mercoledì 25 dicembre 2013

Ciao bella gente, è Natale.

"Tanti auguri di Buone Feste, amici!"

E' quello che dico, illuminato da un riflettore, su un palcoscenico scalcinato che ricorda vagamente quello da cui si esibisce Krusty il Clown. L'ennesima scena che si svolge solo nella mia mente sta per partire, ed io sono lì, protagonista su una scena dove non mi ascolta nessuno, ma in fondo non ha molta importanza, va bene così. Sono vestito come Arcade nei suoi momenti migliori, perché almeno nelle scene nella mia testa posso vestirmi come mi pare. Principalmente in culo al buon gusto.

E a Giannino.


Che ha imparato a vestirsi guardando me ed Alan Moore. Ma lui corre già in una categoria più alta.


Comunque i riflettori rimangono su di me, ed il vestito da Arcade, sul palco da clown, sta facendo un effetto circo. Se ci fosse del pubblico, sentirei già i colpetti di tosse imbarazzati e le risatelle soffocate. Ed allora realizzo di non avere veramente voglia di stare lì, preferirei stare io nel pubblico, quasi quasi, a ridere di un pirla che ha momentaneamente il blocco del comico-dell'attore-del fesso, e non sa cosa dirti; purtroppo non sono un comico inglese, di quelli che sanno farti ridere sempre.

Allora improvviso e riprendo con gli auguri di Natale. D'altronde dai, oggi è Natale. Ieri sera davano "Una poltrona per due", stamattina ho rivisto su Youtube i cartoni Disney di una volta che vedo tutti i santi Natali, ieri sera ho pure mangiato le solite cose che mangio da vent'anni a questa parte, quindi va tutto bene così. Ad ora, verso le quattro, quattro e mezzo, com'è abitudine da quando Zuckemberg ci ha abituati male, cominciano i resoconti del proprio Natale, le foto, i commenti; in genere, se siete meridionali o persone affezionate alla famiglia, le foto comprendono nonne, zie, cuginetti piccoli, e foto di pranzi a perdita d'occhio. Se siete liguri, invece, un paio di commenti veloci. I più spiritosi scrivono cavolate tipo "Oh come mi fa schifo il Natale, sono il grinch e me ne vanto", i più spiritosi ancora scrivono bestemmie (anche i minorenni a dire il vero). Entro stasera tutti avranno avuto le palle piene della routine natalizia e si passerà ai commenti postumi, divisi nella categoria "zuccherosità alla Fabio Volo" ("Fosse Natale tutto l'anno" e similia) e nella categoria "Oh mio Dio" ("Sono ingrassato dieci chili solo oggi", "Che magnifici regali" ecc ecc).

Intanto, io, non sapendo bene come continuare ad intrattenere il pubblico, faccio battute da poco e racconto il mio Natale, un po' diverso, con meno parenti, più triste forse, ma meglio dell'anno scorso. In certo qual senso. Inizio a raccontare che la torta di verdure di mia zia è meno buona di quella di mia suocera, poi improvvisamente mi brilla una luce dalla regia; guardo verso la cabina di regia e mi fanno un cenno minaccioso: non posso dire "suocera", perché la mia S.A. (se non capite questa sigla, rileggete tutto il blog, in castigo) si scandalizzerebbe e si prenderebbe male. E poi le battute sulle suocere non fanno tendenza più.

Comunque la sua torta di verdure è buona per davvero.

Faccio una risata da Eddie Murphy e continuo a comicizzare. Il tizio nella cabina di regia ha le sembianze di Jean Todt e scuote la testa sconsolato, ha già capito che l'audience stasera cadrà sotto le scarpe. E ci credo, sull'altro canale c'è Una Poltrona per due, chi cavolo sta a guardare me? Nessuno.

Io mi sono sempre immaginato i tizi di regia come Jean Todt. Ha quella faccia da tecnico che più tecnico non si può. Quand'ero piccolo vedevo sempre le sue foto con le cuffione nella cabina Ferrari, e pensavo "Chissà cosa fa". Quando ancora seguivo un po' la Formula Uno, perché la seguiva mio papà. Che personaggione. Chissà che fine ha fatto.

Mio papà, non Todt, intendo.

A volte penso che sarebbe tutto contento di sapere che faccio pugilato. Proprio lui che ha passato la gioventù a insegnare Judo. E gli sarebbe piaciuto se avessi fatto uno sport di lotta, cosa che ora succede. Ma succede anche che altri fattori più impellenti separino due persone. Chissà come mai certe cose non mi devono mai andare bene.

Le luci si affievoliscono e sale una musichetta di violino triste, è il momento in cui il comico fa le battute tristi per poi farne una che fa riderissimo; ma a me le battute che fanno riderissimo, così su due piedi, non vengono. E nemmeno se sto in piedi sulle mani.

Visto?

Non mi vengono, è inutile.

Faccio un cenno a Jean Todt in regia, mi rimettono le luci e levano i violini, sostituendoli con dell'acid house anni 80/90. Però a volume basso, per non disturbare. 

L'anno è quasi finito.

E' andato bene?

Mah direi di sì. Soddisfazioni, qualcuna. Cose brutte, qualcuna. In amore tutto bene, i soldi vanno, sua moglie non la tradisce con un capricorno, attenzione all'attività di un leone molesto, bene l'amicizia con il sagittario, la Luna contro sconsiglia di uscire di giovedì, mercurio favorevole spinge a speculare nell'edilizia coreana. Insomma, un bilancio medio. Neutro. Neutro come lo sono gli oroscopi. E appunto, per ora tutto bene, ma anche tutto male, insomma, medio. Sono soddisfatto, tutto sommato.

E l'anno prossimo?

L'anno prossimo vediamo.

Sicuramente cambierò il tizio alla regia.

domenica 8 dicembre 2013

Preparo il Natale ascoltando Boney M.

Come tutti sanno, io rientro nella categoria VIP. Basta leggere qualche post indietro per rendersi conto, infatti, che solo a me succedono cose straordinarie, tipo incontrare Abbath alla sagra della porchetta di Viganego (prov. Bargagli), e questo basta a rendermi un vip. Infatti mi domando come sia possibile che, dato che l'altro giorno c'era la festa dell'erede al trono Romanoff, io non sia stato invitato. 

Riflettendoci, mi domando l'utilità dell'erede al trono zarista, ora che mi risulta che dopo due giri di baffi comunisti (l'intensità del comunismo dipende dalla foltezza del baffo: Lenin di meno, Stalin di più), ora ci sia altra gente al potere, dopo il tizio con le macchie sul capo ed altri individui più o meno onesti. Ora dovrebbe esserci quel tizio che ama farsi fotografare mentre strangola orsi a mani nude e cose così. 

Ma sto divagando.

Rimane il dubbio sul perché non mi abbiano invitato, questi stronzi. C'era la festa con l'èlite della società regia e non del mondo intero, principi, nobili, notabili e semplici cani, suore spagnole, ladri generici, arricchiti, truffaldini ed imprenditori varesotti rifatti vari. Quindi mi domando come potessi mancare io, con la mia esuberante carica di simpatia e le mie elegantissime barzellette sui funzionari egizi che muoiono e raccontano le bugie ad Allah (nota: conosco veramente delle barzellette sui funzionari egizi che muoiono e raccontano le bugie ad Allah; le ho lette sul libro di testo di arabo, in arabo. Mi domando se l'autore si creda un barzellettiere o se si sia semplicemente bevuto il cervello).

Poi penso che forse gli eredi ai vari troni e sultanati del mondo arabo potrebbero prendersela con me, ed aizzarmi contro delle guardie armate di mitragliatore e falcone. L'ho già raccontato fino allo sfinimento, ma quando sono andato ad Abu Dhabi vidi, in aereoporto, una guardia armata appunto di mitragliatore e falcone; il livello di sicurezza era, direi, notevole. Mi spiegarono che il falcone era un grande deterrente per i ladri e gli scippatori, in quanto addestrato a beccare agli occhi, e quindi insomma, mica poco. Forse era in Oman però. Ora non mi ricordo; in ogni caso, l'attrazione definitiva dell'aereoporto di Abu Dhabi era il negozio dove comprai una tripla confezione di Kit-Kat, gusto normale, bianco (prima che arrivasse in Italia) e soprattutto ripieno al burro di arachidi. Qualcosa di eccezionale.

Ma sto divagando.

Vorrei aprire una parentesi sul fatto che ho deciso di concedermi una serata "cantanti nere" e sto sentendo in loop da ore misti clamorosi di Chaka Khan, Angie Stone, Gloria Gaynor, Donna Summer e quant'altro, ma quasi sicuramente non interessa a nessuno, anche perché di tutte queste tre, l'unica cosa che balza in mente mediamente alla gente è "Hot Stuff" di Donna Summer. "I Feel Love" se siamo fortunati.

Ma sto divagando.

Insomma, siccome mi giravano i coglioni perché i Romanoff non mi hanno invitato, e non ho potuto andare a party cosmici sfoggiando eleganti tuxedoes di Versace (che avrei ovviamente comprato per l'occasione), ho risolto la cosa andando a Torriglia per la domenica. Che non è proprio la stessa cosa. I russi i canestrelli non li hanno, sti stronzi. Ma caso ha voluto che a Torriglia - credeteci, nell'entroterra genovese - esistesse un ristorantino, il ristorante "Matrioska", gestito da una coppia italoucraina. Ci ho mangiato clamorosamente bene, e vi giuro che non sono stato pagato per la recensione. La cucina è mista genovese e ucraina, i prezzi più che umani, la vodka finale in omaggio, insomma, il top.

Ma sto divagando.

Quello che volevo dire è in realtà tutt'altro, volevo ricordare all'utenza che in questo periodo sono stanco morto, me lo dice anche il mio oroscopo (ho preso una di quelle palline con dentro un bigliettino portafortuna-oroscopo, e diceva "sei stanco morto"), quindi insomma, dev'essere vero. Perciò farmi un giro in campagna, a respirare un po' di aria fredda di bosco, mi ha fatto bene. M'ha rimesso di buon umore - infatti mi ha fatto trovare la voglia di non vegetare su Serious Sam 3 (dove però anzichè "vegetare" devi leggere "bestemmiare") e di prendere la penna per scrivere qui ed aggiornarvi sulla mia importantissima vita (se esistono riviste intere che campano sulla vita di gente qualsiasi, tipo William e Kate, non vedo perché la mia vita debba essere meno importante; William e Kate non sono state minacciate personalmente da Patrick Mameli. O almeno non credo). Rimane il fatto che è un periodo pesante, che sono stanco per lo studio, per la tesi ed il lavoro che essa comporta, per il Natale imminente; è il primo Natale a mia memoria con così pochi parenti. Siamo rimasti in tre, io, mia mamma e mia zia. Lo scorso Natale non si fece quasi nulla, per la mia lontananza padovana (in genere cerco di organizzare feste che i Romanoff se le sognano - sti stronzi), e soprattutto perché la nonna era (forse lo ricorderete se siete lettori assidui) malata. 

Perciò questo Natale dev'essere straordinario. Devo riprendermi. Un buon modo consiste nel fare regali a cani e porci, mi dà soddisfazione. E mentre finisco la serata sentendo Bonnie Tyler (anche se è bianca, pazienza), concludo il post ricordando a tutti il secondo modo di rendere il Natale straordinario: stando in famiglia. Se vi riesce, fatelo. E' una cosa che farei anche io, se avessi una famiglia. 

Ma potete anche solo abbuffarvi e fregarvene, eh.

Buona camicia a tutti.

Ps: anche Boney M non è male per chiudere la serata.



giovedì 21 novembre 2013

E' davvero una festa della Madonna, ma io non ci sono.

"E' davvero una bella festa", mi fa.

E' Critone. Ci siamo io, Critone e Holden; sembra l'inizio di una barzelletta. C'è una festa gigantesca, ovviamente tutta nella mia mente, ed in quanto tale c'è la musica giusta, nella fattispecie i Mumbai Science; poi ad un certo punto mi rompo i coglioni e il sottofondo cambia magicamente nell'ultima di Tiga, che rimane sempre un figo. Mi chiedo sempre perché Tiga abbia sempre gli occhi mascarati di nero, così, senza motivo; la cosa per qualche motivo lo rende ancora di più un bell'uomo. Se non ci credete controllate.

Comunque, siamo noi tre. Holden beve, nonostante la minore età. Non potrebbe, ma siccome la festa è nella mia mente, allora vaffanculo, e beve; in realtà sta bevendo solo cicchetti di Vecchia Romagna, poiché sì la festa è nella mia mente, ma nella mia mente esistono solo tre-quattro alcolici: la Peroni, il Vecchia Romagna, l'Asinello genovese e il Martini. Più occasionalmente cose che scopro a casaccio, tipo il Cremovo o roba così, o il Montenegro, no anzi coso, il Brancamenta. 

Quello lì insomma.

Siamo noi tre, in piedi, appoggiati in un angolo di una stanza che esiste solo nella mia mente. Holden ha un cicchetto in mano, appunto, Critone beve da un bicchierino da sakè un giro di Ouzo. Mi chiedo dove cazzo l'abbia tirato fuori, visto che a me l'Ouzo non piace, ma siamo nella mia mente perdio, queste cose non dovrei chiedermele. C'è Tiga che pompa nello stereo che non so manco dove sia, come quando sogni e hai la colonna sonora, tipo così. Siamo appoggiati ad un angolo, fino a cinque minuti fa io e Critone parlavamo di cose serie ed impegnate, tipo il concetto di responsabilità, l'etica lavorativa Randiana (ciao Giova), lo sviluppo dell'economia del Bitcoin, le guerre nell'antica Cina e il prezzo delle miniature dei Tiranidi di Warhammer 40k. Ma adesso, a colpi di Ouzo, lo vedo un po' confuso, continua a chiamarmi "Socrate" e a sostenere di apprezzare la mia calma. 

Che poi sono calmo veramente, io. C'è un sacco di gente che dice che ispiro fiducia, calma, come la voce di Bob Ross, come quando Virgo dei Cavalieri dello Zodiaco dice una qualsiasi cazzata, come quando insomma apro la bocca io. E perciò dovrei fare l'antropologo, mi dicono, o lavorare nell'intercultura. Perché calmo la gente. Insomma, meglio del Valium. E non ho ancora chiaro perché. Comunque, lui è lì, non ha più voglia di parlare di un cazzo, ridacchia e sbevacchia ogni tanto un sorsino di Ouzo, mentre Holden sta zitto e proferisce insulti a mezza voce, contro chi non è dato sapere. Dieci minuti fa c'era anche Orson, ora probabilmente sarà in bagno a vomitare; questo non solo perché era sbronzo, ma anche perché gli stuzzichini offerti dalla festa della mia mente gli sono risultati pesanti, come le merendine scadute che mi passava il mio ex coinquilino, per motivi che non stiamo qui a dire per timore di ritorsioni. 

Io ho in testa un berrettino a cono, di cartoncino, con pois colorati; nel taschino, una Lingua di Menelik, che ora non uso più, la usavo a inizio festa per fare il deficiente. Ora sono un deficiente senza festa. Mi sento - e sembro - l'icona del poveraccio che sta ad una festa senza sapere perché, stando fermo e senza divertirsi. Il che è insolito, dato che io sono l'host della festa - per usare un termine ganzo e da vero uomo di mondo. Mollo il bicchiere di Asinello e inizio a girare nella mia stessa festa, mentre fra Holden e Critone si intavola la discussione su chi sia più forte fra Aristoteles e Maradona; cosa anch'essa insolita, sia perché non mi intendo di calcio, sia perché Critone non ha chiaro chi sia realmente Aristoteles. 

Giro nelle stanze della mia mente, che ricordano vagamente i livelli di Antichamber - a cui peraltro, ora che l'ho nominato, rigiocherò tutta la notte - e penso. A cosa, non si sa. Agli sviluppo prossimi e futuri, alle soddisfazioni di non avere nulla di cui lamentarmi in particolare, al punto da potermi permettere di scrivere boiate ascoltando Tiga, alle solite questioni di etica e morale a cui penso sempre io. Poi penso anche al fatto che questa è una splendida festa, peccato che nessuno mi abbia mai invitato. E peccato che siamo solo in quattro. La gente non mi invita spesso alle feste, salvo gli aficionados; non lego, non c'è nulla da fare. Pensavo a questo. Pensavo a certa gente che mi ha avuto in mezzo ai piedi per una vita, e non mi ha mai considerato di pezza. E non so perché, dato che io, feste psicotrope escluse, tendo a cercare di dare di me un'immagine quanto più normale possibile.

Poi mi fermo e torno da quei due vandali, stanno ormai trascendendo nella discussione calcistica estrema, ripetendo però in loop le cinque-sei parole che so riguardo al calcio: FIFA, PES, Maradona, traversa e Aristoteles. Già cose tipo il fuorigioco non so cosa voglian dire. La traversa so che esiste perché ogni volta che ho giocato a calcetto con gli amici (credo 5-6 volte nella vita) me la nominavano ad ogni tiro. Mi dicevano: "Stai in porta, se ti arriva alta urla "traversa", e vai". E quindi ho capito cosa fosse la traversa. E la festa va avanti lo stesso senza di me. E non capisco perché. Quindi mi chiudo in camera, senza nemmeno la birra, anzi, ora me la produco io in cameretta col fermentatore. E ciao.

sabato 19 ottobre 2013

Lansoprazolo e Davidoff.

E' sabato sera, sono le ventuno circa e io devo avere qualcosa come venticinque, trenta minuti per scrivere qua, prima di uscire di casa; volevo farlo prima (scrivere, non uscire), l'idea m'era venuta sotto la doccia, ma poi ho iniziato a perdere tempo come al solito, quindi ciao amici, non è servito a nulla. Sono le ventuno, io ho qui un pacchettino di omosessualissime sigarette Davidoff e sfumicchio tenendole fra il medio e il pollice, come l'Uomo che Fuma di X-Files. Non che io abbia qualcosa da dire sugli omosessuali, nè son convinto che le Davidoff siano sigarette da stereotipo gay, ma mi han detto così, e quindi che dovrò fare, mi conformerò.

Fumo su un mal di stomaco atroce, anzi, su un acidità di stomaco clamorosa; ho mangiato troppo in questi giorni, avevo un amico in visita a casa che vien da fuori Genova, e quindi non vogliamo portarlo nemmeno a mangiare due pansoti, due trofie, qualcosa? Il problema è che io non mangio pasta da tempo immemore, poi mi lascio andare per la festa, allora sbraco e ciao amici, questi sono i risultati. Però lui è stato contento, quindi va tutto bene così, ci imbottiamo di Maalox e lasciamo stare il bruciore di stomaco; che poi non ho nemmeno del Maalox in casa, così ripiego sul Lansoprazolo e la smetto qui solo perché se no ho paura che le case farmaceutiche mi vogliano troppo bene per la pubblicità occulta.

E mentre fumo le Davidoff, arriva Holden che me ne chiede una, capo hai da fumare, dai, una sola, e gli mollo una sigaretta così si leva dalle scatole, ho fretta, ascolto i mixtapes dei Mumbai Science e mi accellero mentre scrivo a questo modo. Poi penso che Holden non esiste, che è solo un frutto della mia mente - quale in effetti è - e penso che io a quell'età non fumavo. A quell'età, alla sua età, non uscivo, non bevevo, non facevo un cazzo; ho cominciato a fare tutto quand'ero già più grande, forse per questo ho sempre fatto tutto con controllo, o con un ragionevole controllo, senza conoscere l'eccesso del vomito a terra post serata etilica, o cose del genere. Poi uno si diverte anche senza farsi canne eccetera eccetera ed altri pensierini così, dai ci siam capiti, dico sempre le stesse cose.

Allora mollo lì tutto, e riguardo la cartella di Dropbox, e penso che ho appena cancellato un romanzo che ho scritto io, perché sono stronzo e non avevo detto niente a nessuno; parlava di un gruppo di amici che crescono insieme in un ambiente futuribile, in un futuro lontanissimo, nello spazio, e la loro storia di amicizia e crescita comune era posta sullo sfondo di cose che loro non capivano nè seguivano, in quanto troppo lontane, tipo guerra con gli alieni e similia, e poi alla fine il protagonista, diventato vecchio e noioso, dopo aver perso tutti i suoi amici e la sua umanità dietro a mille cose, si pentiva e si chiedeva dove avesse sbagliato. Poi mi sono reso conto che un romanzo così esiste già, e si chiama Starship Troopers, e allora ho deciso di buttare tutto perché io non copio niente da nessuno. Però magari fra qualche tempo lo riscrivo dall'inizio, l'ho già fatto spesso, magari lo rifaccio.

Errori a caso ne faccio, tipo stare qui a dire i fatti miei mentre potrei essere, che so, su una spiaggia a Lipari, magari in compagnia di una ragazza - se non fosse che ho già una Significante Altra con cui, permettetemi, sto benissimo. Poi penso che però qualcosa in questo idillio di sigarette, di libri di fantascienza, di studi di lingua araba, di techno belga di sottofondo mentre il Lansoprazolo fa effetto ed io, in camicia rosa lucida, brillo come un poliziotto di Miami Vice, mi accorgo che qualcosa non va. Il Tao bussa alla mia porta e mi ricorda che - se voglio seguire la sua filosofia, si intende - devo assecondare la natura e il Dao, devo vivere com'è giusto che viva, altrimenti me ne accorgerò. E infatti me ne sono accorto, qualcosa non quadra, c'è una stortura negli ultimi due tre giorni, è successo qualcosa che non doveva capitare e che mi sta dando dei pensieri, devo meditare per capire cosa; l'ho già fatto, ma devo meditare di più. 

Non è colpevolizzarsi, non è cercare in sè la colpa di qualcosa che non va, è rivedere, esaminare, capire serenamente il punto sbagliato e non rifarlo, senza considerarsi un errore, solo considerando la cosa fuori posto; se metti gli ombrelli nel frigo non è che commetti errori, li metti solo fuori posto, basta rimetterli nel portaombrelli e ricordarsi, la prossima volta, che van lì.

La domanda essenziale però è: dov'è il problema? Lo ignoro, ma intanto ci medito su. Magari alla fine levito. Questo solo per dire che il pensiero taoista mi sta prendendo veramente bene. Sono sereno per ciò.

venerdì 11 ottobre 2013

Nicki Minaj ha il culone, ma a noi piace per questo - musicalmente fa pena.

Comunque, dite quello che vi pare, ma rileggere i vecchi giornali fa sempre bene. Difatti qua, fra un girello di lezioni di arabo e una serie di addominali ed esercizi fisici che - per un ciccione come me - sono da Tana delle Tigri, di tanto in tanto ci scappa pure qualche minuto per rileggere dei vecchi numeri di Lupo Alberto.

Ora, non tutti sanno che in questo magico giornale, vanto del fumetto italiano, oltre a buffe storie a fumetti e rubriche varie, c'è, da sempre, una doppia pagina della posta: una di posta "regolare" ed una di posta "psicologica", gestita da una figura di psicologo misteriosa (nel senso che non si capiva se fosse uomo o donna). Poi dopo un po' realizzavi che le due poste erano gestite dalla stessa persona, e l'unico discrimine fra le due era dato dal fatto che era l'utente a scegliere dove farsi pubblicare; cioè decideva se il suo problema fosse una cosa qualsiasi o una cosa da psicologo.

Per più volte, quella rubrichina di psicologia spicciola ha costituito per me un piacevole supporto; anni fa, andai da una psicologa, la quale - ma forse l'avevo già scritto - mi aveva fatto un profilo psicologico semplice e piuttosto calzante, dal quale emergevano punti non proprio limpidi su mia mamma. La quale, anzichè accettare serenamente di aver potuto commettere alcuni errori educativi, stabilì alla spicciolata che "la psicologa non capiva un cazzo" perché "nessuno mi conosceva quanto lei", e quindi che non era più necessario andarci. Sicché, quando l'adolescenza bussò alle porte del mio cervello, portando quel carico di fastidi e noie che la contraddistinguono, non sapevo a chi appoggiarmi per risolvere quella tipica serie di problemi che sembrano sempre più grandi di te. Così, in diverse occasioni scrissi a questa psicologa; gentilissima e sempre buona, pubblicò sempre le mie letterine (che io feci uscire con pseudonimi lontanissimi da quelli che uso di solito, peraltro sempre con e-mail diverse per evitare di essere eventualmente riconoscibile). Ogni volta mi stroncò clamorosamente, mettendomi davanti alla dura realtà del "renditi conto che i tuoi megaproblemi sono in realtà microproblemi da adolescente, rifletti". Anche per questo, vergognandomi sempre tantissimo di essere stato così scemo, smisi di scriverle e iniziai a riflettere seriamente sul suo punto di vista "adulto", in ultima analisi dandole ragione.

Comunque sia, di tanto in tanto rileggo qualche vecchio numero di L.A., e rileggo ovviamente le lettere, mie e degli altri; e anche io in effetti vedo questi problemi di ragazzini (che oggi non solo non lo sono più, ma se va bene son ben più grandi di me... gente che si firmava "Disperata 85" o simili, capiamoci), ingigantiti dall'età, e penso le stesse cose di quella psicologa. Sarò diventato più maturo io, o più malevolente, non ha importanza. Sicuramente sono una persona peggiore (sono almeno 20 minuti che ascolto Nicki Minaj mentre scrivo; la quale, ricordiamo, mi piace quasi solo esclusivamente come donna, visto che il numero di sue canzoni che ritengo tollerabili è pari a due), dai. Scherzi a parte, riflettevo proprio sul fatto che, probabilmente, oltre a me, anche gli altri si rileggeranno, si rivedranno, e si diranno "Ehi, ma ero proprio scemo all'epoca". Anche perché quali altri commenti puoi farti? E' chiaro che se scrivi una lettera a uno psicologo in toni da lacrime, scrivendo "mia mamma non mi fa uscire la sera con le amiche, mi sta uccidendo giorno dopo giorno con la sua severità, mi vuole solo studiosa ma io sono una ribelle, ho sedici anni - firmato Anarkia88", prima o poi realizzi - si spera - che studiare più o meno è per il tuo bene, e che forse non è che tu propriamente sia una ribelle o una Ernesto Guevara con le tette, forse hai solo sedici anni come tutti quanti. Certo, se poi a ventisei anni continui a lamentartene e vivi in condizioni di disagio e totale dipendenza dai casoncelli di mammà, allora c'è un problema.

Ma in linea di massima, anche Anarkia88 si rileggerà, ora che probabilmente avrà finito l'università o simili, e si dirà "Minchia che scema che ero". Spero.

Tutto questo per dire che ho trovato dei fondamentalisti cristiani da studiare qui a Genova, e che quindi la mia tesi prende piede. Che bella la vita.

Viva le sorelle Bronte, soprattutto Emily, che scrive meglio.

venerdì 27 settembre 2013

Camicia rosa.

C'è talvolta quell'incontrollabile bisogno di scrivere, anche quando mancano sì e no dieci minuti alla cena e sai che tua zia ti chiamerà incazzata dal piano di sotto perché hurr durr è pronto in tavola e mi fai aspettare. Però perdiana, se uno ha un'urgenza ha un'urgenza, tipo l'andare a far pipì.

Insomma, è un po' che ci pensavo, e meditavo sul fatto che quest'inverno, come già accennato qua e là, avvierò e probabilmente vivrò una serie di cose e di esperienze "pesanti" di vita, che però desideravo vivere e che perciò ho fatto in modo accadessero; mi sono iscritto a boxe per smettere di essere un ciccione (non immaginate lo sforzo, e, confesso, anche l'imbarazzo a fare il ciccione in mezzo ai giovini atletici e sudati), mi metterò a lavorare alla tesi girando per mezza città, studierò a sangue per gli esami, forse lavorerò e, nei ritagli di tempo, cercherò di fingere di avere una vita sociale, farò attraversare la strada alle vecchie (per poi buttarle sotto i pullman a tradimento) e tirerò giù i gattini dagli alberi. 

Scherzi a parte, mi attende un autunno inverno impegnativo. Ma ripeto, è quello che volevo. E' impegnativo, ma lo volevo io. Da qui m'è venuto in mente che, sinceramente, molte volte mi sento veramente male. Non sembra, ma c'è un difetto, un disturbo intorno a me, a come sento le cose. Mi sento male perché mi sento costretto, e mi sento costretto - e, confesso, fingo spessissimo - da cose, da molte cose che mi chiedono di essere diverso da come sarei. Queste cose sono tantissime, abitudini, modi di fare, modi di dire, modi di vivere in mezzo agli altri che devo necessariamente adattare al prossimo per non essere ostracizzato dall'universo mondo.

Niente di trascendentale, capiamoci; non sono uso mangiare carne umana, per capirci. Tuttavia, negli anni, mi accorgo di essere venuto a patti con me stesso, di aver fatto un compromesso per non restare solo, per essere accettato, per passare da normale. Ricordo ad esempio - mi pare di averlo già detto una volta - che un giorno mi presentai a scuola (quinta ginnasio? quarta?) in jeans e felpa (principalmente perché non avevo voglia di vestirmi in modo originale, come invece preferisco fare: amo "curare" il mio abbigliamento in modo insolito, originale, magari anche in quel modo che rasenta il ridicolo o "meno male che ci sei tu a vestirti così, io non lo farei mai" - cosa che peraltro un mio caro amico mi ripete sempre circa la mia collezione di camicie in toni sgargianti, tipo rosa brillantinato o arancione). E un amico mi disse: "Oh, sei vestito in modo normale". Sì, ma mi sento un coglione. E oltre che un coglione, mi sento anche un traditore di me stesso, perché avrei preferito una camicia a fiori, braghe gessate e scarpe gialle degne del miglior Benjamin "Motherfuckin'" King. Sinceramente. Di sembrare ridicolo, di essere assurdo, di essere fuori dal mondo non me ne frega un tubo.

E non me ne frega un tubo perché sono io a volerlo. Sto meglio così. In questo senso pensavo: quante cose voglio, nella mia vita, e quante invece no? Quante cose faccio perché le voglio fare - o non le voglio fare - e quante invece sono frutto di "costrizioni sociali", tipo vestiti così, esci al sabato sera, bevi birra con gli amici, studia ma non troppo, odia Berlusconi (vabbè lo odio di mio) e vota PD perché è più meglio, non mangiare panini perché fanno ingrassare e quant'altro? A volte penso che intorno a me ci sia un coro infinito di voci - non necessariamente malevolenti - che invoglino a non pensare, a fare semplicemente "il giusto" deciso per alzata di mano. 

Ma se volessi essere me stesso, come dicono i sedicenni?

martedì 24 settembre 2013

Ordem e progreso pour moi.

In realtà volevo solo scrivere l'ennesimo messaggio alla nazione in cui dò segnali di vita, come a dire "Ehi, sono ancora vivo". 

Principalmente perché ero in vacanza fino a ieri, giorno più giorno meno, e le due cose ad averne principalmente risentito sono la mia pancia ed il mio portafogli; ora occorrerà che mi metta in riga un pochettino, pena la trasformazione definitiva in una sorta di dirigibile (non necessariamente marrone e senza elica o timone) entro le prossime ore. O giorni, o mesi. Difatti, come già detto, stiamo prendendo in mano le redini della vita, stiamo pianificando per voi, eccetera eccetera eccetera. Non mi ripeto di nuovo perché se no farei la figura di Berlusconi, mentre ripete pari pari il discorso della discesa in campo di vent'anni fa, come ha fatto la settimana scorsa.

E quindi niente, tutto va più meno bene. Le cose si stanno organizzando, stanno prendendo forma e iniziano ad andare nella direzione giusta, tipo robot gigante che si sta trasformando prima della partenza; mi devo ricordare di fare una quantità allucinante di cose, scrivere mail, sentire persone su Facebook, mandare lettere di insulti a persone sconosciute, ricordarmi di dedicarmi a progetti personali che son lì che mi guardano e mi dicono "Finiscici!". Se Geppetto avesse avuto la mia stessa costanza nel progettare cose e nel lasciarle irrimediabilmente a metà, la favola di Pinocchio tratterebbe di un pupazzo monco ed incompleto che inizia a girare il mondo, fino a finire in Giappone e diventare il pupazzo di legno di Tekken. Che poi come diavolo si chiamasse non me lo ricordo, perciò mettete mano a San Google e cercatevelo voi, così capirete la gag. 

In questo momento, peraltro, ho un mal di testa che brilla al buio. Son le troppe cose da ricordare, io penso. Oggi pomeriggio vado a comprarmi un tab, per il solo gusto di metterci Evernote dentro e permettermi il lusso di avere qualcuno che si ricordi le cose per me. Mi scoccia molto dimenticarmi le cose. Certo qualcuno potrebbe dire "Ehi, renditi conto che sei stressato come un personaggio di Verga, stai calmo", ma a quel qualcuno (chiunque fosse), risponderei che sono più stressato nel non fare, nel sapere di essermi scordato qualcosa, di non aver - diciamo con questo parolone - adempito ai miei "doveri", piuttosto che sopportare lo stress o il mal di testa. Poi, quest'ultimo passa con le aspirine; il senso "di colpa" - altra esagerazione - non passa così in fretta. 

Ma anche qui torno a calcare la stessa pagina, son sempre lì ad evidenziare il concetto di "a me piace lavorare sodo e sbattermi perché mi piace vederne i frutti", che ormai penso uscirà dalle orecchie di qualsiasi lettore (quale poi, visto che su questo blog i feedbacks sono quasi zero).

Penso perciò che andrò a dedicarmi ad una delle mie attività preferite e maggiormente rilassanti, una sfumatura al maschile delle donne che vanno dal parrucchiere (posto che [1] io vado da un parrucchiere da donna, spendendo 25 carte alla volta, più volte al mese, perché ai capelli ci tengo, e [2] che non penso che tutte le donne si rilassino dal parrucchiere, ma la mia prof di latino al liceo sì, e mi ricordo quando le chiesi "Ma prof ha cambiato taglio e colore?" e lei mi rispose "Sì, son andata ieri a prendermi un'oretta pour moi dal parrucchiere", cosa che mi ha segnato profondamente sul concetto di "oretta pour moi"). Vale a dire che andrò a farmi la barba.

Ciao cari.

Ps: il motto del Brasile, quello sulla bandiera, fa veramente cagare. Ma mi veniva in mente quello nel pensare al titolo.

domenica 8 settembre 2013

La domenica delle ovvietà - feat. Gigi Marzullo.

Comunque, pensavo l'altro giorno al fatto che, se una persona è da sempre abituata a vivere o a pensare in determinati modi, inevitabilmente tenderà a continuare a farlo - secondo me - ed in particolare a pensare che quanto va bene per sè andrà bene probabilmente anche per gli altri. Come a dire che se uno è abituato ad alzarsi molto tardi, troverà normale alzarsi molto tardi e troverà normale per gli altri alzarsi molto tardi, sorprendendosi se gli altri, invece, si alzano molto presto. 

E' un'ovvietà pazzesca. Penso che nemmeno Marzullo potrebbe produrre verità così ovvie. Però come al solito, non ci si fa caso. Conosco una persona, che non citiamo per timore di ritorsioni - anche perché è ancora fra i miei contatti di Facebook, anche se non penso rimarrà lì a lungo - che letteralmente è priva del concetto di "responsabilità", o ancor meglio di "lavoro". Gente che proprio non fa un tubo dalla mattina alla sera, e poi si stupisce non solo della propria fallimentarità (cose del tipo "Oh buon Dio mi accorgo solo ora di essere indietro a fuoco sugli esami, non capisco come mai gli ultimi otto mesi di vacanza al mare possano aver influito"), ma anche del fatto che la gente intorno migliora e va avanti. Anzi magari si scocciano per cose tipo "Ehi ragazzi siete stanchi? Stasera niente disco? Ma come mai?". Senza capire che, magari, la gente normale si sbatte.

Non voglio fare lo stacanovista di turno, come al solito. Anche se sto leggendo la Rivolta di Atlante e mi sto prendendo benissimo, non voglio fare lo stacanovista. E' solo che, a fine stagione esami - questa volta per davvero, siamo a settembre e quindi l'anno è veramente finito, dopo 10 esami secchi, mi sento soddisfatto, mi riguardo, guardo indietro e dico "ok". E penso che appunto, come già detto qua e là, fra poco dovrei poter aver finito, forse dovrei poter lavorare, insomma, soddisfazioni; come guardare qualcosa di costruito a mano, una statuina intagliata, un quadro, un prodotto del tuo lavoro e dire "ok, è proprio mio, fatto da me, sono soddisfatto, ci ho lavorato una vita ma è a posto". Questa è l'idea, più meno. Ho finito una mazza d'esami, ho gettato delle basi, non vedo l'ora di andare avanti; sì, onestamente sarò anche snob, ma sono contento di questo lavoro concluso, e sono contento all'idea di andare avanti eccetra eccetra l'ho già detto lo so sono noiosissimo. 

Però è vero. Vedo persone che rimangono indietro, più meno volontariamente, e dico giustappunto "Voi fate come vi pare - nel senso di siate liberi di scegliere, non nel senso accusatorio, io però continuo a lavorare"; poi sì, arriva la gente a dirmi "lavori troppo". Ed è vero, forse. Ma i risultati che conseguo - anche se piccoli - mi ripagano, sono quello che voglio. Sono contento, insomma. D'altronde, mi ricordo, quand'ero marmocchio, che qualsiasi cosa volessi veniva accompagnata dalla frase di mio papà - noto personaggione - "Cos'hai fatto per meritartelo?". Ovviamente la risposta era sempre "nulla", in quanto ero ovviamente un bambino, ma la cosa non sembrava tangerlo. Così, sin da abbastanza piccolissimo (che elegantissima mostruosità linguistica), mi sono abituato a "guadagnarmi" le cose; dalla scemenzina del "comportati bene e avrai un regalo" si è passati a "studia a sangue e avrai buoni voti" e così via. Poi mio padre era pazzo, d'accordo, ma penso sinceramente che forse su questo avesse avuto ragione.

Meno ragione l'aveva nel dedicarmi zero attenzione. Mi ricordo infatti che, anni fa, quando giocavo a Crash Bandicoot 3, c'erano dei livelli di corsa in moto; mio papà era un appassionato di guida, auto, moto e corse varie, e perciò comprava (per sè, andando nei negozi con la scusa di comprarli per me - anche se sapeva benissimo che non mi piacevano) dei giochi di corse varie. Conseguentemente, io spesso gli chiedevo di completare per me quei livelli in Crash, sapendo pure che la cosa gli avrebbe fatto piacere; in realtà, ero perfettamente in grado di farlo da solo, ma facevo finta apposta di non essere capace per cercare di giocare un pochino con mio papà. Cosa che, credo, non ha mai capito. Non c'entra una mazza col discorso di prima, ma ci tenevo a dirlo, anche perché m'è venuto in mente qualche giorno fa e, si sa, se non racconto i fatti miei al muro non son contento.

domenica 11 agosto 2013

Tre giorni lì a dormire, col cane in braccio.

Arriva un momento, nella vita di un uomo, in cui è ora di smettere di pulire il tavolo dai moscerini morti, folgorati dalla lampada, soffiandoci sopra, e piuttosto di iniziare a pulire con una spugna. Tipo adesso, per esempio, potrei farlo. D'estate è sempre così, poi mi trovo il tavolo che è uno schifo, e ogni tot giorni devo pulire, cosa che ovviamente mi attrae quanto la sagra dello scendiletto.

Ma ci sono tante cose che dovrei fare, e puntualmente, come al solito e come ho detto manco quelle seimila volte, non ho mai voglia di fare, son cose che succedono; curiosamente, noto che quando ho parecchie cose da fare, da studiare o simili, mi viene più voglia di produrre musica, di scrivere (anche qui), di leggere libri, di fare cose. Se sono in vacanza, invece, impigrisco; sono stato gli ultimi due giorni al mare, a casa di amici, e li ho passati prevalentemente dormendo in spiaggia, dormendo in camera, dormendo in tinello. La differenza fra le tre era data dal fatto che, in tinello, dormivo con la massiccia presenza di un bulldog inglese di alcuni amici addosso. Bava inclusa.

Ecco, così più meno. Così capisci che arte e letteratura diventano forme di evasione artistica, dalla routine di studio e lavoro; per intenderci, so che non dovrei farlo, perciò mi attira di più. Come il sesso coi rinoceronti, che piace tanto a Peter Griffin (non a me, sinceramente). La cosa buffa, però, che notavo, è che alla fine sono più soddisfatto della routine che non del contrario; più precisamente, mi piace svegliarmi "presto", mi piace dedicarmi allo studio o al lavoro, mi piace tenermi impegnato, mi piace staccare a pranzo e riprendere nel pomeriggio, bombarmi con litri di caffè, tirare fino a sera e andare a dormire stanco, ma soddisfatto del dovere compiuto. Che poi, all'uso, è la soddisfazione di aver compiuto il proprio lavoro, di andare a dormire senza preoccupazioni, senza pensieri. Non sembra, ma dormo meglio così; quando so di aver finito è meglio di quando so di non aver nulla da fare. 


Specie perché, come già i Daft Punk ci insegnarono in un buffo singolo animato da Matsumoto, il nostro lavoro non finisce mai. E così capita che anche durante le ferie, anzi, soprattutto durante le ferie, tutte le cose che devo finire diventano un dovere, e non più un piacere; la sera vado a dormire dicendomi "Oh, domani mi metto lì e finisco quel pezzo, quel testo, quella cosa", ma non c'è soddisfazione in questo, c'è il "dovere" di svagarsi. E allora che svago è? Meglio svagarsi quando si è pieni di lavoro, si gusta di più. Il rovesciamento prospettico (ciao Daodejing) è sempre piacevole; come l'altro giorno, quando ho stravolto (almeno credo) la prospettiva di un amico buddista, svelandogli alcuni segreti del Tao e lasciandolo - almeno per qualche minuto - a bocca aperta.


Comunque, nel frattempo, ho ripreso a leggere qualche libro e a studiare; e devo dire che, studiando, sento che forse ho trovato veramente il posto mio. Ci sto pensando, devo mettere bene a fuoco la cosa e ragionarci su, ma mi sembra plausibile. Nello studio costante e nell'impegno, così come nella ripetizione autistica di brani di Lana del Rey (non c'entra niente, ma è quello che sto facendo ora), forse inizio a snebbiarmi la mente sulle preoccupazioni prossime e venture, cosa che fa sempre piacere. Ed intanto filosofeggio, unisco prospettive randiane e taoiste, rifletto sul misticismo ebraico femminile e trovo sempre più punti in comune fra me e il resto dell'universo, altra cosa che mi dà soddisfazione, perché comprendo sempre più e sempre meglio di non essere un'isola, ma una parte di un tutto, o perlomeno comprendo che qualcuno che l'ha pensata come me è esistito, quindi insomma, non sono del tutto fuori squadra.

In tutto questo, mentre io stesso sento di stare effettivamente formandomi ed affinandomi, plasmando la forma in modo che risponda a quello che forse potrebbe essere il posto giusto entro cui collocarla, sfino anche il mondo intorno a me, eliminando ciò che non mi occorre e facendo, essenzialmente, pulizia nella vita. La vita è come i contatti su Facebook, elimini quelli che non ti servono; ed in ciò operi una scelta, una vera scelta di libertà: quella di decidere veramente chi, o cosa, ti interessa. Senza condizionamento, senza palle, senza "ma lo frequento perché è amico di amici". Ed è giusto così, e tutto va bene. C'è meno rabbia, c'è meno odio, c'è più aria.

Ah già, per la rubrichina "amici da citare" citiamo la piccola Alessia da Alassio (giuro che non è una gag), che vince un bel cignetto di plexiglass in quanto ha risposto entro le prime dieci telefonate; se avesse risposto entro le prime due, avrebbe vinto invece una statua della Clerici mentre si fa leccare i piedi da una capra (episodio realmente avvenuto, cercatelo su Youtube).

sabato 27 luglio 2013

Il demone Meridiano va in ferie; citofonare Esposito per la posta.

Oh, complessivamente ce l'abbiamo anche fatta, abbiamo finito le sessioni estive d'esame, e ci apprestiamo ad una ragionevole vacanza.

"Ciao amici, vado in vacanza"
"E quando torni?"
"Fra un paio d'ore massimo"

Non voglio fare l'uomo impegnato, lo stacanovista (si scriverà così?), lo zio Paperone di turno, ma malauguratamente quest'estate è un po' iellata. Gli esami settembrini sono molto molto presto, e peraltro, se vorrò avere una possibilità di tentare la borsa di studio a Boston, dovrò anche preoccuparmi di fare un esame di inglese, cosa che ovviamente rovinerà il mio agosto. Ma pazienza, vedremo di passare anche questa; tantopiù che la mia significativa altra (ha, ho cambiato termine) sarà via per circa metà agosto a godersi le ferie (lei che può), quindi almeno non avrò un tubo da fare e potrò studiare. Che poi lo so che non è vero, e cazzeggerò clamorosamente, fosse solo che per il caldo, quel caldo un po' infausto che ti fa incollare i gomiti al tavolino mentre sei al pc, e ti costringe a una pulizia quotidiana di detto tavolo mediante salviettine acide. 

Ricordo di aver studiato con grande fatica, un paio di anni fa, per l'esame di storia della filosofia classica, e fu catastrofico. Troppo caldo, troppo disagio, troppe gocce di sudore che ti cadono sul libro mentre cerchi di mandare a memoria il quadro storico di formazione dei presocratici; aveva ragione la buonanima di Evagrio quando diceva che "il Meridiano lo possedeva". E voglio dire, nelle ore in cui è attivo il Meridiano uno vorrebbe solo chiudersi in un antro buio, ventilato, per riemergere dalla cripta intorno alle sette, sette e mezzo, quando la temperatura è papabile. Tipo vampiro, per capirci; anche se, devo dir la verità, ho sempre avuto una fascinazione per queste ore clamorosamente calde, in estate. Quando abitavo nella mia vecchia casa, talvolta, in estate, rientrando nelle ore del primo pomeriggio, per qualche motivo, venivo gettato fuori dall'autobus - oasi mobile di frescura - su un rettilineo sterminato di asfalto. Cielo azzurro apocalisse sopra, non una nuvola in cielo, asfalto grigio sotto, letto del fiume, secco e giallo, a destra, facciate delle case, secche e gialle, a sinistra. 

E orizzonte che tremola, come nei film western o in quei film americani ambientati tipo in Texas o in altre regioni dove il caldo è all'ordine del giorno; la combinazione cromatica grigio-azzurro-giallo, l'ondeggiare dello sfondo e l'afa suggerivano proprio questi immaginari da film. E in qualche modo ti sentivi un piccolo eroe, un personaggio da film che guarda lo sfondo lontanissimo (immaginando chissà quali minacce provenire dall'orizzonte), oppure un qualche viaggiatore costretto lungo le highways statunitensi proprio nelle ore del Meridiano. Magari era lui la minaccia. E poi rientravi a casa, e quei 300 metri dalla fermata del bus alla tua stanza, percorsi sotto climi inaccessibili ai comuni mortali, ti facevano sentire un eroe.

Un po' come l'altra notte a Padova, che ricordo come la più calda e la più sgradevole della mia vita, senza esagerazione; un tale caldo da essere costretti a stare immobili sul letto - asciugando il sudore nelle lenzuola finché non rimane una sindone sul coprimaterasso - pena l'iniziare a grondare acqua. Il tutto arricchito da zanzare, assenza di aria e soprattutto una mostruosa quantità di polvere che, posandosi sul corpo nudo, certo piacere non fa. Polvere che, ci tengo a puntualizzare, in qualsiasi altro giorno dell'anno avrei eliminato sine die, ma non in una giornata in cui, stando seduti sul letto, si suda da fermi. Insomma, una notte di tregenda, non importa a nessuno ma ci tenevo a dirlo.

Ah a proposito, inauguro qui la rubrica "i saluti"; saluto Giovanni che mi ha chiesto di essere menzionato sul mio blog. Ciao Giovanni, sei stato menzionato sul mio blog. Appena poi mi verrà in mente un motivo ragionevole per parlare di qualcosa di sensato che ti coinvolga, ti citerò di nuovo. Se volete essere menzionati nella rubrica "I saluti" fatemi un fischio su Facebook, ed il mio scrivano, Massimo detto "Il Confessore", selezionerà i più fortunati che appariranno su queste pagine.

Ciao amici.

domenica 21 luglio 2013

Insomma, fa caldo, ma forse in Finlandia no.

L'altro giorno, comunque, capita che stessi guardando delle vecchie foto di vecchi gruppi black metal, sempre per il solito discorso secondo cui sono un vip e faccio cose che la gente normale non fa (tipo guardare le foto anni novanta dei gruppi black, appunto). 

Ora, capita che fra le foto ce ne fosse una di un gruppo di bravi ragazzi, probabilmente i Beherit, se non mi ricordo male; un figuro in una casetta, bottiglia di vino in mano, dito medio alla persona che scatta la foto, facepainting, jeans e maglietta che manco Nino d'Angelo, insomma, una vita da fan del black metal finlandese qualsiasi. Mi ha sorpreso (perché mi sorprendono le cose che nessuno considera) la casa dove è stata scattata la foto; pareti intonacate di bianco semplice, arredamento spoglio, quel tipo di posto alla "casa della nonna in campagna", per capirci, con il mobilio magari un po' vecchio, con le cose sparse, le pareti semplici, quelle cose lì. 

Ho realizzato quindi che, probabilmente, quella era la casa regolare dove questo tizio viveva, o giù di lì. Una casa semplice, modesta se si vuole. E m'è venuto di nuovo in mente che questo qui, pur nella sua semplicità, probabilmente è a posto così; ora, non vorrei fare il mito del buon selvaggio (in questo caso del buon finlandese), però capiamoci. L'avevo già tirato fuori questo discorso, mi ricordo; il punto è che costui, tutto sommato, è a posto. Ha una casa semplice, ha la sua vita dedicata al male e al black metal, ha le sue attività giornaliere; probabilmente "fa l'operaio" (come diceva mia nonna), ma in fondo che male c'è? Ha il suo lavoro semplice, la sua casa semplice, il suo divertimento, la sua passione musicale che lo anima, ha tutto insomma. In un certo senso, ha la strada spianata.

Chiedo scusa se i concetti oggi risultano un pochino più impastati del solito, ma ho testè discusso con mia mamma, offesasi perché "critico il suo modo di fare la spesa", in quanto non apprezzo che - pur avendo io una forma fisica straordinaria - mi compri merendine, biscotti, dolcini e altre robe, nonostante io mi sforzi di mantenere una linea meno curvilinea possibile. Quindi insomma, è un po' così.

Tornando alla casa dei finlandesi, la questione è appunto quella suesposta; in un certo senso, quel tizio ha la vita sistemata, spianata. Dubbi zero. Magari monotona, magari sai che sarai a vita uno spalaneve in mezzo ai fiordi, però ti rifai dedicandoti alla tua passione, alla tua vita, alle bevute con gli amici vitanaturaldurante; ho diversi amici, tutti musicisti, così. Tutto sommato, l'ho già detto, li invidio. Li invidio principalmente perché io, adesso, a buon punto lungo la strada della laurea, son lì che dico "sì ma io quando ho finito, che faccio?". E ho talmente tante opzioni - nessuna delle quali, però, effettivamente rassicurante - che è come se non ne avessi nessuna; potenza del Tao: siamo nel nulla che si esplica come qualsiasi cosa. Il problema è che, tutto sommato, una direzione precisa la gradirei anche io.

Nel frattempo, fa molto caldo. Meno male che non sono a Padova.

domenica 7 luglio 2013

Il grizzly è miope, il grillo invece subisce metamorfosi incompleta. Cioè nasce come larva uguale al genitore, ma in piccolo.

Ultimamente si fa un gran parlare di questioni inerenti il proprio futuro post-universitario, o il proprio futuro in genere. Almeno, io le faccio. Essenzialmente, qui si è divisi fra il partito del "che palle, ho l'università, mi tocca lavorare, non voglio chiudermi dietro una scrivania" e quello del "era ora, ho finito, è il mio momento finalmente".

Si nota sin da subito un errore: l'idea di "chiudersi dietro la scrivania"; l'ho sentita da alcune persone (onestamente, meno di quelle che conosco essere propugnatrici dell'idea opposta, ma penso sia una coincidenza), e secondo me queste persone errano. Errano perché associano, non so perché, la fine della vita universitaria e l'inevitabile inizio di quella lavorativa-autonoma alla noia, al grigio, all'impiegatizio, alla giaccaecravatta. Quando di fatto così non è; come tutti i grandi discrimini temporali della nostra vita, è un costrutto fittizio, come il tempo (ciao Daodejing) o simili. E' chiaro, no? Quando hai 18 anni sei maggiorenne, ma non è che a 17 anni e 364 giorni ci sia molta differenza; e così non ci sarà a 18 anni e 2 mesi. Il momento-discrimine, il momento di passaggio, nel caso della maggiore età, è segnato da un qualche rito di passaggio in cui una marea di persone ti segnalano cose tipo "puoi votare, farti la patente, bere e farti arrestare"; ma non è che di fatto tu diventi diverso. Non subisci una metamorfosi (nè completa come le api nè incompleta come i grilli - questo solo per far vedere che siccome sono un modello perfetto di scienziato salarian conosco anche l'entomologia).

Ti accorgerai di essere diverso solo nel tempo, in qualche mese o anno assumerai tutti i tratti seri della maggiore età: più responsabilità (forse), più maturità, meno stupidità, meno tendenza a bere e rovinarti la giornata, meno tendenza al casino. Ma forse sono solo io, qui, che ho in odio i sedicenni, i minorenni in genere, e i giovani chiassosi (quello anche a 20 e passa anni), identificandoli con un male assoluto privo di cervello, forse perché quello che avevo io intorno era più o meno questo, o forse perché io non sono mai stato ragazzo - nel senso che mio padre non mi faceva uscire di casa la sera, ma questa è una lunga storia - e perciò mi sono saltato a piè pari la fase "ho sedici anni, bevo di nascosto, sbocco come un idrante e faccio il coglione come Fred Durst". E avendola saltata, odio chi invece c'è rimasto dentro, aggrappandosi unghie e denti alla sua (insulsa?) gioventù, credendola la fase d'oro della vita. Comunque ciascuno ha giustamente il diritto di vivere come gli pare, io penso, e di pensarsi la vita come crede; per cui - ovvio - non tutti non aspettano altro che diventare "grandi" e "autonomi", e molti stanno ancora comodi nel proprio nido.

In questo, apro una parentesi di una riga, non vedo il discorso italiota del bamboccione, del giovanotto "sfigato" (cit.) che rimane a casa per i casoncelli di mammà, non vedo in breve l'aspetto economico (che pur c'è, ovviamente, visti i tempi); vedo solo l'aspetto dell'insicuro che non ha voglia - o ha troppa, legittimissima peraltro, paura - di separarsi dal suo mondo giovanile per gettarsi in quello adulto, troppo oscuro, cupo, carico di preoccupazioni, insicurezze, indecisioni, cose non chiare. L'ho già citato, mi pare, un noto fumetto di un giovane noto fumettista romano, dove appunto è ripreso il concetto; il futuro, beneomale, spaventa tutti. C'è chi lo rifugge all'infinito e chi ci si getta a testa bassa (tipo io), come un grizzly (bestie notamente miopi, ecco perché si gettano sulle cose). 

Però, però, io continuo a ritenere che la questione vada dimensionata, la paura vada contenuta; proprio perché uno non è che cambia di colpo, difficilmente mi viene da pensare "in università sono giovane, allegro e pieno di amici; mi laureo a marzo; da aprile sarò un serio dipendente, senza amici, somigliante a Filini, dedito solo al mio duro lavoro". Più probabilmente "sarò uguale a prima ma con un lavoro"; ovvio, magari non esci 5 sere la settimana, magari non bevi dodici Peroni a sera, ma non penso che siano questi gli aspetti essenziali. Non penso che i miei rapporti umani coi miei amici, quelli cari (quali poi? siamo in liguria, il paese dove la gente non ti saluta, non ti fa regali e ti esprime la sua amicizia solo dicendoti ogni tanto "siamo amici") ne saranno intaccati; certo, in università "faccio gruppo" con venti persone, e dopo non potrò più farlo. Ma mi interrogo: di queste venti quante realmente mi son care? Due o tre? E allora cosa mi vieterà di frequentare chi voglio?

Niente. Semplicemente una fase si chiude, se ne apre un'altra; mollo l'orsacchiotto ma non lo butto nel bidone della rumenta, lo metto in un armadio fra i ricordi. Ogni tanto lo riguardo, ripenso a quand'ero piccolo, ma son sempre uguale. Avevo i ricci allora, li ho adesso, cambia il colore (ero biondo, bei tempi). Insomma, il senso è questo. Con la presente, volevo dissipare definitivamente il discorso "divento grande sì, divento grande no, è bello diventare grandi, è brutto diventare grandi, è bello avere responsabilità, è brutto avere responsabilità" e non tornarci più su. Per un po'. Lo statement della serata è il seguente: non necessariamente si diventa uniformini incravattati; si rimane uguali a sè stessi, solo un pochino diversi, quando ci si rende conto di dover fare un minimo a patti con la realtà, e soprattutto quando ci si rende conto che boh, non si può veramente vivere all'infinito aggrappati a un passato di Linus. O perlomeno, questa è la sensazione che ne ho io.

Così mi tolgo due denti, due pesi, e il discorso lo finisco qua. 

Vi vorrò sempre bene, continuerò a bere Peroni e a giocare a Mass Effect, continuerò a tediarvi con cazzate improbabili tipo la riproduzione dei celenterati, anche se non sarò a casa da mammà; l'unica differenza è che la sera, fra una sigaretta e un Asinello, la domanda non sarà "Oh coso, come van gli esami?" ma "Oh coso, ma il lavoro? Tutto a posto?". E poi, in un futuro lontano - lontano quanto dipenderà da ciascuno - ci ritroveremo a domandarci "Oh ma tuo figlio quanti anni ha, più? Che classe fa?" o cose del genere. Alla fine della fiera la vita è questo, basta ricordarselo.

Promesso.

Grazie dell'attenzione.

lunedì 1 luglio 2013

Capire le cose.

Normalmente, quando scrivo qui, aspetto di aver ben formulato i pensieri da riportare su video, ci faccio due conti, li soppeso, cerco insomma di assicurarmi che le idee non siano troppo a caldo. Tuttavia, per questo post ho deciso di fare una piccola eccezione, e di scrivere, anziché di eventi mitici e lontani nel tempo, di qualcosa di assai recente. Fralaltro sarà interessante rileggerlo nel futuro, per vedere quali saranno le impressioni a freddo sulle impressioni a caldo.

A tal proposito: non datemi del pazzo. Le impressioni si stratificano con comodo, e questo è un dato di fatto; come gli strati del terreno, direi. Prima uno, poi l'altro, poi delle rovine grecoromane, poi altri strati di suolo, poi l'asfalto, poi altre cose ancora. E quando li riguardi scopri delle vere chicche, tipo le suddette rovine grecoromane. Vedi quando han cominciato a scavare intorno a Troia quanta roba che è uscita, han tirato su tanti di quegli strati diversi che non si immagina nemmeno. Ebbene, anche con le impressioni e le riflessioni personali, secondo me, avviene uguale. Impressione a caldo, prima riflessione, seconda riflessione, e via così.

Torniamo però al punto di questo post.

L'altro giorno m'è capitato di trovarmi ad un piccolo festival musicale; ora, "m'è capitato" è un eufemismo, visto che era una cosa organizzata da molto tempo, alla preparazione della quale, peraltro, avevo pure contribuito io. Sabato, dunque, ero a questo evento, realizzato con uno scopo ben preciso: raccogliere fondi per un'associazione benefica contro i tumori, in memoria di un amico che, per un tumore, oggi non è più. In pochi mesi, tutti i suoi amici (fra cui io) si sono attivati, realizzando appunto un piccolo evento musicale per ricordarlo e per portare qualche spicciolo nelle tasche di chi lavora per evitare che altri ragazzi giovani perdano la propria vita dietro a malattie mostruose.

Il tam tam della solidarietà, come dicono i giornalisti, si è attivato, permettendo di accumulare una cifra a tre zeri ed oltre, in breve tempo; l'evento in sè, sebbene piccolo, poco pubblicizzato, e poco frequentato, comunque ha riscosso un successo notevole. E fino a qui, diciamo, il discorso non fa una grinza.

Ciò che però mi ha fatto riflettere è stata una scena in particolare; verso il finire delle esibizioni delle varie band, subito prima degli ultimi gruppi, la famiglia del ragazzo scomparso ha voluto dire due parole, salendo sul palco. Il papà, commosso, ha ringraziato la solidarietà e la vicinanza degli amici, ma anche quella delle band che, pur non conoscendo il figlio, si erano prodigate a suonare, venendo dalle più varie parti d'Italia, in totale gratuità, per puro spirito di solidarietà. Se però posso dire, ho visto una delle scene più toccanti della mia vita - nella quale ne ho viste di ogni - nel momento in cui a salire sul palco è stata la mamma di lui. La signora, fra le lacrime e non riuscendo a completare le frasi, ha dichiarato di essere emozionatissima, e ha ringraziato tutti, per poi andare via quasi immediatamente.

Osservare quella donna, osservare il suo pianto, che era quasi più di gioia e commozione per quanto era stato fatto in ricordo del figlio, più che di dolore per il figlio, ebbene, mi ha fatto capire che quel festival, che quelle donazioni, che tutto quello che era stato fatto aveva un senso, ed era stato fatto nella migliore delle maniere. Che era tutto giusto e che andava bene così. Ed è stato questo uno dei momenti, nella mia vita personale, in cui ho capito che veramente ciò che avevo fatto aveva raggiunto pienamente il suo obiettivo. Molto più di un esame universitario ben riuscito o di qualsiasi altra cosa.

E' stato tutto molto bello.

In onore e in rispetto di Denis, a cui, nel mio piccolissimo e nella mia totale inutilità sul web, questo post, in questo blog che normalmente trasuda di stupidaggini e lamentele, presenterà solo una tag, la più idonea.

lunedì 24 giugno 2013

Cedrata e caffè. Non necessariamente in quest'ordine.

Come diceva il dio Giano bifronte, noto dio delle entrate, delle uscite e dei passaggi, "in dispensa non avevo del caffè, ma solo cedrata, va bene lo stesso?". E questo spiega, non bevendo caffè (nessuna delle due facce), ma solo ottima cedrata, come mai fosse sempre tranquillo. Ed anche io, in questo momento, ho in dispensa diverse bottiglie di cedrata, non solo perché mi piace la cedrata gelata (ciao congestione), ma anche perché è in offerta al supermercato.

Comunque questa cosa di Giano è vera. Perlomeno su Topolino, nella storia "Zio Paperone e la furia degli elementi" (mi pare titolasse così), diceva esattamente questa battuta. Che m'è appunto venuta in mente questo pomeriggio mentre compravo la cedrata; e quindi volevo aprire questo messaggio pensando a questa cosa. Un pensiero a tutti gli dei grecoromani a due facce che bevono cedrata. 

A parte la cedrata, comunque, volevo sottolineare che ultimamente sono ragionevolmente di buon umore, un po' per gli esami, la situazione, e tutto; cioè, la situazione a casa è sempre impegnativa e tutto il resto, è sempre pesante restare in casa e l'idea e la volontà di potenza di andarsene è sempre potente. Poi recentemente ho visto anche delle foto di gente che conosco che sta prendendo casa (altra gente con un lavoro serio di giorno, mica come me), e mi rattristo ancora di più; ma ogni piccolo passetto universitario è spinto in quella direzione, per cui ogni piccolo passo per l'uomo diventa un grande passo verso i sogni di gloria, i quali hanno la forma di un minuscolo appartamento di 50mq, ma almeno hanno una forma.

Questo molta gente non riesce a capirlo. Questo passaggio è fondamentale. Poiché ogni cosa passa, poiché ogni cosa è destinata ad entrare nella tua vita e prima o poi ad uscirne, allora è necessario avere qualcosa che cerchi di rimanere a lungo; per questo sono legato alle piccole tradizioni, alle scemenze, ai piccoli rituali. Come chi mi conosce sa (specie, suo malgrado, la mia significante altra), ho tantissime piccole consuetudini, manie, sciocchezze; telefonate, riti propiziatori, cose che devo fare. L'altro giorno, una mia compagna di corso mi scherzava per la collana che porto; è una medaglietta a forma di sole rotto (si intende che l'altra metà, a forma di luna, è in mani sicure). Certamente quel ninnolo trasuda minore età da ogni molecola del suo argento da poco, e difatti è più o meno da quando ho sedici anni che ce l'ho (prima ne avevo un'altra, a onor del vero, che ho perso e sostituito). 

Ma quella medaglietta rappresenta una continuità, nelle cose. Io magari cambio, cambio faccia, naso, orecchie, abbigliamento, stile, casa, famiglia, ma quella medaglietta è sempre lì; ho cambiato molti "gioielli" negli anni, cambiando collane, bracciali, dicendomi "questo non lo cambierò mai" e finendo inevitabilmente per cambiarlo. Ma le cose finiscono; avevo una fascia di cuoio a cui ero legato più che a mia zia, devo averla tenuta ininterrottamente (letteralmente: non l'ho MAI levata) per circa 5 anni, fino a che, disintegrata dall'usura, iniziò a farmi irritazione al polso e fui costretto a dismetterla. Ma nonostante tutto, continuità nell'innovazione, l'ho conservata, ed è ancora lì, sul mio comodino. Anzi, è cambiato il mio comodino, com'è cambiata la mia casa, ma è ancora al suo "posto ideale", cioè "sul comodino". 

Diceva Luigi Tenco: andare via lontano a cercare un altro mondo, dire addio al cortile, andarsene sognando. La metafora del cortile, qualcosa di piccolo e limitato in un universo mondo in inflazione (questa l'ho detta solo per far vedere che nonostante tutto le mie lacune in astrofisica non sono così gravi), è particolarmente azzeccata. Ma d'altronde, andarsene sognando richiede una cosa fondamentale: un fagotto in spalla, con le tue cose, con quello con cui vuoi partire, con quello da cui vuoi partire. Il luogo a partire dal quale si parte, per così dire.

Il luogo della tua memoria, costituito da miliardi di piccoli rituali, che la gente intorno a te non capisce, ma tu sì; nessuno capisce perché scleri quando alcune cose non tornano, e non sa che scleri perché per ogni piccola scemenza non rispettata un pezzetto delle tue certezze si infrange. E come fai a partire sereno, allora? Ecco quindi - e chiudo il giro mentale degno del miglior loop di pensiero Evoliano - a cosa serve l'antro di 50mq di cui sopra: a dare un luogo fisico al luogo della tua memoria, ad essere veramente quel posto dove hai racchiuso tutto, e da quale puoi partire sapendo che puoi tornarvi. Non solo per poter mettere Darude a tutto volume battendotene l'anima dei passanti, ma anche per riempirlo di infinite scemenze che, ai tuoi occhi, aprono infinite sfaccettature. E ognuna di queste è un'ancora potentissima contro tutto il resto, che inevitabilmente passerà. Ma quello no.

Con buona pace del Daodejing, che peraltro è fra i testi più belli che io abbia mai letto.

mercoledì 19 giugno 2013

No aspetti.

Comunque sia, volevo alzare un momento la mano ed esprimere un complessivo disappunto. Con quella classica scena in cui c'è una platea, uno che parla alla platea, il silenzio, ed all'improvviso qualcuno alza la mano, lo interpellano, si alza, e questo dice "No", poi torna a sedersi nel buio.

Una cosa così.

Questo solo per dire che in realtà non ho come al solito niente da dire, ho la testa piena di riflessioni e ricordi spezzettati, cosine che volevo dire a qualcuno misto a mezze idee da finire di smaltire, da mettere assieme per dar loro una forma ragionevole e sensata, per cercare di trarre un post che, una volta tanto, sia interessante. Ma non riesco ad inquadrarle tutte insieme, non vedo la relazione che potrebbe tenerle assieme, e d'altronde non mi va di fare il solito post in cui mi lamento e/o dico che va tutto bene perché sto studiando e a Padova fa caldo, quindi un post del genere richiede almeno almeno un po' di preparazione.

Però l'impulso a dovervela raccontare mi rimane; mi ricordo che una mia insegnante delle medie - che peraltro era una suora, ed era una delle pochissime insegnanti che avesse mai capito che persona fossi in realtà, non un tordo ma un semplice pigro - una volta mi disse che commentavo e parlavo così tanto che, anche da morto, dalla bara, avrei bussato, mi sarei fatto aprire il coperchio, avrei alzato la mano e avrei detto "Scusi, volevo dire ancora una cosa". Come il tenente Colombo. E come peraltro ho detto che avrei fatto qualche riga fa.

Ma niente, non mi parte l'ispirazione; sono poco ispirato, sono accaldato, annoiato e anche, fondamentalmente, stressato. C'è la routine che di per sè non mi pesa, ma mi pesa sapere che esiste. Posso ripetere la stessa giornata - cosa che sta succedendo - per un bel pezzo, alzarmi, studiare, pranzare, studiare, uscire, rientrare, giocare a Mass Effect, dormire, ma quello che mi pesa non è la routine, è sapere che questa routine si infrangerà solo fra parecchio tempo. Ed intanto mi fisso obiettivi troppo lontani da poter anche essere capiti, mi ci sfrango dietro, rosico e rimango con le pive nel sacco. Mi metto a sognare orizzonti in cui in qualche modo lavoro e chiudo la mia vita di studente mantenuto, in cui inizio la magica indipendenza, e poi atterro nell'areoporto grigio della realtà (cit.), rendendomi conto che è tutto al di là da venire. 

Poi penso che forse è meglio così, che posso gustarmi questo periodo in cui ho ancora quasi tutto, prima di lanciarmi nelle difficoltà serie, ma questa fase di ripiego dura un paio di secondi, e mi passa subito; ripeto ancora che l'attrazione per il futuro è troppo forte, molte volte più forte di qualsiasi ostacolo che mi si ponga davanti. E' il frutto proibito di anni di divieti e condizionamenti vari, che non si connotano solo, come già dissi, come i canonici divieti del genitore severo, o il condizionamento della buona mamma che ti suggerisce di non frequentare le cattive compagnie (la stessa cosa che la mamma dei fratelli Cavalera disse ai figli al riguardo di Wagner Lamounier, detto "Antichrist"; peccato che poi lui sia diventato professore universitario. La storia è vera, documentatevi); bensì si connotano come delle cose continue, ripetitive, gabbie d'oro. E tutte le gabbie van strette, dopo un po', figurarsi per me, che ogni giorno le vedo stringersi un pochino.

lunedì 10 giugno 2013

L'altra sera a Top Gear c'erano di sottofondo i Fuck Buttons.

C'era una bella frasina detta dal dottor Mordin Solus con cui volevo aprire questo post, ma non me la ricordo più, e siccome Solus non è Fabio Volo, bensì è decisamente meglio, non posso sparare una frase a casaccio e sostituirla. Quindi devo lasciar perdere l'incipit carino.

A parte questo tutto bene, dai. Ho la sensazione di essere più povero in canna che mai, chissà perché; forse perché ho controllato il mio conto corrente l'altro giorno, scoprendo di avere la meravigliosa cifra di 86 euro. O erano 36? In ogni caso erano una miseria. E la cosa non mi fa piacere, per capirci; comunque, almeno mi devo preoccupar poco: fra pochissimo la stagione a Padova sarà finita, e me ne tornerò a casetta mia, col bastone in spalla e il fagotto, per un periodo indefinito. Non so se rientrerò, se tutto va bene a settembre avrò pochi esami, tutti fuori Padova, e lasciando perdere l'idea di seguirli (long story short: facendo un interateneo Padova/Venezia, quei pochi esami sarebbero tutti a Venezia, donde il dubbio; seguirli e spendere milioni in treno? Prendere casa lì? Tutte scelte costose che mi spingerebbero ad essere non frequentante, ma a quel punto val la pena stare a casa), non so bene cosa fare. Non amo le situazioni in cui non sai cosa fare perché hai pochi dati. Che noia.

Posto questo, ancora una volta mi escono infinite scelte per il domani, per il dopodomani e per il postdomani (come diceva mia nonna); sembra quasi che il caso, la sorte o chi per essa lo faccia apposta: sei lì bello tranquillo che ti sei fatto il tuo piano per i prossimi mesi, sei bello rilassato e contento, ed ecco che zac, arriva un imprevisto, peggio che nel Monopoli. Che poi nel Monopoli almeno le case costano poco, son ancora in lire, figurati. E quindi o ti riveli adattabilissimo, pronto a cambiare i piani da un momento all'altro, oppure non fai nessun piano e aspetti; ma onestamente, in questo caso, mi sembrerebbe di essere in balia delle onde, e sinceramente avrei troppa paura - proseguendo l'allegra metafora marinara - di schiantarmi improvvisamente. 

Piuttosto preferisco pensarmi sempre qualcosa, cercare di adattarmi, darmi qualche punto abbastanza sicuro e poi vedere il dafarsi; detto questo, ancora una volta si sono prospettate possibilità per il futuro, che aprono rose di altre possibilità, che aprono altre rose ancora, e così via, così discorrendo. La solita noia. Le solite cose. Le solite incertezze, che non sono propriamente incertezze, sono cose troppo varie. L'unica è cercare di trarre qualcosa di utile da tutto, come quando mangi un piatto di cozze; non sai quante ne avrai nel piatto, non sai quanto avrai voglia di mangiarle, ma intanto te le mangi una per una. 

Questa metafora faceva veramente schifo, ma d'altronde ho appena mangiato un Kinder Bueno scaduto il 20 maggio, voglio vedere se sopravvivo o se sviluppo dei superpoteri.

Ed anche questo è vero.

Come il fatto che la metafora è orrenda.

Max Muller mi odierebbe, penso. Ma anche i Fratelli Grimm, che non lo sa nessuno ma erano dei linguisti e dei filologi della madonna, prima di fare i favolisti per il cash. Sento che quello sarà il mio destino: fare l'uomo di cultura e poi riciclarmi facendo qualcosa di stupido per le masse. Già uno dei miei coinquilini mi ha chiesto di tradurgli delle frasi da Bacio Perugina per una sua app di frasi da Bacio Perugina che ha messo in giro. E' segno, chiaramente.

Che poi niente, me ne voglio andare via; l'altro giorno ero a casa di un'amica, che ora vive col fidanzato, e pensavo che anche io voglio andare via di casa, più fortissimamente che mai, perché sono veramente stufo di vivere a casa mia, dove ormai le ragioni di farlo si contano sulle punte delle dita di Alex Zanardi.

Scusa Alex.

Diciamo così. Ed intanto passo la serata ascoltando techno hardcore, così, perché quel beat ipnotico e continuo ti fa prendere non dico bene, ma almeno ti ipnotizza quel tanto che basta da permetterti di scrivere a fuoco una marea di cazzate, da cui un team di egittologi, ufologi ed esperti vari dovrà raccogliere del significato per esporlo al pubblico; significato, quale significato? Che vengo veggiu, come dicono i liguri, e penso che seriamente, voglio finirla qua. In tutta franchezza, mi sono scocciato dell'università, della vita domestica, della vita da studente, ho veramente voglia di fare qualcos'altro, di chiuderla qua in fretta e darmi da fare, e soprattutto andarmene. Voglio uno schifo di casetta mia, un buco di pochi metri quadri degno del miglior Renato Pozzetto in "Il ragazzo di campagna", qualcosa dove mettere la targhetta "Specchio per soli geni" sopra lo specchio del bagno (come faceva Sfrizzo, lo zio furbo di Pippo), qualcosa dove incorniciare la maglietta dei Coroner e mettervi la targhetta "Rompere il vetro in caso di poser", qualcosa dove farmi un po' di sana - faticosissima, sudata, ma soprattutto mia vita.

E buona camicia a tutti, specie a Maurizio Costanzo e a Giangiorgio Pasqualotto.

Post scriptum: Giorgio Moroder è un figo. Ma lo era anche prima che i Daft Punk lo tirassero fuori dall'underground dei veri esperti per darlo in pasto ai ragazzini.

Post post scriptum: la frase nel titolo riflette un'assoluta realtà.

lunedì 20 maggio 2013

Ancora una cosa (come diceva il tenente Colombo).

Ci sono tanti ed indubbi vantaggi ad usare il portatile a lezione; fra questi, c'è la comodità insindacabile di scrivere i fatti propri (tipo questo post), spacciandosi come una persona seria che scrive appunti, trollando astutamente il professore. Il quale, comunque, se non se ne accorge, e se non si preoccupa di mantenere il tiro della sua lezione (evitando quindi la noia nello studente), in fondo, se lo merita. Di essere buggerato, intendo. A parte questi dettagli, comunque, possiamo dire che, mi rendo conto, sono un pochettino sparito; ho avuto parecchio da fare, la vita da studente fuorisede mi ha cambiato, poche storie. Chi mi conosce sa che amo “tirare i bilanci” alla fine delle cose, alla fine delle esperienze; alla fine dell'anno, dopo i periodi di festa (con conseguente incontro del parentado), dopo qualche viaggio od occasione particolare, cose così. Ovviamente, prima di tirare i bilanci, siccome sono una persona noiosa e tendente alla riflessione noiosa, prima di tirare le somme le pre-tiro, raccolgo mentalmente le idee e mi preparo.

Ora, appunto, il primo anno scolastico fuorisede a Padova è quasi finito; fra poco inizierà la sessione estiva e vedremo come sarà andata. Ed ovviamente vedremo come andrà, invece, il secondo anno; prevedo un futuro fumoso, fumoso nel senso di “dubbio”, di “incerto”. Non so bene cosa accadrà e ci sono ancora troppe variabili per lavorarci su. I “problemi” per il secondo anno non sono pochi: dove andare ad abitare, innanzitutto; anzi, a pensarci si può dire che quasi solo questo sia il problema. Mi sento relativamente tranquillo dal punto di vista scolastico (leggasi: basta studiare) e dal punto di vista umano; in tal senso, sono soddisfatto, e lo dico già adesso: ho fraternizzato con diverse persone, cosa che non solo ha il valore intrinseco di “avere degli amici”, ma anche, ad un secondo livello, quello consolatorio di “vedo che riesco a farmi degli amici”. Il che mi rassicura, mi fa capire che sono diventato, o che sto diventando, una persona a tutto tondo, una persona in grado di spostarsi fuori dal suo ambiente e vivere uguale. Trovo, aprendo una breve parentesi, che sia errato vivere radicati ad un ambiente preciso, ad una tradizione, ad una piccola vita in un piccolo stagno; non fraintendiamoci: è bellissimo avere un luogo da chiamare casa. Casa con tutto ciò che ne consegue, le tue piccole cose, i tuoi ricordi, i tuoi amici; perfino il bottegaio sotto casa finisce per diventare parte della tua vita quotidiana.

Ma la casa, nella mia opinione, è solo un punto di partenza, come il punto di ancoraggio del bungee jumping; poi, è tutto salto nel vuoto, è tutta scoperta e desiderio di scoperta, è tutto viaggiare e vedere, e poi sempre tornare. E portare nella tua casa, nella casa metaforica, qualche pezzo nuovo; in senso concreto, uno dei miei piccoli sogni è quello di avere una casa piena di piccole suppellettili, di piccole cose recuperate in viaggi grandi e piccoli, una casa piena di ricordi, di cose che non butto e non butterò mai (parafrasando Zio Paperone). La casa, la propria comodità, il proprio passato e la propria compagnia hanno sempre una loro attrazione, sono sempre belle ed importanti, accoglienti come un vecchio divano e caldi come la propria vestaglia; ma, per quanto mi riguarda, per quanto mi rassicuri, l'interesse ad uscire e vedere oltre è sempre maggiore. Una volta consolidata la base – il problema sarebbe poi quello – è ora di uscire, di vedere. Probabilmente, non esisterà mai un luogo “più bello di casa propria”; probabilmente non esisterà mai un “amico più caro” del tuo compagno di cento avventure, ma non per questo non vale la pena di provare.

In un certo senso, è bello avere “tanti punti”; è bello avere “la compagnia di qua” e “la compagnia di là”, la propria vita da una parte e dall'altra. Senza giudicarle, perché sarebbe brutto; ogni cosa ha i suoi vantaggi indubbi, ogni cosa è piacevole a modo suo. Ma questa doveva essere solo una parentesi, e dunque chiudiamola.

Torniamo al bilancio.

La soddisfazione di “crescere” è indubbia. Ammetto che, come chiunque, del resto, il crescere fa sempre paura, l'ignoto è sempre l'ignoto; ma la soddisfazione per i risultati è superiore, è inutile che mi nasconda dietro un dito. Sono soddisfatto anche del percorso quand'è comune; ma qui non scendo nei dettagli. E quindi confermo, sono cambiato; sono più tranquillo, ammetto, meno stressato. Meno impegnato, e per questo scrivo meno; perché se il blog nasceva come reazione e risposta allo stress (che io usualmente misuro in base al numero di ore in cui parlo da solo, brutta abitudine che qui confesso e della quale presto parlerò), ora che ho meno stress e meno noie, beh, il blog perde di necessità. Mi sono reso conto, come già un amico mio aveva previsto anni fa, che sto meglio in libertà; capiamoci, non per il comodo di “esco quando voglio” e “faccio quello che mi pare”, ma proprio ad un livello più profondo. La vita a casa mia, la vita con mia mamma in particolare, ormai mi va troppo stretta; d'altronde, ora che la nonna è scomparsa, posso dire che l'infanzia è finita. Definitivamente. La nonna aveva ancora l'abitudine di passarmi una minuscola paghetta mensile, nonostante la mia non più verdissima età; ora questa minuscola cosa non c'è. Ho trovato un piccolissimo lavoretto che ha sostituito questa micro fonte di reddito, sufficiente per pagarsi gli sfizi e il sabato sera; naturalmente, capirete anche voi, questo ha un significato simbolico: non c'è più nessuno che paghi per me (almeno per le scemenze), ora sono io “che pago la serata”. E quindi sì, l'infanzia è finita.

Lo penso seriamente. Ritengo che questo sia stato veramente uno spartiacque fra un prima – in famiglia, nell'infanzia – ed un dopo – fuori dalla famiglia, nell'adultità. Giovani adulti. Giovani, ma adulti. Età di transizione. Età che spaventa ma che piace, tremendus fascinans, come diceva Otto (Otto di cognome, non di nome).

E qui sta il valore della sfida.

E qui sta il vero valore del primo anno a Padova. Il vero valore è: ce l'ho fatta. Ho passato l'anno. Sono sopravvissuto, dillo come vuoi; sono arrivato nudo, ho saputo gestirmi, ho costruito legami, reso abitabili case, gestito scontrini, spese, esami, amici e significanti altre. E quindi dico: se ci sono riuscito, sinora, posso migliorare ancora, posso affrontare il futuro come ho affrontato il passato.

Crediamoci.

mercoledì 15 maggio 2013

Eh Ferretti, Ferretti...

Ai tempi d'oro in cui Lindo Ferretti non era un papista e un ferrariano, cioè prima dei suoi problemi personali che lo portarono a riscoprire Gesù, cantava delle vere perle, fra cui "Io sto bene", dove, ricordiamo, trovavamo quello straordinario ritornello che faceva "Io sto bene, io sto male". 

Ecco, parafrasandolo - ma mi pare di averlo già fatto - mi viene da canticchiare "Preso bene, preso male"; ultimamente, m'è capitato di pensarci spesso, forse i lettori (quali?) più attenti l'avranno notato. La questione del presobenismo mi turba, mi domando come faccia la gente, a volte, ad essere sempre presa bene, sempre allegra sempre yeah. Su un doppio binario: quello "importante", diciamo quello interiore, e quello "superficiale". Superficialmente parlando, è un discorso semplice e concreto: come fai, ad esempio, a trovarti in una situazione che non ti piace, ma divertirti lo stesso? Sei in discoteca, ma la discoteca ti fa schifo, che fai? Io, personalmente, non mi prendo bene, magari esco. Difficilmente mi viene da dire "vabbè, pigliamoci bene uguale".

Però quello, sai, è un discorso secondario. D'altronde non ha molta importanza l'evento in sè, discutere delle linee teoriche secondo cui dovrei, dovremmo, si dovrebbe gestire ogni singolo evento della propria vita non ha molto senso. Posso forse impormi una linea dura? Direi di no, a meno di non diventare un maniaco; ogni cosa va presa a sè. Poi certo, posso avere una linea di massima, ma ecco, non credo si possa andare oltre. Il discorso diventa importante quando uno è preso bene, profondamente bene, in qualsiasi momento della sua vita; lì c'è del disagio, lì c'è un problema, lì c'è "la mucca felice" che non sa manco dove sta girato, c'è quello che non sa nulla, che vive alla giornata. Ma non "alla giornata" nel buon senso, nel senso della spensieratezza, dell'avventura quotidiana, del sogno e dell'eccitazione, ma nel senso dell'insulso, della stupidità, dell'uomo che vive e finisce - probabilmente - schiacciato da qualcosa che non ha previsto.

Tutto questo per dire che stavo ripensando al concetto stesso di "gestire la propria vita" alla luce del preso bene e del preso male. Ed anche che riscoprendo i vecchi dischi dei CCCP mi commuovo sempre.

giovedì 2 maggio 2013

E' tipo il Buddha quello che saluta lì all'angolo?

L'altra sera mi ha telefonato il Buddha, per dirmi delle cose. Ed "il Buddha" non è un soprannome simpatico da film pulp-noir da attribuire a un amico particolarmente grasso, intendo proprio il Buddha, noto anche come Siddharta Gautama, quello che oggi milioni di fedeli buddhisti ascoltano pregano venerano eccetera. Insomma, quello lì. Se sostituite la frase "mi ha telefonato" con "m'è venuto in mente" e "l'altra sera" con "quindici anni fa", poi, la frase fila perfettamente.

Ed è vero.

Mi ricordo, difatti, che qualcosa come un diciotto anni fa, avrò avuto sette-otto anni, ero un bambino molesto. Anzi, a dire il vero no, non ero molesto, ero tranquillissimo; però ero paranoide nei confronti del dormire e della televisione notturna. Mio papà - come tutti ormai sanno noto personaggione - aveva infatti l'abitudine di tenere la tv accesa fino a tardi; come molti altri bambini, anche a me dava molto fastidio la luce accesa ed il rumore e tutto il resto, e come molti altri bambini andavo sempre a scocciare chiedendo di fare un po' di silenzio. La soluzione più ovvia, cioè chiudere la mia porta - o quella di mio papà - era ovviamente preclusa: la realpolitik di mia mamma, legata al controllo assoluto delle mura domestiche, vietava la chiusura di qualsiasi porta (perfino quella del bagno: andava chiusa solo accostandola, la chiusura a chiave era  - ed è tuttora - vietata), poichè "la mamma deve sentire tutto quello che succede".

A tal proposito, l'altro giorno - alla veneranda età di 24 anni, 25 il mese venturo - dopo una doccia, decido di asciugarmi in camera, e nel frattempo di perdere tempo giuocando con inutili app sul mio potente mp3-che-sembra-uno-smartphone-ma-non-lo-è, di una nota marca coreana che non citiamo per timore di ritorsioni dalla lobby Apple. 'nsomma, stavo asciugandomi - in silenzio, perché non è che la gente normalmente urli "ORA MI ASCIUGO IL CULO! ORA MI DO' IL DEODORANTE! ORA MI SISTEMO I CAPELLI" (anche se mia mamma lo fa, ndr), quand'ecco che, dall'altra stanza, mi sento chiedere se va tutto bene, perché "non sento nessun rumore dalla tua stanza". Ecco, così per dire.

Comunque, all'epoca, tornando al discorso di prima, facevo storie per il dormire, per il buio eccetera eccetera; abituato a farle a casa mia, ovviamente le facevo anche fuori. Coincidenzialmente, mi trovavo a casa di una zia, e mi rigiravo nel letto già da più di un po'. La zia, anziana, presumibilmente si era appisolata di fronte a un Marzullo qualsiasi, e io ero lì a penare, cercando di dormire, invano, nonostante fossero - orrore! - almeno le undici (vallo a dire a un bambino che le undici è presto, vai). Ad un certo punto, mentre ero lì a inveire e lamentarmi, ad un certo punto - giuro che è andata così - m'è venuto in mente il Buddha. Ma proprio il Buddha eh. Ora, come mai un bambino di quell'età conoscesse il Buddha E conoscesse anche il concetto di "il Buddha è la pace e la quiete interiore", lo ignoro. Illuminazione sulla via dell'India, forse. Però successe; mi venne in mente lui e pensai che, se lui era tranquillo, potevo esserlo pure io. A quel punto mi calmai e presi sonno; poi, negli anni a venire - siccome sono stupido e dò molto peso agli eventi casuali - ripensai spesso a quell'episodio quando si presentava la necessità di calmarsi.

Il senso ultimo di questo post è che, forse, oggi dovrei farmi tornare in mente il caro vecchio Sakyamuni (è sempre Buddha, ndr); nonostante abbia promesso di non farmi prendere dal panico ogni tre per due, e di non agitarmi continuamente per tutto - in primis le mie condizioni sentimentali, economiche e amicali, non necessariamente in quest'ordine - continuo a farlo. E' più forte di me. E' un richiamo, tipo quello verso un piatto di formaggio fritto.

lunedì 22 aprile 2013

Una forma di pensiero alla greca.

Anche se non sembra, sono ancora ragionevolmente vivo. E' che ho avuto da fare. Cosa che mi fa piacere, perché metacerebralmente penso che, se ho da fare, è un buon segno; cioè se sono esausto, la sera, un motivo penso che ci sia, ed il fatto che c'è un motivo è cosa buona e giusta. Tipo soldati del Vietnam, no, quando si lamentano dell'odore di marcio tipico della giungla (o della zona dietro la stazione di Padova); è un cattivo odore, ma se lo senti vuol dire che sei ancora vivo, quindi è un buon segno.

Cogliere il buono dal casuale, ecco; ed in questi giorni, esausto, ho pensato che un buono c'è: ero esausto per gli esami, per la stanchezza, per lo stress, per mille motivi che non sto qui a riprendere perché sono sempre gli stessi, e la mia attuale preoccupazione sta nello sbrigarmi a finire questo post per dedicarmi ad altro, fare la doccia e andare a pranzare fuori, poi pausa, studio di qualche pagina di islamistica, poi lezione, cena, e serata di riposo a leggere il grande Gatsby per la milionesima volta. Ancora a sognare di sogni americani falliti, immagini di mondi che mi piacciono e mi affascinano, per il loro immaginario contemporaneamente elegante e marcio, finissimi fuori ma orribili dentro, dei Dorian Gray dell'economia e del bel mondo. 

E' un tipo di cultura che disprezzo, e di cui non posso che disapprovare i modi ed i risultati, oltre che notare come evidentemente certo materialismo e certo capitalismo a stelle e strisce abbiano rovinato il mondo. Ma l'immagine tutta letteraria che è sottesa in quel libro ed in altri libri della stessa scia è veramente affascinante, per quanto mi riguarda; ho letto tante storie di persone eleganti, di cocktail parties notturni in ville gigantesche, di individui azzimati che coprono col bere e con una maschera di baffi ingellati e camice apprettate i problemi, finanziari o morali, correndo dietro a sogni di gloria. Ho letto le vicende di chi corre per mezza America, senza motivo, elemosinando qualche spicciolo per fare un metro in più - come James Moriartry, personaggio che, pur "disprezzandolo", mi affascina pure - e di chi invece millanta ricchezze, di chi ha i buchi nella canottiera e di chi cerca di raggiungere una misteriosa forma di benessere tutto economico e reaganiano, di chi, pieno di eroina, è capace di stare a fissarsi i piedi per ore, e di chi è disposto a tutte le privazioni per arrivare.

L'immaginario del sogno americano, fallito o conseguito che sia, a seconda dell'opera letteraria, è sempre bello; l'America postbellica, nei libri, è il luogo più bello del mondo. E' il luogo della possibilità, è il luogo "dove anche gli squattrinati possono arricchire" (cit.). E di fondo, la possibilità è il sale della vita, il valore forse più interessante che si possa cercare e in cui si possa sperare; discutevo l'altro giorno (in realtà qualcosa come tre mesi fa) con un tale, filosofo mio conoscente (non Critone, uno vero), delle implicazioni filosofiche contenute in Lovecraft. Si ragionava su come il "non sapere" sia effettivamente preferibile al sapere, quando l'oggetto della conoscenza stessa è la vacuità della vita, la sua assenza di significato, ed eventualmente la sua assenza di premio (terreno o ultraterreno) a seguito di - appunto - una vita di fatiche. Ecco, io sono contrario a quest'idea; ritengo altresì che certo, non esista nulla, la vita sia vana, difficile eccetera, ma contemplo il valore della possibilità, l'eventualità che - perseguita con ogni mezzo - può eventualmente darti una ricompensa.

Sto dicendo che, desiderando qualcosa, è teoricamente possibile raggiungerla, con mezzi, impegni e sforzi piccoli e grandi, ma continui; comprare una maglietta su eBay richiederà pochi spiccioli da metter via, magari rinunciando a una pizza la sera. Comprare una villa a Malibu qualche cosa di diverso, ma teoricamente è possibile. Se si vuole farlo, si intende.

Ciò infatti mi riporta alla mente altri ricordi, altre cose vecchie; quand'ero bambino - praticamente fino a ieri - mi veniva sempre ripetuto, come un mantra, il concetto di "se non lo fai è perché non lo vuoi fare". Questo significava che, a casa mia, non esisteva mai nessun tipo di giustificazione, per niente; errori, fallimenti, mancanze, tutto, ogni cosa era spiegata con "non hai voluto fare abbastanza". Se il voto a scuola era basso, è perché non avevo voluto studiare; se il giocattolo si rompeva, è perché non avevo voluto curarlo e conservarlo bene. Paradossalmente, anche eventi al di fuori della mia portata effettiva erano risolti così: se mi ammalavo, è perché non avevo voluto coprirmi abbastanza, o, a scelta, perché non avevo comunque seguito il consiglio di qualcun altro. Teoricamente questo, alla lunga, porta forse a una persona ripiena di sensi di colpa, con una "società della colpa" come quella dei greci antichi; ricordo bene molti episodi distinti al riguardo, ma non serve approfondire. Rimane solo da aggiungere che io vengo da un sistema del genere, quindi comprensibilmente - penso - dò molto peso alla volontà individuale.

Talvolta mi arrabbio con gli altri, e mi dispiaccio di questo; a volte guardo intorno a me, e vedo persone che "non fanno abbastanza" (secondo il concetto di cui sopra). Vedo studenti universitari che "non studiano" e poi si lamentano dei voti bassi; vedo gente, in uno schema generale, che fa qualcosa, si lamenta e non realizza che la sua lamentela è insensata, perché "se avesse voluto", "avrebbe potuto". Il connubio di queste due forme verbali è fra le cose che ho più sentito al mondo. Comunque sia, mi rendo poi conto, subito, che questo discorso è sbagliato; certamente esistono i pigri, i culi pesanti, i nullafacenti in genere: ma non è che necessariamente siano tutti così. Nè tantomeno, comunque, io ho l'autorità di poter definire chi lo è e chi no, nè tantomeno di giudicarli. Il primo impulso è quello, ed il primo impulso nasce probabilmente dalla memoria, stimolata dal ricordo e dalla paura, in certo senso; per anni, sono stato abituato a notare immediatamente ogni tipo di stortura, e a rimediarvi in fretta, prima che un ceffone mi ricordasse che "avrei dovuto rimediarvi" prima del ceffone stesso. Il quale era sia punizione per la mancanza (presunta), sia un reminder per assicurarsi che la prossima volta non succedesse. 

Oltre al danno c'era la beffa: un brutto voto ti fa star giù, già di tuo, e il pattone ti fa stare ancora peggio; ovviamente, lamentarsi o chiedere di smetterla avrebbe peggiorato la situazione, perché chi è in errore deve tacere - in quanto in errore, e perciò momentaneamente dai diritti civili e politici sospesi. Anche domestici, direi.

Ma se questo è il lato negativo, trovo che forse, un positivo vi sia; il positivo è la forza della volontà, appunto, della possibilità, dell' "insegui quel desiderio, perché vuoi realizzarlo, prima o poi se ti impegni accadrà, magari a piccoli passi". O forse è solo un modo metamentale per auto-consolarmi di tutto questo, trovando del bene dove del bene non c'è, come a dirmi "hai subito, ma guarda cos'hai ottenuto".

Chi lo sa.