lunedì 29 dicembre 2014

Filotto, bilancio, primiera, settebello, scala reale e scaccomatto.

Bon, l'ultimo che entra chiuda la porta, che facciamo il bilancio. Ho un impero mondiale da portare avanti, io, e non posso perdere tempo in scemenze (cit.), quindi è il momento del temutissimo bilancio di fine anno, classico argomento da tirare fuori quando ci si sente filosofici, quando si ha bevuto (è la stessa cosa del caso prima, credo), o quando, a Capodanno, in casa di amici a Sestrière (ma anche a Pentema), sepolti dalla neve e dal Vecchia Romagna (o anche dal Tavernello eh), alle quattro del mattino, finito il cotechino e tutte le tipologie di snack, si passa ai discorsi del quarzo perché essenzialmente non si ha voglia di andare a dormire. C'è anzi sempre la gara, a prescindere dall'età, a chi ha i genitali più grossi, e quindi si resta svegli coi peggiori trucchi - salvo il classico amico hipster, che generalmente sono io, che si allontana a mezzanotte e mezzo, l'una massimo, per fare lo spiritoso, e va a dormire, ritrovandosi poi l'unica persona lucida al mattino dopo, pronto per vagare in casa in un deserto di molliche di pandoro, sigarette spente, bicchieri mezzi vuoti, gente addormentata ovunque a caso (dalle cassapanche alle tazze dei cessi, a seconda della percentuale etilica),e rubare portafogli, portarsi via gli ultimi avanzi, e parlare con le persone meno ubriache, di solito già sveglie e intente a fare giare di caffè, di argomenti profondissimi, misto a cose tipo "Hai visto come si è ridotto coso ieri sera, che pezzo di merda", e "L'altra sera da sbronzo coso mi ha detto questo, ma tu lo sapevi, che vergogna".

In quell'occasione, mentre appunto si parla alle quattro di mattina di solenni imbecillità, esce fuori il discorso-bilancio dell'anno, spesso frammisto al temutissimo "propositi dell'anno nuovo" (il timore suscitato da questo discorso aumenta in base a quanto si ha la coda di paglia); tale discorso è odiato dai più, che anzi dicono che non serve a nulla, ma intanto tutti lo fanno, lo seguono e lo aspettano, come l'oroscopo di fine anno di Paolo Fox (quello di Branko no, perché Branko è un poveraccio), e poi lo commentano, perlopiù nella speranza che escano dettagli segreti sull'anno della persona che parla, per poi ricattarla nel doposbronza del primo di gennaio, tipico giorno che tutti vorrebbero abolire dal calendario per i postumi, il disordine, ed il ricordo di freddo sgradevole (in genere per l'alcool tutti si spogliano e poi soffrono) mescolato al sapore di alcol da poco e cenoni più meno validi.

Ed allora qui, nel mio pregiato bar privato - mentale - di marmo egizio nero, quello con Les Gold dietro il bancone (vedasi indietro per delucidazioni), mentre la musica scorre veloce, le mie dita sulla tastiera anche, e Pokèmon Zaffiro si ricarica (vabbè la console, ma il senso è quello), faccio velocemente mente locale e riassumo la situazione che via, è più meno catastrofica. Siccome sono autistico, e ho difficoltà a ricollocare le cose nel tempo - è vero, ricordo i dettagli più infinitesimi di molte cose, ma ho serie difficoltà a metterle in ordine di mese o anno - le riassumo anche per mese, che è più facile.


GENNAIO.
Mese in cui cerco di dare l'esame di arabo, poi mi rendo conto che è una stupidata, perché non sarò mai abbastanza preparato. E' l'unico esame di sempre in cui mi ritiro. Fa freddo. 

FEBBRAIO.
Dò ancora esami. Fa ancora freddo.

MARZO.
Non mi ricordo una ceppa. Ma credo di aver iniziato a lavorare alla tesi.

APRILE.
Non pervenuto. Chiudo però la mia carriera da vocalist black metal - non si sa per quanto - perché realizzo di non avere veramente più tempo per dedicarmici, con una comparsata in un ultimo live insieme a gente molto più seria di me.

MAGGIO.
C'è il mio compleanno e mi regalano un mucchio di soldini su Steam, che bello. Scopro il gusto di avere ottocentomillanta giochi e di giocarne tipo due, come Hotline Miami. 

GIUGNO.
Sto finendo gli esami ma me ne batto l'anima e vado a vedere gli Antwoord per la seconda volta. Mi si sfascia il cellulare pogando. Mi infortuno un gomito a boxe ma non lo dico a nessuno. A Roma fa caldissimo. 

LUGLIO.
Fingo di lavorare alla tesi. Finisco gli esami.

AGOSTO.
Fa caldissimo, odio il caldo, vado un tot al mare a casa di amici, prevalentemente dormo. Uno dei miei migliori amici parte per l'America e ci rimango molto male.

SETTEMBRE.


Smadonno contro il prof di tesi che mi rimanda la laurea. Mi preoccupo del dottorato. Inizio MMA e soffro.

OTTOBRE.
Mi laureo. Ho ricordi abbastanza netti, il che significa che non ho bevuto abbastanza. Vedo vecchi amici che non vedevo da tanto. Vado al Lucca Comics vestito come Bigby Wolf e nessuno mi riconosce, maledetti fumetti mainstream.

NOVEMBRE.
Inizio a smadonnare per il dottorato truccato (fa anche rima). Continuo a fare MMA e soffro progressivamente. Spendo su Steam i due terzi del mio stipendio, e intanto cerco lavori seri. Si allaga la città, di nuovo. 

DICEMBRE (il mese più bello).
E' Natale. Trovo una gallina viva sul balcone (è vero). E' Natale. Il mio amico torna dall'America e probabilmente lo vedrò nei primi dell'anno. Mi infortuno alla schiena e soffro perché non soffro in allenamento. Da tre mesi sto lavorando a un live del mio progetto musicale che sarà in realtà a Febbraio, ma sono paranoico e lo faccio già. E' Natale. Compro Pokémon Zaffiro e piango. E' Natale. Spendo soldi in regali per gli altri e sono contento. Continuo a non trovare lavoro. Mi offrono una grande possibilità di lavoro in Bulgaria, ma come nei migliori film rinuncio per amore, convinto come non mai (è vero anche questo). E' Natale. Scrivo idiozie su un blog. Sono contento dei risultati ottenuti nell'anno, riguardo indietro e penso che è andato tutto come previsto, forse qualcosa anche meglio, a parte il dottorato truccato, ma razionalmente so che può andare anche così, l'anno prossimo andrà meglio.

L'anno prossimo è come un'altra vita, come direbbe il mio istruttore in palestra, noto taoista. Sono propositivo, come diceva una mia cara amica, karma, buone vibrazioni e cose così. 

L'anno è andato bene così.

Grazie a tutti voi.

martedì 16 dicembre 2014

E quindi niente, è così.

Bon, è di nuovo quel momento, è di nuovo la stagione più bella dell'anno, è di nuovo Natale.

Anche questo Natale, inevitabilmente ed inesorabilmente, è il momento di scrivere due righini e tirare i bilanci dell'anno passato. E quale momento migliore di adesso, dopo un caffè e ascoltando i Panasonic - prima che cambiassero nome per issues legali? Direi nessuno, probabilmente. Dunque, vediamo, cosa possiamo dire dell'anno passato. Un tubo, credo. Come diceva Sally Brown alla fine del tuo tema estivo: "Cos'hai fatto durante le vacanze? Niente". Un po' una situazione del genere.

Questo perché in realtà so già dove voglio andare a parare, in queste cose sono onesto come uno di quei tizi che comprano container a caso, ci trovano dentro due Kandinsky inediti e li rivendono a cifre da incubo. 

Si vede che vedo troppa televisione eh.

Comunque sia, so benissimo dove voglio andare a parare, ma siccome l'argomento è pallosissimo sto cincischiando, e quindi cincischio cambiando discorso; per esempio, mi sono laureato. Valà che bella cosa. Ho finito tutto, sono liiiiibero, liiiiibero come il Genio alla fine di Aladdin, e come avevo vaticinato molti post fa "a ottobre 2014 finisce tutto e inizia tutto". Finire tutto è finito, sull'iniziare ci stiamo attrezzando.

"Mi guardo intorno", come dicono i guardoni in spiaggia, con questa fine metafora per coprire la più angosciante "cerco lavoro". Tutto questo mentre vedo che un sacco di persone - volevo scrivere "cani e porci" ma sarebbe risultato sgarbato - hanno passato il maledettissimo dottorato, ed io no, probabilmente perché sono un uomo molto villoso e i bidelli della facoltà si devono essere giustamente scocciati a pulire continuamente le pallette di pelo che lascio in giro, tipo gatto randagio.


Devono essere stati loro, non certo un sistema truccato come Cher appena alzata. Che poi, vorrei puntualizzare, non è rosicare questo - magari non tanto, ma almeno essere consapevoli che, a parità di condizioni di partenza, stranamente ho visto papabili differenze nelle condizioni di uscita. 

Fattostà che la parentesi padovana è finita; mi manca molto la città, mi manca molto il freddo boia di quel posto, la vita da piccola città di provincia, queste cose qui. Sono un sentimentalone e un provinciale dentro, Dovrei trasferirmi a Torriglia, lì sì che starei bene. Piccola casetta, grande freddo, minestra di ceci tutte le sere e via. Questa è vita.



Prima di farlo, però, dovrei tipo avere dei soldi, cosa che attualmente la congiuntura economica mi sta impedendo di avere. Non la mancanza di  volontà, o perché non mi ci sbatta eh, ma perché insomma, se scrivo e chiamo a destra e a manca e mi sento rispondere picche, che devo fare io? 

Mistero.


E quindi niente, fra un po' è Natale, io perlomeno sto quasi bene via. Ho speso un capitale in regali, soldini guadagnati faticosamente lavorando per un noto social network che conosciamo tutti bene, ma che non cito per timore di ritorsioni, e la cosa mi dà soddisfazione. Fare i regali intendo, non guadagnare. Cioè anche guadagnare, ma più fare i regali.

Sul fronte umano tutto bene. Frequento sempre i soliti scemi, forse qualcuno in più, forse qualcuno in meno. Forse le lamentele e le noie di tutti quanti stanno virando verso situazioni diverse, forse le cose iniziano a virare nella direzione che - coincidenza - io avevo previsto, e forse no. Quest'ultima parte è volutamente criptica per non attirarmi l'ira dell'associazione nazionale cartomanti e zingari, che poi dicono che gli rubo il lavoro.

Il grande risultato dell'anno è il prosieguo del discorso dell'anno scorso, lo sport; è passato da "la palestra" a "lo sport", così come sono passato io, nelle mie stesse parole, da "il ciccione" a "il mezzo atleta" (definizione quest'ultima datami da uno dei miei istruttori, "ormai non sei più ciccione, sei un mezzo atleta"). Il discorso del "ho lavorato sodo mi sono impegnato và che risultati" non lo tiro più fuori perché ormai è come le giacche di tweed, s'è visto troppe volte in giro.

Per il resto si vedrà. Alla fine dell'anno ne stanno succedendo di cose, si son concentrate tutte adesso.

Ai primi dell'anno, forse qualcosa prima, magari aggiungo altre due righe.


giovedì 27 novembre 2014

Comunque, "Ayla figlia della terra" non è un porno.

Avrei voluto suonare nei Kraftwerk, ma posto non ce ne era più. E poi non ho ancora almeno sessant'anni, non so fare il tecnico video (unico motivo per cui un under 60 potrebbe stare nei Kraftwerk), non amo la bicicletta e non ho vissuto in Germania.

Gli altri requisiti però c'erano, eh. Però dai, a ognuno il suo posto. A quel punto, penso, avrei anche potuto, che so, sostituirmi a Jarre, ma lì le difficoltà aumentano: oltre a non sapere il francese, non ho la metà della sua competenza musicale. Comunque mi rendo conto che con certi personaggi è difficile fare gli impersonator, non tutti sono facili da imitare come Elvis, voglio dire.

Ed insomma, a ciascuno il suo. Mentre io sono qui che mi ricordo di quando andavo a casa di mia nonna per qualche giorno, e mi installavo nel tinello - che diventava automaticamente la mia stanza per un po', e dato che l'unica cosa utile in quella stanza erano un grosso stereo (mai usato) e una copia di "Ayla figlia della terra" (che, a dispetto del titolo, non è un porno ma un bel libro), passavo ore a leggere quel libro e a sentire il primo disco di Jarre in loop, a volume moderatamente basso - e anche se fosse stato alto, mia nonna era un po' sorda. E a volte non mettevo il primo, ma il secondo. Io son qua che mi perdo nei ricordi, e intanto il tempo passa e lei non torna più, per colpa di chi, chi, chi, chi, chicchicchiricchì (come cantava ai tempi d'oro Zucchero, ma forse ho già fatto questa battuta). 

Mi perdo un po' nei ricordi perché - viva la novità - sono un momento stressato dal momento presente (cosa evidenziata perlappunto dal mio ritorno alle stampe, scrivo sempre quando la valvolina della pressione-stress supera i milleduecento millibar), e quando sono stressato mi sogno sempre casa di mia nonna, oppure di dover superare esami e prove scolastiche inutili e passate (tipo l'esame delle elementari, oppure interrogazioni singole del liceo - però in mezzo a ragazzi molto più piccoli di me - ed in genere a fine sogno realizzo che è tutto inutile, in quanto ho già titoli di studio ben superiori). E quindi mi è ritornato in mente di quando ascoltavo Jarre lì, di quando andavo a casa della nonna, magari d'estate, di un'estate in cui ero contento perché avevo fatto delle spesucce ed ero riuscito ad uscire con la nonna (che all'epoca camminava ancora bene), consistenti in un romanzetto per ragazzi, preso alle bancarelle sul lungomare di Corso Italia (mia nonna abitava nei paraggi, noto quartiere-bene di Genova), lo speciale di PK del millenovecentonovantasette (quindi sono un paio di anni fa, eh), e una specie di scheletrino di gomma, o a molla, non ricordo bene (che mi pareva fosse in omaggio col romanzetto, di quelle scematine di plastica offerte insieme ai libri dalla Mondadori).

E in quel pomeriggio ero contento, avevo comprato queste cosette ed ero uscito a prendere anche un gelato, sempre sul lungomare; in quell'occasione mi ricordo pure che, mentre mia nonna era seduta a prendere detto gelato in coppa, io ero lì a gironzolare (non mi andava di stare seduto, e avevo scelto un gelato più proletario in cono). Notai allora un piccolissimo bambino, due, tre anni massimo, la cui giovane mamma era intenta a chiacchierare con altre mamme-bene della Genova-bene; fattostà che il marmocchio iniziò a gironzolare, avvicinandosi pericolosamente alle strisce pedonali e rischiando così di buttarsi a caso in strada. Avvertii la madre che - orrore! - si buttò sul pargolo, recuperandolo (riempendolo peraltro di insulti e contumelie, manco fosse colpa sua), e ringraziandomi (beneomale l'avevo pure salvato dalle strisce, cosa di cui rimasi fierissimo per anni).

Mi ricordo di questi dettagli, mentre intorno la situazione prende forma senza prenderla, nel senso che prosegue per inerzia; ad un mese e poco più dalla mia laurea, poche novità, poco lavoro e tanti tentativi, ma non demordo. Come avevo scritto eoni fa, a settembre/ottobre 2014 sarà "tutto finito" e si dovrà iniziare a lavorare. Cosa che appunto sto facendo. Le preoccupazioni e l'ansia mi causano attacchi di incipiente decolorazione tricotica, ma questi sono dettagli. Va bene così.

Credo.

La settimana prossima magari vado a Torriglia a navigare ancora un po' nei ricordi, che mi fa bene.

sabato 8 novembre 2014

La parola d'ordine è una sola: lamentarsi.

Comunque sia,  viviamo in una società dove i quotidiani nazionali riportano in prima pagina il fatto che le fantomatiche spunte blu di una nota app per smartphones (che non nomino per timore di ritorsioni) siano oggetto di isteria collettiva, E questo dovrebbe indurci innanzitutto alle lacrime, poi alla tristezza, poi (a chi piace) alla bevuta per dimenticare, e quindi alla visione ripetuta e collettivizzata di film istruttivi quali "Essi vivono", per ricordarci a che punti non dobbiamo arrivare.

Anche se probabilmente ci siamo già arrivati.

Apro Facebook, dove ho una selezionatissima gamma di amici. Alla prima cavolata - zac - sei fuori, come diceva Briatore. Ci ho messo dieci minuti a ricordarmi il nome di Briatore, continuava a venirmi in mente Bergoglio, e questo è segno che ho studiato davvero troppo. Alla prima sei fuori, dicevo; e mi evito bacheche cariche di gattini - allarmismo da Ebola - altri gattini - basta immigrati - foto di serate in disco - Cucchi merda - ed altre amenità. Almeno, le poche persone che frequento hanno abbastanza buonasenso da evitarmelo.

Anche se ci sono ancora puntine da limare.

Tipo la gente che sembra vivere nel suo mondo di lavoro e basta. Quelli che magari fanno, che so, i metalmeccanici; e ti trovi la bacheca piena di "amo la metalmeccanica", "oggi raduno metalmeccanici", "viva la FIOM", e basta. Che voglio dire, ok che ami il tuo lavoro, ok che ami il tuo campo, ma ogni tanto perdiana farai qualcos'altro o passi la vita a girare brugole? A volte mi domando seriamente se il prossimo mio non sia effettivamente l'incarnazione dell'alienazione marxista del lavoro e nel lavoro, totalmente fuso ed immerso nel suo mondo ed al di fuori della gente normale. E poi appunto c'è l'estremo opposto, quello che ti chiedi se nella vita abbia qualcosa oltre ai gattini e agli aperitivi.

Una rondine non fa primavera, e un profilo Facebook non fa la persona, ma a volte sì; quando poi le persone operano in un campo preciso - che ne so, la cultura - allora diventa veramente difficile credere in ragazzini che con grande gioia lacrimano pensando al ritrovo di un frammento di papiro magnogreco con due vocali nuove in un testo di Euripide. Lo ritengo credibile, come atteggiamento, da un anziano professore, da un grande esperto, oppure - nella forma di un commento simpatico tipo "che bella notizia paisà" - da uno studente appassionato. Ma solo lì. Ragazzini in lacrime che si credono parte di mondi non loro, scoperto un bosone di Higgs qualsiasi ed ecco il neolaureato in fisica che, manco lui medesimo operasse al CERN, si sdilinque in affermazioni che tradiscono, più che felicità, arroganza e desiderio di far parte dell'elite che non sono, vorreimanonpossismo al massimo. Abbiamo scoperto il bosone, siamo grandi, che grandi risvolti per la scienza. Peccato che tu non sia credibile nella parte, e soprattutto tu non abbia fatto nulla.

Comunque sia, siamo in mano ai millantatori, ai buffoni, a chi parla senza potere, ed io, ovviamente, sono in testa alle classifiche della buffonaggine, anche se cerco di non darlo troppo a vedere. Ma a parte questo tutto bene. Nella mia mente, dove tutto è funzionante quanto le gambe di Pistorius, continuo a progettare scenari che, nella migliore delle ipotesi, non si realizzeranno mai. Dopo meno di un mese dalla laurea, sono già in una fase di noia, pessimismo e fastidio (cit.) che mi porta a cercare lavoro ovunque, ed intanto a sentirmi drammaticamente inferiore a chi è riuscito dove io ho fallito - tipo nei dottorati. Donde lungaggini e lamentele, ripicche malcelate ai danni di stronzi palesi e di persone, a volte, innocenti. E lì a domandarmi dove ho sbagliato io, e dove invece han avuto merito loro.

Adesso, nei panorami della mia mente, che ho scoperto essere ricostruibile come Kraven Manor - che cosa carina da dire - mi ritrovo a prendere il caffè al solito tavolo di marmo nero egizio (leggete indietro per ulteriori riferimenti), con il solito Gold al tavolo, in compagnia di un uomo che indossa una maschera da pollo, veste in giacchette varsity e beve caffè, senza commentare però ciò di cui mi lamento. Con lui, che sta a indicare le frustrazioni recenti - camuffate benissimo fralaltro, l'avreste mai detto? - mi lamento, e parlo. La novità è che sono in ballo per un concorso per un altro posto. Dovrò studiare. Sono un po' in ansia per questo.

Ma confesso che l'ansia da studio, l'ansia da esame, mi mancavano; non riesco a figurarmi senza mettermi sempre alla prova in qualcosa, possibilmente di più difficile di quanto non possa in realtà reggere. E' per questo, probabilmente, che mi massacro di allenamento in MMA finchè non riesco a muovere più le gambe  e a sedermi senza vedere le stelle, è per questo che torno a casa pieno di lividi - ma ogni livido è una soddisfazione, è un dire "ci sono riuscito, vaffanculo", prevalentemente a me stesso. Perché, lo ignoro; probabilmente per il gusto della sfida, come Carmen Sandiego. 

E insomma, tutti al dottorato ed io devo ancora studiare.

La situazione mi causa una pena inimmaginabile.

Vado a giocare a Warioland.

sabato 11 ottobre 2014

Ecco a lei un bel bicchiere di fango.

L'altro giorno - ieri - in città c'è stata la seconda alluvione di fila in tre anni; se non avete capito di quale città parlo, probabilmente avete vissuto sotto una roccia, e quindi chiedo: cosa ci fate qui? Andate ad inforrmavi, presto, e non perdete tempo qui. Però poi tornate, che mi fate compagnia.

Comunque, dicevo, c'è stata l'alluvione. Questa volta, grazie a domineddio, ero a casa, e non nel pieno epicentro totale dello straripare dei fiumi cittadini come tre anni fa; che poi fu buffissimo tornare a casa senza ammazzarmi travolto dalla corrente dell'acqua piovana e fluviale riversata nelle strade. All'epoca, mi ricordo, passai vicino a un noto negozio di pesce surgelato, davanti il quale stazionava un commerciante che osservava mesto la gente arrabattarsi per tornare a casa sotto la pioggia. Io entro nel negozio, fradicio; lui mi guarda.


"Sarebbe chiuso eh"
"Eh ma io volevo comprare qualcosa per pranzo"



Silenzio.

"Vabbene dai, che ti servo?"
"Due porzioni di couscous col pesce"


Dopo la consegna e il pagamento, mi ricordo, il commerciante va nel retrobottega e inizia a urlare con qualcuno che presumibilmente era sua moglie, intimandole di non uscire dal lavoro e sottolineandole che fosse una stupida e che non doveva andare via da lì. Ancor oggi non mi capacito della scena.

Comunque.

C'è stata l'alluvione, ed io ero in casa bello tranquillo; poi improvvisamente salta la corrente, mi scoppia anche il modem (me ne sarei accorto solo il giorno dopo), ed io cerco di svoltare la serata facendomi una camomilla al buio, preparandomi ad andare a dormire. Ma la corrente torna, mia mamma si agita e metto su Primocanale; ecco, tutto possiamo dire dei genovesi, che si lamentano, che mugugnano, che sono una razza di merda, ma non che si perdano in piagnistei. Il servizio al telegiornale è secco, pulito, come dovrebbe essere: "Belin, piove un casino. Ci sono danni. Il sindaco fa schifo al cacchio".

Mi commuovo.

Il giorno dopo apro un'emittente nazionale qualsiasi, mi trovo piagnistei, toni da romanzo d'appendice, lacrimoni urlati. "La tragedia del dolore composto del popolo genovese piegato nella tragedia di chi vede la sua vita spazzata via dalla furia impietosa della disgrazia naturale a cui nessuno pensa, mentre in ginocchio caparbiamente la città resiste alla tragedia del dolore e del maltempo funesto che bla bla bla lacrime". Segue intervista ad anziana ottantaseienne semisorda e semicieca, a cui viene chiesto cosa pensa del fatto che l'alluvione abbia raso al suolo la casa che il marito aveva costruito con mattoni fatti di terra e sputo da lui, uno per uno, per aumentare l'audience e commuovere il pubblico.

Ci ripensavo oggi pomeriggio.

Oggi pomeriggio rientravo a casa mia con anfibi lerci di fango, una maglia degli X-Men lercia di fango, i pantaloni lerci di fango, le braccia lerce di fango, il naso solo macchiato di fango (cosa che comunque era bastevole a non farmi apprezzare dai baristi del circondario) e i capelli lerci di fango (peccato, ero stato dalla parrucchiera solo due ore prima, in vista della laurea). Rientravo tutto sommato contento di aver contribuito a svuotare dai cartoni marci d'acqua il magazzino sotterraneo di un noto negozio di scarpe, perché pure io, come larga parte dei genovesi, sono andato a "dare una mano". Ognuno fa quel che può, tranne i cialtroni che andavano in giro per il centro a farsi i fatti loro e le vecchie benpensanti in Hogan dedite a fare foto alla gente che lavora.

Proiettili nel cranio ad entrambe le categorie.

Ci ripensavo, tornando a casa col mio tipico passetto-da-fango, che consiste in passi piccoli e corti, come i robot a molla degli anni 70, per paura di scivolare (con suoni registrati di sottofondo alla Paperissima), con l'odore di fango nel naso, quello stesso odore che puoi sentire solo ai festival grindcore nell'Est Europa, in quei festival dove gruppi come i Rompeprop sono headliner. Ci ripensavo, mentre nella mia mente suonava - senza supporti audio - CJ Bolland. Alla fine, i liguri saranno anche una razza di merda, ma alla fine si arrangiano, dai.

Senza dar fastidio a nessuno, senza piagnistei. Gente schietta, gente magari rozza, ma gente che non rompe l'anima. Si lamenta, ma in modo sobrio, tutto sommato. E ti offre la focaccia se gli spali il magazzino pieno di fanghiglia. E' già qualcosa. Nello stesso pomeriggio, lungo la strada di casa, ho realizzato anche tante altre cose interessanti, per esempio che Amanda Lepore è un uomo.

Pure io lavoro, vedi.

L'unico che non lavora è il mio relatore di tesi.


Mi laureo mercoledì, e non sono ancora sicuro che lui lo sappia.

Vediamo come va a finire.



martedì 30 settembre 2014

Il Tao spiegato a Massimo d'Alema.

Questo post ha una ragione ben precisa per avere questo titolo.

Correva l'anno del Signore millenovecentoequalcheccosa, forse duemilaequalcheccosa. Fattostà che ero alle medie, e, anzichè andare a fare chiasso nel cortile come gli altri - forse avrei dovuto, me ne stavo sulle scale, durante l'intervallo, a leggere la mia prima Smemoranda. Dovete sapere che ho fatto le medie dalle suore, dove avevamo un diario tutti uguale, fisso, con qualche riflessione spirituale, qualche vignetta pulita e politically correct, cose così; un diario privato era proibito. Però nessuno diceva niente se ti compravi un'agendina e te la portavi dietro, a condizione ovviamente di non usarla per scriverci i compiti.

Poiché io non avevo minimamente voglia di seguire le norme obbligatorie - che avevamo - per scrivere sul diario (scrivere a lato di una righina che andava tirata a mano pagina per pagina, dove poi andavano segnate le singole materie eccetera eccetera), mi sforzavo di ricordare a memoria compiti e impegni (tanto non li facevo comunque), e alla fine mi venne una memoria straordinaria, e smisi di usare un'agenda per ricordarmi i compiti più o meno in seconda media.

E' vero eh.

Se mi chiedete "Allora che te li ricordavi a fare, se tanto non li facevi", li memorizzavo per quando gli altri mi telefonavano la sera e mi chiedevano i compiti. C'era gente messa peggio di me, era pursempre una scuola privata. C'era un tizio, che all'inizio mi stava simpaticissimo, poi litigammo con furia, che mi telefonava ogni santissima sera e mi chiedeva tutti i compiti, perché durante il giorno non apriva libro, in quanto si allenava a sangue in pallanuoto. Chissà che fine ha fatto.

Comunque sia, stavo lì a leggere la Smemoranda. Piccina, nera, sobria, facevo tendenza senza capire un accidente di quello che stavo facendo. Come tutti sanno, nella Smemo ci sono piccoli racconti, vignette, cose così; uno dei racconti, non ricordo minimamente quale, di chi, o di cosa parlasse, iniziava con la seguente premessa: l'autore non sapeva cosa scrivere e voleva perciò scrivere "L'Ulivo spiegato a mio figlio", prendendo la cosa come se fosse una battuta spiritosa (ai tempi l'Ulivo non se la passava molto bene).

La cosa mi rimase impressa e mi fece molto ridere.


Ma non capii minimamente perché.


Anni dopo ebbi cognizione dell'Ulivo, e allora, a distanza, risi ancora di più. Così, parafrasando quella battuta, ho deciso di spiegare il Taoismo a Massimo d'Alema, quanto rimane - non so quanto sia un bene questa cosa - dell'Ulivo.

L'altro giorno ero ad una conferenza di filosofia cinese, organizzata dal liceo linguistico locale, con pubblico di minorenni del linguistico - totalmente incompetenti e disinteressati - e animata dall'intervento di un professore di ginnastica che, fra le altre cose, è il mio istruttore di MMA. Tutto regolare, insomma.

Costui ci ha trasmesso perle di saggezza, nonchè le basi del Taoismo, che andrò ad evidenziarvi, anche perché così me le ricordo bene e non faccio casino in futuro, io che ancora oggi confondo la destra con la sinistra - e non solo in senso politico. Ma vista l'ora tarda, e visto che la tecno hardcore della serata mi distrae parecchio, mi limiterò al concetto dei "cinque elementi", poi, in futuro, si vede.

Dunque, iniziamo prendendo una matita - o una biro, barboni - e disegnando un cerchio. Se non siete capaci siete autorizzati ad usare un bicchiere. Ora, disegnateci i punti cardinali, però a rovescio; mettete il Sud in alto, il Nord in basso (causando uno shock anafilattico a Salvini), l'Est a sinistra e l'Ovest a destra. In Cina usa così, capiteli.

Ora, sotto "EST" scrivete "Primavera" e "Legno"; questo perché ad Est inizia tutto, ad Est sorge il sole, inizia la primavera, e si ha un elemento base della vita, il legno (che sta a rappresentare la vita imminente). Indovinate, a Sud ci sarà l'estate, con il fuoco. Il legno brucia e diventa fuoco, la vita esplode; ad Ovest, il fuoco spento sulla terra (ci ritorneremo) fonde e diventa ferro, metallo (inteso come minerali), l'elemento della vita in chiusura. E la vita si seppellisce definitivamente a Nord, con l'acqua fredda, il ghiaccio, che ricopre il metallo. Prima o poi la vita risorge, esce dalla neve e inizia di nuovo con la primavera.

Più meno il senso è questo. E' un ciclo. Tutto deve essere fluido, scorrere, cambiare. Al centro del cerchio c'è la terra, quinto elemento e centro della vita - in quanto, non sto qui a spiegare perché per quali finezze linguistiche - si regola con gli altri elementi (per es. fuoco + suolo (minerali) = metallo). Non divaghiamo, ecco.

Il trucco sta nel mutamento. Nel coglierlo, nel capirlo, nel viverlo e accettarlo naturalmente, perché restare bloccati in un punto porta ad errori; pensate se una stagione si bloccasse lì. Sempre inverno sarebbe una figata, d'accordo, e la gioia di tutti gli albergatori invernali e del mio professore di geografia all'università, ma pensateci. Anche sempre estate, pensate al grano che non può più essere mietuto - dopo essere stato mietuto una volta. La disperazione di migliaia di poeti e cantautori italiani, che non potrebbero più fare metafore sulla raccolta del grano. 

Il buon taoista, il buon saggio, colui che dai testi - per quanto lo permetta la difficile traduzione dal cinese - è chiamato "il santo", "il saggio", o "il grande uomo", è una figura semplice, che accetta la naturalità del cambiamento, ed anzi lo trova nella routine quotidiana. Ogni piccola azione è in realtà un cambiamento; cucinare porta il cibo da uno stato all'altro, dal crudo al cotto, per esempio. Lavarsi ci porta dallo sporco al pulito, e così via. Tutto questo è cambiamento, ed è - fateci caso - la vita; immaginiamo di saltare una delle fasi di questi cambiamenti. Poi sai la puzza a non lavarsi. E giustificarsi dicendo "Sono un intellettuale e perciò non ho tempo di lavarmi" è una scusa non valida dal 1860.

Concentrarsi su questi piccoli cambiamenti ti permette di capire meglio, in un'ottica ampia, il cambiamento grande, quando ti capita.


Tipo a me, adesso. Per dire, fra due settimane mi laureo.

Massimo, hai capito tutto? Ecco, allora è ora di cambiare: tagliati i baffi, per carità di Dio.


giovedì 25 settembre 2014

Post scemi che diventano seri, tipo questo.

"Buongiorno salve volevo lasciare un curriculum, ecco lo lascio qui eh, mi faccia sapere arrivederla".

Sento che questa frase, in varie combinazioni lessicali o formali, mi accompagnerà nei prossimi mesi. Questo perché, aggiornando il post degli ultimi giorni, ho finito-finito. La tesi è consegnata, i libretti sono a posto, le date ci sono (sebbene ancora non ufficiali), solite cose via. Sospetto che la mia tesi porti scalogna, come e peggio dell'Olandese Volante, e difatti ora mi sincererò di consegnarne l'ultima copia rimasta in circolazione - ne parlo manco fosse il Necronomicon - a chi di dovere, che non si sa mai.

Porta un po' di scalogna perché un po' di sfighe in questi giorni mi sono successe, eh. Tipo arrivare a Londra e perdere l'alloggio, o tornare dalla suddetta città - maledetti britannici - e rischiare di perdere il volo di rientro perché calcolo male i tempi della metro, perdo le corriere centro-aereoporto e così via, così discorrendo. Quindi è chiaramente la tesi che porta male, ora me ne devo liberare, la butterò in una colonna di cemento come Jumanji.

Il risultato è che dovevo partire per le vacanze e sono tornato più stressato di prima, seriamente.

Nonché di umore molto peggiore.

E molto più giù di corda del previsto.

Non si direbbe perché fingo bene, almeno quanto una pornodiva da film patinati americani - che si distinguono dagli altri perché gli uomini sono bovini senza fronte e trasudanti addominali. La differenza si nota soprattutto al confronto coi porno italiani, generalmente girati in villini di campagna abbandonati con attrici che nella vita fanno le deputate PD (non so cosa sia peggio). Ma sto divagando, sono tentato a fare un lungo pippotto sull'odio viscerale che provo per Enrique Iglesias, ma ora veramente non c'entra. Torniamo a parlare di cose utili, tipo la frase con cui ho aperto il post.

La situazione la sappiamo tutti; fra 20 giorni (secchi!) laurea, fra 21 giorni (secchi!) disoccupazione. La mia laurea cade di mercoledì - che figata - e pertanto ritengo che almeno almeno fino a lunedì successivo, che è il 20, potrò riposarmi. Il venti mattina inizia il drill dei curricula in giro, delle telefonate, del "vediamo questo posto che mi ha consigliato un amico, forse assumono", del "chiamo quel tizio che mi metta in contatto con quell'altro". Perché come dicono i cinesi - anche se veramente l'ho sentito in Mulan, e quindi se lo dice Mulan lo dicono i cinesi  - "Anche un viaggio di mille chilometri inizia muovendo un piede". E muoviamolo questo piede, iniziamo. Se perlomeno desidero realmente togliermi di casa e tutto il resto. A questo punto, presumo, qualcuno di voi obietterà: "Ci credo che sei stressato, se dopo pochi giorni dalla laurea sei già a sudare dietro un curriculum, insomma prenditi un po' di vacanza".

No.

Qui occorre una precisazione seria ed importante, una cosa che onestamente mi pare di gridare ai quattro venti da mesi, da anni, e che nessuno sta comprendendo, o che, se capita, viene ignorata, ci si passa sopra, si fa finta di niente. Questa precisazione è: io non sono come te. Non intendo dare punti a nessuno, nè fare lezioni, nè mettermi in cattedra e dire chi o cosa ha ragione su quale punto di vista, su che cosa, su chi, su dove. Ma vivo in un sistema dove chiunque, intorno a me, si sente in diritto di dire, fare, pensare in mia vece, porsi davanti al sottoscritto, dirmi che per qualche motivo sto "pensando sbagliato" (e agendo conseguentemente), rispetto agli "altri", alle "persone normali", a "quelli della tua età", a "quelli come te" eccetera, e perciò io, povero pirla, dovrò fare-dire-fidarmi del prossimo, e dire-fare-organizzare cose che non voglio.

Poi se, per caso, desidero fare qualcosa di mio, prendere una mia decisione coincidenzialmente contro il presunto modello standard, a scelta: lo sto facendo apposta per ripicca, non so cosa sto decidendo, sono noioso-palloso-vecchio dentro-diverso-stronzo-stupido ecc ecc, o altro. 

Qualche giorno fa leggevo una vignetta buffa, su internet, che mi dà un po' quell'effetto; il contesto era quello della campagna #notyourshield, recentemente lanciata (per farla molto breve: un gruppo di minoranze varie, neri, omosessuali, lesbiche, orientali eccetera eccetera ha iniziato a fotografarsi-riprendersi per evidenziare ad un gruppo di "difensori" dei diritti dei discriminati che "non avevano bisogno di niente, grazie" e stavano bene così. Soprattutto perché i difensori erano in realtà al 99% bianchi etero). In questa vignetta, una donna nera iniziava un discorso tipo "Sono una lesbica nera, ho deciso che vivrò la mia vita in questo modo" - e un uomo bianco generico la copriva, parlando con un balloon più grande (che copriva il precedente), dicendo "Povera donna nera, lei crede di pensare autonomamente, ma solo noi sappiamo cosa dovrebbe fare, lei dice di essere felice, ma non può esserlo, lo crede perché è vittima di pregiudizi, ma solo noi sappiamo cos'è giusto e sbagliato, la difenderemo noi!".


Ecco, una cosa così.

Io non pretendo di sapere cosa sia giusto o sbagliato per me, anche perché altrimenti sarei Paolo Fox od un altro tipo di veggente. Però pretendo, esigo anzi, di sapere cosa desidero per me. Se voglio smettere di studiare e fare il panettiere, sapendo perfettamente di "sprecare" la laurea, lo faccio; non voglio Soloni vari che spuntano a dirmi - come il mio professore - che "dovrei continuare a studiare perché ho talento". Ho talento. Sono stufo di questa storia del talento, del genio, dello studioso. Sono 20 anni che mi sento trattare da genio assoluto, predestinato a comprendere i misteri dell'universo e della scienza, e che perciò DEVE TASSATIVAMENTE studiare, guai a uscirne.

E così via con tutto. Oggi è giovedì 25, voglio andare in palestra e allenarmi in MMA, e basta. Domani è venerdì 26, ci andrò? Non lo so, lo deciderò. Ma lo deciderò io, è questo il punto. Io non sono come te, tu non andresti mai in palestra di venerdì, preferisci uscire a bere con gli amici. Padronissimo. Ma non venire da me a dirmi che non devo farlo, perché non è normale, perché sono misantropo, perché devo dedicarmi agli amici, perché mi fa male, perché mi stanco. Quante volte mi sono sentito dire "non farlo perché sei stanco". Lo saprò io, o qualcuno vuole prendere residenza nel mio cervello? La coabitazione potrebbe risultare difficoltosa.

Seriamente, basta. Vi ricorderete del post su Vasili (ricercatelo se non vi ricordate), il senso è il medesimo. La vita è una sola, e soprattutto è la mia, come diceva un altro mio professore, questa volta uno serio. E se è mia, mi sento in diritto di gestirla come mi aggrada; so sbagliare da solo, diceva Paperino. E a bella posta ci si riempie la bocca di "diritto alla libertà", di "fai quello che vuoi", ma sono tutti dei "fai quello che vuoi MA dovresti...". E adesso basta. 

Sono strano, sono diverso, sono semplicemente stronzo. Sono uno che in ferie preferisce dormire fino alle undici, andando a dormire alle undici, piuttosto che fare le sei di mattina; perché sì. Perché sono pigro, perché ho i riccioli, perché puzzo, trova il motivo che vuoi. Ma è così. E ti prego, amico, vicino, coinquilino, semplice conoscente (od altri titoli), lasciami dormire. Io non contrasto la tua idea di fare tardi la notte, quindi tu non contestare la mia di fare presto. Siamo scemi uguale, le nostre scelte sono uguali. Non c'è una Met generica a controllare le nostre azioni, a pesarle su bibliche bilance e stabilire quale sia più corretta o idonea. Puoi dispiacerti della mia "diversità", e lo capisco, ma ti chiedo di accettarla, vi chiedo di accettarla, vi chiedo di accettarmi.

E' questo - e pochi lo sanno - il vero discrimine che pongo io verso amici, parenti e conoscenti. La capacità rara di accettarmi al cento per cento, per ciò che realmente sono e penso. Non "sopportarmi", ma "accettarmi". Cosa profondamente diversa. Cosa che consiste, essenzialmente, nel dire "lui è fatto così", e soprattutto nel capire che in questo non mi impongo, perché sto veramente bene così. Persona introversa, bolla esteriore, eccetera eccetera.

Per spiegare la situazione anche ai non udenti - che possono trovare sottotitolato questo post alla pagina 401 del Televideo - farò un esempio. Io, premetto, non faccio uso di stupefacenti vari. Sto bene così. Immaginiamo una serata con gli amici, che si conclude inevitabilmente con la canna finale. C'è qualcosa che non va in questo? No. Accomodatevi, cari amici, fumate con piacere; io, però, vado a casa. Perché questa parte della serata, semplicemente, non mi interessa più. Funziona così per me. Vi impongo forse di non fumare perché ci sono io? No. Voi potete forse impormi di fumare per restare con voi? Nemmeno. La vostra obiezione potrebbe essere: "Ci dispiace che tu debba andare via, quindi se tu ti adattassi/noi ci adattassimo potresti rimanere". Ebbene dico, no, grazie. Seriamente, io sono realmente a posto ad andarmene. Non direi mai, non penserei mai "Che stronzi oh, pur di fumare mi fanno andare via", nè "Bastardi, non sanno rinunciare al fumo per me, e mi costringono ad andare". Ci mancherebbe. Semplicemente è finita lì, vado felice e tranquillo come se niente fosse. E perché vado felice e tranquillo? Perché ho deciso io di farlo, senza costrizioni, in libertà.

La vera libertà sta nel poter dire, volontariamente, sì alle cose. Ma anche no alle stesse cose. Sta nel trovarsi davanti un piatto di pizza fumante e decidere di volerla mangiare - se hai fame o voglia di pizza - o lasciarla lì, senza obbligo. Ma puntualmente, ogni volta che dico "no" a qualcosa, arriva un qualcheduno a dirmi "Non si lascia la pizza! Abbandonare del buon cibo è da sfigati! Mangia la pizza, devi mangiarla, chiunque mangerebbe la pizza, perché tu no? E se non la mangi dai dispiacere a noi che pensiamo che tu abbia del dispiacere, anzi in realtà tu vuoi mangiarla ma fai finta di non volerla" eccetera eccetera.

Spero che ora sia chiaro chi sono e come ragiono. 

Spero che sia chiaro che questo discorso non riguarda i piatti di pizza, ma la mia vita. La vita non è una cosa che puoi vedere in modo miope, pensando a singoli ambiti, uno per uno. La vita è connessione di tutto, è connessione di amici, famiglia, interessi, amore, sesso, conoscenza, scelte, passato, futuro, tutto. E questo significa che la linea con cui la gestisci, alla fine, è una. E quella linea, almeno per me, voglio che sia decisa da me. Vi ringrazio per la preoccupazione, apprezzo la vostra offerta di dell'ottima pizza, so che è sicuramente ottima, ma oggi preferisco la minestra di verdure. Magari domani, sì?

Aggiungo un'ultima postilla, che è quanto chiedo veramente di cuore a chi ho intorno. Il fattore "serenità" del sottoscritto, vi prego, calcolatelo. Immaginate di dover organizzare una vacanza; organizzatevi con comodo, scegliete quello che preferite, discutete fra amici e trovate una linea. Se io in quella linea non rientro, vi dirò: "Mi organizzo da me", oppure "No grazie, la vostra vacanza non fa per me". Voi non fate discorsi tipo "Che palle, dobbiamo girargli attorno", oppure "Ci dispiace che tu non ci sia"; perché non voglio che la gente mi giri intorno (state sereni), e soprattutto perché se ho detto "No grazie", è un "No grazie" vero. Nel senso che, appunto, sinceramente sono sereno. Detto a rovescio, se desiderassi partecipare a questa vacanza, avrei pensato a qualcosa. Ma se non mi viene in mente nulla, e mi sta bene - mi sta veramente bene - rinunciare, allora vuol dire che va bene così, siate sereni come lo sono io.

Vi è chiaro adesso? Non so se è chiaro, ma questo è uno dei punti più frustranti della mia vita, il cercare di farlo capire. Certe volte c'è da piangere di rabbia, e non è escluso che sia già successo. Accanirmi, incaponirmi per cercare di dire no. Per cercare di essere me, per cercare di essere essenzialmente libero, nel positivo e nel negativo.

Per favore.

Lasciatemi stare.

Ps: i commenti sono molto ben accetti, essendo questa una "questione seria", oltreché un serio sfogo.

martedì 16 settembre 2014

Michael Gira mi tiene compagnia mentre scrivo queste righe.

Nessuna notizia sul fronte dell'ovest, dell'est e di altri punti cardinali, potremmo dire.

E nessuna nuova, buona nuova, potremmo dire. Ma non è così, insomma. Diciamolo, questo proverbio "nessuna nuova buona nuova" è stato probabilmente creato da un consorzio di pigri, o di anziani, per giustificare l'inamovibilità e l'assenza di voglia di cercare qualcosa di nuovo. Forse da un consorzio di anziani liguri, nota razza di gente che non cambia mai.

Fattostà che, appunto, non ci sono novità. Il che è male. Vorrei novità, vorrei notizie, vorrei sapere, accipigna, se la mia tesi va bene, se posso stampare, se posso procedere a finire il lavoro e mettermi quindi, bello comodo comodo, in ciabatte, a giocare a Binding of Isaac (leggi: a perdere la vita), con una Vecchia Romagna sottomano per confortarmi ogni volta che perdo (leggi: ogni cinque-dieci minuti). Mettermi comodo per l'ultimo mese, yay, dell'ultimo anno, yay, di studio, di sempre, forse.

Anche perché manca un mese alla laurea. E' da due anni che ammorbo l'universo, qui sul blog, con la corsa dietro la laurea (ricordo un fumetto di Ortolani, dove i laureandi venivano raffigurati come una specie di mandria disordinata guidata da cowboys dediti a disciplinarli, e il motto era: "E' una grande corsa verso la laurea". E' vero). Son due anni che racconto tutto, dagli esordi cialtroni all'Unipd, comprensivi di annessi e connessi - dalla casa ai coinquilini alle serate tecno al Grindhouse a cui non sono mai andato perché non ho mai capito dove diavolo fosse, però ho i buoni sconto ancora conservati - fino alle parti più avanti, quando, ormai ritornato a casa mia, ho continuato a studiare in solitaria. 

Tutta la lunga saga della mia tesi, nata con un'idea e presto diventata un'altra cosa, tutte le lamentele col relatore cialtrone, più in giro lui a perdere tempo che le donne fuma-fuma e bala-bala raccontate dal Raul Cremona dei tempi, fino agli esiti paradossali di trovarsi ora (a numero 3 - tre - giorni dalla scadenza ultima delle consegne tesi) a inseguirlo per la provincia padovana in cambio di una firmetta finale, per potermi poi, appunto, mettere comodo. E la rottura d'anima che deriva da un semplice ragionamento: avessi pisolato fino a ieri, fossi il tipo di alunno cialtrone che non fa nulla fino all'ultimo, me ne potrei stare; ma invece no, ho sempre lavorato puntualmente, con precisione, giorno per giorno un pezzetto di tesi, intervallando il tutto con lunghe attese di "aspettiamo che mi risponda, gli ho scritto". E puntualmente sentirmi rispondere "sei stato bravo, sì, ho mezzo letto, vai avanti così, ci risentiamo".

Capìsce? (cit.)

E' per questo che uno dice "ultimo mese dell'ultimo anno". Anche perché come ho detto da Padova mi han buttato fuori da ogni dottorato, almeno per ora, da Torino lo ignoro - ma sto aspettando i risultati delle pre-graduatorie, che stanno caricando oggi con un ragionevole ritardo di cinque giorni - e poi vedrò. Fuori dall'Italia si può ancora direfarepensarepreparare molto, ma, confiderò, sto prendendo altre decisioni, valutando, come si suol dire, "altre priorità" rispetto alla carriera universitaria - perché di quello si tratta - e quindi vedremo. Ma vedremo nel senso letterale, nel senso di "ora mi laureo a metà ottobre e nei giorni successivi mi informerò bene".


Questo perché, come al solito, prepari ed elabori piani, ma alla fine il confronto finale è sempre un'incognita X contro cui devi misurarti, e contro la quale non sai niente fino all'ultimissimo, un po' come quando il Pensatore si allea col Teschio Rosso, e quest'ultimo gli dice: "Tu cerchi di prevedere tutte le possibilità, ma resti scoperto davanti all'imprevisto, ma io, come il mio arcinemico Hauptmann Amerika, so bene cosa sia l'arte dell'improvvisazione".

Questo era solo per dire che i fumetti vecchi li leggo ancora abbastanza spesso da saperli a memoria.


E anche per dire che, appunto, come ho già detto più volte, pianifica pianifica ma alla fine devi vedertela giorno per giorno; il trucco sta nel preparare ammortizzatori esistenziali sufficienti a coprirti la stragrande maggioranza delle possibilità, per poi gettarsi e vedere come va a finire. Tipo adesso. Curricula pronti, qualche nome a cui mandarlo c'è, qualche diagramma ad albero su cosa fare-nel-caso-che-allora-sceglieremo c'è.

Busy, busy, busy, come dicevano in Ghiaccio Nove.

Il senso ultimo di questo post è che beneomale ho veramente finito tutto, ho finito tutto trentacinque minuti fa (cit.), e, come quando la prof di inglese alle medie mi richiamava, chiedendomi gentilmente di tornare a seguire la lezione e non andare ai capitoli finali del libro solo perché avevo già fatto quelli precedenti e mi annoiavo, anche adesso avrei già fatto e finito tutto da un pezzo, se non fosse stato per ostacoli indipendenti dalla mia volontà. Che sono quelli che mi fanno rodere di più; ripeto, fosse stata colpa mia... Macchè.

Comunque, finito per finito, ora riguardo bene indietro tutto, ora che il quadro è veramente completo.

E' stato molto bello, finisce la calda estate (cit.).

giovedì 21 agosto 2014

Finire a letto con la Al-Qadiri, più o meno.

E' particolarmente bello svegliarsi di buon mattino, specie dopo una notte incupita da sogni discutibili, e trovarsi ad avere improvvisamente voglia di sentire il disco di Fatima Al-Qadiri, a volume basso, perché ti prende bene quel sound freddo che ha in quasi tutti i brani.

E quindi sì, la mattina a letto con la Al-Qadiri. Che nemmeno mi piace, ha il nasone semitico, non fa per me; ma va bene uguale, è la freddezza dei giri di tastiera che fa a farti prender bene. Capisci che sto migliorando quando aprendo Youtube per mettere su il pezzo trovi, fra i suggerimenti, il video nuovo di Nicki Minaj e decidi di trascurarlo in favore della nostra quwaitiana preferita.

Perlomeno la mia.

Comunque sia, dormivo male e con disappunto, quindi ben venga svegliarmi; ho sognato una roba abbastanza triste, una fusione malriuscita di un sacco di cose mezze vere mezze no. In pratica, stavo abbandonando una casa dove avevo vissuto da fuori sede, raccogliendo le mie cose e decidendo di mettere in ordine gli spazi comuni, cosa che però, nel sogno, corrispondeva a "buttare via tutto", cioè a liberarmi di una marea di immondizie che gli altri coinquilini (misteriosi nel sogno) avevano lasciato lì. In tutto questo, due marmocchi, di età ad occhio non superiore ai dodici anni, stavano rifacendosi il letto nella mia ex-stanza, perché l'avrebbero presa loro; nel sogno, con grande educazione, mi davano del lei e si comportavano con educato distacco, guardandomi anche con un malcelato timore. Io cercavo di fare il furbissimo e il simpaticissimo, ottenendo solo risposte perlopiù formali. Quelle classiche gag con i bambini buoni che rispondono "Sì signore, no signore, forse signore". Alla fine veniva fuori che non concepivano un mondo senza e-mail perché erano nati ben dopo la loro diffusione, e che giocavano a D&D, a cui io mi ripromettevo di giocare, probabilmente con loro.

In un solo sogno, velleità di vivere da solo, disappunto verso il disordine di un ex coinquilino amante della polvere, bisogno di staccare e giocare a qualcosa. Ma mi accontento anche di salire sul ring e fare un po' a cazzottoni eh, che mi manca. 

Soprattutto se mettiamo le proporzioni, ogni minuto qui la situazione va nel delirio sempre più totale. Il disappunto di mia mamma verso l'esistenza, paragonabile penso solo a quello di Darkseid (non quello di Kingdom Hearts, l'altro), disappunto che qualsiasi giovane rileva ma che io rilevo di più, sta toccando vertici grotteschi nella loro comicità; arrivamo a lamentarci dell'eventualità di non poter isolare adeguatamente dei rotoli di carta igienica poichè, teoricamente, se appoggiati in dispensa senza essere protetti, potrebbero essere appoggiati in punti su cui, forse, ha camminato un insetto. E perciò terrore da un lato e vergogna su di me, che ho rotto la scatola dove avrebbero dovuto essere gelosamente custoditi. E sono rotoli di carta igienica.

Capiamoci.

Comunque sia, nonostante questi ostacoli che producono il logorio tipico della vita moderna, stiamo veramente concludendo; la tesi è così pronta da potermi permettere di stare qui alle dieci e un quarto a scrivere, senza problemi. Non è vero in realtà, mancano le conclusioni, che come tutti sanno sono le parti peggiori; difatti probabilmente svolterò la mattinata leggendo altre monografie etnografiche, tipo sui maghi neri in Tanzania ("neri" non nel senso di "negri", ma nel senso di "stregoni"), vedrò come han tirato le conclusioni e copierò spudoratamente. D'altronde, quando tu vuoi fare una tesi scientifica ed accurata, specificando bene i risultati delle tue ricerche al confronto con quelle fatte dai tuoi predecessori, e il tuo professore risponde che dovresti specificare di più non le parti scientifiche, ma le chiacchiere umane tipo "Oh come son stato contento quando mi hanno offerto il caffè, segno che mi vogliono bene" (è vero eh!), allora non sai veramente più che diavolo scrivere, e a che santo votarti.

Forse San Gaspare del Bufalo.

Poi comunque avrò finito, bene, bravi. E riguardo le bacheche Facebook degli amici, delle persone ammirabili in questo caso, e mi domando: cosa succederà dopo? Ho già appurato, in questi mesi, che sembra inutile fare piani ed elaborare, considerando che i mitici "casi della vita" ti stravolgono sempre tutto, in qualche modo. La vita è meravigliosa, ma vorrei evitare di finire a cambiare tutto, come l'attore protagonista dell'omonimo film. Un dubbio, prima accennato, ora si delinea e si palesa sempre meglio, come la nuvola di oscurità all'inizio di Psychonauts. Un caro amico mi ha messo la pulce nell'orecchio, ammetto.

Mi (ci, se contiamo lui) sono rotto l'anima. Ho scelto un percorso di studi bello e complesso, impegnativo culturalmente (almeno la metà della roba che ho studiato è pesante e intricata, o perlomeno sufficientemente tosta da uccidere di sbadigli chicchessia), scelto per puro amore del sapere, senza pensare al lavoro. Ma l'ho intrapreso male, dando troppo spazio al risultato rispetto alla conoscenza; questo anche è favorito dall'infame sistema in uso a lettere, dove allo studente è negata molta della scelta in favore degli argomenti graditi al solo professore - motivo per cui spesso certe parti vengono studiate meccanicamente, sacrificando però il tempo necessario all'apprendimento di quelle interessanti.

Risultato: queste materie iniziano a passare lentamente da "interesse" a "obbligo", e sento meno presa nella vita accademica-universitaria del futuro; quasi viene da dire, come difatti questo amico ha fatto, mollo tutto, ricomincio una vita di lavoro diversa, basta studiare, almeno per un po'. Ma è tutto molto fumoso, prendere delle decisioni, nell'ottica di quanto visto sinora, sembra insensato. Che fare?

Intanto, cambiare disco e mettere Desert Strike EP. E' sempre di Fatima, comunque.

venerdì 15 agosto 2014

A, e, i, o u, ip-silòn.

Non avevo notato che il post precedente era il centesimo.

Vedi tu.

Cento post a lamentarsi, a dire scemenze, a inventare scenari più o meno comprensibili al prossimo, a fare battutacce ed altre cose così. Avrei potuto celebrarlo un pochettino, tipo sbarco sulla Luna, ma malauguratamente sono un rincoglionito e non ci ho fatto caso.

Quindi festeggerò ora, dai.

A-E-I-O-U-Y!

Ora immaginatevi una musichetta festosa ma triste, tipo quelle di accompagnamento dei programmi del Capodanno che trasmettono su Canale 5, quelle robe con la Barbara d'Urso e cose così. Ecco, ancora qualche secondo... a posto così.


Fine festeggiamenti.


E' Ferragosto, che state facendo? Siete al mare? Siete in montagna? Sicuramente state meglio di me, che in questo momento ho un gran mal di testa; e ce l'ho perché non sono abituato a bere, ma l'altro ieri un caro amico frosinate mi ha fatto un'improvvisata in città. Ora, costui è l'unico al mondo dotato del potere di violare lo status di "tempio" del mio corpo, e di riuscire a farmi bere come se non ci fosse un dio (o come se io avessi sedici anni #yolo). E quindi da due giorni mi porto i postumi (a dire il vero, ieri pure ho nuovamente bevuto, per un altro amico che poi parte va in vacanza non lo vediamo per un po' bla bla bla quelle cose là). Dovrei smettere di bere, oppure iniziare seriamente a farlo.

Almeno situazioni come questa me le eviterei. Tipo, appunto, sgranocchiare aspirine, scrivere sul blog e ascoltare trance italiana fine anni '90. Posso concedere che la terza sia comune anche al resto dell'anno, d'accordo.

Comunque sia, in questi giorni stavo riflettendo; la turbolenza dei giorni estivi e delle ferie mi ha ri-spinto, nuovamente, nella magica condizione di "ciao Vasili" che già esposi qualche post addietro. Dove "qualche" è almeno una decina. Quella condizione che gli esperti, gli ufologi, gli egittologi (stessa cosa) e i pensatori più o meno autorizzati a farlo chiamano "introversione"; quella condizione che io chiamo "vorrei stare per conto mio, grazie". Quella condizione secondo cui continui a sentirti chiamato in causa per qualcosa, andiamo al mare con tizio, aperitivo con caio, bocce da sempronio, freccette al bar di Amilcare (cit.), mangiamo qualcosa, mangiamo un boccone (cit.), e così via. 

E non sempre ne ho voglia.

Non per darmi arie, non per dire che io sono il re e decido quanta della mia attenzione dare ai plebei. Perché non ne ho veramente voglia, perché sono pigro, apatico, o come preferite. C'è una che conosco, che è una di quelle sempre con la valigia in mano, di quelle che le dai due secondi di preavviso ed è già lì, sotto la tua porta di casa, con la borsa, pronta a partire per chi sa dove, rientro previsto boh. Io sono pigro come una lumaca sotto ketamina, ci metto otto mesi a decidere e a organizzare anche la cosa più banale, e questo è un difetto, d'accordo. Ma essenzialmente io sono così, bon. Stacce, come dicono a Roma. Ed invece no, dovresti far questo, dovresti far quello, sii più giovane, divertiti, come in quella chiavica della pubblicità del cono cinquestelle (detto anche cono Grillo), fai festa, bevi birre, mordi culi.

Il vero stress viene dal fatto che già adesso provo a farlo; in effetti provo a fare una marea di cose per compiacere il prossimo. Ma inizio a rendermi conto che è una procedura senza senso. Da una parte posso dire "sono così, stacce", ma finendo per prendere pomodori in faccia ed accuse di arroganza, di altezzosità, di caparbietà. Dall'altra posso adattarmi, ma mi rendo conto che non posso andare bene a tutti contemporaneamente; se vado al mare, litigo con l'amico montanaro. E così via. Su tutto.


Alla fine, pirandellianamente, sono e siamo servi non di due, ma di migliaia di padroni; ed inconsapevolmente non possiamo opporci, pena l'essere avulsi dal circolo. Pena l'essere bollati in qualche modo da qualcuno; sii astemio e attirerai l'odio degli alcolisti, bevi e avrai quello dei sobri, fai una via di mezzo e gustati lo stress derivante dall'equilibrismo fra posizioni. 


Ed intanto, mentre io equilibreggio, continuo ad allargare il discorso, e mi accorgo che non va mai bene niente a nessuno. Si sentono solo discorsi, nell'aria, riconducibili alla grande radice dell'invidia, del disappunto, del vorreimanonposso. Non ho soldi, lui li ha, guarda quello, guarda quell'altra, ma quello è un coglione perché se solo volesse, guarda come spreca i suoi soldi, io al posto suo, lei è fidanzata con un figo ma è una stronza, quell'altro ha detto. E così via. E anche lì cerchi di stare in mezzo a tutti, ad ascoltare tutti, ma non puoi dare ragione a nessuno, per le ragioni di cui sopra.

Non va bene.

Ci vorrebbe un momento, almeno per me, di pausa, di recupero, di autentica libertà, di poter dire, di poter fare e pensare quello che ti pare, per un po'. Non è una questione di "fregarsene", nè di "farsi accettare", è una questione di "farsi capire". E' diverso. Non è, come avevo già scritto, lo strano ma sanzionato, l'opinione impopolare che però accetti. E' il non essere strano, e non essere impopolare.

E basta.

Rilassatevi, fate ciò che volete, non ciò che dovreste fare secondo il personaggio impostovi da chi vi è intorno. Eh.

domenica 27 luglio 2014

Quella mano invisibile, infilatevela nel culo.

Lo so che qualcuno se lo stava aspettando, me lo sento.

Ma so anche che non è vero, sicché come tutti sanno questo blog è più vuoto del borsellino di Paperino, e nessuno viene mai a dire nulla o a lasciarmi un feedback come a dire "Ehi rumenta, io lo leggo". Ma vabbè.

Comunque, secondo me qualcuno se lo aspettava, e quindi ecco il post "Sono triste perché non mi han preso al dottorato a Padova gnè gnè gnè". Dai, ve lo aspettavate, era prevedibile. Riassumiamo la situazione per quelli a cui hanno attaccato ieri l'internet; dopo un po' di sbatti e parecchie ansie, invio i miei progetti per il dottorato di ricerca (quello che i sassoni chiamano PhD) a Padova, nella netta convinzione che, se non sarà proprio da primo posto, è quantomeno decente. Su questo - perché sono un coglione, oltreché un sentimentalone - faccio un sacco di progetti; in due parole, vedo il dottorato come la chiave per andarmene da qua, e per avviarmi una vita per i fatti miei, lontano da mamme chiocce e soprattutto dall'idea di essere ancora "a casa con la mamma", cosa che, come ormai è noto, mi pesa un po'.

Tuttavia, per combinazioni poco chiare ed ancora in analisi, risulterei essere - in una classifica che, posso ahimè confermare di persona, è chiaramente truccata - stato votato come veramente scarso. Il che è strano. Conoscendo difatti la fiscalità dell'università patavina, sospetto qualche bidone del tipo "la sua domanda non era controfirmata 15 volte ma solo 14 e mezzo, quindi non va bene, lo scartiamo"; a supportare la tesi, varie prove. Sto indagando e controllerò.

Quindi nel complesso sono, come dicono i camionisti, col culo a terra. Di per sè, non è successo nulla; non solo non siamo ancora sicuri della cacciata, ma ho ancora tanti assi da giocare, tanti posti dove riprovare, e posso pur sempre riprovare al prossimo ciclo. Non mi corre dietro nessuno, come si suol dire. Il colpaccio deriva dal fatto che ultimamente sono colpito da qualche tipo di ansia non identificato, come al solito si dirà, ma comunque qualcosa che non mi fa dormire da una decina di giorni. 


Che poi dormo eh, ma dormo male. Per puntualizzare.


Quindi in generale la cosa non cade proprio nei giorni giusti. Il problema è che la consapevolezza che i miei piani futuri sono stati sgretolati in un colpo, e che ci vorrà ancora molto più tempo del previsto, mi ottunde un po'. Mi fa pensare che ci sia veramente una mano invisibile che ti guida, quella cosa che i cristiani chiamano Provvidenza (anche il Conte di Montecristo la chiama così), che gli islamici chiamano Allah e che mia mamma chiama "oroscopo di Paolo Fox", quel qualcosa che ti dice "Ah avevi questo piano? Invece per te ho pensato altro, ora ti devio in quella direzione". 

Una mano invisibile insomma. Che potrebbe anche andare nel culo di qualcun altro, anzichè pilotare me e darmi quel senso di "ma che cazzo" che mi colpisce. Che poi "ma che cazzo" si riassume con l'idea di "E' mai possibile che mi sbatta da mane a sera per combinare qualcosa di utile, per poi vedermi prendere puntualmente a calci nel culo da sfighe, disagi, disappunti, iatture e contrattempi vari?". 

Come con la mia laurea. E prima muore uno, poi muore un altro, poi non c'è lui, poi non c'è l'altro, poi questo, poi quello. Ma che cazzo.

Sento che il "ma che cazzo" potrebbe diventare una cosa memetica, quindi la smetto qui. Però va detto che "ma che cazzo" pronunciato con la voce e l'irruenza di Mister Torgue farebbe scena. Invece purtroppo nella mia mente la pronuncio solo con la voce di un mio amico sfigato che non riporto, perché magari si offende. 

E' la risposta ottimistica-idiota alla situazione. La convinzione che se questo è andato così, è probabilmente perché c'è qualcos'altro dietro l'angolo che mi aspetta e che devo seguire. Poi vediamo eh, magari sono solo un illuso.

Fattostà che riesco ad essere depresso ed ottimista in un colpo solo; si può dire che accetto la cosa (nei limiti), sperando in qualcos'altro. E partendo dalla sonora convinzione che, come dice il Dottor Destino, "non finisce qui", come dicono in effetti i cattivi nei fumetti. E quindi io che faccio? Ascolto le compilation dello Cherry Moon e vado avanti, prendo la busta numero due grazie.

Ci vorrà più tempo del previsto per vedere i risultati.

Pazienza, ho messo in coda altre stagioni di Adventure Time, passerò il tempo con quello.

lunedì 30 giugno 2014

Il grande ritorno sulle scene del porno di Critone, detto "Il greco".

Come al solito, dopo tanto tempo in verità, siamo io e Critone, nel bar di marmo nero egizio (vedi qualche decina di post addietro), a discutere di cose varie ed eventuali, tipo la tensione della pelle su un buon rullante da batteria, le migliori marche di antidolorifici e il colore più intonato alle pareti per i post-it. Di tanto in tanto ci scappa qualche argomento serio, ma solamente, in genere, se abbiamo bevuto troppa Vecchia Romagna. E insomma niente, siamo lì io e lui, per l'occasione c'è anche un barista, che serve Vecchia Romagna e noccioline coperte di una lercia panatura al formaggio, le stesse dove cui generalmente affogo i miei dispiaceri.

Tutto questo dovreste già saperlo, è l'ambiente virtuale della mia mente, dove avvengono le migliori discussioni, si arriva alle migliori soluzioni, si delira complessivamente nel migliore dei modi.

Il barista comunque è Les Gold. Gli ho dato questa faccia perché di suo ha la faccia da barista. Anche se un po' mi ricorda mio padre, se fosse senza baffi sarebbe perfetto. C'era stato un periodo in cui mio papà aveva i capelli mezzi lunghi e ingellati (o unti) dietro, mezzi biondi, con la chiericazza. Come Les Gold, insomma. Con la differenza che lo vedi che Gold non è come mio padre, infatti ha i baffi.

Fattostà che c'è anche Les Gold, che osserva me e Critone che discutiamo, e intanto lucida boccali, borbotta a mezza voce e, quando ha finito, valuta gioielli e merce di varia natura. Mai una pausa. Bravo ragazzo lavoratore. E noi qui a ridere e scherzare, mentre là fuori c'è gente che ha problemi esistenziali, e intendo problemi veri, non cose da primo mondo tipo il colore delle Hogan o l'esatto numero di barlumi* che emettono i tuoi denti bianchissimi Mentadent dopo esserteli lavati. O il mio ginocchio, che mi fa malissimo e non so perché; forse ho preso un colpo, forse mi sono sgretolato qualcosa, ma complessivamente me ne frego. Non è che voglia fregarmene per far vedere in giro di essere un duro, bensì lo faccio perché anche solo avvicinarmi al mobile dei medicinali e prendermi un giro di gel antidolorifico farebbe scattare in mia mamma ansie indicibili, proporzionali alla perdita di entrambi gli arti superiori o alla diagnostica di un tumore allo scroto. Figuriamoci dirle "mi son fatto male, ti sembra gonfio il ginocchio?". 

Perciò silenzio. Anche se seriamente mi fa malissimo. Appena mia mamma va a dormire mi annego nel Voltaren. Intanto soffro in silenzio - come mi diceva sempre giustappunto mia mamma da piccolo - e passo oltre. Nel frattempo, Critone, che è saggio lui, mica come me che sono un buzzurro, mi fa notare che si tratta di un notevole caso di akrasia. 


Lo guardo come si guarda un ramarro (uno particolarmente brutto magari), e lo apostrofo come si deve. 

"Scusa puoi ripetere, non capisco il russo".

"E' greco coglione, e l'hai studiato pure".
"Evidentemente male".
"Evidentemente".
"Che vuol dire, comunque?"
"Vuol dire che sei coglione".
"Sì questo lo so, più nel dettaglio?"
"L'hai mai letto il Protagora?"
"No, ma ho visto il film"
"Ti ho già dato del coglione?"
"Tre volte, con questa"

A questo punto perfino Les Gold si spazientisce, lui che è così paziente; "Certo che sei veramente un coglione, eh. Specie con queste battute". Guardiamo tutti e due Les, poi torniamo a discutere.

"Che stavamo dicendo?"
"Che sei coglione".
"Sì, mobbasta però".
"Va bene. L'hai letto il Protagora o no, allora?"
"No".
"Ecco, se l'avresti letto sapresti che è l'akrasia".
"Senti Critone, o mi dici cos'è, o cambio la faccia che dò alla mia personale incarnazione della saggezza, e ti rimpiazzo con qualcun altro"
"Non lo faresti mai"
"Invece sì, ho sempre ritenuto Evola un bell'uomo, non costringermi a farlo"
"D'accordo, tutto ma Evola no".
"Ecco, allora dimmi che è 'sta diavolo di akrasia e parliamone, che il pubblico si spazientisce".
"Allora, in buona sostanza è quando fai una cosa che sai che è sbagliata. Cioè insomma, come quando fai il coglione. Tipo la mattina devi alzarti presto, lo sai, e tardi la notte prima. Devi studiare e vai a bere. Devi metterti a dieta e ti abbuffi di pasta".
"Cioè fai cose da coglione".
"Esatto".
"Anche se lo sai razionalmente".
"Bravo".
"Lo sai che qualcuno direbbe che in realtà ti godi la vita, no?"
"Sì, ma infatti è anche così. Cioè dipende dall'entità della coglionaggine, dipende da quanto son gravi le conseguenze. Se una volta fai tardi e vai al lavoro con le occhiaie non muore nessuno, se ti sniffi pure la polvere dei mobili ogni sera magari comincia a diventare un problema".
"Tipo il mio ginocchio".
"Ecco".
"E se faccio una cavolata anche se sono in buona fede?"
"La strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni, zio".
"E di cattivi proverbi, o Critone. E non chiamarmi zio".
"Scusa frè".
"Critone, vaffanculo".
"Scusa".

Poi Critone torna al suo bicchiere di Vecchia Romagna; Gold ci fissa: "Ne volete un altro ragazzi?".

Non gli rispondo e medito. Faccio un cenno e parte la musica da meditazione. J'nJ, "The Ballet", rilasciata su vinile nel 1992 o 1994, non ricordo. Techno-rave vecchia maniera. Di quella coi coretti "O-o-o-ooo-oooh" che manco gli Scooter. Che belli gli Scooter, chissà chi se li ricorda.

Comunque medito. L'altro giorno ho visto delle foto di una mia amica; ha la mia età, s'è sposata l'anno scorso o massimo due anni fa, ora è lì col pancione. M'ha fatto specie a dir poco, e io non sono uno di quelli che dice che a 26 anni sei ancora giovane e devi fare le sgommate col booster da tamarro di paese. Ma vivaddio nemmeno uno di quelli (tipo mia mamma o mia zia) che sostiene che a 26 anni è ora di sistemarsi, se possibile sposarsi e quindi non è troppo strano avere un figlio. D'altronde nel 2006 ho conosciuto un tizio, bravo ragazzo; e già quando dico "bravo ragazzo" capisci che sta per arrivare l'ondata. Comunque, sto tizio nel 2006 finiva l'università. Quindi avrà avuto... ventisei anni? Ventisette? Ora siamo nel 2014, son passati otto anni. Quindi ora ha 31, 32 anni. All'epoca, foto con capelli lunghi e magliette di gruppi impresentabili già allora. Poi mi ricordo, "Ragazzi vado a lavorare all'estero". Va, torna dopo un annetto. "Ragazzi mi sposo eh!". Lacrime. Qualcuno che gli scrive le solite cazzate, "Sei ancora giovane!". Ma lui niente, si sposa.

Anno dopo primo figlio. Un paio d'anni fa il secondo. Quanti anni sono passati? Otto. Mi ricordo come se fosse ieri. Quante cose sono cambiate? Molte più di otto. E allora penso: sto facendo anche io delle akrasie? Non penso, sinceramente. Penso di star procedendo nella direzione più logica, perlomeno la più coerente e va bene così, non ho ripensamenti di sorta. Poi penso a tutti quelli che mi dicono, intorno a me, "Guarda quello, s'è sposato, fino all'anno scorso si drogava". "Quello lì ha avuto un figlio!". "Te lo ricordi, un paio d'anni fa finiva la triennale e ora convive con uno". 

E così via.

Ci pensavo anche l'altro giorno, mentre mettevo in ordine cromatico i post-it sulla parete della mia stanza. E' l'uovo di Colombo. C'è quel vecchio detto che dice che "a quell'età" pochi anni di differenza contano. E' vero. Per fattori esterni e non dipendenti dalla volontà dell'azienda. Primo anno di triennale, 19 anni. Terzo anno di triennale, 21, 22 anni, massimo 23. Son passati tre anni solo, sulla carta. Ma se va bene tu sei cambiato radicalmente. Entri pensando di godertela, esci pensando - in teoria - al tuo futuro. Entri in specialistica a 23 anni, esci a 25, 26. Son passati due anni. Entri con qualche ansia sul tuo futuro, esci che se non trovi un lavoro domani ti spari. Bella posta a dirmi "Ma solo l'anno scorso eri un tossico!". Sì, ma l'anno scorso avevo la metà dell'ansia e il doppio dei capelli. Ennesima riprova di come a guardare indietro (o avanti) di poco ci si scandalizza. Ma alla lunga le cose si spiegano. Guarda me, meno di un anno fa pesavo almeno 6 chili in più ed ero goffo e disgraziato. Adesso sono ancora goffo, e solo un po' disgraziato. Pensa se mi incontrasse uno che non vedo da un anno, tipo quel mio amico che ora non so se viva in Australia o se sia in vacanza da sei anni ininterrotti. "Ma solo che un anno fa eri grasso!"

Eh, e ora non più, vedi. E' passato un anno, ma un anno importante. E così via, per tutti. L'anno scorso, due anni fa, ero un povero scemo, con poche idee in testa, una vaga direzione e io speriamo che me la cavo, viva Napoli. Oggi - letteralmente - compilo documenti sperando di avere un lavoro che desidero come il Natale. Commetto akrasie? Dovrei tornare a divertirmi? Non che non lo faccia, ma non mi sento vecchio. 

A parte che lo sono sempre stato.

Non mi sento vecchio.

Non mi sento diverso.

Mi sento sempre me stesso. Ma più soggetto a fattori esterni. Tipo i raccolti nei campi.

E intanto Les Gold mi guarda; "Allora, ne vuoi un altro, o no, coglione? Non ho tutto il giorno".




* Chi coglie la citazione sui "Barlumi" vince un premio.

venerdì 13 giugno 2014

Onesicrito contro Al-Razi.

Comunque avevo ancora tante cose da dire, ho ancora tante idee, come diceva il sarto di Burton LaValle. Il problema è che, come ho detto tante tante volte - proporzionali al numero di cose che devo dire, credo - è la voglia che mi frega. Un sacco di volte son lì, magari sotto la doccia, anzi, spesso sotto la doccia, che dico "Dopo apro il blog e scrivo qualche cosa", ma poi tempo che mi asciugo mi passa la voglia. Il phon mi asciuga anche le idee, oltre che i capelli, evidentemente.

Dovrei mettermi un computer in bagno. Isolato dall'acqua. Così scrivo mentre faccio la doccia, zac, diretto, così non ci penso più. Le idee le devo cogliere subito, direi, senza star lì a pensarci. Che poi se ci penso mi distraggo, cambio idea, cambio cose da fare, e alla fine mando tutto a farsi benedire, o, come diceva Pip il Troll, "al creatore". Insomma, un po' così.

Fattostà che pensavo, l'altro giorno, a quelle epoche d'oro, epoche in cui gli Amebix avevano ancora valore per qualcuno, in cui punk veneti con spille dei Voivod grosse come noci e pesanti come piccole casseforti davano lezioni di stile ai giovanotti ciuffonati di oggi, che si proclamano punk canticchiando "Papà sei cattivo non mi fai drogare". In cui suddetti punk, accompagnati da donne pettinate come barboncini incazzati, poi dominano i locali dell'hinterland del Monferrato cantando con la voce di Lemmy, se Lemmy fosse stato un portuale tifoso del Manchester. A quei tempi, come ho già detto, più in là che scroccare passaggi in auto da Lu Monferrato a casa mia, non facevo.

Col tempo mi sono messo a lavorare. Un po' conte di Montecristo, un po' Zio Paperone - che ricordiamo è un modello di vita, ho iniziato a lavorare sodo, però a casaccio. Per intenderci, a studiare senza un perché, a fare le cose per puro dovere. La situazione, come si sa, non è mai stata molto intrigante, e molte spinte e pressioni venivano anche dall'interno. Poi, per forza di cose uno si sente veramente un po' stronzo, più che altro ti senti un poveraccio che ha un quarto della motivazione dei suoi compari, e quindi sei lì lì per mollare.

Poi però tiri avanti, ormai d'inerzia, e intanto finisci la prima laurea; poi a quel punto riguardi la situazione da lì - si dice che sei arrivato alla vetta - e pensi "Però". Pensi che beneomale, anche se ci sei arrivato con una pistola alla fronte e tanti calci nel culo - perlopiù autoinflitti - comunque ci sei arrivato. Passi quindi alla fase gloriosa del "Ragazzo, quanto costa la baracca qui?", in cui, come Moe quando si fa la chirurgia plastica, sei quasi tentato ad andare da chiunque ti abbia considerato uno scarsone, e dire "Chi è lo scarsone ora?". Poi fortunatamente ti fermi, e capisci che è una bambinata.

Ovviamente, le persone non propriamente furbissime, quelle con la sveglia al collo come me, ci mettono un po' a capirlo. 

Ma come dico sempre, mi hanno educato più i videogiochi dei miei parenti; e come ho imparato l'inglese per sforzarmi di capire la trama del secondo Metal Gear (ancora oggi ho dei dubbi... per esempio, Raiden è omosessuale o solo molto raffinato?), giocando ad Antichamber ho capito che non si è mai in vetta, c'è sempre un'altra vetta. Diceva mio papà - noto personaggione - che uno deve iniziare a fare quello che è possibile, poi quello che deve, e poi farà l'impossibile. O qualcosa del genere. E in effetti non lo diceva, l'aveva scritto. Su un bigliettino romantico. Per mia mamma. Che peraltro lei mi ha dato, non è che io mi metta a frugare fra le cose di mia mamma.

Anche perché, tenendo le cose nei cassetti divise da separè - siamo ai livelli di Sheldon che mette un'etichetta ovunque - probabilmente mi sgamerebbe prima di subito. Ma in effetti quello che diceva mio papà ora c'entra poco e niente, ma l'ho detto che avevo tante cose da dire a casaccio. C'è scritto anche nel titolo del blog.

Comunque sia, c'è sempre un'altra vetta, per la gioia di Messner. Secondo me Ambrogio Fogar è un matto, a metà fra quello da ammirare e il ladro. Oppure da ammirare perché ladro. Comunque è un altro che ha sempre tenuto duro, inarrestabile, relentless, come cantavano i Pentagram ai tempi d'oro, prima che Bobby Liebing finisse a fare docureality su sè stesso medesimo e sul suo alcolismo. Dalla vetta di cui sopra, uno si rende conto che ha altre vette. Ma questa volta no, non sceglieremo vette a caso, consigliati a caso da gente tutto sommato valida ma che mi ha instradato su strade a caso. La seconda volta, la seconda laurea, ho scelto giusto; lo studio che ho condotto, che ho condotto per puro amore del conoscere e della cultura, per puro amore dell'argomento - tanto abbraccio mentalmente la disoccupazione da anni - è quella giusta. L'altro giorno stavo scrivendo qualche passo della tesi, e girando su Wikipedia in cerca di spunti, trovo una pagina che riassume i principali termini "tecnici" delle mie materie. Il mito, il rito, il culto, il mana eccetera eccetera; pensando di riconoscerli quasi tutti mi sono commosso. 

Perché mi son detto: "Alla fine vedi, quello che amo lo so". Non mi sento più lo scemo che non si ricorda Euripide o che non si emoziona leggendo Ovidio, ho capito che quella parte non fa per me, il mio posto - culturalmente parlando - era altrove. E l'altro giorno leggevo le indicazioni per il bando di concorso, dottorato, dottore di ricerca università di Padova, scienze storiche, storico religiose, antropologiche. Si scriveva così, io lo leggevo con qualche carattere aureo, in sottofondo la voce delle sirene che ti invita a partecipare. Sembra così clamorosamente difficile, da conseguire, e contemporaneamente così clamorosamente facile. O meglio, difficilissimo, ma con quello sforzo che vuoi fare. Sei su un'altra vetta e vuoi ancora proseguire, diciamo. Evola e tutti gli Asi ti fanno un baffo.

L'altro giorno (avete notato quanti "altri giorni" ci son stati in questo messaggio? E' perché il mio senso del tempo è elastico) ero alla laurea di un'amica, di quella stessa ragazza col temperamento di una damina inglese di cui ho parlato tanto tempo fa. Comunque, ero alla sua laurea. M'è salito un po' di magone, vedendo che nella sua commissione, su 9 insegnanti, 6 erano miei ex insegnanti, e un'altra quasi. Poi sentendo la sua dissertazione - peraltro ottima - continuavo a pensare ai fatti miei, ai miei argomenti. Sentivo parlare di argomenti intricati, di altissimo livello. Storici minori greci, generali di Alessandro Magno, filosofi di serie B, tutta quella fetta enorme della cultura ellenica che non si conosce, quel sommerso che costituisce croce e delizia di chi studia questi argomenti. E ciò nonostante, continuavo a pensare che mentre Onesicrito di Alessandria scriveva questa roba, nel mondo islamico, a centinaia di km dalla Grecia, pensatori e filosofi di mia conoscenza sviluppavano e pensavano nuove dottrine. Onesicrito contro Al-Razi.

E probabilmente io e la mia amica avremmo potuto confrontarci uno contro l'altra, dimostrandoci a vicenda di non sapere l'uno un accidente delle materie dell'altra. E siamo contenti così, io del mio mondo lei del suo. Ed io sono anche contento di aver capito di non dover dimostrare a nessuno - in primis a me stesso - di non sapere nulla. Ecco perché ero eccitatissimo all'idea del dottorato. Perché è lì il mio posto, poche storie. Qualcuno deve tappare i buchi nella cultura, qualcuno deve fare questo lavoro, quel qualcuno sono io. Ho i numeri - o perlomeno le credenziali - per fare qualcos'altro, ma non ha importanza. Devo essere lì, devo riuscirci.

Si tratta solo di fare un ultimo sforzo.

Ultimo esame fra due settimane.

Poi cassetta di gangsta beer per tutti (chi non sa cosa sia, si vergogni, ed indossi una catena d'oro rituale addosso per almeno 24 ore).

Poi progetto di dottorato. Da scrivere bene. Dev'essere vincente. Voglio che sia vincente.

E' dal 1934 che non volevo qualcosa in modo così deciso.