conoscenza; questo anche è favorito dall'infame sistema in uso a lettere, dove allo studente è negata molta della scelta in favore degli argomenti graditi al solo professore - motivo per cui spesso certe parti vengono studiate meccanicamente, sacrificando però il tempo necessario all'apprendimento di quelle interessanti.

Risultato: queste materie iniziano a passare lentamente da "interesse" a "obbligo", e sento meno presa nella vita accademica-universitaria del futuro; quasi viene da dire, come difatti questo amico ha fatto, mollo tutto, ricomincio una vita di lavoro diversa, basta studiare, almeno per un po'. Ma è tutto molto fumoso, prendere delle decisioni, nell'ottica di quanto visto sinora, sembra insensato. Che fare?

Intanto, cambiare disco e mettere Desert Strike EP. E' sempre di Fatima, comunque.

venerdì 15 agosto 2014

A, e, i, o u, ip-silòn.

Non avevo notato che il post precedente era il centesimo.

Vedi tu.

Cento post a lamentarsi, a dire scemenze, a inventare scenari più o meno comprensibili al prossimo, a fare battutacce ed altre cose così. Avrei potuto celebrarlo un pochettino, tipo sbarco sulla Luna, ma malauguratamente sono un rincoglionito e non ci ho fatto caso.

Quindi festeggerò ora, dai.

A-E-I-O-U-Y!

Ora immaginatevi una musichetta festosa ma triste, tipo quelle di accompagnamento dei programmi del Capodanno che trasmettono su Canale 5, quelle robe con la Barbara d'Urso e cose così. Ecco, ancora qualche secondo... a posto così.


Fine festeggiamenti.


E' Ferragosto, che state facendo? Siete al mare? Siete in montagna? Sicuramente state meglio di me, che in questo momento ho un gran mal di testa; e ce l'ho perché non sono abituato a bere, ma l'altro ieri un caro amico frosinate mi ha fatto un'improvvisata in città. Ora, costui è l'unico al mondo dotato del potere di violare lo status di "tempio" del mio corpo, e di riuscire a farmi bere come se non ci fosse un dio (o come se io avessi sedici anni #yolo). E quindi da due giorni mi porto i postumi (a dire il vero, ieri pure ho nuovamente bevuto, per un altro amico che poi parte va in vacanza non lo vediamo per un po' bla bla bla quelle cose là). Dovrei smettere di bere, oppure iniziare seriamente a farlo.

Almeno situazioni come questa me le eviterei. Tipo, appunto, sgranocchiare aspirine, scrivere sul blog e ascoltare trance italiana fine anni '90. Posso concedere che la terza sia comune anche al resto dell'anno, d'accordo.

Comunque sia, in questi giorni stavo riflettendo; la turbolenza dei giorni estivi e delle ferie mi ha ri-spinto, nuovamente, nella magica condizione di "ciao Vasili" che già esposi qualche post addietro. Dove "qualche" è almeno una decina. Quella condizione che gli esperti, gli ufologi, gli egittologi (stessa cosa) e i pensatori più o meno autorizzati a farlo chiamano "introversione"; quella condizione che io chiamo "vorrei stare per conto mio, grazie". Quella condizione secondo cui continui a sentirti chiamato in causa per qualcosa, andiamo al mare con tizio, aperitivo con caio, bocce da sempronio, freccette al bar di Amilcare (cit.), mangiamo qualcosa, mangiamo un boccone (cit.), e così via. 

E non sempre ne ho voglia.

Non per darmi arie, non per dire che io sono il re e decido quanta della mia attenzione dare ai plebei. Perché non ne ho veramente voglia, perché sono pigro, apatico, o come preferite. C'è una che conosco, che è una di quelle sempre con la valigia in mano, di quelle che le dai due secondi di preavviso ed è già lì, sotto la tua porta di casa, con la borsa, pronta a partire per chi sa dove, rientro previsto boh. Io sono pigro come una lumaca sotto ketamina, ci metto otto mesi a decidere e a organizzare anche la cosa più banale, e questo è un difetto, d'accordo. Ma essenzialmente io sono così, bon. Stacce, come dicono a Roma. Ed invece no, dovresti far questo, dovresti far quello, sii più giovane, divertiti, come in quella chiavica della pubblicità del cono cinquestelle (detto anche cono Grillo), fai festa, bevi birre, mordi culi.

Il vero stress viene dal fatto che già adesso provo a farlo; in effetti provo a fare una marea di cose per compiacere il prossimo. Ma inizio a rendermi conto che è una procedura senza senso. Da una parte posso dire "sono così, stacce", ma finendo per prendere pomodori in faccia ed accuse di arroganza, di altezzosità, di caparbietà. Dall'altra posso adattarmi, ma mi rendo conto che non posso andare bene a tutti contemporaneamente; se vado al mare, litigo con l'amico montanaro. E così via. Su tutto.


Alla fine, pirandellianamente, sono e siamo servi non di due, ma di migliaia di padroni; ed inconsapevolmente non possiamo opporci, pena l'essere avulsi dal circolo. Pena l'essere bollati in qualche modo da qualcuno; sii astemio e attirerai l'odio degli alcolisti, bevi e avrai quello dei sobri, fai una via di mezzo e gustati lo stress derivante dall'equilibrismo fra posizioni. 


Ed intanto, mentre io equilibreggio, continuo ad allargare il discorso, e mi accorgo che non va mai bene niente a nessuno. Si sentono solo discorsi, nell'aria, riconducibili alla grande radice dell'invidia, del disappunto, del vorreimanonposso. Non ho soldi, lui li ha, guarda quello, guarda quell'altra, ma quello è un coglione perché se solo volesse, guarda come spreca i suoi soldi, io al posto suo, lei è fidanzata con un figo ma è una stronza, quell'altro ha detto. E così via. E anche lì cerchi di stare in mezzo a tutti, ad ascoltare tutti, ma non puoi dare ragione a nessuno, per le ragioni di cui sopra.

Non va bene.

Ci vorrebbe un momento, almeno per me, di pausa, di recupero, di autentica libertà, di poter dire, di poter fare e pensare quello che ti pare, per un po'. Non è una questione di "fregarsene", nè di "farsi accettare", è una questione di "farsi capire". E' diverso. Non è, come avevo già scritto, lo strano ma sanzionato, l'opinione impopolare che però accetti. E' il non essere strano, e non essere impopolare.

E basta.

Rilassatevi, fate ciò che volete, non ciò che dovreste fare secondo il personaggio impostovi da chi vi è intorno. Eh.