sabato 16 giugno 2012

Critone e le mignotte (no così per dire).

Oggi, in un sabato pomeriggio di noia epica (e chi sostiene che la domenica pomeriggio sia peggio, come dice per esempio l'alieno grigio di "La vita l'universo e tutto quanto", sbaglia), stavo pigramente guardando la mia bacheca di Facebook, quando m'è capitato di leggere un articolo pubblicato da un mio professore universitario di greco (sì, è sempre il solito professore amico). L'articolo - mi pare di Repubblica, ma non sono sicuro e sono troppo svogliato per controllare -  era commentato con un provocatorio "sempre meglio che star dietro a professori universitari e baroni a vuoto", e trattava circa "la triste storia" di una studentessa universitaria "costretta a prostituirsi per pagarsi gli studi in era di crisi".

Incuriosito, mi sono messo a leggere; risultava che la ragazza "fa atti di prostituzione minore, ma non si sente una prostituta" per "vivere al di sopra dei suoi standard", facendo facile moralismo, o almeno così m'è parso, su concetti tipo "il consumismo di oggi" ma anche "la difficoltà della crisi" (le due cose sono in contrasto, io credo). Costei insomma faceva qualcosa - non specificato - per avere qualche soldo in più, il succo era questo, nella sua vita di universitaria trasfertista. Si parlava di "rapporto distorto col proprio corpo", un po' appunto per l'università ed un po' per "vivere al di sopra dello standard". Ora, caro Critone (avete visto, è tornato Critone), discutiamone insieme. Non noti anche tu che ci siano due punti su cui si debba ragionare? In particolare:

1) Cosa diavolo vuol dire "al di sopra delle proprie possibilità"?
2) Chi ha deciso che il rapporto col proprio corpo è distorto?

Per quanto riguarda il punto (1), potremmo parlare per ore; è evidente che - immaginiamo - una persona con un reddito medio, diciamo un mille euro per far cifra tonda, non potrà permettersi una villa ad Acapulco. Dovrà vivere con qualcosa in meno, pazienza. Chi, in queste condizioni, magari non mangia per comprarsi una borsa Louis Vuitton (vi giuro che sono andato a cercare come si scrivesse, questo la dice lunga su quanto ci chiappi in moda), forse furbissimo non è; e conosco personalmente una figura che ha fatto esattamente questo, digiunando per giorni per non rinunciare all'accessorio stiloso. Ecco, in questo senso stai "vivendo al di sopra delle tue possibilità", cioè stai pretendendo uno sfizio - di fatto inutile, in quanto sfizio - a costo di cose fondamentali. Se la ragazza dell'articolo si prostituisse per avere borse firmate e accessori, allora sì, sarebbe da biasimare per consumismo forte. Ma se il redattore dell'articolo intendesse meno? Se per lui bastasse una sera in discoteca alla settimana (facciamo un 50€) per vivere così? A me sembra eccessivo dirlo. Certo, un trasferista deve tenere l'occhio sul portafogli, ma una cosa così, al limite, si può ancora fare. A questo punto però è evidente: chiunque può ridurre la soglia dello "sfizio" sempre più in basso - mia mamma, per esempio, ritiene inutile la birra (euro cinque) del sabato sera con gli amici. Ma allora non ha senso un articolo in cui si denunciano i "sacrifici sessuali per la vita eccessiva", dato che qualsiasi cosa può essere considerata superflua (e perciò tanto più grave diventerebbe l'atto prostitutivo in sè).

Detto questo, caro Critone, resta da definire il rapporto distorto col corpo. Premetto che questa tematica, da come ho inteso (la mia fidanzata se ne interessa molto e io ho pure letto qualcosa al riguardo), è molto cara al femminismo, che spesso - da come ho inteso, se sbaglio correggetemi - tende ad andare in berserk, accusando chiunque di maschilismo, sciovinismo o, più semplicemente, di punto di vista da uomo. Quindi dico: io espongo dal mio punto di vista da uomo, ok? Spero di essere più oggettivo possibile, però, e più rispettoso possibile.

In una riga: a mio giudizio, chi desidera vendersi sessualmente, se lo desidera, non fa niente di strano. Non c'è niente di marcio nè moralmente (da punti di vista religiosi, per esempio) nè eticamente o altro. Sempre che, ripeto, lo voglia fare; è ovvio che se uno si vende per disperazione, costrizione, violenza o quant'altro, il discorso perde di significato. Peraltro, l'articolo è fumoso sulla presunta prostituzione della ragazza; da un lato parlicchia di "sesso virtuale", intendendo forse quella marea di ragazze che, webcam alla mano, sfruttano le brame ormonali di miliardi di giovani nerd brufolosi che pagano qualche spiccio per vedere una tetta o poco più (vi lascio intuire). Questo non mi sembra nulla di mortale. La webcam è mia, la decisione è mia, se qualcuno mi domandasse di fare qualcosa di eccessivamente imbarazzante o scemo o sgradevole, beh, basta non farlo. Chiudi la connessione e ciao. Una volta qualcuno mi linkò degli screenshot di una ragazza che si era vestita con un voluminoso e vistoso costume di pelouche da pinguino (niente di sexy eh, proprio un costumone gigante tipo mascotte del Superbowl); se hai testa, fai anche questo.

In altri punti, l'articolo parla di "numerosi fidanzati" e "regali", cosa che fa drizzare le orecchie verso il mondo delle escort che gli ultimi anni di berlusconismo ci han fatto conoscere bene. Qui forse si potrebbe obiettare qualcosa, ma di nuovo: se una ragazza - o un ragazzo per carità - ha deciso di vendersi al miglior offerente, non può essere libera/o di farlo? Il corpo è suo e ci comanda lei, come direbbero i bambini delle elementari. Sempre ovviamente nell'ambito del "sono volontario"; come dire, una mattina mi sveglio, scopro di avere un fisico palestrato e un pene di 30 centimetri, chiamo il più vicino produttore di porno e mi candido, giro infinite pellicole e sono ricco. Qual'è il problema? Certo è che se vengo drogato per girare scene che non voglio, se vengo costretto a questo dalla crisi nera e da Mariomonti, se mi prostituisco perché sennò il pappa albanese di turno mi massacra, allora la cosa è diversa. Ma se offerto volontariamente, un servizio sessuale non è - secondo me - niente di diverso da una qualsiasi professione. Metti in vendita le tue doti: sai disegnare? Vendi opere grafiche. Sai suonare? Vendi dischi. Hai un paio di chiappe sode (cit.)? Ti prostituisci. Se vuoi, perché se non vuoi puoi anche fare l'impiegato che sa disegnare, il cuoco musicista o il cardiochirurgo col bel culo. Non vedo nessuna difficoltà in nessuno degli scenari previsti.

Quindi la domanda è: perché Repubblica si scandalizza, nel 2012, di una ragazza che si offre? E perché si offriva? Era veramente in crisi o l'articolo è romanzato?

giovedì 14 giugno 2012

Orride espressioni grammaticali contro i parroci.

Alla fine della fiera, ho deciso di lasciar perdere la ricerca di lavoro, almeno per ora, e di tornare a studiare. Sempre di riuscire a permettermelo. Questo perché, probabilmente per baronami e truffaldini vari, il curriculum classico dell'Università qui in città fa un po' pena. "Scienze dell'Antichità", lo chiamano, ma si legge "greco e archeologia". Quindi appunto, come già detto, è ora di spostarsi, sempre che ci siano i soldi, le borse di studio e i colpi di culo a concedercelo. Altrimenti staremo a casa, muovendoci come degli onesti non frequentanti e salendo a Padova city solo per gli esami; ed in quel caso continueremo a cercarci un lavoro disgraziato qui.

Fra le ultime chicche capitatemi, ho notato un "pulizia degli uffici con esperienza", "cameriere prima esperienza con esperienza" e "guardiano notturno, richiesti due anni di esperienza (per un albergo da tipo 10 camere e molto fuori mano, ndr)". Insomma, domandiamoci se sia nato prima il lavoro o l'esperienza. Cioè certe volte c'è proprio del ridicolo. Come anche "cercasi cuoco, nessuna esperienza, richiesta urgente, sostituzione ferie, si lavora da domani fino alle prossime due settimane". Curriculum inviato, curriculum respinto. Per magia proprio. Boh.

E insomma siamo ancora qui a chiederci il perché, il percome, il bla bla e il blì blì. Mi ricordo che quest'orrenda espressione (blì blì dico) la sentii almeno una dozzina di anni fa; andavo a catechismo a fare il bello come al solito (anche se in realtà non me ne importava onestamente una ceppa: andare alle cinque di pomeriggio a messa da una suora libanese - perché era una suora libanese a tenere il corso - significava saltare cose molto più urgenti e fondamentali per un bambino di dieci-dodici anni, tipo le nuove puntate in tv dei Pokèmon. Non scherziamo, su), e sul posto si presentarono alcuni "ragazzi difficili", come direbbe il Tg5. 

In realtà, io sono cresciuto (ma non nato, quindi non posso dire "nato e cresciuto", e mi devo così evitare la bellezza di una frase fatta) in un quartiere di periferia, a cui sono molto affezionato; d'altronde, mi sono trasferito un anno fa, e sono rimasto lì per circa 18 anni, capitemi. In periferia, dove stavo io, pur non essendo un "quartiere difficile", di quelli con spaccio e coltellate per intenderci, era pursempre un quartiere modesto e, appunto, periferico. Malservito dai mezzi pubblici, relativamente isolato (almeno 30 minuti di autobus dalla stazione centrale del treno), però piccino, raccolto, ricco di verde, molto prossimo alla campagna (notavo sempre che, teoricamente, ci mettevo di meno ad arrivare nel primo paesino raggiungibile con la corriera che al centro città), sembrava a sua volta un paesello.

Qui vivevano persone che non avevano voglia o soldi di trasferirsi in centro, ma anche "molti contadini, figli di contadini, operai e figli di operai". L'ultima frase è virgolettata perché rispecchia il motto di mia nonna e del resto della famiglia; come già forse accennato, qui la puzza sotto il naso e il senso del denaro e del prestigio vanno fortissimo, anche fra chi sostiene di non averne (tipo mia mamma, che però trova divertente dire che "il camionista padre di X è veramente un truzzo"). Insomma, in questo quartiere viveva in realtà gente normale, che sì, spesso erano figli o discendenti di contadini, ma perdiana, quante persone sono di origini contadinesche, in Italia, al giorno d'oggi? Quanti hanno "fatto studiare i figli"? Quasi tutti, siamo noi che discendiamo dai nobili taldeitali (purtroppo è vero) e abbiamo il sangue blu, il fetido e inutile sangue blu che ci distingue dagli altri solo per la levatura d'animo (che è minore). 

Insomma, i ragazzi difficili di cui sopra erano in realtà, appunto, figli di operai. Ragazzi come tanti, cresciuti "in mezzo alla strada" (dice sempre mia mamma: guarda che genitori snaturati, lasciano i figli "in mezzo alla strada", meno male che tu sei cresciuto con la mamma. Ciò mi fa riflettere: io direi "guarda, cresciuti giocando con dei ragazzi per strada e ai giardini", e considererei che loro qualche skill sociale essenziale, tipo andare in bicicletta o giocare a calcio, magari ce l'hanno; io, magari, in prima media avrò anche letto IT e probabilmente conoscevo i numeri fino al miliardo, ma in compenso ero solo come un cane), che al pomeriggio, dopo i compiti (se li facevano e non erano "svogliati", come però è qualsiasi bambino), uscivano e andavano a gironzolare nel quartiere. 

Effettivamente però questi erano un po' trascurati, venendo effettivamente da famiglie di livello basso o bassissimo, di quelle un po' da film con la mamma panzona, in vestito a fiori e bigodini, che sfumacchia sigarette, passa le ore a telefono e bestemmia davanti ai figli, fornendo loro il mitico "cattivo esempio", che talvolta c'è veramente. Cioè per mia mamma è tutto cattivo esempio (tranne lei), ma qui veramente è il caso di chiamarlo come si deve. Questi giovanotti spesso facevano i bulletti di quartiere, mi ricordo, e pure io - che appunto ero privo di ogni capacità - ne subivo talvolta qualche prepotenza (sticazzi, una volta uno a spintoni mi sguarò un ginocchio, e mica un taglietto, un bel buco; poi negli anni successivi ho conosciuto la musica del DIMONIO e sono diventato un ceffo, ma questo non c'entra); una volta, mentre ero a catechismo, questi passarono a dare fastidio, roba tipo prendere a pugni le porte o similia (uno una volta - sostiene mia mamma - urlò "questa cazzo di chiesa", ma io non ci credo). Qualche giorno dopo il parroco - che era sinceramente un po' sfigato, un parroco relativamente giovane, di periferia, con il tono di voce di un registratore con delle cassette di William Basinski dentro - fece una sessione straoridnaria di catichismo (sostituendo lui la suora libanese), per spiegarci come non fosse un buon esempio quello di quei ragazzi, di come ci si dovesse comportare bene, di come il catechismo fosse fatto per istruirci e così via.

Ospiti speciali erano proprio costoro, o forse solo uno, non mi ricordo bene. Fattostà che mentre il parrocchetto spiegava e moralizzava, il giovine disadattato continuava a spernacchiarlo (tutto sommato, visto il tipo di parroco, faceva pure bene), a fargli il verso, insomma, avrete tutti visto un bullo nella vita. E se non l'avete visto pensate a Ralph dei Simpson. E se non lo avete presente, insomma, ponetevi delle domande, siete più disadattati di me. Finché il parroco non chiuse, dicendo "E insomma ci sono tanti valori importanti nella vita, non c'è solo il bla bla". E il ragazzino: "C'è il blì blì".

Forse perché mi ricordo le legnate subite negli anni, ma quest'esrpessione è sempre stata davvero pessima.

Post scriptum: chiedo scusa per eventuali errori, ma scrivo senza occhiali. Mi sento la signora Cesira.

lunedì 11 giugno 2012

Superpoteri.

Attualmente, uno dice: "i superpoteri". Non ci sono, nevvero? Nonostante la tv, e, soprattutto (nel mio caso), anni di fumetti ci dicano il contrario, non ci sono. Nonostante io faccia un sogno ricorrente in cui levito a mezz'aria, muovendomi come se fossi in piedi su una palla invisibile (dev'essere un ripoff di Psychonauts. Temo che Tim Schafer mi chiederà i diritti sui sogni prima o poi), nonostante Misfits ci insegni che anche poveri disadattati anglofoni possono avere feroci superpoteri, ebbene, non esistono.

Nonostante tristi varietà su Italia Uno, con, peraltro, rubriche condotte NIENTEPOPODIMENOCHE da Stan Lee (che però, come molti fan dei fumetti sanno, è ormai vecchio e rincoglionito) ci insegnino che persone con capacità "superumane" possono esistere (tipo gente che prende scariche elettriche nella lingua, gente che spacca cocomeri con la fronte, pisani che risultano sopportabili ecc ecc), non esistono. Anche se io conosco un gallo che spacca cocomeri e bottiglie con la testa, spara missili dal culo (nel senso che usa dei petardi o qualcosa del genere che tiene fra le chiappe) e ha un pitone in casa come bestia di compagnia, nemmeno lui ha superpoteri (ma lui si candida bene per una puntata italiana di Jackass, che in italiano tradurremo con "Coglioni"). 

Nonostante tutto questo, i superpoteri non esistono, e noi poveracci cresciuti a pane e Fantastici Quattro dobbiamo rassegnarci a non averne, nessuna bomba gamma ci renderà verdi (ma al massimo ci darà il cancro), nessun razzo sperimentale nella gara spaziale contro la Russia ci darà superpoteri, nessun siero segreto ci renderà atletici (al massimo cavie umane). Pazienza. Ce ne faremo una ragione. 

Ed invece no.

Ora elencherò la lista dei superpoteri di una persona di mia conoscenza. Qui si tratta proprio di superpoteri eh. Cose che violano le leggi fisiche, scientifiche ed etiche.

-Capacità di decidere, arbitrariamente, le percezioni altrui: cioè guardare uno e dire "Tu hai freddo", o "Tu hai caldo", e comportarsi di conseguenza. 
-Decidere anche la salute altrui: "Stai male, hai la febbre". 
-Decidere gli effetti di sonno, fame, stanchezza, fatica: "Non sei stanco", "Non hai fame", "Hai sonno, vai a letto".
-Decidere a forza anche i gusti: "Questo ti piace". Punti bonus: capacità di viaggio nel tempo e controllo di tutto il continuum spaziale per controllare "l'ultima volta lo hai mangiato / lo hai sempre mangiato". Spesso alterando il passato.
-Decidere, arbitrariamente e mediante minori manipolazioni della realtà (al confronto Scarlet Witch è un'incompetente), le condizioni esterne della vita e lo status di persone sconosciute: "Suo padre è un tamarro", "Quella persona è ignorante", "Sua madre è un barile" ecc ecc. Punti bonus: questo succede anche con persone appena conosciute o sentite nominare, a prescindere.
-Empatia potenziata: capacità cioè di applicare ad altri condizioni valide per sè; se il soggetto ha sonno, tutti intorno hanno sonno. Se il soggetto ha fame, tutti hanno fame.
-Capacità di acquisire conoscenze istantaneamente: dopo aver sentito nominare per la prima volta un argomento, c'è il bisogno istintivo ed immediato di raccontarlo a tutti, vantandosene come una "vecchia cosa che sapevo".
-Capacità di viaggiare nel tempo e modificare il passato, specie circa le cose dette o non dette.
-Capacità di trovare istantaneamente qualsiasi cosa, anche nascosta, e spostarla; valido soprattutto per le magliette non stirate e già messe nei cassetti, che verranno recuperate, stirate e rimesse a posto.
-Capacità di cogliere pattern sconosciuti nella realtà, ridistribuendo le cose secondo ordini sconosciuti.
-Capacità di ricostruire il passato e straordinarie doti investigative: in particolare ricostruzione di cose tipo "hai comprato questo" o "non hai messo i bicchieri a tavola mentre pranzavi" da dettagli tipo la carta nei cestini (minuziosamente scansionata) o le gocce residue di acqua nel bicchiere (se mancano è segno che non si ha fatto uso di un bicchiere, bevendo alla canna).
-Senso della proporzione temporale sfasato (per effetto dei poteri di viaggio nel tempo): certe persone sono sempre "il suo bambino" che "non c'è niente di male a dormire con la mamma, per la mamma sei sempre un bambino".

Ebbene sì, mia madre ha superpoteri. Direi. Non c'è altra spiegazione.

domenica 10 giugno 2012

Faccio cose vedo gente e ho la maglia dei Minotaur.

Quindi direi che per il momento potrei anche chiudere, almeno per un po', il capitolo "passato fumoso", che con i post precedenti ho contribuito a snebbiare un po'. Ha un suo fascino tutto questo, sia perché spiega la formazione del personaggio (mi sento un protagonista titano, così), sia perché mi sento proprio meglio io. Ho sempre preferito, in tal senso, risolvere le cose con delle spiegazioni chiare, piuttosto che con delle risposte secche; se uno dice, che so, "perché porti i capelli lunghi, cosa sei, un metallaro?", preferisco spiegargli con calma che sì, sono lunghi per quello, perché mi piacciono, ma anche perché per anni, ritornando al discorso di cui sopra, è stato tutto deciso, anche i capelli, che sono stati fra i primi gesti di cambio. Ma anche spiegargli di mio padre, che minacciava di tagliarmeli di notte e di sfigurarmi (apposta), e tutto il resto appresso.

Mi sento molto Victor Zsasz a scrivere così. Sembra che mi stia confessando per un qualche crimine; l'effetto è comunque interessante e piacevole, solleva ma nello stesso tempo mi fa quell'effetto di "sto condividendo cose importanti". Ok, non so dove volessi andare a parare con questa frase, volevo solo ricordare l'esistenza di Zsasz. Ora, invece, volevo chiudere il discorso, ricollegandomi parzialmente alla questione coinquilinato di cui spesso qui si parla, per poi chiudere entrambi gli argomenti e tornare a rialzare un po' il tono del blog, che ultimamente è scaduto nell'eccessivamente serio. Mi sforzo eh, sono tornato alle tre e passa, con decisamente troppo Martini nel sangue, e ho lottato duramente contro un feroce malditesta, combattuto stanotte a colpi di melone fresco e acqua.

Come diversi di voi avranno - spero - forse letto, ho deciso di trasferirmi altrove per gli studi specialistici, insieme alla mia fidanzata (per non diradare i rapporti, ma anche perché qui in città la specialistica di Lettere è veramente pessima per chi, come me, seguirebbe una formazione classica e non moderna); già pregusto, l'ho detto, da giorni, la libertà di starmene tranquillo, senza l'infinità di moine che la mia attuale coinquilina (vedi post precedenti) continua a infliggermi ogni giorno che il Signore ci manda sulla Terra. A questo proposito, confesso che ho anche un piccolo semi-mezzo-quasi-piano. Che sicuramente quasi nessuno approverà, nemmeno la mia fidanzata, io penso, ma va bene lo stesso. Che poi appunto, in realtà, non è un piano, o chissà cosa, è solo una cosa che ho deciso di fare.

Esempi: Lupo Alberto (noto fumetto italiano), molti numeri fa, storia natalizia; diversi animali della fattoria, insolentiti dalla burberità del cane guardiano (e sorvegliante della fattoria) Mosè nei confronti del Natale ne scatenano un attacco di rabbia. Dopo la reazione furiosa, si scopre che il cane soffre del suo ruolo di "feroce e burbero"; un piccolo incidente consente agli animali di inscenare, per lui, una situazione come nel film "La vita è meravigliosa" (Frank Capra), cercando di convincerlo che la sua vita è utile. Quando il piano è ormai riuscito, e i nostri stanno per svelargli lo scherzo in affettuosa bonarietà, Mosè si propone di vivere una vita nuova, non più burbero ma allegro e gioviale, "convinto" che la sua vecchia persona sia sconosciuta agli altri, e perciò non ne sia prigioniero. Un altro incidente però rovina il piano: Mosè crede a uno scherzo feroce e crudele, ritornando più burbero di prima.

Esempi, due: Davvero (webcomic italiano, perlopiù riservato a pubblico femminile e adolescente, ma bello lo stesso; ho un noto amore per queste robe smielate), una delle ultime puntate. La bella e provocante Selene, per ora fra le poche amiche e confidenti della protagonista, molto più grande (e matura) di quest'ultima, si scopre in realtà essere una persona fittizia: il suo vero nome è Roberta, ed è scappata di casa anni prima. Suo padre è un severo uomo "di legge" (anche se non è specificato come: poliziotto, magistrato, avvocato?), che ha speso gli ultimi cinque anni a cercare la figlia, sparita senza lasciare traccia, che ha per contro cambiato nome, abbigliamento, stile, lavoro, amici. Si è costruita la nuova identità di "Selene", rendendosi introvabile. Recentemente recuperata proprio dal padre, che minaccia di portarla "in uno di quegli istituti per quelle come te", riesce a scacciarlo, preparandosi però a fuggire di nuovo, per non farsi trovare.

Attraverso questi due esempi, non penso sia difficile capire; qui ho un nome, una faccia, e sono conosciuto per molte cose. Con mia grande gioia, quando uscii dal liceo, mi liberai di molte persone, i miei compagni di liceo, di grande limitatezza, in grado di cogliere, oggettivamente, molto poco, al di là della maglietta dei Minotaur. Maglia dei Minotaur uguale morte, dolore, persona triste dentro, persona cupa, magari violento, odia tutti, chissà se frusta la sua ragazza (mi son sentito dire anche questo), forse necrofilo (anche questo, da un'insegnante), eccetra eccetra eccetra. E' chiaro che perciò, qualsiasi cosa dicessi o proponessi, era sempre sospetta. All'Università, dove nessuno mi conosceva, ho pensato di presentarmi con una faccia diversa, dire "ciao, sono un simpaticone, e sì, ho la maglia dei Minotaur, ma sono buono", cosa che ha avuto effetto in larga parte, dandomi una "nuova vita". Poi mi sono iscritto a Facebook, creando uno scontro fra la vecchia vita e la nuova vita, fra il simpatico amico di tutti, studioso e serio, e il cialtrone satanico (molta gente non ha mai capito che sedici anni li abbiamo avuti tutti, ma che in genere dopo i sedici anni certe cose passano, quindi trattare uno come se ancora fosse così è un po' sgradevole). 

Quindi l'idea. Nella nuova città, nuova vita parte tre. Chi sono? Uno simpatico. Cos'è che ti piace? Mah, un po' tutto. Ma la maglietta dei Minotaur? Eh, storiacce. Rifarsi una vita e una faccia, ri-vivere dall'inizio, per riprendere anche il controllo di quest'ultima e non farsi più guidare da cose vecchie. Sento il bisogno di farlo. Anche perché spesso qui in città, andando in certi posti o guardando certe vecchie cose, mi vengono in mente pensieri, errori, cose del tipo "eh ma se allora avessi...", come quando uno gira nei vicoli, trova le chiazze di vomito di se stesso della sera prima e si pente, dicendosi "non dovevo bere". Più meno uguale. Ho avuto spesso l'idea di aver sbagliato molto e sprecato molti anni, ora mi si presenta la possibilità di essere diverso; quando andai ai corsi preparatori Erasmus, un anno fa (poi non ci andai, racconterò), incontrai solo persone diametralmente opposte a me. Gente "figa", come si suol dire, gente alla moda; gente che si diverte, che studiacchia, che vive una vita generica in cui succedono delle cose generiche, che ha amici, feste ogni tanto, disco. Io non è che viva in una caverna, in disco ci vado pure io, ma colgo una differenza. Quando entrai, tutti mi guardarono, sempre per via dei capelli, penso. Una volta, quando finirono i corsi, andai via, salutando tutti in modo affabile e dicendo tipo "Vado, cuffie nelle orecchie, Marracash a bomba e via". Una ragazza mi guardò stranita, mi chiese "Ma non è tipo un rapper?" "Sì perché?" "E tu ascolti rap?" "Anche, perché no?" "Non ne hai la faccia" "Non ho la faccia di tante cose"; da allora, saputo che ero "normale", il resto del gruppetto mi prese meglio. 

Ciò comunque non mi impedì di cancellarli tutti da Fìssbuc, tranne la ragazza che aveva chiesto tutto questo. Il senso del discorso è: non ho intenzione di cambiare, di spacciarmi da zero per un simpaticone maschio alfa re della disco, perché non lo sono, non lo sarò e non sarei credibile. Ma di vivere onestamente per quello che sono adesso, senza la mole di "passato" di un tempo. Come dire, ancor oggi ho la sensazione che, girando, la gente dica "Eh sì, ora è bello e profumato, ma una volta sai, aveva le magliette coi Satyricon (le ho ancora adesso, btw)". Forse perché i genovesi sono provinciali e malfidenti, forse perché io sono paranoico, non lo so.

Però so che è così. Nescio, sed fieri sentio et excrucior.


Post scriptum: se non avete mai sentito i Minotaur, "The Power of Darkness" è un gran bell'album. Mi pare che sia dell' '83 o '89, credo. Thrash tedesco.

martedì 5 giugno 2012

Latte e gorgonzola non esistono (Ricordanze III).

Complessivamente, perciò, il risultato finale di tutta la manfrina dei due post precedenti si riassume nelle poche e secche parole con cui la mia fidanzata ha commentato il tutto, leggendolo ieri sera.

"Meno male che sei cambiato, sembrava quasi che non sapessi nemmeno da che parte fossi girato."

Ed è così, cioè era così. Che poi "era" è un concetto vago, in realtà. Difatti, proseguii con questa micidiale attitudine di totale assenza di interesse e di coscienza per anni, anche dopo le medie; la cosa è buffa: non è che fossi, per esempio, un disinformato, o un disadattato, o forse lo ero, ma non ne ero consapevole. Intendiamoci: un disinformato, facciamo per esempio nel campo della politica, è colui che, pur sapendo che esiste la politica, non la segue, non sa per chi votare o non sa chi è in quale partito. Questo a livelli più o meno gravi, da chi non sa chi sia Giuliano Amato a chi conosce il colore dei calzini di Rosy Bindi (questo non vorrei saperlo neanche io, con tutto il rispetto per l'On. Bindi). Ma chi, in teoria, ignora completamente il concetto generale di "politica", forse, è ignaro, è innocente, non è colpa sua. Probabilmente avrà vissuto in una caverna, ma non è colpa sua. Come con le religioni suggerite dai genitori o il nome proprio, non lo scegliamo mica.

Più meno era così, per me. Cresciuto in un ambiente protetto, avendo cura di selezionare i contenuti e le cose per me, e foraggiandomi e spingendomi sempre in direzioni predeterminate, occupandosi naturalmente di eliminare ogni segno dell'esistenza di cose alternative. Io, ad esempio, non conoscevo, come ho già detto, nemmeno l'esistenza dell'ITIS. Credevo esistessero solo artistico, classico, scientifico. Bom. Anche perché solo di quelli si parlava. Ed anni dopo, credevo che l'Università fosse situata in un solo punto preciso: non avevo idea del concetto di "diverse sedi per diverse facoltà", semplicemente perché mi era sempre stato detto "l'Università è in via Balbi", sottintendendo che la facoltà che avevano fatto tutti - e che avrei dovuto fare anche io - fosse lì. Le altre al diavolo.

Ed essenzialmente questo valeva per ogni cosa. Oggi, ogni tanto (molto meno spesso di una volta, e con "una volta" intendo "tre-quattro anni fa"), mia mamma ancora ripete dei mantra tipo "Sei cresciuto solo con la mamma, sei sempre stato con la mamma, oh com'era bello quando stavi un po' con la mamma, ora pensi ai tuoi amici e non frequenti più la mamma, ora c'è solo la tua fidanzata e vuoi vivere con lei, preferisci lei alla mamma, ma un tempo dicevi che c'era solo la mamma". Tralasciando l'evidente discronia di queste frasi ("un tempo", per lei, vuol dire "quando avevi tre anni", ma coincide con "sempre"), si nota oggi un risvolto assolutamente negativo in questo: sono cresciuto come una copia della mamma, per moltissimo tempo. Moltissimi bambini crescono come copie dei loro genitori, ma in genere questi tendono a ricordare loro l'esistenza di altre cose. Per dire, faccio un esempio scemo. Pensiamo a un qualche alimento, un cibo a casaccio, toh, il latte fresco. Molti non amano il latte e/o non lo digeriscono, quindi magari non lo comprano. Ma poi magari gli nasce un figlio, ed allora devono comprarlo, a loro non piace ma lo offrono ai figli, perché serve e perché forse, invece, ai ragazzi piace. Con mia mamma, invece, e con tutti gli altri, il meccanismo era diverso: a me il latte non piace, quindi non lo compro, ed inoltre stabilisco che a te non piace, quindi non ti piace, e non lo compro. Ed il latte non esiste, e non è mai esistito.

Quest'esempio del cibo esplica bene. Spesso mi sono trovato, ormai da adulto, a mangiare per la prima volta cose normalissime, e ad apprezzarle, pur essendo cresciuto con la legittima e feroce convinzione di odiarle, solo perché per anni mi hanno detto "a te non piace". Ad esempio il gorgonzola; avevo vent'anni circa (VENT'ANNI), e mi trovai a pranzo, per un'improvvisata, a casa della mia ragazza. Sua mamma, colta di sorpresa, preparò della pasta al gorgonzola, cosa comune tutto sommato. Io pensai che mi faceva un po' schifo, perché insomma, il gorgonzola non mi piace; ma pensavo anche che fosse maleducatissimo rifiutare seccamente il pasto offerto così gentilmente e all'improvviso. Quindi mangiai tutto, e con mia enorme sorpresa mi piacque molto, dato che non l'avevo mai mangiato. Quando tornai a casa, riferii la cosa a mia madre, e le chiesi spiegazioni sul perché non mi avesse mai servito una cosa così: la risposta fu "perché non ti piace, cioè, a me non piace, quindi pensavo non ti piacesse". Testuale.

Solo da alcuni anni, confesso, mi rendo conto di quanto questo sia sbagliato. Di quanto sia stato profondamente influenzato, a livelli infinitesimi di me, dal mio ambiente familiare. Donde la mia urgenza di cambiare aria.

lunedì 4 giugno 2012

Ricordanze - Io e le medie, ma anche oltre (II)

Dal post precedente consegue un atteggiamento di totale disinteresse verso tutto. Dove sarei andato, cosa avessi fatto eccetra eccetra erano domande di poco conto, l'importante era, letteralmente, finire la giornata lavorativa.

Cosicchè, un giorno ci trovammo, improvvisamente, piovuti dalle tasche di Dio, a chiederci "ma dove andiamo al liceo?". Interessante pure notare che, nonostante tutto, non avevo alcuna cognizione dell'idea di liceo o di ITIS, o altro. Per una combinazione di questo mio disinteresse, della noia e dell'educazione feroce ricevuta, più di altri fattori - come la provenienza culturale dei miei, io non potevo, materialmente, iscrivermi all'ITIS. Cioè, non esisteva nemmeno. Nell'istante stesso in cui mi veniva chiesto "cosa vuoi fare", le opzioni già partivano dalla domanda "Che liceo fai", non "Che scuola superiore fai". Siamo, diciamo, alla coercizione due punto zero: si escludono le alternative scomode facendo sì che la loro esistenza scompaia. Non mi venne mai detto "non iscriverti all'ITIS", ma direttamente non mi venne svelato che cosa fosse. Ed ovviamente io, disinformato e privo di interessi com'ero, certo non mi ponevo il dubbio.

Una cosa però la sapevo fare: avevo una mano abbastanza buona, nella media di dei bambini delle medie normali, per il disegno. O, perlomeno, se non ero bravo, ero appassionato, ed ero perciò disposto ad imparare. Quella è sempre stata una delle pochissime cose per cui provassi davvero interesse; col tempo ho capito, conoscendomi meglio, che so di essere interessato in qualcosa se ho voglia di applicarmici e di imparare da zero, facendomi insegnare da qualcuno. Se lo sforzo supera l'interesse (e succede quasi sempre), allora amen. A questo punto sorge spontanea una domanda: come chi mi conosce sa, io feci il liceo classico, peraltro in modo svogliato e con una carriera scolastica "discontinua" (eufemismo per "pessima"). Quindi: perché, dunque, non sei andato all'artistico, ai tempi?

La risposta esatta è: non lo so.

Non scherzo, non lo so, non me lo ricordo più. Ricordo infatti ai lettori - se ve ne sono - che la mia attuale coinquilina ha da sempre la grande capacità dell'uso del bispensiero, alla maniera di Giorgio Orwell. Nel suo celebre e distopico romanzo, "1984", raccontava del "bispensiero", la peculiarità della cultura imposta dal Grande Fratello, cioè quella di correggere e rivedere cose che precedentemente erano diverse. Se si era in guerra con uno stato, precedentemente alleato, la storia veniva riscritta in modo che quello stato fosse invece il nemico di sempre. 

Io sono sempre stato piuttosto distratto, lo ammetto, e quindi è spesso facile cogliermi impreparato sui ricordi; capita facilmente che mi dimentichi molte cose, dunque sono molto prono a questo genere di manipolazioni. Se incontrassi una persona, che spuntasse dicendomi "ti ho conosciuto al mare tre estati fa, mi devi quindici euro da allora", ebbene, se questa persona fornisse abbastanza dettagli circostanziati finirei probabilmente per crederci, convinto di essermi dimenticato di lei e dei suoi soldi. Sì, sono un po' rincoglionito, ma amen.

Questo cappello introduttivo serve a spiegare il perché, infine, non andai all'artistico. Come ho detto, non ricordo. Ricordo di essere stato, anni e anni fa, ad un classico "salone di orientamento" per studenti, lo stesso che poi, anni dopo, visitai come promotore del mio liceo (ne parlerò); qui vidi anche lo stand del liceo Klee (uno dei due artistici in città, e fra i due, quello che preferivo), e ricordo di aver preso del materiale, ma poi mi iscrissi al classico. Secondo mia mamma-coinquilina, io "Ho sempre voluto fare il classico, e mi ero preso male vedendo i ragazzi che fumavano, pieni di borchie, del Klee". Ma la cosa è improbabile, visto che io, negli anni immediatamente successivi, passai alla categoria "ragazzi pieni di borchie", come molti sedicenni medi. A supporto della sua tesi di revisione del passato, il fatto che la mia licenza media consigliasse la frequenza di un classico. Io, invece, sostengo - e ho sempre sostenuto - che lei mi avesse vietato l'artistico, per seguire le sue orme. Ne sono conseguite le seguenti ipotesi, tutte parimenti veritiere:

-1) Volevo fare l'artistico, ma mi venne vietato; alla maniera lacrimevole di mia mamma, non mi fu detto "NO", bensì "vai pure all'artistico, eh, tanto, qui, non conto nulla, e insomma, e poi io volevo tanto che studiassi come la mamma", muovendomi a pietà finchè non ho cambiato idea. Appena cambiata idea, il bispensiero ha modificato questo in "volevi fare il classico".

-2) Le forti pressioni di mia mamma, unite al fatto che la licenza media suggerisse il classico, mi hanno spinto verso questo liceo. Anche qui, la mia scelta dubbiosa è stata poi cambiata in una decisa adesione volontaria.

-3) La totale apatia e disinteresse scolastico mi han fatto pensare "uno vale l'altro"; quindi mia mamma ha insistito e ho ceduto. E di nuovo, questa è diventata una mia scelta volontaria.

-4) A colpi di demoralizzazione varia sono crollato verso il classico: principalmente per frasi felici tipo "non sei bravo in matematica, niente scientifico", e "sei approssimativo e non sai disegnare, non sei preciso, quindi niente artistico". E indovinate, anche questo diventa scelta consapevole.

Chissà cosa successe. Per anni rinfacciai la cosa a mia mamma, che per contro mi ha sempre rinfacciato il non aver voluto cambiare liceo dopo il primo anno; ma questo era difficile, visto e considerato che ogni santo giorno, proseguendo l' astuta propaganda a favore della revisione storica, in casa si ripeteva sempre lo stesso mantra: "Ho incontrato la mamma di X, che fa l'artistico, e dice che studia tantissimo, compiti fino a tardi, e tu i compiti non li vuoi mai fare" "E poi l'artistico è difficile, pieno di ragazzi difficili, e tu avevi paura di quei ceffi allo stand" "Ma se vuoi puoi cambiare eh, sarà durissima, difficilissimo, rischi di restare indietro" e così via, con altre frasi di chiaro incoraggiamento.

(Continua)

venerdì 1 giugno 2012

Ricordanze - Io e le medie, ma anche oltre (I)

Pensavo, oggi, in conformità con lo spirito di questo blog, ad alcune fazzenduole relative alla mia infanzia e gioventù scolastica. In particolare, mi ricordo di come, da giovanotto, fossi completamente privo di ogni forma, anche vaga, di consapevolezza del concetto di "domani". Questo almeno fino all'università; infatti, ora che mi trovo a scegliere consapevolmente una laurea specialistica, mi rendo conto che solo adesso, o quasi, decido con la mia testa e con una vaga coscienza del futuro.

E' evidente, certo, che un bambino delle elementari o un ragazzino delle medie non ha un concetto di futuro. Difficilmente questi penseranno "voglio studiare così diventerò X" oppure "mi iscrivo al liceo classico piuttosto che all'ITIS perché voglio fare il grecista da grande". Cioè magari sì, ma in forma vaga, come un sogno nel cassetto, con l'appoggio e il suggerimento dei genitori (e magari degli insegnanti) che diranno "Ascolta, cosa vuoi fare? Perché sei bravo in questo, ti consiglio così". O qualcosa del genere.

Ora racconterò quanto ricordo al riguardo. Ovviamente, si deve tenere conto di una cosa: stiamo parlando delle fumose esperienze, perse nei meandri della memoria, di un bambino delle elementari. Quindi è chiaro, tutto questo andrà preso con le pinze. Mi ricordo, quand'ero alle elementari, di essere sempre vissuto di rendita, o poco più; "bambino brillante", dicevano tutti, "se si impegnasse, se ne avesse voglia, sarebbe il leader". Ma la voglia era zero, e l'impegno meno uno; proprio perché riuscivo con enorme facilità, non mi impegnavo, come molti altri bambini. I compiti e tutto il resto, come per molti, erano una noia, ma non una noia "alla Bart Simpson" ("che pizza i compiti mamma, mi viene da dormire mentre li faccio"), ma piuttosto una cosa tipo "banale formalità, cinque minuti e ho finito". Non so perché abbia citato Bart Simpson. Boh.

Comunque, visto che i compiti e lo studio in generale erano una rapida formalità, mentre il resto del mondo e delle attività erano invece piuttosto essenziali, il tutto veniva o sbrigato in gran fretta oppure ignorato fino all'ultimo, o ancora risolto con un qualche rapido trucco veloce per eliminare la faccenda. Ho sempre avuto una mentalità del tipo "ti faccio contento con quello che mi chiedi, basta che non rompi". Il che significa che, quando arrivai alle medie, continuai con questo tipo di linea; il che però iniziava a diventare problematico: se alle elementari possiamo anche fare i giovani cialtroni, già alle medie un minimo di responsabilità dovrebbe uscire. Ed invece no. Mi spedirono, come già raccontai, presso una scuola di suore; le quali, "portando avanti un progetto educativo" (testuale, una volta mi dissero così, poi racconterò), non potevano certo permettersi di deludere l'enorme mole di studenti paganti e ricchi: così, i compiti e le verifiche erano sempre di una facilità disarmante, tutto foraggio per la mia attitudine alla rendita e alla vita di puro espediente. Ricordo in particolare, circa il pagamento, che diverse volte alcune suore di alta responsabilità (suora-preside o così via) spuntavano in classe, si avvicinavano a un qualche bambino, e dicevano cose tipo "ringrazia tuo papà per la ricca donazione"; coincidenzialmente, questi erano sempre i favoriti in tutto. 

A lungo andare, persi il senso della prospettiva. Se mi veniva detto di fare delle equazioni, o di studiare le equazioni, non pensavo di dover imparare a fare le equazioni in generale, ma semplicemente pensavo un qualche metodo per risolvere quelle equazioni, quelle quattro, cinque equazioni di compito, e amen. Poi, se non avessi avuto mai alcuna base, se non avessi mai imparato niente, poichè ogni nozione scompariva, sepolta dal "programma vecchio, non lo chiede più", e non aveva importanza. Ora mi accorgo che questo derivava in primis dal mio atteggiamento di rendita, ma anche, io credo, da un'errata educazione. D'altronde, come si può pretendere che un bambino o un ragazzino sviluppi doti tipo modestia, senso del dovere, voglia di lavorare e di sbattersi, quando viene cresciuto a colpi di "Sei intelligente e gli altri tonti", "Ah come sei intelligente", "Sei il migliore di tutti, mica come quello stupido di X", eccetra eccetra? Non a caso, amici ne avevo pochi, e ci credo: un bambino ripete quello che sente in casa, e io, ingenuo, ripetevo ai miei compagni "Mia mamma ha detto che sei stupido", motivo di infiniti disagi domestici. Mi ricordo infatti che puntualmente telefonavano le mamme dei bambini, offese, e io subivo delle gran legnate: "Non dire in giro quello che diciamo in casa". Troppo comodo, io penso.

(Continua)