domenica 21 ottobre 2012

Alla fine la cimice l'ho ammazzata.

Se fossi nato negli anni sessanta, e avessero fatto un fumetto su di me, sicuro mi avrebbero disegnato col mascellone, tipo Reed Richards prima maniera, che come tutti noi sappiamo è uguale identico a Mitt Romney. Comunque sia, a parte Romney e Richards (vedi, cominciano pure con la stessa lettera...), volevo fare alcune precisazioni su quanto detto in passato circa il coinquilinaggio.

Intendo: avevo già fatto il classico post "gioie e dolori del coinquilinaggio", misto a "vivere da soli, prime impressioni", però ora è il momento di fare un aggiornamento. Perché ne son successe di tali che ce ne è bisogno. No, in realtà non è vero, ma ci tenevo a fare delle introduzioni inutilmente pallose, principalmente perché sono andato in buffer overflow per eccesso di caffeina, e ora non capisco più niente. Sono giorni che voglio realizzare una traccia grindcore-elettronica con dei campionamenti presi da tv spazzatura (prevalentemente programmi di Canale Cinque), ma non ne ho mai avuto tempo/voglia, chissà perché; forse perché sfrutto i momenti liberi dalle lezioni per studiare, e quelli dallo studio per uscire, e quelli dall'uscire con lo stare a casa in camera mia, senza però poter far andare Reason a bomba perché il mio attuale co-stanzaro va a dormire alle nove e mezza dieci massimo, quindi ho un po' di noie (l'ipotesi "usa le cuffie" non mi tange, visto che le mie attuali cuffie, sostitutive delle solite, a stento mi fan sentire qualcosa), e perciò preferisco giocare fino a tarda sera a Binding of Isaac (e generalmente perdo).

Allora, dicevamo le novità.

-I turni di pulizia; se avete vissuto insieme a qualcuno, saprete che probabilmente le cose sono due: o ognuno pulisce i suoi spazi e gli spazi comuni sono gestiti sulla base di "chi ha particolari sbatte pulisce", oppure ci saranno dei sani turni di pulizia. In una casa abitata da sei persone, di cui quattro ingegneri (è il mio caso, yay!), sicuramente sarà così; quindi via ai turni sistemati e rigorosi: ogni sabato, una vittima sacrificale pulirà tutti gli spazi comuni, cessi e cucine, più ogni altra cosa che gli interessi. E scoprire che tocca a te è SEMPRE un trauma; sempre. Questa settimana difatti toccava a me: e via, mano al mociovileda, su la scopa giù la scopa (o come cazzo era la citazione...), mano alle spugne per i piatti per lavare TUTTO quello che è rimasto (e riporlo), mano alle spugne per il forno e per gli strati di muffa accumulati in sette giorni. Per poi scoprire (a pulizie finite) di aver fatto un sacco di operazioni o male o di troppo, perché d'altronde essendo qui da poco non potevo sapere. Ma cazzo. Almeno ora il bagno scintilla, prima gridava vendetta (a proposito, ho appena eliminato una cimice che m'era volata in camera chiudendola in un bicchiere e svuotandola nel water; non contento, nel water ho pure gettato qualche litro di sgorgante acido, così, per stare sicuro). 

-I problemi pratici; se hai qualche problema, in casa tua, puoi tendenzialmente contare sul consiglio/aiuto di qualcuno, generalmente un genitore o comunque un chicchessia che se la cavi. Se invece sei solo, o hai idea del da farsi, o ti arrangi in modo creativo. Per esempio, un pajo di giorni fa s'era rotta l'antina dello scolapiatti. No problem, anni di arte-di-riparare e di puntate di McGyver hanno risolto, e in pochi minuti l'antina è come nuova. La difficoltà di eliminare la cimice di cui sopra, o una falena grossa almeno così (immaginatevi un grosso gesto) un paio di sere fa, invece, è stata prossima all'insormontabile. Come si sa, ho paura delle bestiacce, figuratevi; penso che comprerò delle piante carnivore da IKEA nei prossimi giorni.

-Il piacere del rientro; quando sai che sei prossimo a rientare a casa dai tuoi, ti lasci andare. Compri spesa più zozza (non dico piatti pronti, ma quasi), inizi a cucinare a casaccio per far andare via le fondazze, perdi meno tempo a sistemarti tutto quanto perché tanto a giorni torni a casa, e soprattutto accumuli roba sporca come se non ci fosse un Dio, sapendo che fra poco laverà tutto la mamma. E, nel mio caso, non ti sbatti più a stirarti le camicie (amo indossare la camicia ed essere azzimato, checchè ne dica la mia significante altra), sapendo appunto che a casa qualcuno ci penserà. E' comodo tutto sommato, ed è il vero motivo per cui uno torna a casa, altrochè nostalgia e sticazzi.

A proposito, questo è il cinquantesimo post; per la cinquantesima volta vi ho spaccato le palle con deliri, aberrazioni, fesserie ed altre amenità. Grazie a tutti per le letture e la collaborazione (ma poi, che cazzo avete fatto?), continuate così.

Ps: la cimice era sul mio tavolo sotto un bicchiere da almeno un paio d'ore. Contavo di farla morire soffocata, o almeno di tornare a casa e dimenticarmela lì, nonostante la mia significante altra m'avesse fatto notare che:
1) Non è umano.
2) Povera bestia che fine orribile.
3) Potresti essere un serial killer, per questi atteggiamenti.

E me ne sarei fregato e l'avrei lasciata lì, se non fosse che un coinquilino mi ha chiesto "hai visto il MIO bicchiere? Si distingue dagli altri perché è azzurro". Cioè tutti i bicchieri della casa sono trasparenti tranne quello, che appunto non è "di casa", ma è proprio suo. E io quale bicchiere uso per intrappolare le cimici? Quello. Ma è proprio andarsele a cercare, penso; insomma, se non fosse stato per lui - che implicitamente rivoleva il bicchiere - o per il rischio di vederlo venire qui a prendersi il bicchiere e amen (lasciandomi con la cimice), l'avrei fatta morire asfissiata. E invece ho dovuto squagliarla nell'acido. Ma ci rendiamo conto.

martedì 16 ottobre 2012

Marzullo due la vendetta.

Pensavo poc'anzi ad alcune questioni, che, curiosamente, a quanto pare mi ronzano in testa da un po'. Ma con “un po'” non intendo da jeri, ma tipo da un pajo d'anni (sono hipster e uso la j). Ed un paio d'anni di fatto, per puntualizzare; ho appena ritrovato su questo pc una lettera dove lamento (la lamentela trascende gli anni, è qualcosa che ti accompagna sempre, come l'obesità, la noia, Andreotti e molte altre cose brutte e sgradevoli) proprio i problemi che vado a esporre adesso.

Uno dice: che palle, stai sempre a lamentarti di qualcosa. Ma – parafrasando Luttazzi, e sperando che almeno questa frase fosse sua – penso che “se non hai qualcosa di cui lamentarti non vivi in un mondo libero”. O ancora meglio, se non c'è qualcosa di cui lamentarsi, allora lamentati di questo, del fatto che la vita ti va evidentemente troppo bene.

Il problema del giorno è che, senza cattiveria né pregiudizio né presunzione (giuro), non sto bene con nessuno. Ok, ora che abbiamo lasciato cadere il blocco di marmo carrarese da diciotto tonnellate, possiamo smontarlo con calma e vedere la questione sotto diverse ottiche. Critone direbbe che la frase suona molto di “lamentela da ragazzino”, ed in effetti anche io, leggendola, avrei questa sensazione. Fa ridere perché è vero. Cosa significa “non sto bene con nessuno”? Significa che, con chiunque sia, non ho una totale sintonia (fa anche rima, và che bello). Letteralmente. Si può dire, mutatis mutandis, che ho sempre qualcosa su cui sono in disaccordo con qualsiasi persona; ma sarebbe semplicistico e riduttivo. Più precisamente, a livello di “feeling” umano, trovo sempre uno stridio, un qualcosa che mi impedisce di essere in totale comunione con qualcuno. Esistono pochissime persone, sicuramente meno di cinque, con cui ho un rapporto, come dire, perfetto. E anche quelle, man mano che le conosco (perché ovviamente non si può prescindere da questo, automaticamente ogni giorno se ne saprà di più), tendono a perdere qualcosa. Insomma, più passa il tempo e peggio sto.

Per fare un esempio, è come scoprire che una persona condivide con te una grande passione; poniamo, per crearci un territorio neutro che a me non interessa, il calcio. Prima ti gusti una relazione stretta con una persona, discutendo di calcio in modo appassionato; poi scopri che costui/costei non tifa la tua squadra: rimani appassionato e ci si confronta con sportività e affiatamento, ma si amano squadre diverse. Poi scopri che, magari, non condivide con te altre parti della passione, magari lui è ultras e tu un tifoso più moderato; e poi avanti così, perdendo ogni volta un pezzetto. La domanda è: alla fine il rapporto crolla? Alla fine, dopo aver “scoperto” migliaia milioni miliardi di minuscoli difetti, di minuscole differenze, che succede?

Critone, altre domande per te:
  • Cos'è che definisce un difetto in una persona? L'oggettività o la soggettività? Se qualcuno puzza, è lui che non si lava o io che ho il naso troppo sensibile? Ad occhio, io direi una media fra le due; un po' di puzza c'è, e io la sento pure forte. Quindi per favore lavati, io chiudo un occhio ma tu lavati.
  • Trovare infiniti difetti: perché? Insoddisfazione e voglia di migliorare o cattiveria? Sono pignolo e voglio nuocere al mio prossimo, dicendogli di tutto, o voglio sinceramente migliorare le cose, sottolineando anche le minuzie per farle sparire?
  • L'atto stesso di porsi queste domande, cioè l'analizzare i rapporti, ha significato o sarebbe meglio ignorarle e vivere il rapporto umano per ciò che è e dovrebbe essere, cioè spontaneità e immediatezza? Per fare un paragone, sarebbe come andare al ristorante, trovarsi un menù di fronte, e quindi chiedersi “Ma perché mangio? Qual'è il senso di mangiare?” e, ancora dopo “Perché mi sto chiedendo se mangio?”. Ammetto che la cosa qui si sta facendo intricata, ma ritengo che sia necessario all'uomo porsi delle domande; e finite le domande più immediate, si passa alle domande sulle domande, e poi alle domande sulle domande sulle domande. Perché alla fine uno vuol sempre conoscere le motivazioni intrinseche.
  • Infine, il quesito definitivo; per molto tempo ho redarguito il comportamento del prossimo, di molte persone, criticandone essenzialmente gli aspetti più umani: la spensieratezza, la libertà, il vivere senza porsi troppi problemi, né per il domani né per l'oggi. Si esce, si festeggia, si cerca di mantenere l'idillio pastorale. Fino ad oggi ho definito queste persone “mucche felici”, in grado di vivere senza pensiero, e che cercano, secondo me (finora) ottusamente di non crescere mai, di continuare a mantenere la stessa vita più a lungo possibile, di vivere un'eterna spensierata adolescenza-gioventù. E criticavo, e dicevo “Che fessi, è ora di crescere”.

Ma ora ho dei dubbi al riguardo, e mi sa che il fesso sono io. Perché mi pongo queste domande? Perché non divento anche io una mucca felice? Altra domanda.

venerdì 12 ottobre 2012

Fumatori notturni.

Poc'anzi, diciamo almeno una mezz'ora fa (si sa che il mio senso del tempo è elastico...) mi sono alzato dalla mia stanza e sono uscito dal mio buio e umido antro. Capita infatti che questa sera sia rimasto a casa (anche i vip come me a volte al venerdì sera non escono... specie se non c'è nessuno per farlo), e quindi mi sia murato vivo nella mia stanza (approfittando dell'assenza totale di coinquilini) a perdere tempo con giochi di difficoltà estrema. Tipo Binding Of Isaac, per dirne uno.

Comunque sia, per evitare le piaghe da decubito, ad un certo punto mi son pure alzato, giusto per arrivare fino alla cucina, prendermi un biscotto (in culo all'obesità) e muovermi quel minimo.
Mentre uscivo, notavo la porta quasi aperta dell'unico coinquilino rimasto in casa, un baldo giovane uomo di 30 e qualcosa anni. Persona normale, passava pure lui la serata in assoluto relax, probabilmente facendo le stesse cose inutili che stavo facendo io. Nel mentre, fumava; ed uscendo si sentiva infatti un odore di sigaretta piuttosto marcato, un odore che una finestra aperta non riusciva perfettamente a smaltire.

Quell'odore, sebbene non fastidioso, riporta alla memoria sensazioni e ricordi sopiti; anni fa, quando c'era ancora mio padre, ricordo di pochi giorni, poche occasioni in cui mi trovavo da solo in casa con lui. Non ho mai avuto un ottimo rapporto padre-figlio (e un giorno riprenderò l'argomento, forse), perciò in quelle rare occasioni mi sentivo, come dire, in trappola. Se ero in camera mia, non osavo uscire, volevo evitare il contatto quanto più possibile (diversamente da quanto possa sembrare, ciò non accadeva nella sola "adolescenza ribelle", ma anche prima e dopo); se invece, malauguratamente, era in camera mia (ad esempio per il solitario di Windows, sua grande passione), tacevo e mi concentravo su una qualsiasi attività, cercando di non guardare nemmeno nella sua direzione.

Quand'ero ancora più piccolo, mio padre fumava; fumava Marlboro rosse, schiette, da camionista. Non a caso, faceva il camionista; smise quando ebbe un primo incidente di camion, e fu costretto dalla degenza ospedaliera a non accendersi più una sigaretta per mesi. Ovviamente perse l'abitudine. Ma prima di questo, appunto, fumava; non troppo spesso, ma abbastanza da farmi ricordare della cucina dal forte odore di fumo, del posacenere rosso che usava, della sgradevolezza dell'odore di tabacco. Puntualizzo: l'odore di sigaretta mi insolentisce; il che è curioso, visto che io fumo abbastanza regolarmente il sigaro toscano. Anche il mio ex vicino di casa, cinquantenne e forte fumatore, mi chiedeva spesso come questo fosse possibile, ma non sapevo dargli risposta.

Comunque sia, poc'anzi, passando difronte alla camera del mio coinquilino, queste sensazioni son tornate a galla; il ricordo del fumo e il desiderio di non passare di fronte alla camera di qualcuno. Con la differenza che oggi succede per non disturbare (vedasi il post di ieri), ieri succedeva per non voler essere disturbato.

Buonanotte a tutti e scusate per la parentesi Marzulliana.

giovedì 11 ottobre 2012

Petare senza permesso non è permesso.

Comunque alla prima settimana - e più - di coinquilinaggio ci siamo arrivati.
E fin qua, diranno i più, come potrebbe importarcene di meno?
In effetti neanche a me interessa un granché, o interesserebbe. Potrei avere la reazione media da psicologo, cioè annuire, dire "mh-h, mh-, mh-h" e concludere con "duecento euro, prego". Insomma, una roba così, come diceva un amico mio, che peraltro è psicologo pure lui, quindi se lo dice lui va bene. Potrei, e in effetti la avrei se non stessi parlando di me.

Cos'è che stavo dicendo?

Ah sì, che volevo fare il classico pippotto sulle novità della vita. Non della mia, ma il classico post-palla del tipo "ora parlo un po' a ruota libera su cosa significhi passare dalla vita privata alla vita con coinquiliname vario". Esclusa mia mamma, si intende. Come post è probabilmente una cosa scontata come le olive nel Martini, ma va fatto. Puntualizzerei peraltro che l'oliva nel Martini è una cosa essenziale, e giusto ieri sera me ne hanno servito uno con un'oliva grossa quantomeno come un testicolo umano, chissà dove l'han presa. Beninteso, non è che mi intenda di testicoli umani, dato che non passo i pomeriggi emulando Lorena Bobbit, però lo dico. Che poi la Bobbit non ha troncato i testicoli, ma va bene lo stesso.

Comunque, stavo dicendo che insomma, ci sono delle cose da dire. Anche se questo è il post più scontato degli ultimi cento anni.

Allora. Ci sono delle cose che devo ancora capire bene, ma più meno ci siamo. Ci stiamo arrangiando, ecco. Il fatto di abitare in una casa di ingegneri o simili (scusate, io ho la terza media e certe cose non le capisco... al di là dei numeri base, cioè quelli dall'uno al nove, non so andare), probabilmente, gioca a nostro favore sul fronte "organizzazione". Cose semplici tipo "ricordati che la lavatrice va chiusa qui, qui e qui quando hai finito", "le pentole vanno lì, lì e lì" e altre amenità sono chiarissime. I dubbi sono sempre morali, per quanto mi riguarda (siamo umanisti e figli di Dio).

Tipo.

Primo: salutare. Il salutare, devo farlo o no? Devo entrare in casa, bussare alla camera di tutti e salutare tutti? Oppure basta che saluti chi incontro lungo la strada, tipo se becco uno con la porta aperta? Oppure è a mia discrezione e vaffanculo, se ho voglia ti saluto se no no? Bella domanda. Nel dubbio, per ora saluto più meno tutto, anche se temo di star risultando molesto. Altro dubbio: il casino e la vita privata; potrò mettere i Regurgitate a bomba? Potrò andare a dormire alle quattro di mattina, dopo aver visitato siti ignobili in curdo e rumeno tutta la notte, o darò fastidio al mio co-camerata? (Che poi, come cazzo si chiama quello che sta in camera con te? Co-camerata? Co-stanzaro? Il coinquilino è quello che sta in casa, ma in camera? Boh)

In teoria, nei limiti di un po' di rispetto civile, penso di potermi fare i fatti miei. Ecco, magari limitandomi un pochettino (tipo andando a dormire alle tre e non alle quattro). Penso. Però ho sempre la sensazione di disturbare, ma quello sempre, perché sono fantozziano dentro. Fantozziano nel senso di "com'è umano lei", ecco. Nel senso di "chiedo sempre il permesso", anche per petare a forte pressione. Beh, in effetti quello forse no. 

Forse però.

sabato 6 ottobre 2012

Comunque Maria Callas spacca i culi.

Una volta, un saggio - ma un saggio vero eh, mica un cialtrone come Fabio Volo - aveva detto che "fra il dire e il fare c'è di mezzo il mare". Evidentemente era anche un saggio ligure, vista la metafora marinaresca. O forse, come mi suggerisce Critone dalla regia, era greco, dato che anche i greci, pare, avevano una qualcerta capacità navigativa. Si dice navigativa? Navigatoria? Natante? Boh. Io queste cose non le so, ho la terza media a fatica, presa peraltro per anzianità di servizio. 

Comunque sia, pensavo a quest'antico adagio. Oggi, un sabato sera ore venti e cinquantanove, è quasi una settimana di vita da fuorisede; martedì, per essere proprio pignoli, sarà una settimana piena. Ho escluso il weekend, diciamo. E dunque, che dire e che pensare. Dire e pensare che si va, come era prevedibile, o, come dicono i galli, ca va sans dire (espressione che, pur non avendo idea nè di che significhi nè tantomeno come si pronunci, mi piace assai perché fa uomo di mondo, come la Mastercard e il sigaro), ad alti e bassi. A volte, la vita del fuorisede presenta gli indubbi vantaggi della tranquillità, dei propri orari, delle proprie scelte (dalla lista della spesa all'evidente gusto di potersi esibire, per esempio, in una versione della Traviata a rutti, con buona pace di Maria Callas), eccetra eccetra eccetra. Ma presenta anche indubbi svantaggi; i quali, nel mio caso di uomo di casa più casalingo di una chiocciola, non sono le noie domestiche (lavare, pulire, badare alla lavatrice ecc ecc), nè la convivenza schietta coi coinquilini (dopo le vicende mitologiche con la mia nota coinquilina, figuriamoci), bensì piuttosto due grossi ostacoli: la noia/solitudine (che potremmo eventualmente riassumere con una sola parola, sebbene imprecisa: tedio) e i soldi.

La prima tende a manifestarsi specialmente in momenti come questi: sabati sera; difficile convivere con cinque persone, tutte della zona, tutte pronte a farsi il weekend a casa loro. Perché, com'è normale, ti piantano in asso per andarsene; fortunatamente, almeno per ora, rimango qua con la mia significante altra - con un frigo pieno di Peroni e un pc carico di puntate di X Files, giusto perché gli anni '90 non finiscono mai. Poi, si vedrà; lei scenderà ed io rimarrò solo come una scarpa spaiata? Fraternizzerò con qualche (altro) studente di ebraico e passerò con essi i miei futuri weekend? Non si sa, "tomorrow never knows" come dicono gli ungheresi, e quindi vedremo. Certo, l'eventualità di stare da soli soletti solini non è proprio incoraggiante, specie se pensi che tutto il tuo mondo è a quattro ore di treno da te, ma pazienza, si tira a Campari. D'altronde, almeno per adesso, i vantaggi superano gli svantaggi: siamo con la suddetta significante altra (un piacevole caso di ricongiungimento familiare), andiamo a lezione, studiamo ebraico, ci rilassiamo un po' lontano da casa e dalla mamma, insomma, via, ci siam capiti. La solitudine si affronta, la noia ci lavoreremo, ecco.

Più difficile è la quistione finanziaria; difficile dormire sonni tranquilli, come diceva il mio bassista (che di professione fa il pasticcere, così, per dire), quando non sai quanti soldi hai. E appunto, quanti soldi ho? Posso stare qua a Padova senza problemi? Non si sa, le fonti ufficiali dicono di sì, ma facendo cadere ogni soldino come una mancia epica e divina, non si riesce a capire. Chiedo a mia mamma: "posso andare tranquillo? Abbiamo i soldi?", e la risposta è un qualcosa di simile a "Sì, forse, però io non ne ho". Letteralmente. Che, interpretato da Critone e soprattutto da Osvaldo, che di soldi se ne intende, si può tradurre con "oggi guadagno poco, ma in assoluto ho dei soldi da parte che puoi usare senza scialare". La risposta sarebbe anche accettabile, se non fosse che non so un tubo di quanti essi siano, e quindi non ho idea di quanto posso spendere. Del tipo che se spendo 5 euri in birre una sera mi sembra di aver crocifisso Cristo (vabbè, forse non è il paragone più felice, dovevo usare qualcosa di serio), e quindi non so che fare. Ovviamente, il mio cervello ragiona in modo massivo, come dico io. Per cui, per esempio, se mi prendo il raffreddore (come per esempio accade adesso), sicuramente nelle ore successive degenererà in febbre, poi in polmonite, poi dovrò riempirmi di farmaci per poter uscire di casa eccetra eccetra. Naturalmente non succederà nulla di tutto questo, ma funziono così; le persone di questa categoria, in genere, le chiamano "menagramo". E in effetti è vero. Per estensione, se non so quanti soldi ho, e ne spendo (forse?) qualcuno di più, il pensiero di cadere nella miseria nera sotto un ponte si materializza, così come quelli della disoccupazione ed affini (van a braccetto, bastardi). E allora? 

E allora niente, questo per dire che stasera, con la casa vuota e il borsellino che scotta (forse e senza saperlo) sono un po' depresso. Ma penso che poi passerà, penso a Zio Paperone immerso nel ghiaccio del Klondike (fatto storico, come diceva la mia prof di filosofia e storia al liceo, giuro), e allora penso "che sia odio o che sia amore, passerà" (come invece diceva, credo, Massimo Ranieri).

Buona camicia a tutti.

lunedì 1 ottobre 2012

I Bathory ci accompagnano al TATE.

L'altro giorno stavo sentendo i Bathory.
Ma questo non c'entra.

Cioè a dire il vero, l'altro giorno ero al TATE Museum (quello a Londra) a ridere degli hipster che disegnavano, buttati negli angoli, su moleskine casuali, assolutamente indegne delle loro manacce. Non che le mie siano più degne; ricordo di aver provato a comprare delle moleskine per decine (almeno due, che per me che esagero tutto diventano decine) di volte, di quelle del formato più piccolo. L'idea era tenerle nella tasca della giacca, con una matita, e appuntarci idee e pensieri suscitati dal gironzolare in città. Ok, l'idea era l'hipsterata definitiva, ma mi venne ben prima che andasse di moda fare così; ed in ogni caso, non sono mai riuscito a completare più di poche pagine, perché a me, come sempre, è la costanza che mi frega.

In ogni caso, l'altro giorno, dicevo, ero al TATE, a Londra, in vacanza. Volevo fare il signorotto e ho pagato una vacanza per me e la mia significante altra, in realtà svenandomi, ma ne è valsa la pena. In vacanza prima di partire, prima di andare e trasferirmi, beneomale, a Padova. Con tutto ciò che la cosa comporta, incluso principalmente un senso di spesa - e colpa - pazzesco, ma pazienza, sopravviveremo anche a questo, come siamo sopravvissuti a tutto, inclusa la cicuta.

Poi oh, sticazzi. La cosa più importante, per quanto mi riguarda, è che torno a lezione dopo qualcosa come quasi un anno; ho sempre frequentato relativamente poco, e poi, nell'ultimo periodo dell'ultimo anno, ho iniziato un trasloco, seguendo ancora meno. Era marzo dell'anno scorso. Le nostre lezioni finiscono in media verso metà aprile (perché ad aprile c'è Pasqua, dopo Pasqua inizia in genere maggio, e a maggio rimangono poche lezioni che non solo quasi nessuno segue, ma che spesso i professori tendono a mollare lì), quindi da marzo dell'anno scorso, più meno, non entro in facoltà. Non vado a lezione, non vedo nessuno, non frequento lezioni con altri studenti; dopo questo periodo iniziai a studiare per l'Erasmus e poi, dopo il suo flop, per gli esami successivi, per poi laurearmi un anno dopo, a marzo, di nuovo. Da più di un anno, quindi, non ho "vita universitaria".

E insomma, un po' ci vuole. Quindi pensavo ai Bathory, e pensavo che è il momento di tornare in facoltà canticchiando "The Return of Darkness and Evil". Che si addice.