lunedì 20 maggio 2013

Ancora una cosa (come diceva il tenente Colombo).

Ci sono tanti ed indubbi vantaggi ad usare il portatile a lezione; fra questi, c'è la comodità insindacabile di scrivere i fatti propri (tipo questo post), spacciandosi come una persona seria che scrive appunti, trollando astutamente il professore. Il quale, comunque, se non se ne accorge, e se non si preoccupa di mantenere il tiro della sua lezione (evitando quindi la noia nello studente), in fondo, se lo merita. Di essere buggerato, intendo. A parte questi dettagli, comunque, possiamo dire che, mi rendo conto, sono un pochettino sparito; ho avuto parecchio da fare, la vita da studente fuorisede mi ha cambiato, poche storie. Chi mi conosce sa che amo “tirare i bilanci” alla fine delle cose, alla fine delle esperienze; alla fine dell'anno, dopo i periodi di festa (con conseguente incontro del parentado), dopo qualche viaggio od occasione particolare, cose così. Ovviamente, prima di tirare i bilanci, siccome sono una persona noiosa e tendente alla riflessione noiosa, prima di tirare le somme le pre-tiro, raccolgo mentalmente le idee e mi preparo.

Ora, appunto, il primo anno scolastico fuorisede a Padova è quasi finito; fra poco inizierà la sessione estiva e vedremo come sarà andata. Ed ovviamente vedremo come andrà, invece, il secondo anno; prevedo un futuro fumoso, fumoso nel senso di “dubbio”, di “incerto”. Non so bene cosa accadrà e ci sono ancora troppe variabili per lavorarci su. I “problemi” per il secondo anno non sono pochi: dove andare ad abitare, innanzitutto; anzi, a pensarci si può dire che quasi solo questo sia il problema. Mi sento relativamente tranquillo dal punto di vista scolastico (leggasi: basta studiare) e dal punto di vista umano; in tal senso, sono soddisfatto, e lo dico già adesso: ho fraternizzato con diverse persone, cosa che non solo ha il valore intrinseco di “avere degli amici”, ma anche, ad un secondo livello, quello consolatorio di “vedo che riesco a farmi degli amici”. Il che mi rassicura, mi fa capire che sono diventato, o che sto diventando, una persona a tutto tondo, una persona in grado di spostarsi fuori dal suo ambiente e vivere uguale. Trovo, aprendo una breve parentesi, che sia errato vivere radicati ad un ambiente preciso, ad una tradizione, ad una piccola vita in un piccolo stagno; non fraintendiamoci: è bellissimo avere un luogo da chiamare casa. Casa con tutto ciò che ne consegue, le tue piccole cose, i tuoi ricordi, i tuoi amici; perfino il bottegaio sotto casa finisce per diventare parte della tua vita quotidiana.

Ma la casa, nella mia opinione, è solo un punto di partenza, come il punto di ancoraggio del bungee jumping; poi, è tutto salto nel vuoto, è tutta scoperta e desiderio di scoperta, è tutto viaggiare e vedere, e poi sempre tornare. E portare nella tua casa, nella casa metaforica, qualche pezzo nuovo; in senso concreto, uno dei miei piccoli sogni è quello di avere una casa piena di piccole suppellettili, di piccole cose recuperate in viaggi grandi e piccoli, una casa piena di ricordi, di cose che non butto e non butterò mai (parafrasando Zio Paperone). La casa, la propria comodità, il proprio passato e la propria compagnia hanno sempre una loro attrazione, sono sempre belle ed importanti, accoglienti come un vecchio divano e caldi come la propria vestaglia; ma, per quanto mi riguarda, per quanto mi rassicuri, l'interesse ad uscire e vedere oltre è sempre maggiore. Una volta consolidata la base – il problema sarebbe poi quello – è ora di uscire, di vedere. Probabilmente, non esisterà mai un luogo “più bello di casa propria”; probabilmente non esisterà mai un “amico più caro” del tuo compagno di cento avventure, ma non per questo non vale la pena di provare.

In un certo senso, è bello avere “tanti punti”; è bello avere “la compagnia di qua” e “la compagnia di là”, la propria vita da una parte e dall'altra. Senza giudicarle, perché sarebbe brutto; ogni cosa ha i suoi vantaggi indubbi, ogni cosa è piacevole a modo suo. Ma questa doveva essere solo una parentesi, e dunque chiudiamola.

Torniamo al bilancio.

La soddisfazione di “crescere” è indubbia. Ammetto che, come chiunque, del resto, il crescere fa sempre paura, l'ignoto è sempre l'ignoto; ma la soddisfazione per i risultati è superiore, è inutile che mi nasconda dietro un dito. Sono soddisfatto anche del percorso quand'è comune; ma qui non scendo nei dettagli. E quindi confermo, sono cambiato; sono più tranquillo, ammetto, meno stressato. Meno impegnato, e per questo scrivo meno; perché se il blog nasceva come reazione e risposta allo stress (che io usualmente misuro in base al numero di ore in cui parlo da solo, brutta abitudine che qui confesso e della quale presto parlerò), ora che ho meno stress e meno noie, beh, il blog perde di necessità. Mi sono reso conto, come già un amico mio aveva previsto anni fa, che sto meglio in libertà; capiamoci, non per il comodo di “esco quando voglio” e “faccio quello che mi pare”, ma proprio ad un livello più profondo. La vita a casa mia, la vita con mia mamma in particolare, ormai mi va troppo stretta; d'altronde, ora che la nonna è scomparsa, posso dire che l'infanzia è finita. Definitivamente. La nonna aveva ancora l'abitudine di passarmi una minuscola paghetta mensile, nonostante la mia non più verdissima età; ora questa minuscola cosa non c'è. Ho trovato un piccolissimo lavoretto che ha sostituito questa micro fonte di reddito, sufficiente per pagarsi gli sfizi e il sabato sera; naturalmente, capirete anche voi, questo ha un significato simbolico: non c'è più nessuno che paghi per me (almeno per le scemenze), ora sono io “che pago la serata”. E quindi sì, l'infanzia è finita.

Lo penso seriamente. Ritengo che questo sia stato veramente uno spartiacque fra un prima – in famiglia, nell'infanzia – ed un dopo – fuori dalla famiglia, nell'adultità. Giovani adulti. Giovani, ma adulti. Età di transizione. Età che spaventa ma che piace, tremendus fascinans, come diceva Otto (Otto di cognome, non di nome).

E qui sta il valore della sfida.

E qui sta il vero valore del primo anno a Padova. Il vero valore è: ce l'ho fatta. Ho passato l'anno. Sono sopravvissuto, dillo come vuoi; sono arrivato nudo, ho saputo gestirmi, ho costruito legami, reso abitabili case, gestito scontrini, spese, esami, amici e significanti altre. E quindi dico: se ci sono riuscito, sinora, posso migliorare ancora, posso affrontare il futuro come ho affrontato il passato.

Crediamoci.

mercoledì 15 maggio 2013

Eh Ferretti, Ferretti...

Ai tempi d'oro in cui Lindo Ferretti non era un papista e un ferrariano, cioè prima dei suoi problemi personali che lo portarono a riscoprire Gesù, cantava delle vere perle, fra cui "Io sto bene", dove, ricordiamo, trovavamo quello straordinario ritornello che faceva "Io sto bene, io sto male". 

Ecco, parafrasandolo - ma mi pare di averlo già fatto - mi viene da canticchiare "Preso bene, preso male"; ultimamente, m'è capitato di pensarci spesso, forse i lettori (quali?) più attenti l'avranno notato. La questione del presobenismo mi turba, mi domando come faccia la gente, a volte, ad essere sempre presa bene, sempre allegra sempre yeah. Su un doppio binario: quello "importante", diciamo quello interiore, e quello "superficiale". Superficialmente parlando, è un discorso semplice e concreto: come fai, ad esempio, a trovarti in una situazione che non ti piace, ma divertirti lo stesso? Sei in discoteca, ma la discoteca ti fa schifo, che fai? Io, personalmente, non mi prendo bene, magari esco. Difficilmente mi viene da dire "vabbè, pigliamoci bene uguale".

Però quello, sai, è un discorso secondario. D'altronde non ha molta importanza l'evento in sè, discutere delle linee teoriche secondo cui dovrei, dovremmo, si dovrebbe gestire ogni singolo evento della propria vita non ha molto senso. Posso forse impormi una linea dura? Direi di no, a meno di non diventare un maniaco; ogni cosa va presa a sè. Poi certo, posso avere una linea di massima, ma ecco, non credo si possa andare oltre. Il discorso diventa importante quando uno è preso bene, profondamente bene, in qualsiasi momento della sua vita; lì c'è del disagio, lì c'è un problema, lì c'è "la mucca felice" che non sa manco dove sta girato, c'è quello che non sa nulla, che vive alla giornata. Ma non "alla giornata" nel buon senso, nel senso della spensieratezza, dell'avventura quotidiana, del sogno e dell'eccitazione, ma nel senso dell'insulso, della stupidità, dell'uomo che vive e finisce - probabilmente - schiacciato da qualcosa che non ha previsto.

Tutto questo per dire che stavo ripensando al concetto stesso di "gestire la propria vita" alla luce del preso bene e del preso male. Ed anche che riscoprendo i vecchi dischi dei CCCP mi commuovo sempre.

giovedì 2 maggio 2013

E' tipo il Buddha quello che saluta lì all'angolo?

L'altra sera mi ha telefonato il Buddha, per dirmi delle cose. Ed "il Buddha" non è un soprannome simpatico da film pulp-noir da attribuire a un amico particolarmente grasso, intendo proprio il Buddha, noto anche come Siddharta Gautama, quello che oggi milioni di fedeli buddhisti ascoltano pregano venerano eccetera. Insomma, quello lì. Se sostituite la frase "mi ha telefonato" con "m'è venuto in mente" e "l'altra sera" con "quindici anni fa", poi, la frase fila perfettamente.

Ed è vero.

Mi ricordo, difatti, che qualcosa come un diciotto anni fa, avrò avuto sette-otto anni, ero un bambino molesto. Anzi, a dire il vero no, non ero molesto, ero tranquillissimo; però ero paranoide nei confronti del dormire e della televisione notturna. Mio papà - come tutti ormai sanno noto personaggione - aveva infatti l'abitudine di tenere la tv accesa fino a tardi; come molti altri bambini, anche a me dava molto fastidio la luce accesa ed il rumore e tutto il resto, e come molti altri bambini andavo sempre a scocciare chiedendo di fare un po' di silenzio. La soluzione più ovvia, cioè chiudere la mia porta - o quella di mio papà - era ovviamente preclusa: la realpolitik di mia mamma, legata al controllo assoluto delle mura domestiche, vietava la chiusura di qualsiasi porta (perfino quella del bagno: andava chiusa solo accostandola, la chiusura a chiave era  - ed è tuttora - vietata), poichè "la mamma deve sentire tutto quello che succede".

A tal proposito, l'altro giorno - alla veneranda età di 24 anni, 25 il mese venturo - dopo una doccia, decido di asciugarmi in camera, e nel frattempo di perdere tempo giuocando con inutili app sul mio potente mp3-che-sembra-uno-smartphone-ma-non-lo-è, di una nota marca coreana che non citiamo per timore di ritorsioni dalla lobby Apple. 'nsomma, stavo asciugandomi - in silenzio, perché non è che la gente normalmente urli "ORA MI ASCIUGO IL CULO! ORA MI DO' IL DEODORANTE! ORA MI SISTEMO I CAPELLI" (anche se mia mamma lo fa, ndr), quand'ecco che, dall'altra stanza, mi sento chiedere se va tutto bene, perché "non sento nessun rumore dalla tua stanza". Ecco, così per dire.

Comunque, all'epoca, tornando al discorso di prima, facevo storie per il dormire, per il buio eccetera eccetera; abituato a farle a casa mia, ovviamente le facevo anche fuori. Coincidenzialmente, mi trovavo a casa di una zia, e mi rigiravo nel letto già da più di un po'. La zia, anziana, presumibilmente si era appisolata di fronte a un Marzullo qualsiasi, e io ero lì a penare, cercando di dormire, invano, nonostante fossero - orrore! - almeno le undici (vallo a dire a un bambino che le undici è presto, vai). Ad un certo punto, mentre ero lì a inveire e lamentarmi, ad un certo punto - giuro che è andata così - m'è venuto in mente il Buddha. Ma proprio il Buddha eh. Ora, come mai un bambino di quell'età conoscesse il Buddha E conoscesse anche il concetto di "il Buddha è la pace e la quiete interiore", lo ignoro. Illuminazione sulla via dell'India, forse. Però successe; mi venne in mente lui e pensai che, se lui era tranquillo, potevo esserlo pure io. A quel punto mi calmai e presi sonno; poi, negli anni a venire - siccome sono stupido e dò molto peso agli eventi casuali - ripensai spesso a quell'episodio quando si presentava la necessità di calmarsi.

Il senso ultimo di questo post è che, forse, oggi dovrei farmi tornare in mente il caro vecchio Sakyamuni (è sempre Buddha, ndr); nonostante abbia promesso di non farmi prendere dal panico ogni tre per due, e di non agitarmi continuamente per tutto - in primis le mie condizioni sentimentali, economiche e amicali, non necessariamente in quest'ordine - continuo a farlo. E' più forte di me. E' un richiamo, tipo quello verso un piatto di formaggio fritto.