mercoledì 14 maggio 2014

Salviamo capro e cavoli.

Forza e coraggio, che dopo aprile viene maggio, diceva sempre un tizio che viene in palestra con me. Che poi chissà com'è, ma sospetto che la sua fidanzata mi odi, o qualcosa del genere. Perlomeno, ogni volta che incontro questo tizio per la strada, lei non mi rivolge mai la parola; mah. Tipa strana lei. Sarà perché ha tipo 16 anni credo, e mi guarda in modo strano. Manco avessi le barbe tentacolate come un Davy Jones dei poveri - o della versione cinematografica proposta in una nota saga Disney.

Mah.

E' da un bel po' che cerco di evitarmi l'immagine del tipo strano. Ok che è inevitabile che un tipo trascendentalmente bello come me risulti sempre un po' sopra le righe - il fatto per esempio che mi vesta come Alan Moore non aiuta, però insomma, cerco di dare di me un'immagine tipo "sono un tipo matto, ma non è che mangi i bambini, potete pure avvicinarvi". Probabilmente perché c'è un sacco di gente che non s'è mai avvicinata. E che mi guardava come si guarda un ramarro. E che, peraltro, lo fa ancora. Con alcune persone puoi "ripulirti" quanto vuoi, ma continueranno a guardarti come si guarda un ramarro.

A questo punto qualcuno nel pubblico dovrebbe alzare la mano e dire "non sei tu a doverti ripulire, sono gli altri che sono stronzi"; eh certo, l'inferno sono gli altri, come diceva il Bafometto. Credo. Ora, secondo me questo è vero solo in parte; apro una veloce parentesi, poi giuro che la chiudo, perché volevo dire tutt'altro, ma ho già capito che stavolta faccio uno dei soliti interventi ad insalatina mista, con tre-quattro cose buttate lì tutte assieme, come i calzini nei cassetti. Rigorosamente spaiati, checché mia mamma si impegni a mettermeli in ordine in fila per tre col resto di due; ma d'altronde mia mamma mi stira le magliette della palestra (altresì preposte ad essere rumentoni rovinati dall'uso), quindi che parlo a fare.

Che è che stavo dicendo?

Ah già. Che l'inferno sono gli altri, come diceva Leviatano (noto ammiraglio infernale secondo le più comuni concezioni demonologiche). Ecco in effetti mi rendo conto che parlare col prossimo di concezioni demonologiche, occultismo e limitrofi possa giovare poco alle relazioni sociali. Quello che la gente non sa, difatti, è che fra le innumerevoli scemenze di cui mi sono incuriosito (non dico "occupato" perché no) c'è anche l'occultismo e limitrofi, altra cosa, oltre all'abbigliamento, che mi accomuna ad Alan Moore. Comunque sia, secondo me, buttarla sempre sull' "inferno sono gli altri", un pochettino è sbagliato; certamente ciascuno fa e vive la vita come gli pare, però non può "imporla" - passatemi il termine - al prossimo, il quale, se non l'accetta, è stronzo lui.

Come a dire che posso benissimo andare da una persona qualsiasi e spiegarle quali penne di gallo occorrano tradizionalmente per i riti satanici; nella mia testa questo è un buffo interesse culturale, una boutade che ti racconto allo stesso modo in cui ti racconterei un aneddoto storico, o in cui ti direi che a me, tutto sommato, Macklemore piace (è pure un bell'uomo, anche se Tiga rimane il top - fine parentesi omosessualità gratuita). Ovviamente la persona qualsiasi mi guarderebbe superstorto, e direbbe "Quello è un satanista pazzo, non lo frequenterò ciao". E posso darle torto? Posso dirle "eh come sei limitata nei tuoi interessi, come sei piatta e banale"? Certo che posso. Però se faccio così allora mi circondo solo di una ristretta cerchia di stronzi come me, che si interessano (superficialmente, perché sono vani ed inconcludenti) a tremila cose e poi basta. 

Onestamente, come dicono i contadini e gli operai in Tropico 4 quando ci clicchi sopra, "no me interesa". 

Anche perché è troppo comodo. Alle mie orecchie, questa linea di pensiero suona molto come "Io decido, tu vaffanculo". Se non ti piaccio, non sono io che sono matto, sei tu che sei banale/debole/stronzo/qualunquista/comune/fascista/povero/scemo o qualsiasi altra cosa. Con tanti saluti all'armonia, al venirsi incontro, alla neutralità e a tutti quegli ideali taoisti che mi piacciono tanto (era da tanto che non parlavo del taoismo, avete visto, è tornato). Con questo non voglio dire - proseguendo la linea d'esempio - che da domani smetto di parlare di penne di gallo e di Astarotte (noto tesoriere dell'inferno); ma che magari mi dò una regolata. Evito magari di dirlo al primo che passa. Oppure prima mi faccio conoscere un po', mi modero, mi faccio uguale agli altri e poi dopo un po' me ne esco con "lo sai che qualche anno fa mi ricordavo bene gli schemi demonologici, ma oggi non me li ricordo perché non ripasso dai tempi di Tunguska" (io misuro il tempo in base a cose casuali, tipo gli incidenti meteorici). 

Ecco, così sì. Così salvi capra (anzi, capro, visto l'esempio) e cavoli; io rimango un tipo matto ma almeno non mi impongo gli altri. Così sto in mezzo a persone normali, lo strano sanzionato nel normale. Che è meglio dello strano esorcizzato in mezzo agli stronzi. Lo dico perché m'è capitato di conoscere persone assolutamente normali che ambivano alla stranezza (perfino un cialtrone che si faceva occhiaie fasulle a colpi di trucco perché le occhiaie "facevano strano", maledetto lui che non sa cosa sia l'insonnia), e non sanno come la stranezza e l'originalità, dopo un po', ti pesino. Preferisci rinunciare ad un po' di questa, magari a tenertela dentro (d'altronde si sa che è la testa a renderti unico, non la maglietta; l'abito non fa il monaco, e nemmeno il Tertulliano), e stare con qualcuno, piuttosto che startene da solo con le tue convinzioni e la tua unicità.

Magari invecchio, eh. Una volta avrei detto "vaffanculo agli altri, nessun compromesso"; ma come con tutte le cose, la fame ti prende. Alla lunga uno cede e se ne rende conto. Ma quello mi sa che sono io, che sogno mondi dove la gente è più buona e ti saluta per la strada in modo affettuoso. Ecco volevo dire tipo roba su questo tema, ma ora è tardi, e io ho gli esami incombenti, sto in ansia e penso che le cose saranno molto, molto molto molto più difficili del pianificato, ma non per questo debbo farmi abbattere. Lavorerò più sodo, come diceva Zio Paperone.

Poi si vede.

Che fatica, ciao amici.

Ps: per quelli di voi (nessuno) che si siano chiesti dove siano finiti alcuni personaggi tipici tipo Osvaldo, Critone e tutti gli altri, sappiate che han trovato traffico. Torneranno. Forse.

martedì 6 maggio 2014

Sto sentendo la sigla di Sailor Moon - remixata da me - mentre scrivo tutto questo.

Comunque, l'altro giorno stavo riflettendo - sai la novità - sul fatto che le bacheche Facebook di mezzo mondo (o almeno la mia) sono piene di articoli scritti da qualche solone della sociologia al riguardo del tema "i giovani non si sentono sicuri, i giovani vogliono un futuro, i giovani emigrano, i giovani sono costretti a travestirsi da castori per sbarcare il lunario, ecc ecc". Ed è vero io penso. Specie la parte sui castori; magari non necessariamente da castori, ma ho conosciuto uno che ha accettato - o a cui avevano solo proposto, è grave uguale - di fare l'uomo-pollo in costume (da pollo, appunto) per guadagnare due lirette.

A questo punto la mia attività di sbirro dell'internet per un noto social network - nonché di risolutore di problemi esiziali del prossimo, tipo "Ho pagato 500 lire al vostro sito e voglio il servizio, o vi denuncio alla Postale" - risulta quasi un lavoro umano. Che poi la gente non sa nemmeno che la Postale ha ben altro da fare, tipo giocare al solitario di Windows, o diventare bersaglio di pezzi di metal estremo che li deridono, composti da gruppi improbabili che mi vedevano protagonista (sì, questa è un'arguta perifrasi per dire che ho suonato in un gruppo black metal dove un pezzo parlava della polizia postale, è vero, ho fatto anche questo, e fa curriculum).

Comunque è vero che i giovani non si sentono sicuri, lo dicono un po' tutti. L'altro giorno ne parlavo con un'amica; brava persona, parlavamo tempo fa delle noie legate al dottorato, il lavoro, lo studio, i progetti di ricerca, la carta dottorato sì dottorato no dottorato gnamme se famo du' spaghi (cit.), dottorato in Italia no c'è la mafia all'estero no son lontano a Londra sì in America no a Londra no in America sì. Bella domanda, troppe domande, nessuna risposta; e allora sì che non ho sicurezze. E giusto lei mi pubblica su Fb un articoletto, qualche riga sui giovani costretti ad emigrare, sui giovani senza futuro in Italia, più meno quello che continuamente scrive il mio ex prof di greco all'università - grande uomo - ogni giorno. E di nuovo, emigriamo, rimaniamo, che si fa, che non si fa.

C'è anche un altro mio amico, uno serio e non un mangiapane ad ufo come me, che dai e dai, studia e studia, stai all'estero e lavoraci, ora insegna a Jena. Uno serio, lui. Da chiedere: come ci sei riuscito? Non perché non mi senta, o non pensi di poterci riuscire, ma per la pazienza, la tenacia. Io so già che alla compilazione del terzo modulo per fare domanda all'estero mi sarei già rotto le balle. E figuriamoci pianificare un futuro del tipo "i prossimi tre anni sarò praticamente fuorisede nella città di X, con trasferte a casa mia ogni tanto, poi mi attendono altri Y anni sempre fuorisede in chissà che altro luogo, poi però se avrò tutte le carte in regola potrò sistemarmi, per poi..." eccetera eccetera. Con la causale secondo cui, all'aumentare della distanza da casa mia, aumenta il tempo di delay fra un rientro e l'altro.

E la mia vita qui?

Certo, la tentazione di chiudere tutto e ricominciare altrove è forte, fortissima; soffro molto del complesso dell'"avrei dovuto ed invece", cioè quella sgradevole sensazione di aver commesso una pletora di errori di cui ora ti vergogni, e che senti che ti inficiano la vita. Tipo "ho mandato al diavolo la persona X due anni fa, e adesso non posso più andare nel negozio dove lavora senza sentirmi un cretino". Lo so che la stragrande maggioranza delle volte sono tare mentali mie, ma oh, stacce. Non mi passa, come l'abitudine di tenere un tappetino davanti al letto e di inveire contro chiunque ci passi con le scarpe. O come quella di comprare cose di dubbio gusto, tipo una giacca di lino color salmone (l'ho appena fatto), riempendomi il guardaroba di capi che farebbero impallidire Jep Gambardella (io però La Grande Bellezza non l'ho visto), e dico lui e non Giannino perché ogni volta che cito Giannino qualcuno - generalmente la mia Significativa - si arrabbia.

Ecco, appunto, giusto lei. Che faccio, parto per l'Oregon e la lascio qua? Lei direbbe "vai, è la tua vita", seguita probabilmente da qualche frase affettuosa del tipo "Io ti aspetto", ma la realtà è che io stesso non me la sentirei, è inutile nascondersi dietro suddetta giacca rosa. Insomma, tutto questo per dire che quando i giornali dicono "i giovani non hanno sicurezze e non hanno futuro", probabilmente non intendono solo economico, intendono anche umano. Come fai a pianificare qualcosa di vivo, delle relazioni, delle amicizie o degli amori, nell'ottica di continuo spostamento? Certo, casa tua è la tua ancora, e vivere nel mondo sapendo di tornare a casa, prima o poi, da chi ami, è probabilmente la molla che ti permette di farlo. Ma la vera domanda è: fino a quando puoi farlo, prima di spaccarti l'anima?

I giornali non lo dicono, ma mi hanno comunicato oggi che la Merkel è dimagrita, in seguito alla sua dieta dopo la caduta sugli sci (è vero, non scherzo). Mi farebbe piacere saperlo, ma, come dicono i vietnamiti, tomorrow never knows.

Ciao cari.

Hotel Dusk è un bel gioco, ma nessuno lo conosce.