venerdì 27 settembre 2013

Camicia rosa.

C'è talvolta quell'incontrollabile bisogno di scrivere, anche quando mancano sì e no dieci minuti alla cena e sai che tua zia ti chiamerà incazzata dal piano di sotto perché hurr durr è pronto in tavola e mi fai aspettare. Però perdiana, se uno ha un'urgenza ha un'urgenza, tipo l'andare a far pipì.

Insomma, è un po' che ci pensavo, e meditavo sul fatto che quest'inverno, come già accennato qua e là, avvierò e probabilmente vivrò una serie di cose e di esperienze "pesanti" di vita, che però desideravo vivere e che perciò ho fatto in modo accadessero; mi sono iscritto a boxe per smettere di essere un ciccione (non immaginate lo sforzo, e, confesso, anche l'imbarazzo a fare il ciccione in mezzo ai giovini atletici e sudati), mi metterò a lavorare alla tesi girando per mezza città, studierò a sangue per gli esami, forse lavorerò e, nei ritagli di tempo, cercherò di fingere di avere una vita sociale, farò attraversare la strada alle vecchie (per poi buttarle sotto i pullman a tradimento) e tirerò giù i gattini dagli alberi. 

Scherzi a parte, mi attende un autunno inverno impegnativo. Ma ripeto, è quello che volevo. E' impegnativo, ma lo volevo io. Da qui m'è venuto in mente che, sinceramente, molte volte mi sento veramente male. Non sembra, ma c'è un difetto, un disturbo intorno a me, a come sento le cose. Mi sento male perché mi sento costretto, e mi sento costretto - e, confesso, fingo spessissimo - da cose, da molte cose che mi chiedono di essere diverso da come sarei. Queste cose sono tantissime, abitudini, modi di fare, modi di dire, modi di vivere in mezzo agli altri che devo necessariamente adattare al prossimo per non essere ostracizzato dall'universo mondo.

Niente di trascendentale, capiamoci; non sono uso mangiare carne umana, per capirci. Tuttavia, negli anni, mi accorgo di essere venuto a patti con me stesso, di aver fatto un compromesso per non restare solo, per essere accettato, per passare da normale. Ricordo ad esempio - mi pare di averlo già detto una volta - che un giorno mi presentai a scuola (quinta ginnasio? quarta?) in jeans e felpa (principalmente perché non avevo voglia di vestirmi in modo originale, come invece preferisco fare: amo "curare" il mio abbigliamento in modo insolito, originale, magari anche in quel modo che rasenta il ridicolo o "meno male che ci sei tu a vestirti così, io non lo farei mai" - cosa che peraltro un mio caro amico mi ripete sempre circa la mia collezione di camicie in toni sgargianti, tipo rosa brillantinato o arancione). E un amico mi disse: "Oh, sei vestito in modo normale". Sì, ma mi sento un coglione. E oltre che un coglione, mi sento anche un traditore di me stesso, perché avrei preferito una camicia a fiori, braghe gessate e scarpe gialle degne del miglior Benjamin "Motherfuckin'" King. Sinceramente. Di sembrare ridicolo, di essere assurdo, di essere fuori dal mondo non me ne frega un tubo.

E non me ne frega un tubo perché sono io a volerlo. Sto meglio così. In questo senso pensavo: quante cose voglio, nella mia vita, e quante invece no? Quante cose faccio perché le voglio fare - o non le voglio fare - e quante invece sono frutto di "costrizioni sociali", tipo vestiti così, esci al sabato sera, bevi birra con gli amici, studia ma non troppo, odia Berlusconi (vabbè lo odio di mio) e vota PD perché è più meglio, non mangiare panini perché fanno ingrassare e quant'altro? A volte penso che intorno a me ci sia un coro infinito di voci - non necessariamente malevolenti - che invoglino a non pensare, a fare semplicemente "il giusto" deciso per alzata di mano. 

Ma se volessi essere me stesso, come dicono i sedicenni?

martedì 24 settembre 2013

Ordem e progreso pour moi.

In realtà volevo solo scrivere l'ennesimo messaggio alla nazione in cui dò segnali di vita, come a dire "Ehi, sono ancora vivo". 

Principalmente perché ero in vacanza fino a ieri, giorno più giorno meno, e le due cose ad averne principalmente risentito sono la mia pancia ed il mio portafogli; ora occorrerà che mi metta in riga un pochettino, pena la trasformazione definitiva in una sorta di dirigibile (non necessariamente marrone e senza elica o timone) entro le prossime ore. O giorni, o mesi. Difatti, come già detto, stiamo prendendo in mano le redini della vita, stiamo pianificando per voi, eccetera eccetera eccetera. Non mi ripeto di nuovo perché se no farei la figura di Berlusconi, mentre ripete pari pari il discorso della discesa in campo di vent'anni fa, come ha fatto la settimana scorsa.

E quindi niente, tutto va più meno bene. Le cose si stanno organizzando, stanno prendendo forma e iniziano ad andare nella direzione giusta, tipo robot gigante che si sta trasformando prima della partenza; mi devo ricordare di fare una quantità allucinante di cose, scrivere mail, sentire persone su Facebook, mandare lettere di insulti a persone sconosciute, ricordarmi di dedicarmi a progetti personali che son lì che mi guardano e mi dicono "Finiscici!". Se Geppetto avesse avuto la mia stessa costanza nel progettare cose e nel lasciarle irrimediabilmente a metà, la favola di Pinocchio tratterebbe di un pupazzo monco ed incompleto che inizia a girare il mondo, fino a finire in Giappone e diventare il pupazzo di legno di Tekken. Che poi come diavolo si chiamasse non me lo ricordo, perciò mettete mano a San Google e cercatevelo voi, così capirete la gag. 

In questo momento, peraltro, ho un mal di testa che brilla al buio. Son le troppe cose da ricordare, io penso. Oggi pomeriggio vado a comprarmi un tab, per il solo gusto di metterci Evernote dentro e permettermi il lusso di avere qualcuno che si ricordi le cose per me. Mi scoccia molto dimenticarmi le cose. Certo qualcuno potrebbe dire "Ehi, renditi conto che sei stressato come un personaggio di Verga, stai calmo", ma a quel qualcuno (chiunque fosse), risponderei che sono più stressato nel non fare, nel sapere di essermi scordato qualcosa, di non aver - diciamo con questo parolone - adempito ai miei "doveri", piuttosto che sopportare lo stress o il mal di testa. Poi, quest'ultimo passa con le aspirine; il senso "di colpa" - altra esagerazione - non passa così in fretta. 

Ma anche qui torno a calcare la stessa pagina, son sempre lì ad evidenziare il concetto di "a me piace lavorare sodo e sbattermi perché mi piace vederne i frutti", che ormai penso uscirà dalle orecchie di qualsiasi lettore (quale poi, visto che su questo blog i feedbacks sono quasi zero).

Penso perciò che andrò a dedicarmi ad una delle mie attività preferite e maggiormente rilassanti, una sfumatura al maschile delle donne che vanno dal parrucchiere (posto che [1] io vado da un parrucchiere da donna, spendendo 25 carte alla volta, più volte al mese, perché ai capelli ci tengo, e [2] che non penso che tutte le donne si rilassino dal parrucchiere, ma la mia prof di latino al liceo sì, e mi ricordo quando le chiesi "Ma prof ha cambiato taglio e colore?" e lei mi rispose "Sì, son andata ieri a prendermi un'oretta pour moi dal parrucchiere", cosa che mi ha segnato profondamente sul concetto di "oretta pour moi"). Vale a dire che andrò a farmi la barba.

Ciao cari.

Ps: il motto del Brasile, quello sulla bandiera, fa veramente cagare. Ma mi veniva in mente quello nel pensare al titolo.

domenica 8 settembre 2013

La domenica delle ovvietà - feat. Gigi Marzullo.

Comunque, pensavo l'altro giorno al fatto che, se una persona è da sempre abituata a vivere o a pensare in determinati modi, inevitabilmente tenderà a continuare a farlo - secondo me - ed in particolare a pensare che quanto va bene per sè andrà bene probabilmente anche per gli altri. Come a dire che se uno è abituato ad alzarsi molto tardi, troverà normale alzarsi molto tardi e troverà normale per gli altri alzarsi molto tardi, sorprendendosi se gli altri, invece, si alzano molto presto. 

E' un'ovvietà pazzesca. Penso che nemmeno Marzullo potrebbe produrre verità così ovvie. Però come al solito, non ci si fa caso. Conosco una persona, che non citiamo per timore di ritorsioni - anche perché è ancora fra i miei contatti di Facebook, anche se non penso rimarrà lì a lungo - che letteralmente è priva del concetto di "responsabilità", o ancor meglio di "lavoro". Gente che proprio non fa un tubo dalla mattina alla sera, e poi si stupisce non solo della propria fallimentarità (cose del tipo "Oh buon Dio mi accorgo solo ora di essere indietro a fuoco sugli esami, non capisco come mai gli ultimi otto mesi di vacanza al mare possano aver influito"), ma anche del fatto che la gente intorno migliora e va avanti. Anzi magari si scocciano per cose tipo "Ehi ragazzi siete stanchi? Stasera niente disco? Ma come mai?". Senza capire che, magari, la gente normale si sbatte.

Non voglio fare lo stacanovista di turno, come al solito. Anche se sto leggendo la Rivolta di Atlante e mi sto prendendo benissimo, non voglio fare lo stacanovista. E' solo che, a fine stagione esami - questa volta per davvero, siamo a settembre e quindi l'anno è veramente finito, dopo 10 esami secchi, mi sento soddisfatto, mi riguardo, guardo indietro e dico "ok". E penso che appunto, come già detto qua e là, fra poco dovrei poter aver finito, forse dovrei poter lavorare, insomma, soddisfazioni; come guardare qualcosa di costruito a mano, una statuina intagliata, un quadro, un prodotto del tuo lavoro e dire "ok, è proprio mio, fatto da me, sono soddisfatto, ci ho lavorato una vita ma è a posto". Questa è l'idea, più meno. Ho finito una mazza d'esami, ho gettato delle basi, non vedo l'ora di andare avanti; sì, onestamente sarò anche snob, ma sono contento di questo lavoro concluso, e sono contento all'idea di andare avanti eccetra eccetra l'ho già detto lo so sono noiosissimo. 

Però è vero. Vedo persone che rimangono indietro, più meno volontariamente, e dico giustappunto "Voi fate come vi pare - nel senso di siate liberi di scegliere, non nel senso accusatorio, io però continuo a lavorare"; poi sì, arriva la gente a dirmi "lavori troppo". Ed è vero, forse. Ma i risultati che conseguo - anche se piccoli - mi ripagano, sono quello che voglio. Sono contento, insomma. D'altronde, mi ricordo, quand'ero marmocchio, che qualsiasi cosa volessi veniva accompagnata dalla frase di mio papà - noto personaggione - "Cos'hai fatto per meritartelo?". Ovviamente la risposta era sempre "nulla", in quanto ero ovviamente un bambino, ma la cosa non sembrava tangerlo. Così, sin da abbastanza piccolissimo (che elegantissima mostruosità linguistica), mi sono abituato a "guadagnarmi" le cose; dalla scemenzina del "comportati bene e avrai un regalo" si è passati a "studia a sangue e avrai buoni voti" e così via. Poi mio padre era pazzo, d'accordo, ma penso sinceramente che forse su questo avesse avuto ragione.

Meno ragione l'aveva nel dedicarmi zero attenzione. Mi ricordo infatti che, anni fa, quando giocavo a Crash Bandicoot 3, c'erano dei livelli di corsa in moto; mio papà era un appassionato di guida, auto, moto e corse varie, e perciò comprava (per sè, andando nei negozi con la scusa di comprarli per me - anche se sapeva benissimo che non mi piacevano) dei giochi di corse varie. Conseguentemente, io spesso gli chiedevo di completare per me quei livelli in Crash, sapendo pure che la cosa gli avrebbe fatto piacere; in realtà, ero perfettamente in grado di farlo da solo, ma facevo finta apposta di non essere capace per cercare di giocare un pochino con mio papà. Cosa che, credo, non ha mai capito. Non c'entra una mazza col discorso di prima, ma ci tenevo a dirlo, anche perché m'è venuto in mente qualche giorno fa e, si sa, se non racconto i fatti miei al muro non son contento.