domenica 30 dicembre 2012

Eravamo quattro Holden al bar.

Ieri sera m'è capitato di uscire, e di andare, dopo tanto tempo, in un locale, un tempo punto di ritrovo del metallaro genovese; "un tempo" per le nuove generazioni, che le vecchie avevano un altro punto, e quelle prima un altro ancora. Diciamo che la mia stagione d'oro l'ho vista in quel locale.

Ho un appuntamento con alcuni amici, volevo salutarli dopo mesi di lontananza padana, per poi ritirare una copia di un disco che loro hanno inciso, dove io ho prestato, in cameo guest-star, la mia voce su un pezzettino; dopo mesi, mi metto "in uniforme", con completo nero, cappotto, camicia, anfibi, con quel look da dark pentito anni '80 che rispolvera gli anfibi perché sta andando a vedersi Robert Smith con la panza che suona ancora adesso.

Arrivo al locale abbastanza presto, non c'è quasi nessuno; c'è un giovanotto che conosco, molto più piccolo di me, estremamente molesto, di quelli che attaccano bottone per nulla, e che a tutti i costi devono farti vedere che sono fighi, per qualche motivo. Se parli di cibo hanno il parente cuoco, se parli di dischi han mille vinili, se parli di studi loro han la media del trenta; lo ignoro, mi infilo in un portone e mi appoggio lì, allo stipite, in attesa paziente. Escono un paio di persone, sono quelli che suoneranno stasera, chiacchierano fra loro e un altro tizio che conosco; questo ha una mezza distribuzione di dischi, è comunque un appassionato.

Gli altri due musicisti: una è una donna, e spiega agli altri due il suo ruolo di voce nel gruppo; poi allunga la minestra, puntualizzando le numerose diverse tonalità e modalità di canto. E poi d'altronde nel suo progetto musicale alternativo, con nome lunghissimo e macabro - in italiano, come usa - fa sfoggio di voci un po' alla Diamanda Galas (che se sentisse questo paragone probabilmente si sparerebbe, penso); e ancora, ancora, parla, mentre il tizio della distro già non la ascolta, e l'altro musicista, umilmente, racconta le sue poche esperienze. Si scopre che costui, finora modesto e zitto, studia/ha studiato vive/ha vissuto in nordeuropa; distingui l'uomo perbene dal cialtrone in questo momento: la donna riprende il discorso, e altre vanterie, anche io sono stata in Norvegia, ma d'altronde è caro, ma lì si sta bene, non come in Italia, e così via.

Questi rientrano; io mi accendo di nuovo la pipa e piango. Cioè non piango, piango dentro. Il molesto di prima ripassa, iniziando ad attaccare bottone con tutti; riprende il tizio che ha vissuto in Svezia (che è uscito di nuovo), e coincidenzialmente anche lui studia lingue. Il filosvedese - ovviamente - ha studiato svedese e norvegese, due linguette da poco diciamo; il molesto controbatte: lui fa inglese, difficile eh. Riesce la donna vanitosa di prima, e giù con la secchiata di luoghi comuni, e il progetto ambient-dark, ma una cosa originale eh, come anche il mio progetto black metal old-school, tipo primi Hellhammer però personale, non fotocopia. Ovvio.

Rientrano tutti, il vicolo è vuoto. Sembra una scena teatrale. Arrivano altri due. Uno lo conosco di vista e di nome (mi conosce solo di vista), l'altra l'ho vista qualche volta, è una delle tante che ronzano intorno a sti locali. Non è giovanissima, sarà almeno sulla trentina galoppante, truccata pesantemente. Ti domandi il perché. Si lamenta che sul cellulare non riesce a scaricare in fretta i Dark Funeral; lui le ricorda che dovrebbero sbrigarsi, perché fra un po' il concerto inizia, e il pezzo dei Cradle of Filth è meglio scaricarlo dopo. Lui ha pure una felpa di questi qua; fino a ieri avrei bollato entrambi come "poser", oggi non ne ho molta voglia. Lui lo conosco, è uno che va a tutti i concerti senza capire nulla; poi lo trovi su Facebook, a quasi quarant'anni, a scrivere di sè che è un angelo caduto, che odia Dio e le religioni, che è illuminato in un mondo di truzzi. A quarant'anni. 

Poi il dialogo degno del miglior film di Lynch. Arriva una terza, cammina piano, birra in mano e corpetto gotico; ha i riflessi rallentati. Inizia a parlare con gli altri due, tutti e tre coi riflessi rallentati. Sembra uno di quei dialoghi che vedi nei filmini educativi contro la droga, dove ti spiegano che la droga ti rende lento e stupido. "Ciao". Pausa. "Come state?". Pausa. "Bene". Pausa. E così via. Ascolto il dialogo e maledico il momento in cui ho deciso di non portarmi l'mp3, stasera, e di non potermi turare le orecchie coi DEVO a palla. La coppietta di disgraziati sta insieme da un mesetto scarso, si sposano a novembre prossimo; dopo un annetto. Penso che si tratti delle ultime spiagge, tutti e due superano i 30 da un pezzo, forse è ora che si accasino o non lo faranno mai. Lei però si lamenta, non riesce a divorziare da quel bastardo dell'ex, non gli gira gli alimenti; poverina, mi spiace un po'. Sono sensibile ai matrimoni; la terza ragazza chiede da quanto va avanti la storia con gli avvocati.

"Quindici anni", fa lei. Se questa farà 35 anni ora, così ad occhio, massimo 40, a che cavolo di età ti sei sposata? A venti? E ci credo che ora ti sposi con un protoplasma come quel tizio dopo un mese di fidanzamento. Che poi lui l'ho sempre visto, fino a ieri, con un'altra, chissà che vita ha. Nel frattempo loro rientrano, rimango solo nel vicolo; arriva uno col cappello da caccia all'incontrario, è Holden Caulfield. 

"Ehi ciao vecchio, che fai qui?"
"Cosa ci fai tu qui, Holden"
"Sono una proiezione della tua mente, lo sai, stai diventando pazzo, hai evocato prima Critone, poi Orson, ora me, sono qui per rappresentare la gioventù e la stupidità dei ragazzi giovani"
"Grazie Holden ma passo, capisci, già mi lamento di mio"
"Sì infatti, però" - e si gira il cappello per bene - "Adesso basta parlare direttamente di me, così sul tuo blog di merda risparmi tempo, Cristo santo"
"Holden, guarda, grazie, ma non fare casino, insomma aspetto gente"
"Ma se sono due ore che stai qua a chiederti come cazzo fa la gente a vivere a sto modo?"
"Holden..."
"Comunque guarda, vado dentro a farmi una soda, me la devono dare, non li dimostro mica 17 anni, se no fai una cosa, me ne offri una tu, che tanto puoi"
"Holden ti prego"

Holden entra, io riaccendo la pipa e mi domando di nuovo perché. Arrivano i miei amici. Parole, chiacchiere, strette di mano. Parole su progetti musicali futuri con uno, qualche ricordo domestico con un altro - abitavamo vicini - e qualche parola sui loro concerti col terzo. E un po' mi rattristo, non so perché. Io sono andato via, io sono a Padova, penso, però la situazione qua è uguale. Torno e questi suonano, lottano per un palchetto, per una data, e son sempre qua; io mi preoccupo, loro anche, ma la loro vita è questa, la loro vita è suonare, è il palco, il cd, la promozione, l'etichetta. Poi penso che io mi preoccupo di tutto, di come cambio o non cambio, di quanto la situazione sia o non sia la stessa, e allora mi viene un'idea. Entro nel locale, c'è Holden che litiga col barista.

"Dai capo ho 18 anni, dammelo un whiskey, Cristo santo!"
"O carta di identità o niente, che mi vengono i carabinieri"
"Dai capo"
"Garantisco io per lui" - mi intrometto - "E fanne uno pure a me"
"Grazie vecchio"
"Holden, stai a sentire..."
"Dimmi"
"Ma io, esattamente, non sono come questi qua no?"
"No vecchio, tu hai troppi problemi, e soprattutto..." - gli servono il liquore - "Oh grazie"
Lo butta giù alla goccia, fra cinque minuti sarà sbronzo e rifarà il trucco della sparatoria.
"E soprattutto tu non sai, tu non hai deciso, nè capito, quale sia la tua vita. Se l'avessi capito, la perseguiresti e saresti sempre uguale anche tu, come loro. Ma siccome non lo sai, cambi, e la vai cercando"
"Non mi stai dicendo mica che..." "Lo sto dicendo sì capo" - mi interrompe, il maleducato.

lunedì 24 dicembre 2012

Condannati a morte nel vostro quieto vivere (cit.), ovvero "Critone vs il qualunquismo".

Tanto tempo fa, diciamo almeno una decina di anni fa, il mio professore di musica delle medie ci aveva istruito duramente nel campo delle "canzoni natalizie"; questo perché le lezioni di musica, alle medie, erano costituite per 1/3 da preparazione musicale vera e propria (prevalentemente: basi di musica classica e tentativo di insegnamento collettivo a usare il flauto, mitico strumento plasticoso che mai nessuno ha realmente suonato/usato/apprezzato o compreso in una funzione diversa dal pestaggio del prossimo) e per 2/3 dalla preparazione musicale nel canto, nel coro, o nella canzone. Collettiva. Perché ogni tre per due, in una scuola media di suore, c'era qualche festa religiosa, quindi occorreva studiarsi le preghiere cantate, i cori, le canzonette, con un intruppamento degno del miglior regime.

A pensarci: che vitaccia faceva il professore di musica, lì? Magari era serissimo, preparatissimo, musicista da anni, e si riduceva a suonare il piano alla buona e a dirigere un coro di cialtroncelli delle medie, che peraltro ti danno soddisfazione zero storpiando le parole del coro e fregandosene visibilmente. Vabbè. Fattostà che fra i canti che ci insegnò c'era anche una canzone in dialetto genovese, scritta in traslitterazione (ovvero: come si pronuncia) per quelli (tutti) che non sapevano il dialetto. E insomma tutto questo per dire che è quasi Natale e che, come diceva la prima riga della canzone, "Ai primi di dicembre qualcosa si risveglia" (o non so bene come si traduca "remescia"). Principalmente, l'ho già detto, in me si risveglia quel bisogno istintuale di fare regali ed essere, se possibile, più buono e stucchevole del solito. Tranne quest'anno, che, ho già detto, la situazione è quella che è. Discutibile. Anche se persone gentili esistono, come la signora che mi ha telefonato qualche minuto fa: una signora anzianotta, sulla sessantina, alla quale, un paio di mesi fa, ho ritrovato il cellulare perduto - ovviamente preoccupandomi di restituirlo. E' stata così commossa da decidere di chiamarmi per gli auguri natalizi, che pensiero carino.

Eeeh, ciò.

Eeeh, ciò (come dicono i veneti).

Comunque sia, adesso siamo appunto sotto Natale. Sarebbe l'ora, come faccio tutti gli anni, di fare due bilancini, due conti; è una cosa che, per quanto lasci il tempo che trova, mi piace fare. Anche se, per esempio, la mia significante altra odia quest'abitudine (chissà perché poi insomma). In effetti potrei tirare già le somme, nella loro maggior parte (mancano pochi giorni alla fine dell'anno, non credo ci sarà moltissimo in più); ma incredibilmente non lo farò. O meglio, non da un punto di vista "di eventi", riservando la summa dell'anno magari a un altro post. Avevo infatti per la testa di fare un riassunto dei "temi" di quest'anno, grazie al qui presente Critone, che per l'occasione sfoggia un completino da valletta anni 90 (quindi con meno culo da fuori possibile), e ci passerà ora delle bustone che leggerò a voce alta (imitando la voce del defunto Corrado, pace all'anima sua) con i grandi temi e le grandi scoperte dell'anno.

1) Abbiamo capito che a fare le mamme di tutti (o i babbi di tutti) non si guadagna molto; sebbene mosso da sincera preoccupazione per tutti, sebbene dica a tutti "datti una regolata" non per spaccare le balle ma per evitare al prossimo disagi e fastidi, nessuno lo capisce. "Prevenire è meglio che curare" rimane un proverbio che conosco solo io (e Critone); fare le mamme di tutti, insomma, non paga. Farci le mamme di tutti, forse sì. Questa battuta era molto cheap, ma l'ha consigliata Orson Welles.

2) Abbiamo deciso di portare la lotta al qualunquismo a un livello più alto; ma cos'è il qualunquismo? E' essere uno qualsiasi in qualsiasi categoria; l'alternativo non esiste mai, non esiste più. Una volta - specie quando si han sedicianni - si crede nell'esistenza di categorie dello spirito (abbastanza mitologiche) tipo "noi alternativi" e "gli altri truzzi", mettendo da una parte tutto il pianeta giovani no global, braghe larghe, eskimo, chiodo, voto a sinistra, antifà rock politico, no firma no logo, cinema impegnato, cineforum e libri, e dall'altra parte il tamarro di periferia, canottierazza e jeans Franco Rimessa (che ricordiamo, se si chiamasse così e non Frankie Garage non lo comprerebbe nessuno), oppure l'albarinotto elegante e amico di Berlusconi. Una volta, però. Poi ci si rende conto che la firma c'è tanto quanto: non compri scarpe Nike, compri scarpe Ethnies o All Star; non le compri e compri solo sandali, magari, ma gli anfibi Doc Marten's invernali dove li mettiamo? E se anche sfidi il gelo, vogliamo negare del tuo tabacco da girare Pueblo? Sei impegnato e alternativo, guardi grande cinema alternativo nei cineforum, esattamente come migliaia di altri giovani impegnati, accidenti come sei alternativo; fumi canne, contro il sistema, e d'altronde il fatto che nel tuo gruppo ci siano almeno cinque persone che fumano non è segno di totale omologazione al contrario. 

Dunque non esiste l'alternativo, si è qualunquisti ed omologati tanto quanto, da una parte e dall'altra; l'unico alternativo vero è probabilmente o quello che vive sotto una pietra - magari nel suo mondo, lontano seriamente dalle convenzioni sociali (tipo "uscire al sabato sera"; tutti a dirci diversi ma guai a non farci la birra al sabato sera!), il tipo strano che per stanarlo ci metti una vita, oppure il pazzo totale, quello che oggi fa una cosa domani un'altra, con quell'imprevedibilità spesso pallosa e francamente anche difficile da sopportare. Ecco: quelle categorie di persone sono al sicuro dal qualunquismo; ma qualsiasi giovane altro, a meno che non si sforzi di brillare, finisce/finirà per spegnersi ed ingrigirsi, i voli di fantasia atterrano nell'aereoporto della realtà. Ti credevi diverso, ti credevi speciale, ma sei finito, come tutti gli altri, ad avere una bella casetta, una moglie, un voto per la sinistra moderata, il maglioncino d'inverno e la polo d'estate, il capodanno fuori casa e il Natale in famiglia, il figlio pettinato che studia, di nascosto si fa le canne e tu lo sai, e la condanna a morte nel tuo quieto vivere, come dicevano i Negazione. 

Il qualunquismo è veramente una categoria dello spirito, come dice un amico mio (lui non lo dice del qualunquismo, ma va bene uguale), e come dice anche Origene (non è vero). Il quieto vivere è categoria dello spirito, non voler osare, non voler provare ti porta sicurezza e conforto, garanzia di non aver problemi, comodità: squadra che vince non si cambia. Ma il quieto vivere, anche se lo mascheriamo come "alternativo", è sempre quieto vivere; sei diverso, ma bevi come gli altri, fumi la cannetta, fai le medesime cose di chiunque altro, cambiandone la salsa. Hai una prigione con sbarre di un metallo diverso, ma sempre in prigione sei; è questa la realtà, lo sai, e la sfidi come un novello capitano Ahab, lanciandoti contro un mostro che non puoi battere, cioè la consapevolezza che oggi manifesti in piazza contro Monti, ma domani sarai seduto su una poltroncina a portare a casa lo stipendio, come tutti. Forse qualcuno di quelli più estremi, di quelli che oggi tu stesso identifichi come un violento o uno estremo, forse qualcuno di loro rimarrà davvero alternativo, ma tu, da vecchio, non potrai far altro che isolarli e respingerli, come Gregorio di Nazianzo respingeva le polemiche più estreme quand'era vescovo, o come Eusebio rifiutava di scrivere e di menzionare sui pensatori più alternativi e incomprensibili.

Questo lo ho capito; per lungo tempo ho cercato di ignorare la cosa, e anzi di conformarmi forzatamente a una delle due metà: cerca di essere simile all'altro, dicevo, per essere accettato. Mimetizzati. Ma la mimesis comportava solo problemi, è come cercare di piegare in una scatola minuscola una cosa enorme; poi ho deciso, come già scrissi, di smetterla di cercare di essere uno degli altri, e di fare un po' il comodo che mi pareva. Questo è forse il maggior regalo del mio Natale.

Buon Natale a tutti; meditate sul qualunquismo e chiedetevi: dove andrò a finire, io?

mercoledì 19 dicembre 2012

Il conte di Carmagnola a Milano.

No comunque non è vero un cazzo che uno è "giovane dentro", o "vecchio dentro".
A parte me, si intende.

L'altra mattina mi ha colto una rivelazione, qualcosa di mistico, teologico e teosofico; ho realizzato di avere ventiquattro anni. E, per estensione, ho realizzato che al prossimo anno avrò venticinque anni; ora, niente di straordinario, ma realizzavo che insomma, venticinque anni è un'età. Quand'ero piccolo, mi sembravano un casino; e quand'ero al liceo, una persona di "venticinque anni" mi sembrava praticamente a un passo dalle nozze, dalla casa da solo o da qualsiasi altro traguardo adulto che la vostra immaginazione concepisca (eventualmente incluso il possesso, per esempio, di azioni, obbligazioni, diamanti o bordelli più o meno clandestini).

Da un certo punto di vista è vero, effettivamente. Specie quando stai lavorando, studiando, o occupandoti di attività serie, impegnative ed eventualmente remunerative (inclusi i suddetti bordelli); la mattina, quando vai a lezione, studi, sudi, fatichi, fai cose utili, ti fai crescere la barba, vai a lezione impeccabile, dibatti, discuti, insomma, cose così. Va detto che a lettere il maschio medio si presenta in giacca, camicia, eleganza magari un po' dimessa, barba folta, quel trasandato che piace, il trasandato di chi studia lettere, come possiam dire. Quindi insomma, hai l'impressione di vederti circondato da persone adulte, mature, serie, responsabili.

Poi al mercoledì-venerdì-sabato sera (il weekend si moltiplica con facilità, volendo), tutti a bere come lavandini, tutti in maglietta e jeans, con una doppia vita guardarobistica che manco Batman o Iron Man; c'è chi dice - la mia significante altra, per esempio - che c'è dell'ipocrisia in questo. Per dire, a quel punto non metterti in camicia a lezione, vacci in maglietta e tuta; ma no, non si può, è più forte di te, quando entri in una biblioteca o parli di un argomento che ha minimo cinquecento anni, non puoi non azzimarti. Penso.

Questo mi ha fatto pensare che, appunto, forse venticinque anni li ho perdavvero; va anche detto che io non sono bravo a dare l'età. Stamattina, infatti, in treno, stavo dormendo, come al solito (si sa che su qualsiasi superficie in movimento, inlcusivo di barche, aerei, treni, macchine, autobus, cammelli, cavalli, risciò, taxi, carri armati e navi con capacità interstellare io mi addormento nel raggio di cinque-sei minuti); son stato svegliato da una serie di discorsi a voce alta che qualche cafone non riusciva a trattenere. Ed il mio letterato-radar ha subito riconosciuto la trama del Conte di Carmagnola; da lì a capire "studenti che ripassano Manzoni" è stato un lampo. Coincidenza, ero quasi arrivato e prossimo alla discesa; per cui, mentre mi alzo, butto un occhio su costoro. Gruppo di giovIni hipster milanesotti, alla moda, di età (per me) indefinibile.

Il momento in cui ho realizzato che avrei potuto perfettamente spiegare a uno di loro (che urlacchiava a voce alta di "non capire un cazzo di questa cosa dell'immaginazione del romanticismo") tutto l'argomento, il momento in cui ho capito che tecnicamente io sarei anche un professore (almeno a crediti universitari conseguiti), mentre lui no, beh, è stato un momento orribile; ci separavano sì e no sette/otto anni di età, ma almeno il doppio fra cultura e tutto. E allora ho detto: ho veramente venticinque anni. Poi, non pago, mi son spazzolato il maglione, eliminando i capelli impigliati, tipico gesto che i giovani non fanno.

Poi però un po' piango. Sono ancora giovane dentro. Cioè, veramente no, non lo sono mai stato; ma oggi, anzichè novant'anni dentro, volevo averne ottantanove e mezzo.

lunedì 10 dicembre 2012

Il Natale porta aspettative che però mancano.

E' una di quelle sere un po' così, in cui hai finito di cenare prima e quindi ti trovi un secondino seduto al computer a non fare nulla di ragionevole, salvo guardare Mangoni che canta in coreano (meglio dell'originale, probabilmente) e ad ascoltare vecchie canzoni dei Carcass, le stesse che un paio di ore prima stavi sentendo al supermercato, prendendoti benissimo, facendo assoli immaginari (mentre la cassiera ti guarda male) e soprattutto immaginando scenari gore estremi mentre passi dal banco macelleria e ti fai dare quattro etti di cavallo (solo perché è in offerta, non che io usualmente mangi cavallo). E mentre Incarnated Solvent Abuse va (no seriamente, ascoltateveli i Carcass, fanno bene) ti fai delle domande esistenziali, quelle a cui potresti rispondere solo se fossi uno veramente figo, tipo Sherlock Holmes, o qualcuno del genere; sto fumando la pipa apposta, per lavorare sull'immagine. Per l'eroina ci stiamo attrezzando, voci attendibili me la dicono illegale, poi non so.

Intanto sto aspettando che le ragazze che abitano al piano di sotto mi portino del tiramisù; e dietro quest'affermazione trugna di maschilismo e potere maschile sulle donne, in realtà si celano realtà inenarrabili. Tipo abitare in un condominio che ospita una specie di dormitorio femminile, per cui l'intero stabile ha un aroma continuo di ormoni e sindrome premestruale; però i vantaggi ci sono, tipo le volte in cui vengono a domandarti "Ci prestate una frusta per le uova? In cambio stasera vi portiamo del tiramisù". Tiramisù che però, perdio, sto aspettando come il Natale.

Che però in realtà è già arrivato. O quasi. Questo è un Natale strano, dico la verità; è la prima volta in cui sono fuoricasa, e già questo rende insolita la cosa. Intendo: normalmente a casa mia, già dal sette/otto dicembre iniziano a spuntare babbini natale, decorazioni, lucine, renne, pupazzi, torroni (no quelli no a dire il vero, fanno schifo a tutti), panettoni, calorie natalizie e quant'altro. Quindi oggi, a trovarmi a casa mia fuorisede, dove l'unica decorazione natalizia è data dal mio minialbero di Natale in vera plastica (piazzato sulla macchina del caffè) e dal ficus di Natale in cucina (opera omnia di un coinquilino) mi pongo delle domande, e mi prende un po' di malinconia. Poi però metto i Death e passa, capiamoci; passa in fretta. 

L'altro motivo che rende insolito questo Natale è che, ancora una volta e una volta di più, siamo familiarmente sempre più malmessi; le difficili condizioni di salute di mia nonna, attualmente in ricovero, rendono la situazione insolita. Telefono a casa e non ricevo notizie di letizia, ma solo il bollettino della salute; e tutto mi sembra lontanissimo, perché non sono a casa e non so osservando la situazione. Ed in più dovrei avere un esame fra poco, esame che mi assorbe nei pensieri, coprendo il Natale e la salute dei parenti, e intanto tutto, ripeto, sembra ovattato, come la neve scesa l'altro giorno a Padova. Normalmente avrei fatto i salti di gioia, anche perché era il weekend, e quindi via, a palle di neve. Ma oggi? Oggi penso ad altro.

Chissà perché.

domenica 2 dicembre 2012

Origene capoguardia.

L'altra mattina, mi sono svegliato realizzando una cosa fondamentale; che, essenzialmente, ho deciso di lasciare perdere un po' di cose, ed, in breve, di smollarla lì. Per parecchio tempo, infatti, ho - come dire - cercato di "preoccuparmi" dello sviluppo delle cose, cercando in qualche modo di occuparmi e preoccuparmi del prossimo mio, e adesso ho realizzato che "è ora di finiamola".

Ma non era sempre stato così, come diceva Atena nel prologo narrato del primo God Of War - che ricordiamo è l'unico veramente bello; ed in effetti il termine "preoccuparmi" non è corretto. Diciamo che finora ho avuto un atteggiamento a mezzo fra il preoccupato e il... non saprei nemmeno io come dire, buffo. Potrei usare un esempio, ma curiosamente non me ne vengono, quindi mi accorgo che questo discorso sta iniziando a diventare incomprensibile ed insensato, come un dialogo contro una parete, o a un uzbeko. Chiedo l'aiuto del pubblico ed ecco che si alza Critone, incazzato perché non l'ho chiamato prima, mi lancia un pomodoro marcio e dei sassi, e nei sassi sono legati dei bigliettini con suggerimenti, in barba a Gerry Scotti.

Le luci si riaccendono, Gerry Scotti mi guarda e c'è la domanda da 250'000 cucuzze: "Come definiresti allora il tuo atteggiamento?";

A: Paterno.
B: Spaccapalle preoccupato.
C: Nonnesco (nel senso di anziano rompiballe)
D: Da signora Cesira.

Io sudo e guardo i bigliettini di Critone; c'è scritto "Non fare cazzate e torna a casa, e comunque scegli A che fa bello". Dico A a voce alta, Gerry Scotti mi guarda convintissimo ma di sottecchi, poi la frase: "La accendiamo?"
"Vai Gerry"
Il quadratino si illumina, BANG, musichetta di vittoria, duecentocinquantamila cucuzze a me, Gerry Scotti legge la risposta precisa sul suo schermino: "Precisamente, ci dice il notaio, che l'atteggiamento era "paterno" nel senso di "mi preoccupo per tutto, per tutti e cerco di far quadrare i conti di tutti, in modo che tutti siano contenti e non si facciano male, a costo di rimanerci io di mezzo". Guardo il notaio, guardo Gerry, sto per parlare ma c'è la pubblicità, mi alzo e vado a perdere tempo in giro. Vado nei cessi di Canale 5 a lavarmi la faccia, mi guardo riflesso.

Ho la barba folta di giorni, è un mese che non la taglio, ma la regolo e la sistemo. Una bella barba umanista, come la chiamo io. Mi fa sentire saggio, ed anche a mio agio. Mi volto a sinistra, c'è uno con la faccia nel lavandino, l'acqua aperta, questo gorgoglia un po', fa qualche bolla, forse è svenuto. Mi affretto, lo soccorro, lo tiro fuori dall'acqua; è Orson Welles.
"Orson che cazzo ci fai qui?"
Lui non risponde, gorgoglia, sputacchia, butta fuori acqua e sputa qualcosa (a guardare quello che ha sputato sembrerebbe una rana); poi inizia ad ansimare e si riprende.
"Eh ero venuto a vederti al quiz, ero con Critone, poi sono venuto nei cessi perché ho scommesso con uno che sarei riuscito a tenere il fiato, con una rana in bocca, per quindici minuti, faccia nel lavandino".
"E questo tizio dov'è?"
"Non lo so, credo mi abbia rubato il portafogli mentre ero faccia in giù"
"E me lo dici così, ma cosa sei, coglione?"
"E' che oramai avevo scommesso, non potevo tirarmi indietro, anche se la scommessa era truccata, seguivo le regole del capitano di fiume, se non bari offendi l'avversario"
"E tu dov'è che avresti barato?"
"La rana non era viva"

Entra un operatore nei bagni, c'è anche Scotti.
"Signori in scena, la pubblicità finisce fra un minuto"
Gerry Scotti va da Orson, pacche sulla spalla, si mette una mano nella tasca della giacca e gli dà un portafogli di pelle nero, maschile, elegante; "Bravo Orson, hai vinto la scommessa, tieni il tuo portafogli; ti ci ho anche messo i due buoni pasto della mensa di Canale 5 che avevamo messo in palio". "Grazie Gerry"

Risalgo sulla scena, mi siedo, un truccatore mi sistema un attimo i capelli e la faccia (ho sudato nel vedere Orson); mi aggiustano la barba, quella barba che mi fa sentire bene. Mi sento bene a sentirmi saggio, mi sento bene a sentirmi grande. Mi sento bene a sentirmi libero, a sentirmi "aldilà" delle convenzioni, aldilà delle regole, aldilà del "dovrei fare"; mi piace pensare - ma forse sbaglio - di non stare facendo o vivendo le cose che fanno o vivono gli altri ragazzi di ventiquattro anni. Mi piace credermi diverso, e forse leggermente migliore, a non bere, a non devastarmi, a non fare il coglione, a tornare a casa quasi presto perché poi devo - e voglio - studiare. Mi piace pensare di poter suggerire ad altri di fare così, di abbracciare l'età adulta - se si può dire - e di smetterla, che tanto diventiamo vecchi uguale, prima ce ne rendiamo conto meglio è. Il problema, il vero problema, è che ho sbagliato nel giudizio. O meglio, ho giudicato.

Poi guardo nel pubblico, c'è un noto fumettista romano; mi guarda, mi fa un urlo. "A cojone, qua ci va la citazione der mi' fumetto, a stronzo!". Lo so, ha ragione. Infatti volevo dire che proprio su un fumetto l'avevo letto; la crescita fa paura, perché è la consapevolezza dell'abbandono di un'era di agi e comodità, mentre devi farti il mazzo per cercare di arrangiarti. Ora uno vive da solo, coinquilinizza, e fa in piccolo - credo - quello che farà quando adulto; tutti sono spaventati, tutti scappano, tutti si rifugiano nella gioventù del sabato sera, come a dire "sono grande sempre ma non dalle diciotto in poi del sabato sera", voglio dimenticare, voglio divertirmi, voglio essere ancora una volta spensierato.

Luci. Gerry Scotti mi sta introducendo, dice bentornati ai telespettatori, spiega che me la son cavata fino ai 250mila, dice che sono bravissimo, mi guarda, domanda di rito, che farò con quei soldi, che farò con tutto quello che sto cercando di costruire, che ottengo a vivere così, perché critico tutto e vivo in un guscio di superiorità, cattiveria, disprezzo e disagio contro i "ggggiovani".
Telecamere puntate, luci. Sudo, mi cola il makeup messo dal truccatore, la barba si impiastriccerà se non risponderò subito per farmi togliere le luci di dosso.

"Sai Gerry, la risposta è semplice, ed è il contrario del previsto; ho fatto così, ho deciso di vivere con regole mie, contro quelle della mia età, perché io stesso sono il più giovane di tutti gli altri. I giovani vivono inseguendo i loro sogni, io vivo inseguendo i miei sogni, di successo, di gloria, o salcazzo cosa, son fatti miei. E i sogni non si concretizzano da soli, non diventano realtà dall'iperuranio al mondo..."
Sento un urlo in platea, c'è Critone incazzato: "Sei un venduto, sei un platonista di merda!"; lo ignoro mentre le guardie di sicurezza lo pestano e lo rimettono al suo posto. Caposquadra delle guardie è Origene.
"Dicevo, Gerry, è così; il mio sogno è poter plasmare la mia vita, ed esserne felice. E' faticare adesso per poter guardare qualcosa di riuscito, qualcosa di finalmente costruito da me, che funzioni; e questo sogno è più importante di qualsiasi serata in discoteca, lasciami dire. Il vero problema è che questo sogno mi ha confuso, mi ha fatto distrarre; e ho iniziato a credere che anche gli altri, intorno a me, volessero, o preferissero, diventare grandi come me, e quindi criticavo, mi lamentavo, e mi preoccupavo. Pensavo "Ma è bello crescere, finalmente, è bello avere potere su se stessi, è bello plasmarsi e desiderare di riuscirci, perché voi non lo fate?". Ho capito di avere esagerato, chiedo scusa a tutti; d'ora in poi vivrò sempre con le mie regole particolari, ma senza menarla al prossimo. Però spero che il prossimo non la meni a me, dandomi del vecchio bastardo"
"Grazie, è un bel pensiero"
"Prego Gerry"

Mi alzo, scendo dalla sedia, vado verso il notaio; c'è Zio Paperone.
"Andiamo?"
"Andiamo, che c'è un sacco di lavoro da fare, e a giocare non si diventa ricchi"
"Paperone, ho appena vinto 250'000 cucuzze"
"Allora incassale e poi andiamo, che i sogni non crescono da soli".

Luci spente.

Tutti applaudono. Orson è ancora in bagno.