domenica 16 febbraio 2014

Parole a caso, volume sedici.

L'altra mattina pensavo che comunque dovrei prendermi un appartamentino nella Stanza dello Spirito e del Tempo; già vedo anche l'annuncio sui giornali di compravendita case: "Offresi appartamento, cinque vani, ammobiliato in stile orientale classico, AMPIO cortile interno, scomodo mezzi, posizione complessa da raggiungere, termoautonomo, contattare Supremo ore pasti, no agenzie". 

Perché sinceramente ritengo di aver bisogno di tempo. Di altro tempo ancora, per tutto. Per la serie, vorrei ma non posso. Vorrei avere il tempo di poter fare tutto con comodo, ed invece no, ho la sensazione di stare correndo; che poi va bene, per carità di Dio, eh. Prima finiamo, qui, con tesi, esami e ciufole varie e meglio è; perché mi sono rotto l'anima di stare a casa, perché voglio iniziare a lavorare, eccetera eccetera la solita minestra riscaldata che propongo ogni due tre post. You know the drill, come dicono i britannici.

Poi in realtà non è che stia correndo. E' che sono io che sono pigro come una tartaruga, e per me qualsiasi cosa superi i due km/ora è già in corsa. Figurati. Sono un po' come il bellimbusto della nota canzone di Elio, vorrei una cosa tranquilla, una specie di routine scema, qualcosa di relativamente palloso ma sicuro, senza, diciamo, la connotazione piccoloborghese della bella casa e la bella macchina, e senza la pretesa Johnelkaniana di "lavoro fisso sicuro". Non in quel senso. Più nel senso morale, nel senso psicologico, filosofico, dillo come ti pare amico Critone, quello lì; quella tranquillità dell'anima, quel momento in cui dici "so che le cose van più meno così, senza dovermi preoccupare troppo di sorprese, imprevisti, cose varie". Che non è noia, io non la intendo come tale, perlomeno; più qualcosa tipo quel noto pensatore italiano (vediamo se sapete chi è) che metà si ingaglioffiva in taverna, metà leggeva i classici. Una routine anche pallosa, sì, ecco, ma poi compensata da dimensioni di spirito tutte tue.

Ma poi in realtà non è manco così, perché sono il primo a lamentami della routine, apparentemente; è che, come al solito, ne faccio due discorsi diversi. Come a dire... il controllo. Ecco, più quello; la parola esatta è controllo. Controllo su cose sulle quali, ora, non ho controllo; ora non posso decidere il mio futuro, non posso sapere il mio lavoro, devo ancora "dipendere da qualcosa". C'è ancora qualcuno che decide quanto prenderò agli esami, per capirci; se avessi, diciamo con un esempio, un lavoro, ecco, non c'è più nessuno in mezzo. Gestisco il mio lavoro, gestisco i miei soldi, gestisco tutto ciò che ne deriva. Quindi sì, ahimè, mi sa che si torna al discorso economico che speravo di evitare. Che amarezza, il denaro ti regola tutto. Difatti uno dice: almeno mi affido alla dimensione dello spirito. Di mattina ciabattino e di sera leggo Kierkegaard. Una cosa così, che male non fa. Lo fa Sasha Grey (o almeno lei dice), lo posso fare pure io, che diamine.

Fermo restando che la dimensione interiore, diciamo così, conta di più, per quanto mi riguarda; e difatti vedo gente che si lamenta di cose infinite, di "miserie" come diceva mia nonna buonanima, e poi è completamente priva di tutto. Non di cultura, di istruzione, o di sapere fine a se stesso; a poco serve leggere Flaubert se poi si ha la profondità di spirito di una pozzanghera (d'altro canto, uno può benissimo essere Umberto Eco e guardarsi i programmi da zozzi che danno su DMAX, eh). Non serve fare i soloni del sapere, della cultura, dei diritti umani e del volemose bene siamo romani se poi non siamo in grado nemmeno di mandare un messaggio agli amici dicendo "ciao stronzo, ti penso". Salvo però poi lamentarci. Lamentarsi serve sempre, serve a dire che qualcosa non va. Ed invece no, lamentarsi è l'oppio degli stronzi, di chi parla senza avere minimamente voglia di cambiare la situazione. Come a dire, sono grasso; ok, hai fatto qualcosa per dimagrire? Hai intenzione di farlo? No. E allora, a me che importa di sentire le tue lamentele adipose? Niente direi. O taci e accetti la situazione, o ti sforzi di fare qualcosa.


Perlomeno a me è stato insegnato così. Ma quasi sicuramente esagero. A me, sempre, è stato detto "arrangiati", per tutte le cose. E chi si lamenta prende ceffoni in razione extra. Poi boh, le ingiustizie. A me così, ad altri tante cose. Boh. Tutti si lamentano, io mi lamento a pacchi, però a volte ho la sensazione che, accettando le sfighe che quotidianamente ti volano contro, riesca a sopportare meglio. C'è chi mi direbbe che sono un mulo, che tiro dritto e non ho la forza di oppormi; ma non è la forza di oppormi che manca, è la voglia. In oriente è pieno di quei proverbi tipo "l'insetto non turba la carpa" e altre metafore dove qualcosa di piccolo e fastidioso viene ignorato da qualcosa di grande e pericoloso. Una cosa così. Perché magari la carpa si deve girare, e deve fare un mezzo sforzo per spostarsi dalla traiettoria della zanzara; sforzo che magari supera quello di starsene di una zanzara sulla pinna caudale. Una cosa così tipo.

Se combini il discorso di prima, quello del "voglio vivere in una casupola piccina (senzasoffittosenzacucina) con un lavoro del frego ma fisso, tanto mi consolo con una dimensione tutta mia (come fa quel sant'uomo del mio idraulico di fiducia)" con quello del "non me ne frega un tubo delle sfighe della vita, non voglio combattere nulla e pazienterò", emerge il quadro di un santone zen da caricatura. Oppure di un possibile psicopatico da "un giorno di ordinaria follia"; c'è gente che dice che non crede nella (mia) pazienza, e che gente così prima o poi sbrocca, perché fa solo finta di essere pacata. Io penso che dopo anni passati a rodersi il fegato, a cercare di affrontare cose inaffrontabili, a ragionare con teste irragionevoli, allora preferisci fare "ok, allora hai ragione tu", e sedersi lì. Nove a dieci, se abbiamo ragione, tutti i problemi e le cose irragionevoli iniziano a crollare da sole.


Io quasi quasi vado in Nigeria a risolvere i problemi interreligiosi, almeno serve a qualcuno.