mercoledì 30 maggio 2012

David Carretta.

La verità è che io mi emoziono sempre per poco, questa è la verità. Come i bambini piccoli quando vedono i cartoni e/o il loro eroe. Come quel mio amico che, quando ha visto per la prima volta un arabo (correva l'anno 1980 e qualcosa, l'arabo era ancora una novità esotica), non ha capito più niente, e da allora ha acquisito la forza e la velocità di un muezzin adulto, come se l'avesse morso un muezzin radioattivo. Cioè, no, però è rimasto fascinato dal mondo arabo e nordafricano come non mai.

Mi emoziono sempre: poc'anzi mi sono ripromesso di fare una focaccia con le patate, lasciarne a metà la preparazione e finirla domattina, ma mi conosco, so benissimo che non dormirò un solo minuto finchè quella focaccia non sarà cotta e pronta. Non riesco, giuro. Dovrei farmene una ragione, penso. E' come quando, da piccolo, vedi i regali e passi il ventiquattro notte a girarti in attesa di aprirli (di Babbo Natale non poteva fregarmene di meno, a me interessavano i regali); mi ricordo un Natale in cui cercavo di dormire, ero andato a letto prestissimo apposta (mi ero astutamente calcolato le ore di rigirìo nel letto, in modo da ricavare un ammontare complessivo di ore di sonno sufficienti per godermi la giornata dopo... E' una cosa un po' malata ma meno del previsto: ho sempre avuto problemi col sonno, un giorno ne parlerò), ed ero lì a rigirarmi, osservando dei pattern di luce sul muro che cambiavano. Erano le luci ad intermittenza dell'albero di Natale, mescolate alle luci della cucina di mia mamma che lavava i piatti. 

Ero decisamente piccolo, mi ricordo, c'era ancora mio padre, ma non saprei risalire a quale Natale fosse. Che poi, quand'ero proprio piccolo, il Natale voleva dire molte cose, ma voleva dire anche e soprattutto "tovaglie di Natale" (è già la seconda volta che qui si parla di tovaglie, non vorrei si pensasse che sono uno spacciatore di tovaglie sotto copertura). In particolare ne ricordo una con disegnato un Babbo Natale camionista che scendeva da un mostruoso tir rosso, enorme, pieno di luci. Quand'ero piccolo, fra quello e le pubblicità della Coca Cola, mi immaginavo Babbo come una specie di omaccione nerboruto, un tipaccio gentile, non un vecchio grassone rincoglionito, ma un Babbo tosto, un camionista con la barba bianca o un motociclista canadese in tutina rossa. Qualcosa di serio, mica pizza e fichi.

Donde, penso, la mia fascinazione per i camionisti. Se rinasco, voglio fare il camionista. E' probabilmente l'unica categoria sociale, oltre ai rivoluzionari messicani, ai lottatori di sumo, agli imitatori di Elvis e ai gangsta, a cui è concesso di essere panzoni per definizione. Un camionista magro è una rarità, come un collega di mio padre, me lo ricordo, magro magro, sempre elegante, con quell'eleganza leggermente esagerata, capelli corti, occhiali scuri, donde il suo soprannome di "Killer". Era un po' tipo l'Agente 47 con più capelli e meno massiccio.

Ma poi cos'è che volevo dire? Che sto ascoltando David Carretta, ce l'ho in testa da stamani alle otto, quando un amico mi ha svegliato di sobbalzo via sms (facendo vibrare il cellulare con uno sgradevole TRR TRR TRR sulla superficie legnosa del mio comodino) per chiedermi se un altro nostro amico comune domani pomeriggio lavorasse. Insomma, una domanda un po' così, fattostà che ho Carretta in testa da allora. E sogno di avere dei baffoni come i suoi, accidenti.

Comunque non volevo dire quello, volevo dire che mi emoziono. Il senso ultimo è: sto desistendo dalla ricerca di trovare un lavoro, mi arrendo, tornerò a studiare. Probabilmente a Padova, insieme alla mia fidanzata (ma non nello stesso settore); chissà che accadrà. Se mi trasferirò, finirò in camera con qualcuno o alla casa dello studente. E quindi mi emoziono, pensando "cosa mi capiterà?", ma soprattutto "quanto bene si starà lontano da tua mamma, che ti redarguisce perché tenendo le mutande in disordine nel cassetto vanifichi il suo lavoro di stiratura delle mutande?".

martedì 29 maggio 2012

Sento samba e vedo gente.

E insomma, alla fine m'è andata male, diciamo così. Da marzo ad oggi non ho trovato uno straccio di lavoro, nonostante i miei tentativi appassionati. O mi sento dire "ci vuole esperienza" (che non si capisce, però, da dove diavolo me la tiro fuori l'esperienza), oppure vengo respinto così, a prescindere, in simpatia. Sicchè dovrò ripiegare su qualcos'altro.

Il mio astuto piano, degno di un vero signore del crimine, consisteva in questo: trovare un lavoro dopo la triennale e vedere quanto e come mi sarebbe stato utile; se fosse stato un lavoro che "tirava", tipo un lavoro d'ufficio sicuro, l'avrei proseguito indefinitamente, dilazionando gli studi specialistici nel tempo (iscrivendomi dopo oppure dando gli esami in un periodo più lungo). Altrimenti, mi sarei iscritto alla specialistica e amen, cercando di farla più in fretta possibile per non essere un peso sulla groppa altrui ancora per molto. Questo per un motivo: una laurea in lettere non dà moltissimo lavoro, e una laurea specialistica in lettere non migliora molto la situazione. Si può lavorare nell'insegnamento, in genere, ma si tratta di qualcosa di complesso, e, peraltro, per quanto mi riguarda, di noioso.

Stavo pensando infatti proprio a questo. A mio giudizio, si lavora per vivere, e non si vive per lavorare. Esistono, secondo me, due tipo di lavoro ideale; il primo è quello "perfetto", ottenuto come conseguimento naturale dopo una carriera di studio e sogni. Se studi medicina per anni, deciso a fare il medico, perché vuoi fare il medico, perché ami essere medico eccetera eccetera, alla fine, quando farai il medico, sarai tutto sommato felice. Il lavoro certo qualche volta ti peserà, ma tutto sommato, considerato che è ciò che volevi fare, sarai tranquillo. E se non è il risultato di studi e fatica, magari è probabilmente il risultato di impegni economici e sacrifici, tipo aprire un'impresa o fare il pizzaiolo. Comunque stai facendo ciò per cui ti sei sforzato, ecco.

In alternativa, il lavoro dovrebbe essere qualcosa di stupido, di insulso, meccanico, qualcosa che assolva alla funzione, qui diventata pura formalità, di portare la pagnotta a casa e via. Tipo fare l'impiegato anonimo in un qualche ufficio. Entri alle nove, timbri, scrivi due lettere al pc, esci alle cinque, torni a casa e - zac! - ti trasformi in qualcos'altro. Magari leggi dei libri intricatissimi sul tuo argomento preferito, magari suoni diciotto strumenti, magari sei pittore. Vivi in un tuo mondo mentale, completamente diverso, ti dedichi all'arte, allo studio, all'anima, diciamo, dimentico di quello che hai fatto nel giorno. Un esempio è un mio amico, di giorno anonimo dipendente di un negozio di videogiochi (che nemmeno gli piacciono, peraltro), di sera brillante musicista, grande conoscitore di moltissime cose, lettore, artista a tutto tondo. 

Ecco una cosa così mi sarebbe piaciuta. In ufficio di giorno, insignificante e fantozziano, di sera carico di interessi e cultura. Questo perché l'insegnamento, cioè la professione-principe per chi si laurea in lettere, non mi ha mai ispirato granchè. E quindi poche balle, preferivo quest'opzione. Ma la sorte non mi ha dato una mano (la sorte che, ricordiamo, ha le sembianze di Paolo Fox vestito da Donnie Darko; e checchè ne dicesse lui, e mia mamma, sua grande fan anche se "lei non ci crede", non ho avuto alcuna occasione dal "periodo fortunato da aprile in avanti"), quindi oh, sticazzi. Torneremo a studiare e spereremo nel futuro post-specialistica. Magari avrò occasioni migliori che scrivere frescacce su un blog, aggiornando ogni minuto e quarantacinque secondi la finestra di YouTube con la colonna sonora di Samba de Amigo, perché sono troppo pigro per impostare la ripetizione.

lunedì 28 maggio 2012

Fare i fighi coi cinesi.

Comunque ero via, nel caso non abbiate notato.
La domanda è: c'è qualcuno che legge o sto parlando a vanvera, verso una parete, verso il vuoto, verso il web puro e infinito? 

"Figliolo, una volta qui erano tutti siti in html". Dirò così a mio figlio quando gli spiegherò "cos'è internet". Poi gli proibirò di aprire account su qualsiasi sito popolare ricco di minorenni in perizoma con autoscatto nel cesso. Per principio. Anche se le foto sono succintissime e ricche di interessi. Rivoglio internet come una volta, coi siti in html brutti, le gif animate orrende ogni cinque passi, le pagine lente da caricare e i dialer che ti collegano in Bangladesh. 

Comunque, dicevo, se ci siete battete un colpo, o segnalate il blog ad amici e parenti, che mi diverto. A parte questo ero via, l'altro giorno era il mio compleanno e perciò ho perso tempo a festeggiare e a fare il bello in giro. Fra le tante cose, essendo il mio compleanno, mi sono anche guadagnato qualche regalo. Nella fattispecie, mia zia m'ha regalato un vasetto di salsa piccante. 
Ora, non tutti sanno che io sono un grande estimatore e consumatore di cose piccanti. Anche e soprattutto quando sono estreme e fanno malissimo. Ma il rovescio della medaglia di questo abuso gastronomico è semplice: non sento più i gusti forti. Da tempo. Da anni, infatti, perché io senta un gusto piccante ci vuole qualcosa di inimmaginabile, qualcosa da 10'000 scovilli o più (la scala scovilli è la scala che valuta la piccantezza delle cose; sicuramente non lo sapevate, e non avevo voglia di dire "eh non lo sapete vergogna", quindi non polemizzo e vi istruisco io). Qualche anno fa realizzai una salsa micidiale, la "Melta sauce" (con un riferimento alle munizioni di tipo Melta utilizzate in Warhammer 40'000, cioè delle specie di proiettili di plasma / magma fuso), con un paio di tubi di harissa nordafricana, diverse manciate di peperoncino secco calabro, più 'nduja, aglio secco e pomodoro secco. Ecco, quella era gustosa.

Ma solo quella, per dire. Ad oggi mastico pasta di rafano come snack (come Jean Reno in Wasabi) e non soffro più per nulla; mia zia, appunto, mi ha regalato questa salsa, purtroppo leggerissima. Ed io stesso, oggi, per finire di festeggiare, sono andato a comprarmi altra salsa piccante, in cerca di qualcosa di veramente estremo. Così sono finito in un alimentari etnico (odio questa definizione, mi suona razzista; per dire, anche a New York il negozio che vende mortadella e parmigiano è un negozio etnico), specializzato in prodotti orientali, africani e sudamericani, e ho comprato una pasta chili, fatta in Perù, convinto dal nome. "Carajo". Gli eventuali iberofoni della Spagna del nord o del Sudamerica capiranno cosa vuol dire. E leggendo lo slogan "Picante como el carajo", insomma, uno pensa chissà che. Ed invece niente, un chili da poco, appena saporito. Per mia mamma immangiabile, ma insomma, lei riteneva immangiabile anche il mio chili fatto a mano (che effettivamente era gustoso). 

Tutto questo ha un'origine drammatica, come i superpoteri di Wolverine. Anzi, di Deadpool. Anni fa, una mia ex fidanzata aveva una cesta di peperoncini calabri freschi, probabilmente di Diamante o di altre zone estreme. Io, per fare il bellissimo ed impressionarla, ne addentai uno, crudo, così, a secco. 
Ovviamente, nel raggio di un paio di secondi stavo inveendo contro ogni tipologia conosciuta di entità venerabile, soffrendo atrocemente e piangendo. Ed ovviamente, sovrappensiero per il dolore, mi pulii pure gli occhi dalle lacrime con le mani impregnate di peperoncini. Dopo altri pochi, interminabili, dolorosi secondi, avevo due occhi grossi come due melanzane. Mi ripresi ore dopo, ma dopo questo battesimo di fuoco - letteralmente - persi ogni sensibilità al piccante, diventando anche leggendario fra gli amici, tipo fenomeno da baraccone, "vieni a vedere il pazzo che mangia peperoncini crudi!". Tipo Homer Simpson col chili. 

Il record fu impressionare un ragazzo cinese, qualche tempo fa, mettendo qualcosa come un paio di cm abbondanti di wasabi su una minuscola pallina di sushi, e mangiare tutto, senza battere ciglio. Lui piangeva al posto mio, per quant'era impressionato. Io, invece, soffrivo dentro: non sentivo un tubo.

venerdì 25 maggio 2012

Coprite le tette su Rolling Stone

Tanto tempo fa, quand'ero giovane e bello, iniziai come tanti giovani appassionati di musica - o meglio, che iniziavano ad appassionarsi di musica - a comprare dei giornali di genere, per documentarmi e saperne di più. Quel tipo di cose che poi smetti di fare quasi immediatamente, quando capisci che l'antifona di recensioni positive e negative è influenzata tantissimo da denari, giri di interessi, soldi vari, ma anche dalla qualità di redattori e giornalisti: capita spesso, specie nelle riviste musicali, che una redazione locale tenti di scimmiottare (spesso goffamente) le tendenze di un'altra zona. Del tipo che a Londra fanno tendeza certe cose e le redazioni americane (o europee) le propongano anche nei rispettivi paesi, con scarsi risultati. 

Comunque sia, cominciai comprando qualche numero di Metal Hammer e di Rolling Stone. All'epoca, mi ricordo, tante cose non erano inflazionate; ad esempio, in copertina su MH c'erano i Dimmu Borgir, che all'epoca valevano ancora la spesa di venti euro per un dischetto. E su Rolling Stone c'era Manson (mi pare), che invece all'epoca già cadeva verso il declino (che, se andiamo vedendo, per lui è cominciato dal '99, visto che dopo il live album ha iniziato sinceramente a fare un po' pena, musicalmente parlando). A quei tempi (back in my days) le redazioni dei rispettivi giornali (specie quella di RS) vivevano ancora dell'essere fenomeno di nicchia e soprattutto fenomeno nuovo (MH meno); mi ricordo che, quando sfoggiavo la mia borsa a tracolla di RS (in omaggio), era veramente la novità del millennio.

La cosa che però mi ha spinto a dire due parole su questi argomenti è un ricordo che m'è ritornato in mente un paio di settimane fa, mentre ero a Padova e m'è passato davanti un bianco con un afro disumano (come si chiamano i bianchi con l'afro? Wafro? Tipo "White + Afro"?). Alla vista, pensai: "perdio, devo farmi quella pettinatura", anche e soprattutto perché i capelli ricci li ho, gonfi pure, tanti anche, quindi insomma, è tutta questione di pettine. Ma poi oh, sticazzi, troppo lavoro. Un giorno, quando sarò potentissimo, avrò un parrucchiere privato che ci penserà. Fino ad allora ciccia.

Comunque il tizio con l'afro mi aveva fatto tornare in mente il mio primo numero di RS (che forse era anche il primo italiano, non ricordo bene), dove lessi un buffo servizio sulle pettinature da rock, fra cui ciuffone alla Elvis (vulgo: pompadour), afro, mullet, taglio a spazzola da marine, cresta punk e non so cos'altro. Mi ricordo che all'epoca tutto questo mi sembrava lontanissimo e, ovviamente, superaffascinante. Nello stesso giornale (non ricordo se su quel numero, ripeto), c'era (e questa è la ciccia dell'articolo) un servizio su una qualche coniglietta di Playboy, o una qualche modella softcore (non ricordo), o comunque una qualche ragazza che una volta tirava fuori le nudità e adesso no (classica cosa tipo "intervistiamo la ex modella degli anni 70 mettendo delle foto allora ed oggi"). Ora, come avrete presente, RS ha un formato di stampa leggermente più largo dell'A4; una sua pagina è più meno un A4 con qualche centimetro in più. Su una di queste, in questo servizio, c'era una pagina (una eh, non una doppia pagina tipo Playboy) con una foto frontale di costei, nuda, seduta tipo a gambe incrociate (con un'astuta angolazione delle ginocchia, in modo da poter vedere quello che tutti vogliono vedere - ma non troppo), braccia forse dietro la testa (noto trucco per tirare su le tette). Insomma, niente di straodinario.

Mi ricordo però che mia mamma (che aveva il bisogno sistematico di controllare ogni cosa che facesse il suo bambino, cosa che, avrete capito, fa anche adesso) perquisì la copia di RS appena comprata; alla vista della strapagnona nuda, decise prontamente di piegare a metà la pagina incriminata e di chiuderla con graffette e morsini vari, di fatto censurandola e censurando il grosso del servizio (era tipo l'unica foto di nudo). Questo perché "ero piccolo", e non potevo "vedere sconcezze alla mia età". 

Avevo probabilmente quindici anni. Molte cose si spiegano.

mercoledì 23 maggio 2012

Occhietto da mosca.

Ed insomma, siamo ancora qui, a districarci e a raccontarcela. Più dettagliatamente, a districarci i capelli e a raccontarci quella dell'uva. Oggi è stata una giornata decisamente discutibile, che è andata a fare il paio, come si suol dire, con quella di ieri. Per farla molto breve, sono tornato per l'ennesima volta a discutere con la mia ben nota coinquilina su alcune questioni; per farla ulteriormente breve, ho potuto constatare il suo schema di ragionamento binario, basato sul semplice concetto di "io lo so". Se esiste una regola, un pezzo di carta, una legge, un papiro, una moltitudine di persone che esprimono la stessa idea, ebbene, nessuna di queste cose vale contro una sola - ed unica - sua esperienza personale. Siete tecnici informatici laureati, e avete preferito togliere IE per mettere Mozilla? Siete scarsi, perché lei usa solo IE, che perciò è migliore. La legge vi dice che per lavorare occorre una laurea magistrale? Cavolate, il figlio del collega del nipote della sua amica è riuscito a lavorare in quel posto prestigioso con un tappullone, anzi, siete sfigati voi che non tentate.

Ed il bello è che queste affermazioni cambiano come cambiano le mutande, le dune e le onde; è inutile - inutile - cercare di coglierla nel sacco, discorsi tipo "ma tu avevi detto", perché qualsiasi opinione cerchiate di sostenere sarà sempre, irrimediabilmente falsa. Falsa per il solo fatto di essere usata contro di lei. Ora capirete che a ventiquattro anni, dopo almeno dieci, diciamo, che cerco di sostenere argomentazioni, io mi sono un pochettino infastidito, preferendo lasciar correre e dargliela sempre vinta; il paradosso: il figlio che cede al genitore che batte i piedi. 

Quindi ora la taglio lì; questo blog dovrebbe essere perlopiù un blog di riflessioni e ricordi, più che di cronaca dell'oggi, e quindi vado giù coi ricordi. Ad esempio, potrei raccontare buffi aneddoti su un medico da cui ero in cura. Ma purtroppo è morto a mia insaputa (ho telefonato oggi e mi han detto: "no, è morto a dicembre"), quindi non sta bene fare battute sui morti. Poveretto, mi ha anche lasciato con un certo rammarico la cosa. Anche perché era giovane. I migliori van sempre via prima, e cose simili. Infatti Andreotti...

Ma non devo fare battute, insomma. Cerco di volare alto, volare alto alto alto lallallàààà, mi devo distrarre, scacciare il pensiero del coinquilinismo e la tristezza che ne consegue (quella tristezza del tipo "che palle, ancora qui siamo, dopo anni"), devo concentrarmi su qualcosa di allegro e felice, tipo i fumetti di Go Nagai o i Pokèmon. O anche altre cose, non è che ci siano solo queste al mondo. Ma questi sono stati i capisaldi di anni di esistenza da autentico protonerd ("proto" solo perché ero piccolo), quando ancora essere nerd voleva dire avere gli occhiali da vista sproporzionati, non avere amici e indugiare in cose insensate. Per esempio gli insetti, cavolo, sapevo tutto sugli insetti. Purtroppo so ancora tutto. Divenni entomofobico negli anni, partendo da una base di incredibile interesse, come credo i tre quarti dei bambini dell'universo. All'epoca compravo un giornaletto, credo si chiamasse Bugs Mania o qualcosa del genere; compravo tutti i numeri, li divoravo, e poi compravo altri libri, dal divulgativo-infantile al seriamente complesso (ho ancora conservato tutto, tranne i giornali), fra cui, lo ricordo con particolare amore (vista la grande utilità che avrebbe avuto in futuro), un volumetto titolato "Animali pericolosi" (sottotitolo: in campagna in città al mare), edito da una qualche casa editrice di libri per agricoltura e campagna.

Effettivamente, questo volume aveva delle curatissime schede tecniche di tutte le bestiacce possibili, divise per pericolosità (vera o presunta), dotate di ogni dettaglio: nome scientifico, habitat, prolificità, diffusione, pericolosità, rimedi rapidi, rimedi se esistono, foto, aspetto descritto eccetera eccetera, e c'era di tutto, dal calabrone all'ape comune, dal ratto alle murene, ogni bestiaccia, insomma, che era effettivamente (o popolarmente) pericolosa. Lo sapevo a memoria. E ancor oggi, quando vedo qualche bestia ripugnante in casa o in giro, lo consulto (in culo a Wikipedia), cercando dati tecnici.

Comunque, dicevo, buttai invece via tutti i giornali. Che poi sono il motivo principale, io credo, della mia feroce entomofobia. Ecco, questa è una mia buffa caratteristica: riesco a scindere logicamente qualsiasi cosa, ragionandoci con freddezza, pur non sapendo poi che farne. Per dire, se ho paura di qualcosa, o un'insicurezza, o se ho un'abitudine, riesco a capire rapidamente il perché, anche se poi questo non mi serve a nulla. Difatti ho capito - credo - il perché della mia forte entomofobia, ma non sono comunque riuscito a farne molto, continuando ad avere paura di zampette e antennine.
Quasi quindici anni fa, od oltre, leggevo l'ennesimo numero di Bugs Mania. Numero diciannove o ventinove, credo, sicuramente c'era un nove. Il giornale conteneva diverse rubriche, fra cui una di "facts" straordinari sul magico mondo delle bestiacce a più zampe. Questa rubrica era realizzata con un layout di stampa particolare: su una tavola full-splash (cioè due facciate) disegnata a mano erano sovrapposti brevissimi paragrafi (tipo 5-6 righe), in stile "la termite africana costruisce nidi di diversi metri!"; il disegno di sfondo riguardava sempre, con una vignetta "parodistica" ma sempre disegnata in modo realistico, la notizia più incredibile. Ad esempio, ne ricordo uno dove si parlava di una specie di aragosta, dotata di una forza tale, nelle chele, da danneggiare il vetro dell'acquario; lo sfondo mostrava una grintosa aragosta, con guantoni da pugile, che sfondava il vetro. Era un disegno in una rivista per bambini: l'animale aveva dei guantoni e occhi "fumettosi", ma lo stile complessivo era realistico. Un fumetto realistico, avete presente? Ecco.

Orbene, una volta, mentre sfogliavo con furia il giornale (non ricordo il numero, ma ricordo che la copertina aveva una foto della testa di un calabrone, layout di stampa su tre colonne, arancione, calabrone, arancione), trovai un disegno che mi inquietò al massimo: un uomo, in una stanza buia, illuminata dalla televisione. In un angolo un cartone di pizza con una fetta residua. E quest'uomo con una mostruosa testa di mosca, realizzata ovviamente nel dettaglio e nella cura, parecchie volte più grande di lui; per il resto era una classica scena da "uomo al ritorno dal lavoro che guarda la tv", con tanto di camicia aperta due bottoni e pantofole. Non ricordo la notizia abbinata all'articolo, credo fosse qualcosa sulla visione a 360° di mosche e imenotteri vari.

Poichè sfogliavo l'articolo lungo la salita che portava a casa mia, lo richiusi, arrabbiandomi e gridacchiando (forse c'era anche mia mamma) che "quel disegno era terribile e passava il segno". Poi però all'arrabbiatura si sostituì lo spavento, e quindi il puro terrore: passarono anni prima che avessi il coraggio di riaprire quel giornale. Lo conservai, ma non lo aprii mai. Una volta, anni dopo, lo riaprii, facendomi coraggio e dicendo "beh, l'ho aperto". Ma era ancora terrificante, anche se ero cresciuto. Poi un giorno buttai tutto. Non lessi più giornali nè libri sull'argomento, e anzi iniziai ad avere un terrore cieco verso ogni forma di insettino (o aracnide, per chi volesse divertirsi a fare lo spiritoso con cose tipo "i ragni non sono insetti"). Chissà se cercando su internet sta foto la trovo.

martedì 22 maggio 2012

Il Pinelli è dall'altra parte della città, ragazzi.

Stavo riflettendo su un altro argomento, qualche ora fa, ragionandone insieme a un amico. Stavamo discutendo dei recenti fatti, avvenuti a Milano, sull'occupazione di quel gruppo, Macao, che ha occupato abusivamente la torre Galfa, è stato buttato fuori, e quindi ha occupato Brera. 

La faccio breve, anche perché io sono ligure - non milanese - e quindi non so molto bene cosa sia successo: da quanto ho capito, un collettivo di artisti senza visibilità e sognatori vari ha occupato la torre Galfa, edificio di oltre 30 piani, in disuso, totalmente abbandonato, nel centro di Milano. La polizia li ha sgomberati in gran fretta, e costoro hanno ripiegato su Brera; attualmente, il gruppo Macao, originariamente composto, appunto, solo da artisti, sembra essersi arricchito anche di personaggi sparsi, cialtroni vari, hipsters, gente col Mac figlia di papà e altra fauna umana. Questo l'ho capito guardando il videocommento della situazione fatto da Mangoni (quello di Elio e le storie tese); altri siti hanno evidenziato l'aspetto "hipster-alla-moda" della situazione, calcando la mano cioè su cose tipo "Oh mio Dio come sono alternativo, sono qui alla torre Galfa a produrre musica/arte/foto (con Instagram)/instantblogging, rischio di essere cacciato ma oh, sticazzi, è la moda del momento". Altri siti più seri hanno ripreso invece le motivazioni ideali dietro questa storia: il porre l'attenzione delle autorità milanesi e dei media sullo sfruttamento (e sullo sfruttamento errato) degli spazi cittadini, a volte abbandonati senza un motivo, mentre i giovani (talvolta) sono costretti a cercarsi soluzioni d'emergenza.

Tralascio la polemica col sindaco Pisapia perché, sinceramente, non ne ho capito molto. Sembra che l'intera situazione sia un po' confusa: c'è chi è pro-giunta di sinistra e vuole ottenere spazi dalla giunta, c'è chi è contro Pisapia e cerca di metterlo alle corde, con richieste impossibili, per poi strumentalizzare la situazione ("Abbiamo chiesto alla giunta di sinistra delle robe e non ce le hanno concesse! Pisapia odia i giovani!" eccetera eccetera), ci sono tanti sparsi che sono lì solo perché fa tendenza, e ce ne sono ancora di più che, capita l'antifona, hanno mollato tutto, dopo essersi resi conto che non tutti erano lì per bere e che Macao non era la nuova frontiera della Milano da Bere.

In ogni caso, sui giornali ancora non se ne parla: la situazione è confusa, e un qualsiasi servizio dovrebbe, inevitabilmente, finire per parlare del problema degli spazi urbani. Poichè questo danneggerebbe - o almeno urterebbe - molti interessi, i media tacciono, in attesa di un passo falsissimo dei giovani macaari (cioè quelli che fan parte di Macao, mi pare ovvio) per poter bollare velocemente la questione come "giovani fricchettoni chiassosi", e via.

Parlo parlo, ma non sto dicendo niente di nuovo. Parlo e dico cose che conosco, ahimè, di mia esperienza diretta. Chi mi conosce di persona sa bene che ho un poco velato disprezzo - o perlomeno che non mi trovo a mio agio - con i cosiddetti "giovani dei centri sociali", nè coi "media alternativi", nè con tutto il pianeta "no global no tav no sticazzi viva i vegan cena sociale" e compagnia cantante. Si badi bene: ho potuto constatare, con tristezza, che molti vogliono fare "gli alternativi agli alternativi" spacciandosi per (o tirandosela da) neofascisti-pseudofascisti-criptofascisti-intellettuali di destra in genere; ebbene, non rientro in questa classe, ci tengo a precisarlo. Condivido molte delle idee (quando non tutte) di tutte queste persone di cui sopra, ma le penso e le applico (o ritengo di doverle applicare) in modo diverso. Beninteso, questo è un discorso che lascia assolutamente il tempo che trova: è basato infatti sulla mia esperienza personale e sulle persone che io ho conosciuto appartenenti a questo mondo. Possibilissimo che abbia visto, finora, solo incompetenti e disgraziati vari, e che in realtà le cose stiano diversamente.

Comunque sia, ho sempre pensato che molte manifestazioni di questo genere siano inutili, quando non ridicole; chicche come "cena sociale", "aperitivo di autofinanziamento" e cose del genere mi sembrano ridicole, contradditorie perfino. Una volta mi capitò di leggere "cena a favore della Bolivia" (mi pare), contro "la fame in Bolivia". Cioè è gente che muore di fame e tu mangi. Certo, gli invitati pagano una cena, e il ricavato verrà usato per pagare da mangiare a chi abbisogna; ma è il concetto che mi urta. Io salterei direttamente la fase "cena", per limitarmi a una colletta e versarla direttamente nelle tasche di qualche ente apposita. Altrimenti cos'è, fai del bene solo se - letteralmente - ci mangi anche tu? Non sei forse in grado di donare senza "acquistare" qualcosa? Sicuramente una cosa del genere, infatti, attira molte persone in più di una semplice "raccolta fondi", ma questo mi dà da pensare. Idem per le manifestazioni più "scanzonate", tipo l'aperitivo sociale, o cose del genere. Vengo a una festa, praticamente, pago, bevo qualcosa, e ah sì, ora che ci penso, a fine serata, ho pagato il Martini 6 euro anzichè 5 perché, detratto il costo della bottiglia, un paio di euri in più volano nel conto in banca di un bisognoso. Però quanti vanno a detto aperitivo con l'intento di donare, di fare del bene, e quanti per divertirsi e basta? E magari, quanti ancora a divertirsi e basta "perché fa tendenza", magari, per poter dire "io dono all'Africa"?

A volte, temo molta gente. Il mio è pregiudizio, dico la verità. Molte volte ho incontrato buffoni e sbruffoni vari, arricchiti figli di papà, annoiati dalla vita, che sfogano detta noia nel dono al barbone e nell'atteggiamento da bravi samaritani. Moltissime volte ho incontrato paradossi umani, gente che si fregiava di dire che "se ho dieci euro li dò a un barbone, mi siedo lì e ascolto la sua storia", ed era la stessa gente che, vedendoti girare con un'onesta ed innocente maglia dei Bathory, magari ti dà pure del satanista e ti schifa. Magari non ti parla o dice in giro che sei satanico, oppure pazzo, o aggressivo, con quella merda che ascolti. Pace e bene da una parte, tanta merda dall'altra.

Dunque, la mia esperienza con la "scena" genovese del centro sociale mi ha portato a diffidare. Forse è un po' l'indole del ligure in generale, che tende a restare chiuso nel suo mondo, e a sua volta diffida: il genovese da centro sociale, evidentemente, vive solo delle sue cause, per le quali muore, ma si rifiuta di accettare qualcosa di esterno (tipo i Bathory o il culto del Necronomicon). Sarà. Premesso quindi questo mio disappunto verso i presunti comunistelli, gli alternativi dell'ultimo minuto, gli animalisti con le giacche di pelle e (soprattutto) i presunti informati (ricordo di aver cooperato, una volta, con Indymedia Genova: alcuni miei articoli "inrformativi" su questioni note ma non notissime, per intenderci un qualcosa tipo "dove finisce l'otto per mille", ma non così scontato, vennero bollati come "inutile spazzatura", mentre articolotti scritti dai soliti noti, sui soliti "Berlusconi ladro e puttaniere", privi di referenze e affini, diventano bestseller), e ri-premesso che, esclusi questi poser della sinistra, approvo quest'orientamento, possiamo tornare a Macao.

Appunto, Macao.  Spero sinceramente che questi individui non caschino nelle trappole dell'aperitivo sociale e dello snobismo chic che diventa ostentata alternatività, ma rimangano fedeli alla linea (grazie Lindo) e soprattutto alle loro premesse: recuperare spazi. Spero che non combinino cazzate e non si perdano, diluendo iniziative ed idee intelligenti in un mare di pattume, e spero che non diano così adito, ai giornali, di scrivere bestialità. D'altronde, coi tempi che corrono (ma anche prima), i quotidiani nazionali e i telegiornali non aspettano altro che poter rincorrere i "giovani dei centri sociali", nuovo misterioso nemico, che nella mente degli anziani si figurano simili ai mostruosi Black Bloc, individui pericolosi e cupi, forse integralisti islamici, disposti ad aggredire a mattonate l'onesto pizzicagnolo che torna dal lavoro. Ricordo, quand'ero più giovane, che mia mamma mi proibiva di girare con la felpa col cappuccio su, perché "se no ti prendono per un BB e ti picchiano". Va bene che mia mamma faceva lo stesso discorso anche per la maglietta dei Sarcòfago, e anche per qualsiasi maglietta, in effetti, ed in effetti lo fa ancora adesso, ma questo è comunque indicativo.

Grazie ad astute campagne disinformatorie, luoghi che possono essere oggettivamente ricettacolo di idee, di scambio di vedute politiche, di dialogo, di spazio per i giovani creativi (quando, sottolineo, tutte queste cose sono vere, e con vere intendo "animate da dentro", e non solo frutto di atteggiamento o noia sociale, quando vuoi donare per il gusto di donare, per fare del bene disinteressato, non per sentirti una persona migliore rispetto al tuo vicino) passano invece come misteriosi bunker, dove individui fricchettoni e forse drogati (cit.) pianificano attentati in stile BR contro l'umanità civile. "Si segue la pista dei centri sociali", quante volte l'abbiamo sentito? Per cosa? Per spalare merda. E per cadere in atteggiamenti luridi e meschini, che portano poi al ridicolo.
Qualche settimana fa, rientravo a casa, verso le tre di mattina, dopo una sera con gli amici; poco distante da casa, un auto accosta, mi domandano informazioni: è un gruppetto di giovani, dall'accento direi marchigiani o laziali. Mi chiedono indicazioni per il centro sociale "Pinelli", praticamente dall'altra parte della città; dopo aver loro goffamente spiegato come raggiungerlo (Essendo così lontano era difficile trovare indicazioni; peraltro, il Pinelli sorge in una zona abbastanza isolata e perciò priva di punti di riferimento facili), mi ringraziano e ripartono, nella speranza di arrivare in tempo (ne dubito, poveretti) all'evento cui volevano presenziare. E mi specificano: qualcuno ci ha detto di passare di qua.

Qualche cane sicuramente, che sentendo "centro sociale" vi ha spediti al diavolo.

lunedì 21 maggio 2012

Ladri di polli.

"Ehi sono tornato"
"Eri via?"

Penso che la reazione del pubblico, a questo punto, dopo ben due giorni di assenza, potrebbe essere questa. Comunque sia, il weekend è trascorso in modo abbastanza regolare. Nel senso, non è successo niente di particolare. Cioè hanno rapinato un mio amico nei vicoli, e ho perso il resto della serata inseguendo malfattori nordafricani e consolando i presi male per il furto, ma poi tutto regolare.
La mia capacità di minimizzare è invidiabile.

E quando dico "malfattori nordafricani" non intendo essere razzista. Erano veramente nordafricani ed erano veramente ladri, quindi malfattori. Che poi, "malfattore" è una parola eccessiva per questa povera gente; sabato sera, di fronte ad uno dei locali dove io e molti altri giovani della disastrata e disagiata società genovese perdiamo tempo, denaro e centimetri di fegato sano, un piccolo gruppuscolo di ladruncoli ha fatto sparire qualche portafogli e qualche cellulare. Specifico "qualche" perché ben due nostri amici sono stati rapinati, ed oltre a loro, nell'aria, si sentivano un sacco di urla tipo "Mi hanno fatto il portafoglio!" "Non ho il cellulare!" eccetera eccetera. Alchè ovviamente, alcuni di noi - diciamo i più arditi - si sono lanciati all'inseguimento.

Se non avete mai provato a inseguire qualcuno nei vicoli di Genova, lasciate perdere. O talloni l'inseguito a una distanza inferiore ai dodici centimetri, o hai una fortuna pazzesca, oppure lo perderai; le infinite biforcazioni, strade, stradine e vicolettame vario (non si chiamano "vicoli" per caso) offrono mille possibilità a ladri e grassatori vari di nascondersi e di sparire. Mal che vada basta gettarsi in una traversa e chiudersi in un portone (i portoni dei vicoli sono tutti così sfigati che basta una spallata per aprirli). Difatti, abbiamo provato a inseguire i due ladruncoli; uno è stato preso, con conseguente restituzione del maltolto, l'altro (quello che inseguivo io con un gruppo di amici, ahimè), c'è sfuggito. Dopo averlo leggermente perso di vista, ci siamo trovati a un bivio, ed evidentemente abbiam scelto la via sbagliata. Tralascio i commenti sulla comicità della scena: un gruppo di ventenni e passa, semisbronzi, ad inseguire, correndo goffamente, con fiatone e fiata alcolica, un paio di giovani magrebini agili e scattanti. Praticamente Godzilla che cerca di catturare Sonic. Correndo.

Rientrando a casa, la stessa sera, conversavo con un amico, che, a curriculum di studi, è un educatore (specifico: lo sarebbe anche di lavoro, se non fosse per Mario Monti); costui mi ha rivelato di essersi preso male, specie pensando al fatto che l'inseguimento dei ladri tunisini era in palese contrasto con la sua natura e i suoi studi: dovrebbe educarli i giovani, non inseguirli. La cosa in effetti mi ha fatto riflettere, anche e soprattutto perché, mentre alcuni erano rimasti sul "propositivo" ("prendiamo il ladruncolo e il portafogli, al massimo due sberle e via"), diversi si sono dati alla scenata, all'urlo, alla minaccia esplicita ("Ti faccio venire a cercare dagli amici!"), cosa che, sinceramente, mi sembra fuori luogo. Mi sembra fuori luogo proprio perché stiamo parlando di giovani scappati di casa (non letteralmente, ma forse anche sì), probabilmente minorenni, che han rubato un paio di portafogli ben in vista a qualche distratto ("Non prende il portafogli per il denaro, ma lo specialista ne approfitta perché un portafogli così esibito merita di essere raccolto", cit.), e non di pendagli da forca. 

Non intendo dire che "tutti i ladri di polli meritano compassione", per carità; ma molti ladri di polli sì, specie quelli che visibilmente sono, dicendola brevemente, dei poveretti. Per questo dico che accanirsi, minacciarli, quando non addirittura picchiarli con cattiveria, violenza e accanimento, è sicuramente eccessivo. Non giustifico, non dico "se vi rapinano statevene", nè chiedo di "comprenderli", però spingo al ragionamento: questa è gente disperata, è necessario manganellarli? Dobbiamo trasformare la cosa in una gara tra poveri?

venerdì 18 maggio 2012

Non si vive di solo Poe.

Messa in pausa la saga di Osvaldo Magico, direi che possiamo tornare a parlare di altre robe, più o meno interessanti. Probabilmente meno. Prima di pensionare però il nostro buon sventratruffe lombardo, aggiungo una notina finale piccola piccola; qualche settimana fa ero in auto con un amico, che gentilmente mi stava riaccompagnando a casa dopo una piacevole serata in sala prove a bragiare nel microfono. Costui, baldo giovine, è già sulla trentina galoppante (credo abbia una decina d'anni più di me, anno più anno meno); parlavamo proprio della mia mancanza di lavoro, e lì, com'è come non è, siamo finiti a parlare del fatto che lui, una volta, era stato abbordato da "un qualche sardo" che lo aveva attirato con "un posto da ragioniere" (sì, lui è ragioniere), per poi spingerlo a vendere cellulari. Realizzato che si trattava dello stesso sardo ("sardo sardo nano bastardo", potremmo cantare tutti se fossimo ultras, ma non siamo ultras, quindi staremo zitti), mi spiegò che lui, a differenza di me, che sono pavido, era riuscito a resistere un paio di giorni.

E perciò aveva presenziato alla mitica "riunione motivazionale" del mattino, un qualcosa di fantozziano in cui si ripetevano inni per la vittoria e danze modello All Blacks (o spartani, scegliete voi); fra i colleghi, giovani albanesi con diversi figli indesiderati a carico, giovani puttanoni truccati e conciati in modo epico, e altri disastri umani. Motivo per cui anche lui decise di mandare tutti al diavolo e di tornare a casa; stiamo attualmente progettando di spedire la Finanza in quegli uffici, poi vediamo come va a finire. La conversazione, quella sera, finì a urla feroci fra lui e un altro amico - il vero titolare dell'auto ed il pilota, io e lui eravamo effettivamente solo passeggeri - sulle recenti azioni dei tifosi genoani. Che poi non so assolutamente quali siano, ho capito che i tifosi hanno intimato ai giocatori di togliersi le maglie (credo), ma non so bene perché o percome; ma i due tizi in questione si sono messi a urlare furiosamente fra loro, difendendo uno le azioni delle tifoserie genoane, l'altro delle tifoserie sampdoriane. Non chiedetemi ulteriori dettagli perché non ne so: ignoro assolutamente tutto di calcio e limitrofi, non lo seguo e non l'ho mai seguito, e peraltro non me ne è mai fregato un tubo. 

Comunque, direi che ora la parentesi osvaldiana può dirsi del tutto chiusa. Va detto che sì, sinceramente ci siamo chiesti come fosse possibile che truffatori e truffaldini vari come codesto sardo potessero essere ancora in giro dopo tanto tempo. Mah. Forse collusioni con la mafia. Questo mio amico, che tende a volte al cospirazionista forte, sostiene che siano salvati dalle "potenti compagnie che servono", ma io ho dei dubbi. Secondo me è un sistema retto sulla vergogna, come nell'antica Grecia; nessuno vuole ammettere di essere stato così gonzo da cascarci, e quindi nessuno denuncia niente. 
Parlaimo quindi di altri argomenti che mi stanno a cuore. La Toscana? No. Il calcio? No, abbiam già detto di no, seguo solo il sumo in streaming dal Giappone e non è ancora stagione di tornei, quindi no. L'evoluzione della specie? No.

Parliamo piuttosto di una mia imbarazzante prof. Anni fa, avevo una prof di inglese; brava persona per carità, moderatamente competente, nella norma diciamo. Tuttavia aveva il polso e la capacità di tenere una classe pari o inferiore a quella di una motozappa; a sua difesa, va detto che nella mia classe militavano personaggi per i quali, se possibile, il carcere a vita per disturbo all'attività dell'insegnante sarebbe stato una punizione insufficiente. Quel tipo di studente molesto che fa volontariamente domande moleste a voce alta per dare fastidio e fare nel contempo il simpatico, cose tipo: "Prof ma ha letto il giornale, che ne pensa di Berlusconi, ha visto che grande è?". Cosicchè, ad esempio, se l'insegnante risponde: "No io voto altrove" lui la buttava sul simpatico tipo "Ah lei è comunista!", altrimenti avrebbe potuto rispondere "Fa bene a votare Berlusconi contro gli zozzi comunisti". Insomma, gente del genere.

Questa povera donna di tanto in tanto doveva pure interrogare. E talvolta pure me. Il problema è che il repertorio di domande da interrogazione, per lei, era estremamente limitato, sia in quantità che in qualità; spessissimo tornavano domande da "prime lezioni di inglese", tipo "Do you have any brothers or sisters?" o "What you like to do in your free time", cosicchè nessuno prendeva mai sul serio queste interrogazioni (nè la prof stessa...), studiando pochissimo e vivacchiando. Una delle domande che mi capitavano più spesso era "Do you like to read?", e puntualmente rispondevo: "Yes, I like to read, expecially horror books". Ma quando dico "horror books" intendo generalmente "Lovecraft", sicchè la mia risposta andava interpretata in "IA IA P'NGUI FHTAGN!". Ma lei, ogni santa volta, mi guardava un po' annoiata (non era la sola prof, glielo giuro), e chiedeva: "Oh, have you ever read something of Poe?".
"Many times."
"And what have you read of Poe?"
"Near everything, and I sincerely think that Poe, frankly, did his time."
"So what else you read, except Poe? King?"

In genere a quel punto non rispondevo più, inventavo una cazzata per chiudere la conversazione e mi ritiravo al posto con un sette o qualcosa del genere; non perché, ma perché è inumano, per un' insegnante, conoscere solo due autori horror. O perlomeno menzionarne solo due. Poi dicono la crisi nella scuola e gli studenti ignoranti. Questi giovani cresciuti senza Male Cosmico, senza Lovecraft, senza Colori Venuti dallo Spazio, e così via. Questa gente che non conosce il modello di Pickman, insomma.

Quando finimmo il liceo, questa donna ebbe uno pseudo esaurimento nervoso. Non salutò mai più nessun membro della classe, in nessuna occasione. Fingeva proprio di ignorarci.
Non posso darle torto.


Ps: se un insegnante vi chiedesse mai che libri leggete, rispondete "il manuale di avviamento del motorino", prendetevi un quattro, non polemizzate e statevene quieti. E' meglio.

giovedì 17 maggio 2012

Osvaldo vs. la Sardegna.

Bisognerebbe concludere la cosiddetta "Trilogia di Osvaldo" definendo infine un episodio capitatomi di importanza fondamentale (come il resto del sito); ora, già occorre premettere che il termine "Trilogia di Osvaldo" me lo sono pensato dieci minuti fa, e che quindi no, non me l'ero pensata prima, ed inoltre va specificato che sento che torneremo a parlare di Osvaldo. Sia nel suo ruolo di sventatruffe che nella sua accezione mistico-filosofica, come rappresentanza del Bene nell'uomo.

Comunque, volevo spendere due parole su un episodio accaduto diversi anni fa, almeno un due, tre anni. E poi volevo spenderne altre due sul termine "spendere due parole", che in effetti è orrendo, specie perché le parole non si spendono. Se si spendessero sarei ricco. Sono affilate e preziose, come ci insegnano (credo) i Baskerville, ma non economicamente spendibili. Peccato, molte cose di cui abbondo non sono spendibili, dev'essere una legge cosmica, povero di cose utili ma ricco in minchiate.
Però siccome di parole devo spenderne due, e non seimila, la mollo lì.

Un due-tre anni fa, dicevo, mi capitò il primo, infausto incontro col mondo del lavoro; un po' afflosciato dall'università (ero agli esordi e non ero ancora nè ben inquadrato nè convinto), decisi di cercarmi un lavoretto, sempre con la mia solita logica del "lo accetto poi vedo, se prende bene e rende meglio lo continuo ad libitum, se no torno a studiare". Stranamente questa logica non ha mai funzionato, chissà come mai; nel senso che non m'è mai capitato di dover accettare alcunchè. Cercando, trovai un posto pulito e semplice, guardando un annuncio di giornale; trattavasi di un posto da magazziniere, essenzialmente (a com'era descritto), poco più che fare il sorvegliante di uno stanzone. Pensai che il posto venisse a fagiolo perché, nelle pause, o nei momenti in cui non avrei avuto nulla da fare, avrei anche potuto studiare due righe.

Così, bello della mia bellezza, spedisco il curriculum, vengo richiamato subito (incredibile, pensai), e via, mi presento, elegante, sbarbato, incravattato, sistemato al meglio. Passo il colloquio nel pomeriggio, mi dicono di ripassare l'indomani per iniziare. Mi presento in un lussuoso stabile del centro, entro in uno studiolo moderno - e rovinato dalla presenza di una fastidiosa M2O a pieno volume (non che M2O in sè mi dia fastidio, ma alle 8.15 di mattina la disco a bomba è pesante) - e mi accomodo. Dopo pochi minuti mi fanno entrare, e il responsabile, un pelato giovane e dalla faccia rampante, un po' un incrocio fra Gordon Gekko e Saviano (ma con la faccia meno da meridionale), mi fa accomodare. Due parole di congratulazioni, complimenti, lei viene bene per questo posto MA c'è un ma. Prima di darle il magazzino, capisce, le dobbiamo mostrare "la parte esterna del lavoro"; mi insospettisco e mi insolentisco. Già avevo avuto qualche dubbio il giorno prima, quando un qualche grebano generico, sulla cinquantina, era entrato sbraitando, agitando il giornale, e urlacchiando qualcosa tipo "sono vent'anni che faccio il magazziniere, datemi il posto, che cazzo mi fate fare il curriculum". Lo avevano spedito fuori a calci; pensai che fosse legato alla maleducazione e alla grebanaggine.

E invece no, l'avevano cacciato perché costui evidentemente era un magazziniere vero, non finto; la "parte esterna del lavoro" consisteva nell'imbonire passanti a caso vendendo cellulari porta a porta, nei negozi. In pochi minuti mi trovo in macchina con la squadra di professionisti che mi avrebbe istruito, li ricordo ancora con orrore come un campionario di casi umani:

-1) Un giovanotto che anticipava lo stile Fabrizio Corona: capello raccolto e unto, occhialoni, accessori vistosi, giacca su camicia chiara, visibile livello di istruzione (Critone, siam sempre qui) di una talpa del Borneo.
-2) Un qualche ex pentito di mafia, sulla quarantina, abbondante, malrasato, camicia mezzo aperta, giacca a vento; era l'autista della squadra.
-3) Un ragazzino, che sembrava perfino più giovane di me (e io avevo tipo vent'anni), lampadato, faccia cicciotta da "un tempo ero un ciccionazzo, ora ho scoperto la palestra"), ciuffo ossigenato, piercing all'angolo della bocca, camicia chiara, braghe gessate a vita bassa, bomber o giaccone gonfio in genere (non mi ricordo).

Questo terzetto ben più inquietante di qualsiasi assemblea dei Cenobiti (perché tutti voi avete visto Hellraiser, vero?) mi spiega il lavoro: imbonire i passanti, vendere cellulari, portarsi via dei gran soldi, "fare campana", cioè vendere il numero massimo possibile - che poi coincideva col minimo per uno stipendio umano. Sto al gioco e me la fingo, faccio il simpatico mentre penso ad una fuga o a qualcosa di simile; già penso tipo "quando torno a casa disdico l'impegno, per ora finiamo la giornata e amen". Dopo dieci-quindici minuti di auto verso l'autostrada (e dopo che il discorso è già volto su "Oh ma tipo perché c'hai i capelli lunghi? Che tte piace il metal il rock duro?" "No no sai, è una cosa di stile, così, mi piacciono (mentivo spudoratamente per tenerlo tranquillo)". 

Scopro così che i miei tre anfitrioni non solo sono tutti e tre allegramente meridionali (ma non di Napoli o Catanzaro o Palermo, qui si parla proprio di Castellammare di Stabbia o paeselli del genere); ovviamente non ho alcun pregiudizio nei confronti dei meridionali, nè tantomeno Roma Ladrona, terroni merda non lavorano eccetra. PERO'. Però costoro i pregiudizi, diciamo, te li fan venire. Difatti, quando siamo alle porte dell'autostrada, mi viene illustrato il piano.

"Noi tre" - mi dicono - "Visto che è quasi Natale e non c'abbiamo avuto il tempo di comprà i regali (era il 21, 22 dicembre o simili), ce ne andiamo alla Fiumara a comprare i regali (la Fiumara è un noto centro commerciale genovese), poi magari ci sta pure una canna e finiamo la mattina così, diciamo al capo che abbiamo lavorato, mò accosta che prendiamo il caffè prima di andare in autostrada; ma te fumi, ci stai per la canna?"
"No no guarda, ho smesso (mentivo di nuovo: non ho mai iniziato, ma volevo continuare a tenerlo buono)".
"Ah vabbè, andiamo a prendere il caffè"

Si trattava di agire in pochi minuti; con un arguto trucco, monto la faccia più tragica che posso (anni di recitazione tornano bene), mi autotelefono, simulo una tragedia umana, un'emergenza della folla, parlo col capo-ladro e scappo di corsa. Dico loro "parlo io poi al capo in ufficio", e volo. Scompaio letteralmente, rischio piuttosto di farmi investire dallo svincolo autostradale pur di essere LONTANISSIMO prima che costoro finiscano il caffè. Rientro in centro, torno dall'ufficio del capo; rifaccio la faccia tragica, sbadiglio un paio di volte per simulare l'occhio lucido, suono. Mi apre lui, bello fresco, che sfumacchia e chiacchiera con la sexysegretaria di turno. Biascico, gesticolo, gli faccio la scena madre della tragedia umana, scappo. Trotto a casa, lontanissimo, brucio l'annuncio. Cerco di dimenticare la sua voce e il suo accento sardo.

L'indomani chiamo per un annuncio: cercasi personale per apertura supermarket. Sento una voce sarda.

Butto giù.

mercoledì 16 maggio 2012

Saga di Osvaldo da Rozzano (1).

Comunque la storia dei truffatori al lavoro non finisce mica qui, eh. Non c'è mica solo Osvaldo (magico Osvaldo) a sventare le truffe con un piglio superiore (ci vuol poco) ai vari quaqquaraqquà di Striscia e limitrofi. Ci sono anche io, e io vi dico, amici lettori (se ci siete battete un colpo), che il truffatore è dietro l'angolo.

Per esempio, amici in cerca di un lavoro, vi dico che, nella mia personale esperienza:
-1) Larga parte delle agenzie immobiliari, assicurative e affini sono composte da ladri.
-2) Nei tre quarti delle attività di cui sopra, oltre a cose menose tipo "assenza di un fisso mensile", "lavoro a provvigione", "benzina e telefonate a tue spese" eccetra eccetra, si profila anche l'obbligo di apertura della partita Iva, con tutti gli scazzi che ne derivano, specie in ambito previdenziale. 

Quindi diffidate, diffidate di chi dice "basta vendere e si guadagna". Anche perché è difficilissimo, in genere, vendere i prodotti che dovete vendere, a meno che voi non siate senz'anima e riusciate a imbonire anziani, stranieri e quant'altro. La cosa non fa per me, ma magari voi siete ladri dentro (con tutto il rispetto).

Bene, in realtà a nessuno importava niente di questo cappello introduttivo, e quelli a cui importava probabilmente lo sapevano già; l'ho scritto solo perché insomma, ho detto che non c'era solo Osvaldo e dovevo in qualche modo dimostrare che pure io sono uno sventatruffe, dai. Non posso mica farmi battere da un personaggio che ho inventato io meno di dodici ore fa. Di notte peraltro. E di nome Osvaldo. 

Magico Osvaldo. Che a questo punto non è un attributo, ma il cognome, mi sa. Osvaldo Magico, residente a Rozzano (prov. Milano). Suona bene. Probabilmente impiegato in una piccola ditta, con un passato-hobby di agricoltore e allevatore di ruspanti. Cosa che ha iniziato a fare da quando, in polleria, a undici anni, si rubò un ruspante per sfamarsi (Osvaldo è di umili origini); la mamma lo riempì di scapaccioni e da allora lui passò dall'essere un ladro di polli a un allevatore di polli, come il suo omonimo amico di Valentino Rossi (e se non sapete la storia di "tutti i polli conoscono Osvaldo" siete un po' indietro). Poi si fece crescere i baffi e si trovò un lavoro in una società informatica del milanese, prima come svuotacestini e portacaffè, poi come impiegato. Il suo lavoro consisteva in realtà nella digitalizzazione del suo incarico precedente: cliccava col destro sui cestini di tutta l'azienda e faceva "svuota cestino". Un giorno poi tolse un orso morto dall'alimentatore del pc di una collega carina, e ottenne un duplice risultato: si fidanzò con lei (guadagnandosi le ire ma anche le segrete stime di mezzo ufficio) e venne promosso a capotecnico, con la mansione di eliminare gli orsi morti. Che però non erano poi frequentissimi, quindi Osvaldo passava la maggior parte del suo tempo a oziare, pur venendo pagato (siamo comunque in Italia). Gli orsi spuntavano solo quando il suo collega Gabriele, appassionato di alta montagna e discendente di un'antica famiglia di appassionati di alta montagna, rientrava dalle vacanze in alta montagna, portando con sè, come souvenir, biscotti, forme di formaggio e salumi vari, e qualche orso da compagnia (causandone peraltro la quasi totale estinzione: sopravvivono in pochi posti, tipo Andalo, ma una volta erano ovunque, anche in Sicilia, come insegna Buzzati nel libro "La famosa invasione degli orsi in Sicilia", leggetelo, è carino).

Nel frattempo, si sposò in una piccola chiesetta a Frattamaggiore, comune di origine della fidanzata Sandra, ed ebbe due figli: Paolo e Osvaldo jr, detto Osvaldino. Di Paolo si sono poi perse le tracce, dopo il suo Erasmus in Guatemala; si vocifera che sia diventato un narcos o sia stato rapito dagli indigeni. Osvaldino invece prosegue il lavoro del padre come rimuovitore di orsi, specializzandosi però nella difficile branca della rimozione degli orsi polari, e lavorando perciò ancor meno del padre: è in lizza per avere un sussidio da disoccupato, e per caldeggiare il suo posto sta cercando di procurarsi qualche trauma permanente con evoluzioni degne di Jackass per guadagnarsi da vivere come falso invalido. Attualmente Osvaldo, invece, come detto, vive con la moglie Sandra a Rozzano, la tradisce in segreto con una giovane trans di nome Mary (originariamente Gianni da Pescara), e lavora come sventatruffe su internet, accanendosi contro gli arabi prestanome e le aziende fasulle, lasciando commenti nei forum contro costoro, senza metterci mai la faccia ma mettendo sempre il nome.

Suona bene come storia, quella di Osvaldo. Sento di aver creato un personaggio, il personaggio più corposo di tutti i tempi, più solido ancora dei personaggi titanici di Alfieri.


martedì 15 maggio 2012

Osvaldo lo sventatruffe.

E che dire, basta alle case, come dicevano gli Uochi Toki. "Dicevano" per modo di dire, visto e considerato che la citazione viene dal loro ultimo album, così faccio anche vedere che mi tengo aggiornato e che non è vero che ascolto solo i Venom. Ascolto quasi solo i Venom, ma anche altro. Potrei a questo punto fare delle battutacce estremamente scontate, cose tipo: "ci sono anche i Bathory", ma non mi pare il caso.

Quindi basta alle case. E' mezzanotte e trentuno, anzi trentadue (non fate caso agli orari del post: Blogger bara, non so perché), e io mi ritrovo a mangiare del nocino padovano intinto nella marmellata d'arance, in barba alla linea, alla dieta, al fegato, al mio medico e a Mario Monti. E' mezzanotte passata e io mi ritrovo qui a chiedermi che cavolo sto facendo, ma soprattutto perché, perché ho riaperto il computer anzichè darmi al sonno dei giusti, per alzarmi produttivamente domattina e rendermi utile alla società. Forse perché un lavoro non ce l'ho, nonostante i tentativi.

La mia fidanzata, alla mia depressione da disoccupazione giovanile (superiore all' X percento, e inserite al posto della X una percentuale qualsiasi: se è regolare avrete l'effetto "Tg Rai", se è precisa "Tg3", se incredibilmente esagerata "Tg5", se proporzionata alle tette di Belen "Studio Aperto"), mi dice sempre di non prendermi troppo male, di ricordarmi che ho solo ventiquattro anni (solo...), che c'è tempo, che si può cercare, che dovrei preoccuparmi prima della specialistica eccetera eccetera, ma lei non conosce la sensazione di non aver un tubo da fare, la noia misto disagio. Perché se mi annoiassi pur avendo qualcosa da fare, tipo studiare, sarei semplicemente uno stronzo qualsiasi, ed invece no, mi annoio E non ho niente con cui disannoiarmi. Insomma, un disastro.

Fattostà che sto cercando lavoro con disperazione. Disperazione perbene, certo (per intenderci: faccio anche quel minimo di selezione), però disperazione; domattina, mi son detto, provo a chiamare per un paio di annunci che ho visto, anche se già temo di sapere chi risponderà. Il numero infatti corrisponde ad alcune note aree del centro, anzi, ora le cerco pure sulle Pagine Gialle e vedo se è come penso io.

(Immaginatevi ora una breve sequenza di me che smanetto al pc fra Pagine Gialle e Google; potete metterci sotto anche una musichetta a vostra scelta fra il tema di Benny Hill o qualcosa di più morboso)

Come supponevo, è tutta una truffa. Il numero di entrambi gli annunci risulta intestato ad alcuni arabi generici (mi domando se consapevoli), con siti internet fasulli e privi di qualsiasi contenuto utile; pochi altri secondi di Google e tac, ecco un annuncio dove il signor Osvaldo sottolinea che questi signori, mascherati da arabi generici, offrono lavori qualsiasi (inventati) per poi convertire l'ignaro lavoratore in un truffaldino venditore porta a porta, peraltro aggressivo e feroce. Magico Osvaldo. Come tutte le persone che si chiamano Osvaldo - che è oggettivamente un bel nome, non so come mai alla mia ragazza non piaccia - è stato utilissimo. Lo dicevo io che era una truffa, come al solito prevedo il futuro. Domattina penso che non chiamerò un cane di nessuno. Anzi, chiamo alla USL e mi prenoto delle analisi del sangue, così, per sport, per perdere peso.

lunedì 14 maggio 2012

Coinquilinismo avanzato.

Ora, viene da porsi delle domande sull'oggettivo senso del coinquilinato - come lo intendo io e come l'ho inteso sinora.

Son rientrato da qualche ora a casa dal mio weekend padano (di cui accennato lo scorso post); nel rientrare, stavo riflettendo giustappunto sul come lo stare a Padova, piacevolmente ospitato dalla mia fidanzata, fosse particolarmente piacevole. Questo per diversi motivi, fra cui, naturalmente, il cosiddetto "gusto di libertà" che si respira; diceva infatti un mio amico che, una volta andato in Erasmus (alla fine provai ad andare ma fu un flop, una volta o l'altra racconto), avrei "provato la libertà" di gestirmi la mia giornata-casa-vita e, una volta tornato a casa, molte cose sarebbero cambiate. Anche andare pochi giorni a Padova e contribuire - in piccolo - alla gestione di casa ha avuto, comunque, lo stesso effetto; cose tipo "fare la spesa", "tenere in ordine", "pensare alla cucina" e affini, sebbene fatte in totale rilassatezza (ergo: nessuno ti corre dietro se sporchi un solo piatto in più) e per pochissimo tempo ti fanno apprezzare il fatto che le stai facendo tu, perché "finalmente" devi pensarci tu, e non perché qualcuno te lo sta chiedendo.

Intendiamoci: queste parole trasudano di quel desiderio di "voglio andare a vivere da solo" che hanno una marea di ragazzi della mia età, e che poi, dopo una decina d'anni (ma anche meno), scompare, sostituito dal "che palle devo pulire". Ma questo, vista la situazione in cui io personalmente verso, ora non mi riguarda. Qual'è la situazione, ci si chiede? Dove sto andando a parare? Eh, bella domanda.

Rientro a casa, poso la valigia, poso i souvenir (un pacco di biscotti e poco più), entro in camera. Noto subito una cosa: un ordine inquietante. Non va bene, qualcuno è entrato in camera mia e non si è preoccupato di non lasciare tracce. Alcune cose vanno bene, tipo il letto rifatto, ok, grazie, ben gentile. Esamino la mia libreria; tenevo alcune pile di cd, una sulla destra (cd scarsi da buttare via o rivendere ai gonzi), una sulla sinistra (cd da mettere da parte, da sentire o già sentiti, in ordine). Scomparsi. Messi nella libreria, reparto "libri classici universitari" (ma non libri, intendo proprio i testi classici che ho tradotto, roba tipo il Critone e affini), così. In bell'ordine. 

Pennarelli da lavoro; uniposca vari, scotch, taglierini, forbici. Pennini fini più o meno indelebili, più o meno usati (di cui ricordo quanto siano ancora in grado di scrivere in base a quanto il tappo è rosicchiato). Normalmente disposti in buon ordine sulla scrivania; i pennini a sinistra della tastiera del pc (con gli uniposca), gli oggetti grossi a destra, in un vano. Scomparsi. Messi in bell'ordine in un portapenne ("Ma ti ho comprato un portapenne nuovo!!") in un vano, sezione "dischi di ripristino di emergenza del pc", insieme a cose fondamentali, ma che non devono stare lì.

Caricatore del cellulare, dell'mp3, cavi usb vari, alimentatore del portatile; scomparsi dalla scrivania, in ordine in una scatoletta, fuori posto e fuori vista, nonchè fuori mano: fino a prova contraria, i cavi del pc dovrebbero stare vicino al pc. Niente. Di coccio.

"Ho passato quattro ore nella tua stanza, era tutto in disordine"
"Ah perché adesso..."
"Eh adesso è in ordine"
"No veramente non c'è una cosa una al suo posto, è tutto nel tuo ordine"
"Ma prima era tutto per aria"

Non polemizzo e vado a radermi e a mettermi in ordine (s'è capito che ho perso la voglia di polemizzare da anni); rientra in bagno.

"Comunque il nuovo Windows che hai messo non va bene (Win7, ndr), non riesco ad aprire i miei files"
"Quali files?"
"I documenti di Office"
"Non è possibile, c'è Open Office uguale a prima"
"No, prima c'era Open Office 1, ora leggo Open Office 3, magari è quello"
"O magari tu non sai usare Win7"
"No è impossibile, io so usare benissimo il computer, a scuola sono bravissima, tengo io tutta l'amministrazione in tutto l'ufficio (a scuola = in ufficio, ndr)"
"Eh mi sa di no. Una persona che sostiene che la versione aggiornata di un programma, tipo la 3, non apra i files vecchi, tipo la 1, mi sembra un po' scarsina, bisognosa di ripetizioni dalle basi"
"Eh allora dovresti vedere le altre colleghe nella pubblica amministrazione (segue aneddoto lungo e inutile in cui si smerdano le colleghe a suo esclusivo favore)

"Va bene mamma fammi vedere"
Accendo il pc, collegamento utente "Mamma"; cartella documenti... File qualsiasi di Office... Stranamente si apre. Appare una finestra di dialogo: "Benvenuti in Office, primo avvio, prego inserire il vostro nome proprio, sarà usato come nome utente".

"Mamma, questo perché non lo hai fatto? E' chiaro che non apre nessun file finchè non gli dici chi sei, è una finestra di dialogo base..."
"Eh non sapevo cosa fare"
"Non sai mettere NOME e COGNOME?"
"No è che magari era una roba strana da amministratore, poi tu mi sgridi"
"NOME E COGNOME sono una roba strana?"
"Eh magari"
"Mamma, esci di qui"

Ora avete capito perché una persona, maschio bianco adulto, sano, ventiquattro anni, non vuole vivere più con sua mamma.

venerdì 11 maggio 2012

Caldo becco.

Comunque sia, sono tornato a Padova dalla mia fidanzata; non era proprio più possibile diradare i rapporti.Ciò apre la possibilità a raccontare mille aneddoti sul mio viaggio in treno, ma in realtà no: non è successo un tubo. Anzi, essendomi svegliato alle cinque, non ho avuto proprio le forze di stare cosciente e, complice il fatto che treno e autobus mi fanno un effetto letale, in pochi minuti già ronfavo della grossa. Tanto che un controllore ha dovuto svegliarmi per il biglietto con un rude "OH!" e un colpo sulla spalla. Che modi, il villano.

In ogni caso fa un caldo becco qui a Padova eh. Ma qualcosa da cartone animato proprio, son dovuto correre a cercarmi dei pantaloni corti (non pensavo di doverne portare), che ovviamente non ho trovato (ma essendo io molto stupido sono uscito dal negozio con una maglietta di Star Wars, la quarta; non so resistere alle magliette di Star Wars, letteralmente. Entro nei negozi, le vedo e le compro ancora prima di pensare "ehi ma ne ho già un botto", prima o poi finirà che ne comprerò un doppione come faccio coi dischi dei Napalm Death).

A parte il caldo, comunque, il viaggio in treno è sempre piacevole; intendo, a me piace viaggiare in treno, è un mezzo lento, rilassante, si può chiacchierare, fraternizzare, farsi i fatti altrui (tipo spiare cos'ha la gente nei panini, cosa legge, sentire quali scemenze dicono per telefono...), eccetera eccetera. Ora, mi risulta che anche Sheldon di Big Bang Theory apprezzi i treni, ma non so perché (ho smesso di seguire la serie quando  ha smesso di far ridere, alle prime puntate della terza serie): vorrei assicurare che non c'è comunque nessuna analogia o spirito di imitazione.

Mi ricordo, invece, che un tre-quattro anni fa feci un viaggio in treno straordinario, su un notturno diretto Venezia-Praga che oggi purtroppo non esiste più; peraltro, quando arrivai a Venezia ebbi anche una fugace visione di un treno che credo fosse l'Orient Express, che figata. Eravamo io, la mia fidanzata e un caro amico, diretti a Praga per un festival di metal estremo; il viaggio fu sicuramente geniale, proprio perché una lunga traversata ti lascia la possibilità di chiacchierare del più e del meno per ore. E al ritorno potemmo pure insolentire le nostre esistenze con dei panini micidiali comprati a Praga, fra cui uno ripieno di insalata Waldorf-Astoria (avevo scritto per errore Warlord; ascolto troppo black metal). Il problema però è che questo amico mio - che è uno dei miei amici più cari, ci tengo a precisare che non sto sparlandone in maniera casuale e demenziale come faccio altresì per tutti gli altri (non è vero, vi amo tutti) russa in un modo allucinante. Ricordo che, verso le due-tre di mattino, nella cuccetta, si sentiva un rumore di segheria spaventoso. Mi voltai verso la cuccetta della mia fidanzata, che mi guardava, occhio a metà fra l'aperto-assonnato e lo spalancato-terrorizzato, come a dire: "Ma perché, ma com'è possibile". 

Bei momenti.

giovedì 10 maggio 2012

Divites quoque lacrimant (anche i ricchi piangono) (Critone e la cultura, parte II).

Stavo dicendo, qualche giorno fa, qualche cosetta sull'educazione; riparlandone con la mia fidanzata ci siamo riattaccati ad un altro discorso, quello della gente coi soldi che li investe male, cioè la conclusione (cupa) del ragionamento sulle abitudini mondiali. Anche se "ragionamento" è una parola a sproposito.

Come toponomastica. Dai, che parola è "toponomastica"; ok, dal greco, scienza che studia il nome del luogo. Che poi in realtà è anche una bella disciplina; il libro di toponomastica fu il più interessante (e comprensibile) del micidiale esame di geografia che dovetti sostenere una volta, esame che mi fece letteralmente uscire pazzo, una volta o l'altra vi racconto. Comunque, toponomastica è una parola a sproposito, per definizione, è tipo l'arma contundente delle parole. Immaginati di girare in un vicolo buio, ti si avvicina uno di soppiatto e urla "Toponomastica! O la borsa o la vita!", e già così ti partono due tre coronarie, solo per l'urlo iniziale. 

Comunque sia; durante la discussione, lei ha notato che, probabilmente, se effettivamente non esistono più i Cletus ignoranti che non sanno manco dove si trovano, sicuramente degli "ignoranti" privi di cultura esistono. E sono, presumibilmente, quelle persone che, essendo dotate di mezzi di una qualcerta importanza, possono "permettersi" di vivere nel divertimento puro e nell'ignoranza, senza la "preoccupazione", per dir così, di dover studiare per garantirsi un'esistenza dignitosa. Quali, ad esempio, il mio ricco conoscente che ho già citato; cosa questa assai buffa, poichè rovescia gli schemi: non è più il "povero" ad essere ignorante, ma il ricco. Caro Critone, non trovi che questo sia un interessante rovesciamento della situazione?

Effettivamente, il connubio "ricco e ignorante" sembra funzionare; non a caso, anche nell'immaginario popolare, spesso, abbiamo la figura del "bifolco arricchito", magari imprenditore o simili, in realtà rozzo come una vanga. Diceva sempre mia nonna che uno deve "ricordarsi da dov'è venuto", prima di fare figuracce. Difatti, ciò che è ancora peggio di questa tipologia di persone sono i loro figli, discendenti di una generazione di burini che, a loro volta, diventeranno burini al quadro, quando non peggio. Anche su questo ho qualcosa da dire (coincidenza...).

L'altro giorno, per puro caso, stavo sfogliando alcune pagine Facebook senza alcun motivo particolare, rimbalzando di amico in amico visualizzando (quando possibile) i profili personali di persone che conosco ma che non solo non ho aggiunto, ma che mi guardo bene dall'aggiungere, cercare o conoscere. Gira che ti rigira, sono finito nel mucchio di alcuni ex compagni delle medie, e da essi ad altre figure ancora; io frequentai le medie privatamente, in un istituto di suore: mia mamma era convinta che non solo avrei avuto un'educazione religiosa, ma anche che, visto il mio carattere difficile, sensibile e fortemente incline all'offesa per poco, sarebbe stato meglio un ambiente "controllato" e "sano", rispetto alle scuole pubbliche (dove probabilmente mi avrebbero mangiato vivo).

Purtroppo questo fu un errore fatale: non solo la frequentazione locale era un tripudio di bestemmie, volgarità, sconcezze e cattiverie assortite (non ho mai conosciuto una sola persona uscita da una scuola religiosa che non fosse minimo minimo atea, o comunque con qualche altro leggero squilibrio. Non che gli atei siano squilibrati eh, voglio dire, che non sia boh, avete capito. Era una perifrasi carina per non dire "non conosco nessuno che non bestemmi come un turco").

Comunque sia. Quando finii le medie (e solo sul capitolo "scuole medie" potrei versare fiumi di inchiostro, anzi, cancellare le lettere per consunzione da almeno cinque tastiere, per usare paragoni più idonei all'epoca digitalizzata) proseguii per ancora un paio d'anni la frequentazione con questi ambienti,  nella fattispecie perché continuai la formula della "vacanza comunitaria", che in fondo era piacevole. Si trattava, sostanzialmente, di andare, come si diceva una volta, "in colonia"; un paio di settimane in montagna, con suddette suore, a studiare inglese con insegnanti madrelingua vari e a fare escursioni cantando canzoni sulla bellezza di Gesù (e/o altre canzoni infauste da boyscout). L'idea sarebbe stata anche bella, se non fosse stata cupamente rovinata da molti episodi, che prima o poi racconterò.

Tutto questo cappello introduttivo per dire cosa; per dire che in queste vacanze ebbi la possibilità di conoscere una serie di persone (una peggio dell'altra) che facevano parte di questo tipico ambiente di suore: ragazzini rampolli di una società borghese medio-alta, ricchi, viziati, sgradevoli ed arroganti (conseguenza delle prime due caratteristiche), spesso volgari (nel parlare e negli atteggiamenti) ed effettivamente piuttosto ignoranti. Dunque proprio di costoro stavo esaminando il profilo Facebook, scoprendo le seguenti cose, con tristezza (tristezza non in senso metaforico-iperbolico, tristezza nel senso che m'è proprio venuto il magone):

-Chi era tamarro (anzi, tamarretto) alle medie, diciamo quelli che avevano il ciuffetto e le polo, oggi ha foto di se stesso in discoteca, abbracciato a qualche manza, ben ciuffettato e lampadato. Questo include anche i bulletti da poco dell'epoca.
-I pochi ragazzotti seri di allora sono ragazzotti seri anche adesso; uno in particolare s'è iscritto al Politecnico, e sembra impegnarsi duro. Non a caso, non era tamarro, e non lo è nemmeno nel vestire.
-Un altro baldo giovane è diventato marinaio; era piccino e simpatico, lo bullizzavano tutti perché era magro magro, adesso ha un fisicaccio. Bravo lui.
-Il ragazzetto bellissimo, ingenuo, leggermente effemminato nei tratti, pure lui bullizzato in quanto buono e sensibile è diventato modello fotografico e pittore. Che bella cosa.
-Ricordo in particolare un ragazzo di un'arroganza spaventosa; vantandosi della sua enorme disponibilità economica, mi segnalava - con cura - il suo possesso di numero ben DUE case a Limone Piemonte (nota località sciistica prediletta dai liguri, ndr) , mentre io, "pezzente", avevo solo dei parenti in Albaro, una "bidonville" (Albaro è il quartiere chic-residenziale di Genova, dove effettivamente abitava mia nonna. Costui, essendo di provincia - coincidenza - non sapeva dove fosse Albaro). Peraltro la sua vanteria venne fatta proprio davanti alle presunte autorità del campo, e anche su questo ci sarebbe da raccontare, ma lo faccio la prossima volta. Dicevo comunque che costui è riapparso su Facebook, e cosa fa? Giurisprudenza. La facoltà dove si schiantano al 25% gli appassionati di legge motivati, al 25% quelli che ci credono e al 50% i figli di papi potenti con studi legali e/o notarili. Tipo costui, bello nel suo ciuffone alla Justin Bieber, bello nelle sue foto col calice di spumante, o tipo il ricco di cui a inizio post.

Bella gente i ricchi. O Critone, penso che tu abbia ragione, i ricchi sono i nuovi ignoranti. Tornerò sul pezzo, comunque.

mercoledì 9 maggio 2012

Non stare a sentire Cassandra, parte I

Comunque, alla fine, la mega torta di tramezzini l'ho fatta.
E dopo aver postato la foto su Facebook, ecco che -zac!- subito arrivano i like, e proprio dal tipo di persona che dicevo l'altra volta, la ragazza generica che guarda incuriosita e dice "ehi, carino!", proprio come prevedevo.

Notamente io prevedo il futuro. Vedo provvedo e stravedo. Il che, però, come ci insegna la storia, non sempre è un bene. Guarda la povera Cassandra, sempre a strepitare; qualcuno l'ha mai considerata? No. E guarda com'è finita. Prima sottolinea che Paride sarebbe stato il distruttore della città, e niente, nessuno la ascolta. E scoppia la guerra di Troia. 

Poi dice: "Bella gente, in quel cavallo di legno lì ci sono dei soldati greci, credi a me" (che poi questa era facile; voglio dire, hai idea della puzza? Già solo dieci-quindici persone, ed erano certo molte di più, stipate tutto il giorno in un buco di legno, sai l'odore di sudato che esce fuori, manco una salumeria parmense). E nessuno la ascolta, tranne un poveraccio di nome Laooconte (forse ce l'avete presente questo, se avete visto il bellissimo gruppo statuario del I secolo, scuola di Rodi, raffigurante lui in lotta con dei serpenti, insieme ai figli); ma per punizione di aver ascoltato questa povera donna, Poseidone lo punisce e lo ammazza (coi figli, donde il gruppo statuario). 

Poi rimane lì a lamentarsi, viene violentata da Aiace (che passava di lì per caso), Atena si arrabbia (non per lo stupro della disgraziata eh, ma perché Aiace aveva disonorato il tempio) e causa disgrazie assortite a tutti i principi greci rimasti, fra cui Odisseo (per i meno colti: Ulisse). Poi arriva Agamennone e la rapisce (ce le aveva un po' tutte lei, diciamolo); lei gli predice la solita sventura, "tua moglie e il suo amante ti uccideranno", ma lui niente, non la sta a sentire. E puntualmente muore. Peraltro in quell'occasione muore anche lei, perché Clitemnestra (la moglie di Agamennone, ndr) si era offesa proprio del fatto che lui avesse portato a casa una nuova concubina (dalle torto). Così finisce la carriera di una iettatrice - o per dirla finemente, "profetessa di sventura". Primo caso storico che ti dimostra che, se prevedi qualcosa in futuro, non necessariamente negativo, è meglio tenere la bocca chiusa. Non che tutti i giorni gli dei greci causino sciagure o eroi miscredenti ti violentino in templi disonorati, ma magari qualcosa di iellato ti succede sempre. O almeno fai la figura del pirla, quello sì.

Poi c'era una volta Skrillex.

Ora uno dice (come Peter Griffin): "Momento momento momento, che c'entra Skrillex?". Sì in effetti passare dal Bignami della mitologia greca a quello scricciolo umano di venticinque chili così fra il lusco e il brusco è forte. Ok, allora ricapitoliamo.

Stiamo parlando di prevedere il futuro, no? Allora appunto dicevo, c'era una volta Skrillex. Quel tizio ha avuto un tot di successo, specie dal suo leggendario EP "Scary Monsters and Nice Spirits" (mi pare). Ora io mi ricordo che parecchio tempo fa, gironzolando su last.fm (conoscetelo e fatevi del bene), mi capita di sentire questa "novità", dj esordiente con un nuovissimo ep, appena uscito, sconosciutissimo, pochissimi ascoltatori. Lo sento e penso: "bellino". E nel mio mp3 spuntano tracce di questo qua, con gli amici che lo guardano e dicono "Ehi ma cos'è sta roba, troppo insolito" (i più erano rimasti a Guetta). Dopo pochi mesi -bam!- è l'amico di tutti, Skrillex nella playlist di mezzo pianeta, l'altro mezzo che non lo conosce è sfigo. 

E io piango. Prevedo il futuro, sono avanti, ascolto roba, faccio cose e vedo gente prima che diventi di moda. E quando non è di moda passo per sfigo (perché non ascolto roba alla moda), quando invece fa tendenza, siccome mi sono scocciato io, passo ugualmente per sfigo. Si noti che peraltro uso il termine "sfigo" che andrebbe letto con un tono di voce tipo quello di Mangoni nell'intro di Supergiovane di Elio e le Storie Tese. 

Se lo avete presente.

Altro esempio, tre-quattro estati fa (non mi ricordo), mi gaso sentendo i Justice (gruppo appena uscito e di discreta tendenza, anche se ancora non in tutte le discoteche). Giro su last.fm, artisti simili, Bloody Beetroots; "Dei dj di Bassano del Grappa", penso io, "Che figata". Un ep, nuovissimi. Li porto a una festa su cd, uno mi dice "Sembra una radio non sintonizzata". Qualche mese dopo PAM, Bloody Beetroots headliner in tutti i festival di musica elettronica, ovunque su MTV. Idem per i Crookers, idem per non so quanti altri gruppi.

Il caso più eclatante furono gli LMFAO, quando misi su "Party Rock Anthem" a una festa quando il singolo era una novità, con come risposta: "Vorremmo qualcosa di più commerciale e conosciuto, tipo lady Gaga". Qualche mese dopo, in una discoteca di Arenzano (dov'ero insieme a quattro fanciulle, poi vi racconto), dopo le due di mattina, partono le note di detta canzone, e tutti impazziscono.

Ora, perché?

Perché prevedo le cose, le faccio troppo presto, e poi quand'è il momento non lo faccio più?

Da allora ho smesso di aprire last.fm, ho troppa paura.

martedì 8 maggio 2012

Scarpe da giapponesi.

Un paio di giorni fa, stavo guardando la ricetta di una preparazione svedese dal nome impronunciabile, carico di dieresi e di altri simboli fonetici che non so nemmeno come pronunciare. Anzi, di cui non so nemmeno il nome. Si tratta in realtà di una roba assai più semplice di quanto non sembri, visto che si tratta solo di una volgare torta di panini, anzi tramezzini, impilati assieme e combinati e truccati come se fossero una torta dolce. Per il vostro diletto, la googolo, e vi comunico che si chiama "smörgåstårta" (a voi il gusto della pronucia), così potete cercarvela e vedere che bellina che è.

Comunque sia, stavo pensando appunto a questa torta, e pensavo "immagina se la facessi a qualche festa, che figata". Con il classico tipo, anzi, la classica ragazza (in genere sono le ragazze a far così) che guarda il piatto con curiosità (curiosità genuina, non curiosità-diffidenza, quella cosa tipo "oh che cosa strana e carina", non "oh mio dio non lo mangerei mai), a cui tu dici "Assaggia, è un piatto svedese", e lei risponde "Ma sei stato in Svezia?", e tu "No assolutamente, però sono appassionato, leggo su internet..." e lei fa la faccia un po' mogia perché sperava in qualche aneddoto sulla Scandinavia. Poi da lì quasi inevitabilmente ti guadagnerai la fama di "quello che sa tutte le stranezze" e "che cucina cose esotiche" (esotiche, poi, manco tanto), e probabilmente anche di cuoco eccezionale (ma questo solo se vai in regioni dove si mangia solo il piatto tipico e niente più, tipo la Liguria o i paesini dell'hinterland estremo del sud). 

Poi pensavo alle implicazioni etiche della frase "E' un'usanza svedese". E ovviamente al fatto di conoscerla. Certamente, se avessi appreso della smorgas....smorg... quella torta lì "sul campo", andando in un locale in Svezia (aneddoto divertente: leggo che da quelle parti fioriscono i cartelli con scritto "fika" per indicare la pausa caffè. Così anche il pubblico maschile e prepubescente ride), magari la mia conoscenza anedottica avrebbe più valore. Tipo medaglia conquistata sul campo contro medaglia per anzianità. Però anche così ha un suo perché. Da questo discorso ho allargato l'argomento (e parecchio), pensando che forse, teoricamente, esiste un "modo migliore" di fare qualsiasi cosa, nelle mani della cultura di qualche paese del mondo. 

Per dire, pensa ai giapponesi che si levano le scarpe prima di entrare in casa (come secoli e secoli di cartoni giapponesi hanno insegnato a qualsiasi persona nata dopo il 1970). Giusto poc'anzi la mia mamma-coinquilina minava ancora una volta la mia pazienza sostenendo che "la galleria di scarpe che tieni in camera tua" (peraltro in bell'ordine) "va messa in dispensa". Alla domanda "perché" rimane fissa su alcuni punti vaghi, tipo "sporco", "disordine", e soprattutto "io non le metto così". Tralascio la discussione sugli effetti psicologici e filosofici della presenza di scarpe in camera da letto (sono convinto sostenitore del fatto che, a logica, i vestiti e tutto ciò che li concerne si debbano tenere in camera; ma mia mamma, che tiene i gioielli nell'ingresso, i pettini nel corridoio, le scarpe fuori dal bagno, i vestiti nell'armadio dell'ingresso e i maglioni in camera sua, evidentemente non lo pensa. Oppure ama i puzzles, o la caccia al tesoro; "cerca le mutande", "ora vai alla casella 9 e prenditi la collana", "complimenti, il pupazzo è vestito"), e soprattutto tralascio ulteriori momenti di disagio esistenziale ("dammi quella maglietta che la lavo" "mamma l'ho messa una volta sola" "eh allora se dobbiamo andare in giro zozzi..." "mamma quando io metto le maglie usate una volta sola a lavare mi fai delle teste così su come la roba si rovini se si lava sempre, deciditi, la lavo o non la lavo?" "E' un altro discorso"; notare come "è un altro discorso" sia un elegante sinonimo per dire "ho ragione io"), e passo oltre, tornando ai giapponesi. 

Dicevo, i giapponesi (le cui mamme evidentemente amano seminare abbigliamento per la casa) lasciano le scarpe fuori perché, come ho sentito dire, "sporcano" (il che in fondo è pure vero). Forse, il miglior modo del mondo di gestire le proprie scarpe è quello giapponese; allo stesso modo, pensiamo agli italiani e al loro modo di prendere il caffè a fine pasto. Forse il modo migliore di gestire il caffè è quello italiano. E così via, magari il miglior fritto di pesce del mondo è senegalese e il miglior rimedio per dormire la sera è un esercizio fisico diffuso che ne so, in Canada. Probabilmente ogni popolo della terra ha un'usanza che rappresenta l'apice di quel campo; sarebbe meraviglioso viaggiare per il mondo, restare diversi mesi (o anni) in un paese, apprendere le usanze e rientrare in casa propria, arricchendola con un pezzo di pianeta nuovo, e vivere con queste conoscenze, tenendo le scarpe da giapponese, dormendo da canadese e così via. E poi accogliere in casa gli amici stupiti, offrire loro un caffè turco, gustarsi le loro facce stupite e dire "usa così", perché gli orizzonti di casa propria sono sempre ristretti, e lo saranno sempre se uno non prova la novità.

Peccato che per farlo ci vogliano più soldi e meno Marii Monti. Conosco un paio di persone che hanno abbastanza soldi per farlo, fra cui un tizio che ha talmente tanti mezzi da permettersi una casa con due camere da letto solo per lui (e uno stato di vacanza semipermanente nel mondo, pagata da papà; al punto che un'insegnante disse di lui che "crede sia nato direttamente in vacanza"), ma investe male i suoi soldi, privo di interesse antropologico per il mondo. Infatti è in Erasmus in Spagna.

lunedì 7 maggio 2012

Sindrome del pc, prima degli esami.

Stamattina m'è capitato un altro fatto increscioso.
Volevo riprendere il discorso sui Pokémon di ieri, aggiungendo qualche dettaglio buffo, e da lì iniziare a parlare di un'altra cosa, ma è appunto capitato un fatto increscioso.

Che non è il ritorno della mia coinquilina dal medico (confermando, alè, che non c'è ragione di urlacchiare o piagnucolare per il braccio), bensì il ritorno di un qualche trojan sconosciuto nel mio pc.

E' sfiga eh.

Apro il computer e - zac! - Avira comincia a trillare come un sismografo, segnalandomi un virus non identificato. Poco male, penso io, subito in quarantena e via. Ma dopo cinque minuti - zac! - secondo allarmino, identico, stesso virus. Alchè mi innervosisco, pensando di averlo eliminato subito. Com'è come non è, il numero di allarmini si moltiplica (uno ogni cinque minuti), il trojan persiste e persevera, nonostante i miei sforzi (inclusivi di eliminazione manuale delle cartelle incriminate, peraltro). Ma niente, persevera. 

Alla fine della fiera, decido di usare le maniere forti e formattare. Questo succede perché mi sono stufato di perdere il sonno dietro il pc, e quindi da tempo mi sono organizzato prontamente per queste eventualità. E quando dico "perdere il sonno", intendo veramente. Non a caso, ho chiamato questo fenomeno "sindrome del pc prima dell'esame"; è una cosa curiosa e vieppiù iellata, ma puntualmente, prima di ogni esame universitario degli ultimi anni, mi crashava paurosamente il pc la sera prima. Ma sempre eh. Ha iniziato con il secondo esame di latino (anzi, col primo), e ha continuato nel tempo. Ovviamente, siccome il pc è come mio figlio, non potevo, non avrei mai potuto, lasciarlo malatino lì, pieno di virus, mentre io andavo a divertirmi e a dare esami. Eh figuriamoci.

Ed infatti, inevitabilmente, sono finito per stare sveglio fino a ore turche pur di sistemare il pc. Antivirus, scansioni, controllini, backup di emergenza all'una di notte, controllo connessioni, eccetera eccetera. Il tutto per andare a dormire fumanti e svegliarsi l'indomani non col pensiero dell'esame (bazzeccole), bensì col pensiero di "oddio avrò installato tutto/funzionerà tutto/quando torno dall'esame controllo tutto speriamo di sbrigarci". Capirete che non si può andare avanti così. Una persona normale, una furba, probabilmente si sarebbe rassegato alla legge di Murphy sulla jella informatica e se ne sarebbe fatto una ragione; "quando torno a casa, con calma, sistemo". Ma io no, figurati. Giammai. E difatti ho risolto con un altro espediente: una furba partizione con tutti i dati, sempre superprotetta, più i dischi per formattare e reinstallare a portata di mano. Et voilà, mi becco un virus? Ma che problema c'è, formattiamo alla veloce e via. Reinstalliamo tutto (ho imparato negli anni a usare un numero essenziale di programmi), riattiviamo tutte le password su tutti gli account (che sono tutte drammaticamente simili: cambiano pochi numeri per indicare il sito, come se avessi un mazzo di chiavi numerate), e via, in quaranta minuti massimo siamo in piedi.

Pure stamattina, stessa roba. L'unica è che ho messo Win7, senza driver video, ma oh, sticazzi. Mi arrangerò, spero che non esploda tutto. Ma al limite mi basta girare gli occhi di 45° a destra per vedere, scintillanti e rotondi, i dischi di avvio di WinXP originale, che mi guardano con la faccia dei vecchi amici che rivedi dopo tanto tempo, come a dire "Ci siam sempre noi se tutto va male". Cari cari amici.

Anni fa, mi ricordo, ebbi il primo, feroce episodio di sindrome del pc da esame; però fu una ricaduta fuori stagione, in quanto capitò la mattina prima della mia partenza per le vacanze in Corsica. A luglio. Figuriamoci. Lavorare al pc a luglio. E avevo anche perso i dischi di avviamento, motivo per cui rimediai urgentemente con una copia di Ubuntu presa alla veloce da internet. Tenni Ubuntu circa due anni, non avendo minimamente voglia di cercare di dischi originali (sì lo so, scusatemi, li ho trattati come vecchi commilitoni prima e ora dico che di loro non me ne fregava una ceppa, sono incostante, son peggio di Britney Spears, lo so); poi però, realizzato che la stragrande maggioranza dei programmi che mi servivano (tipo Reason) non funzionavano, mosso dalla disperazione, mi decisi a usare Windows. Da allora pensai che forse una configurazione pratica e veloce sarebbe stata una mossa azzeccata, ma oh, niente. Testa di coccio. Dovetti aspettare (appunto) il primo esame di latino per rimediare. All'ultimo formattone letale, mi ricordo (nonostante tutto sono sempre restio), rimasi sveglio fino tipo alle tre di mattina, per poi andare a dormire (mentre Combofix operava con furia cercando di eliminare i virus) e svegliarmi a intervalli regolari, tipo suora spagnola o monaco greco ortodosso con le preghiere, controllare, notare che "la scansione non è completa" e tornare a dormire e a sognare Bill Gates che ride di me, mentre in un fetido sottoscala un ciccione sudato, forse messicano, ride di me che ho preso il suo maledetto virus.

Amici ciccioni messicani, ricordatevi questo: nella carta di credito non ho una lira, e peraltro ho pure la Postepay, quindi insomma, piantatela lì. La truffa telematica con me non funziona, per favore, basta. Pensate al sonno. Al mio, perlomeno.