sabato 2 febbraio 2013

Anche i Carcass dicevano "same old song".

Nonostante sforzi e tentativi, a volte sento che i miei piani falliscono. Nonostante uno si metta di buona volontà, e si riprometta di farcela, di resistere e tutto, fallisce. E ovviamente si lamenta (eccomi) di questo. Con le conseguenze del caso; un po' come in filologia: vedere che un autore parla di qualche altro autore è segno che lo ha letto. Per la serie: impariamo a cogliere cose non altrimenti coglibili. Ma questo non c'entra, e riguarda come al solito delle tangenzialità cerebrali che, ormai, inizio a capire mi contraddistinguono. 

Questo post, questo messaggio, affonda le sue radici in vecchie questioni, vecchie storie, vecchie cose; qualche anno fa, avevo una prof. di arte, che mi suggerì - e stiamo parlando di robe che risalgono ad anni fa, almeno 5, se non oltre - di imparare a "sputare un po' di veleno anche io". "Troppo sensibile e troppo buono" era la diagnosi di questa donna, insegnante-amica che ti salva la media e che, quando sei depresso, ti poteva pure dare un parere umano; e il suo parere umano era quello. Da allora - 5 anni fa - stiamo lavorando su questo veleno. Stiamo cercando di imparare a prendere la cornetta e dire "vaffanculo, hai capito, vaffanculo!" al prossimo, di prendere una lista nera e scriverci su una lista di nomi, poi fare come quel tizio del telefilm (che telefilm era...? My name is Earl?) che andava a casa di tutti quanti avesse conosciuto od offeso e cercava di risolvere i suoi vecchi problemi, uno per uno. Una cosa così, però dovrei avere la forza, la voglia e lo stomaco di andare da della gente e dire "fai schifo al cazzo, per i seguenti motivi". 

Una volta lessi anche una striscia dei Peanuts, al riguardo; Lucy iniziava a girare con una lista di "difetti" di ogni personaggio, dandone prima una a Charlie Brown - che se ne stava essendo Charlie Brown, poi una al fratello (che, intellettuale finissimo qual'è, rispondeva "ma questi non sono difetti, sono tratti della personalità!"), ed infine una a Snoopy, che reagiva inseguendola e mordendola. Ecco, una roba così. Ma non esattamente questo, a dire il vero.

Se dico "sputare veleno" paio sottintendere, con questi termini dal gusto di punk hardcore italiano anni 80, una rabbia, un disagio, un senso di, appunto, rabbia che devi incanalare contro qualcosa. Ma io, che ormai non so nemmeno più se esisto, non ho rabbia, non ho nulla, ho proprio la fase del "dolore"; quel tipo di dolore a metà fra la gente a cui piace vedere la moglie in mano (diciamo così) ad altri e quello degli eroinomani, che soffrono nel drogarsi però si drogano uguale. Quel dolore del tipo "non vedo soluzione, soffro indistintamente e mi rendo conto che cercare di cambiare sarebbe forse peggio". 

Ma a questo punto, o Critone, qual'è il problema? Di cosa mi lagno, Holden? Chi mi ha offeso, caro Orson? 

Sono stanco. Stanco di vivere, letteralmente. Vivere in mezzo a persone che - come direbbero i giovani adolescenti bisognosi d'affermazione umana - non ti capiscono. Stanco di preoccuparmi, di correre dietro alle persone preoccupandomi, con tutte le manifestazioni del caso, dal regalo di Natale preso per tempo e finemente incartato al pensiero "ti supporto per gli esami, coraggio", stanco di avere pensieri per tutti, e di sentirmi sempre totalmente dimenticato, e se non dimenticato almeno secondario. Stanco di avere gli altri come primo pensiero, stanco di vedere la gente che prima pensa a se e poi pensa a te; stanco della semplicità altrui, che fa tutto questo nel modo più spontaneo possibile, senza nemmeno rendersene conto. Ti ignora, si fa la sua vita, poi arriva da te e ti dice "Ehi amico, come stai?", e lì muori, muori proprio dentro, perché sai che non sta mentendo, non è falso, non ti prende in giro: ti ha ignorato, poi ti ha salutato e ti vuole bene veramente, ma non ti metterà mai prima di se stesso, come invece fai tu - cioè faccio io - perché sei stronzo, insicuro, e debole come una merda, sufficentemente incapace di autoaffermarsi da lasciar correre tutto, anche quando vorresti ribellarti.

E non ti ribelli, appunto, perché fai schifo, perché hai troppa paura di parlare, di perdere quello che hai costruito - l'ho detto tante volte - anche perché non hai mai avuto niente, e quel poco che hai è importante. In altre situazioni, in altri contesti, probabilmente sarei (e quest'esempio è calzante, secondo me) quel tipo d'uomo che si tiene la moglie fedifraga, che sa benissimo essere tale (e con lei che se ne vanta), pur di non affrontarla, e pur di non perderla. Una categoria definibile "amebe", direi. Ed in questo aggiungiamoci, al danno, la beffa: la beffa di vivere così, con quel mondo interiore bello, o perlomeno che ritieni bello, almeno quanto una Terra Pura, con quel mondo di cose belle che vorresti condividere, di spontaneità, di amicizie e amori semplici e fraterni, oltre la convenzione ed oltre la finzione, che però non condividi, non riesci a condividere. Perché una delle forme principali con cui si esprime è la preoccupazione, è l'attaccamento, e nessuno te lo manifesta.

Quel senso, quel senso di dolore; quello che deriva dal tuo dare la disponibilità a tutti, per qualsiasi cosa. Perché ci sei, ci sei per loro, per amici e parenti, per qualsiasi cosa; ed è giusto così, e sei felice - intimamente, e sul serio! - di poterci essere. Ma hai anche paura, paura che la gente si approfitti di te, che ti sfrutti, che non colga il tuo gesto; e alla prima cosa, effettivamente ti senti sfruttato. Ed allora ti dici basta, ti dici vaffanculo arrangiatevi, ma poi, servo quale sei, torni sempre indietro, perché non puoi non farlo. Non riesci. Quando ti prendi una piccola rivalsa, una piccola "ripicca" (nella tua ottica), poi ti senti uno schifo; lo confessi subito, e tutti a dirti "ma guarda che non hai fatto niente, lo faccio anche io", ed allora ancor peggio. Per esempio, metti una volta in cui, che so, non rispondi al cellulare; ti chiama la ragazza, ti chiama qualcuno, ma non rispondi perché vuoi fare qualcos'altro, magari prendi un caffè e richiami dopo. Poi però stai malissimo, scusa guarda confesso, ti ho buttato giù la chiamata, prendevo il caffè; ti aspetti tuoni e fulmini, ed invece hai un "ah babè lo faccio sempre anche io". Esplicita ammissione di "di te me ne frego" oppure comportamento normale che stride con l'ipersensibilità? Ed esiste poi anche il caso di persone che reagiscono con tuoni e fulmini, ma poi, quando si comportano uguale, fanno orecchie da mercante - fortunatamente queste son rare. E alla fine la colpa è tua, è solo tua, che sei ipersensibile, e vuoi morire pur di finirla.

Se stai attaccato a qualcuno, ti dicono pure "mollami"; e, ripeto, lì soffri, perché sai che è così, che sei circondato da gente che ti vuol bene, che ti ritiene amica, ma che non ha assolutamente voglia, modo o nemmeno l'idea di esprimertelo. Però ti vuole bene. E si va nei paradossi. Nella top ten, ogni volta che mi sono espresso o lamentato, elenco alcune delle migliori scuse ricevute:

- "Scusa, non ci hai mai detto nulla, come potevamo capirlo da soli?"
-"Eh ma noi normalmente non sentiamo il bisogno che qualcuno si preoccupi, quindi non ci preoccupiamo" (Variante questa molto diffusa, secondo il "paradigma del regalo": non voglio che tu mi faccia un regalo, quindi io non lo faccio. E se tu lo desideri cazzi tuoi)
-"Non capisco qual'è il problema, siamo amici no?"
-"Dovresti imparare a essere più deciso"

E altre. La mia massima aspirazione è vivere leggero, è vivere in qual mondo fantastico - probabilmente analogo, per impossibilità ricettiva, ad una Terra Pura o a un Paradiso degli Immortali (e cercatevi i due concetti) - dove ti svegli la mattina, esci di casa, incontri i tuoi amici, le persone che ami, ed è tutto una cosa spontanea, reciproca. Tu oggi non ti senti bene e qualcuno ti consola, ma d'altronde tu andrai subito ad aiutare qualcun'altro, a sua volta con un problema; si esce tutti insieme, complessivamente felici, solidali l'un l'altro. Il mondo in cui il primo pensiero è "buongiorno cari amici" e non "ora mangio, poi forse se ho tempo chiamo gli amici, che tanto anche se non li chiamo mi voglion bene uguale". Ma forse mi illudo, forse intendo il sentimento umano come qualcosa che lega veramente, e non come una convenzione sociale. 

"Amico", "amore" e "parente" sono solo tre parole. Il vero legame umano, se c'è, è altro. E' aldilà. Ed io, presuntuosamente, credo di averlo, di provarlo, in più direzioni, come la bestia da un milione di schiene di Futurama, ma credo anche che nessuno lo provi per me; preferisco non avere la parola "amico", ma voglio "quel legame" indescrivibile ed inesprimibile. Ed intanto sto male, male non da ieri, non da un mese, ma da sempre; e la domanda resta sempre la stessa: perché solo io mi sento così? Perché il sentimento di attaccamento mi distrugge? Perché non la smetto?