lunedì 30 aprile 2012

Tovaglie contro le barbarie.

Dunque.

Stavo dicendo che la convivenza può risultare pallosa e/o difficile, nel tempo. E anche nello spazio. Specie quello comune. Ma non sempre. Magari ci vuole del tempo per accorgersene, magari uno è leggermente rincoglionito e ci mette qualche mese, qualche anno; magari se ce ne metti venticinque forse qualche problemino lo hai, ma in fondo, chi sono io per giudicare?

Come diceva l'altro giorno la mia fidanzata; prendi quelle coppie che prima si odiano, si tirano i piatti, stan sempre lì a darsi fastidio. Poi si separano, divorziano o quello che è, e vanno più d'accordo di prima. "Diradare i rapporti", lo chiama lei. Fortunatamente non l'ha mai fatto con me, o perlomeno non apposta; quando "emigra" per andare a studiare fuori città stiamo anche quindici, venti giorni senza vederci, e quindi "diradiamo i rapporti". In effetti, sebbene doloroso, fa abbastanza bene: ti accorgi meglio della lontananza di una persona, e, per estensione, sei più contento quando la rivedi. 

Comunque sia, dicevo, magari per risolvere il problema delle convivenze pallose puoi provare a diradare i rapporti. Oppure puoi provare a consultare qualcun'altro e chiedergli "ehi, ma tu, a casa tua, fai così?" (come dicevano quelli del Nido del Cuculo); c'è un mio caro amico, un vero uomo di una volta, di quelli che ormai non ne fanno più così (come le bottiglie di coca in vetro verde, come diceva Rorschach buonanima), con cui mi piacerebbe convivere. Perché so benissimo che mi troverei bene con un tipo del genere: preciso, meticoloso, scrupoloso, serio, pieno di paturnie e di regole rigide. Una volta mi ha congedato così da una telefonata:

"Scusa, devo andare che ho un po' da fare, fra le altre cose devo lavare la tovaglia".
"La tovaglia? Ma di stoffa?"
"Sì ovvio, perché?"
"No perché molta gente, specie i giovani trasfertisti, usano le tovagliette di plastica per risparmiarsi la seccatura di lavare le tovaglie, sai una passata di spugna e via."
"Eh ma la tovaglietta... no no la tovaglia di stoffa fa per me, è l'ultimo rifugio contro la barbarie."
"Cosa?"
"Dai scusa, se hai il pensiero di dover apparecchiare per bene sei sicuro che non ti ridurrai ad abbrutirti mangiando panini davanti al pc. Devi alzarti, andare in cucina, preparare tutto... Ci vuol tempo."
"Geniale."
"Eh infatti. Se non ci diamo delle regole, qui..."

Capito quello che intendevo? Una persona così è perfetta. Cioè, se la pensi come lui, sei a cavallo. Sai che nessuno sporcherà il bagno, che non ci saranno noie in cucina (per gli odori strani di origine francese, ne avevo già parlato), non ti righeranno le pentole, eccetra eccetra. Quindi, quando la convivenza ha solide basi tipo questa è tutto ok.

Nel frattempo, a via di raccontare i fatti miei, m'è venuta pure fame. Potrei andare a mangiare qualcosa ma appunto, per evitare di abbrutirmi davanti al pc, meglio lasciar perdere. D'altronde è quasi l'una, fra un po' si mangia, possiamo resistere. Tornando al discorso convivenza, è già un po' che lo introduco ma non ho ancora toccato il punto centrale (lo so, divago). Il punto centrale è: dopo ventiquattro anni di "convivenza" con la propria famiglia, magari ci si rompe l'anima. Adesso il lettore medio penserà "Oh no, altre lamentele sulla famiglia da adolescente". Adolescenza lunga, nel mio caso, visto che la fase della ribellione alla famiglia l'ho passata da un pezzo. L'ho passata nel senso che ho perso le speranze di spuntarla, quindi lascio perdere, "faccio sì sì con la testa" (cit.) e mi faccio la mia vita.

In questo senso sono alla convivenza. Mio padre non so dove sia (e sto bene così, a dire il vero), e vivo solo con mia madre. Che di fatto è diventata una coinquilina, vista la sporadicità dei nostri rapporti, misto al fatto che, oggettivamente, non ne posso più. Io sono logorroico, chiacchierone, ho sempre qualche aneddoto da raccontare, ma mia mamma è pure peggio. E' di quelle che parla senza pensare, cioè parla prima di rendersi conto di star dicendo cose inutili e/o insulse. E soprattutto racconta tutti i dettagli, cose tipo "oggi al supermercato c'erano le fave in offerta a X euro il grammo". Però poi non compra nulla. Cioè studia tutti i prodotti ma non li compra. Ma mi deve - DEVE - riferire il prezzo di tutto. Perché? Non lo so.

Esempio numero due.
"Mamma devi capire che parli troppo. E dici cose senza pensare."
"Non è vero, cosa credi, che sia scema?"
"No, è che... toh, per esempio, se abbiamo del salame nel piatto, tu subito vieni a dirmi quanto l'hai pagato, quanto ti piace quel particolare salame, quanto lo pagherebbe tua sorella che non sa fare la spesa, come lo useresti in cucina ecc ecc"
"Non ho mai detto una cosa così, a me il salame non piace".

Ora penso che la situazione sia più chiara. Questo spiega perché la convivenza con una specie di radiolina umana sia noiosa. Radiolina inspegnibile e non sintonizzabile. Probabilmente con una madre normale (una che non si vanta di parlare sempre) non sarei ridotto a scrivere merda su un blog.


domenica 29 aprile 2012

Ricordanze.

Dopo tanti anni, la convivenza con una persona si può fare decisamente complicata e pesante.
Beninteso, vivere insieme a qualcun'altro è sempre interessante, poichè l'uomo, animale sociale per definizione, preferisce evitarsi la seccatura di stare da solo; già che c'è apprezza la compagnia, ma questo viene dopo, probabilmente.

A meno di non essere un monaco di clausura della Grande Chartreuse, ma non penso che queste persone si pongano il problema della solitudine. Anche perché se se lo ponessero, o se lo fossero mai posti, non sarebbero mai diventati monaci di clausura.

Comunque sia, la convivenza, dicevo, può diventare pesante, forzosa; è come avere dei coinquilini francesi, che magari ti riempiono la casa di odori strani di cucina, andandoci giù pesante di aglio e cipolla, mentre tu, che magari sei italiano, non vai più in là degli spaghetti "a quel dio biondo" (come diceva mio nonno buonanima). Però magari sei tunisino o algerino, e allora con aglio, cipolla e falafel ci vai a nozze. Ma allora l'esempio non avrebbe senso; dicevo che è come avere coinquilini francesi: all'inizio è tutto magnifico, se c'è accordo (come diceva Medea buonanima nell'omonima tragedia di Euripide), ma poi ogni cosa diventa terribile. Ti rompi i coglioni del francese e di come ti impesti la casa e la cucina con quel puzzo di sventura e sciagura terribile (cipolla bollita); ma poi che cazzo, a me la cipolla piace, e anche l'aglio. L'altro giorno ho fatto giusto una focaccia all'aglio, era ottima.

Quindi all'inizio ti diverti, dici "yeah", poi però ti scocci; io non ho coinquilini francesi, e a dire il vero non ho nemmeno coinquilini, ma vorrei averne. Per un brevissimo periodo l'unica mia coinquilina era una donna spagnola sui quarant'anni, forse qualcosa meno, ma essendo piccola, bassa e cicciuta era di età indefinibile; aveva qualche capello bianco, ma non vuol dire niente. Conosco gente di trent'anni brizzolata e cinquantenni in perfetto ordine. Comunque, questa donna non mi dava fastidi, anzi, era una persona perbene e gentile; a volte penso che pensasse fossi un ritardato, ma probabilmente era una mia impressione. L'unica cosa che faceva era andare a lavorare (sentendo musica di dubbio gusto in vetusti - seppur originali e stilosi - lettori di musicassette sony, con cuffie vecchia maniera), oppure, la domenica, suonare la batteria in casa, esercitandosi nel paso doble.

Questo faceva. E a pranzo si rimpinzava (per modo di dire) di pane, salumi, e altra rumenta; non che guardassi cosa mangiava, ma lo capivo da quello che rimaneva in giro. Principalmente briciole e carte di salumi. Pessime scelte gastronomiche, evidentemente non amava cucinare. Fra l'altro me l'aveva detto: "Te gusta cocinar?" "Muchisimo" "Bueno, a mì no! Jajajajajaja!" ("Jajajajaja" era la risata, traslitterata). Tutto vantaggio per il suo portafogli: non comprando un cazzo, vivendo di pane e salame, aveva anche il jolly di poter andare a mangiare da sua mamma, al piano di sotto; al piano di sotto, peraltro, c'era anche l'apparecchio wifi che dava segnale a tutta la casa. Mi ricordo che una volta la feci correre di sotto per recuperare la linea, urlacchiandole "no hay ningun signal" nel cavedio, da un piano all'altro, solo per scoprire, dopo innumerevoli tentativi, che la chiave di protezione del wifi era sbagliata. E che l'avevo sbagliata io, perché sono analfabeta e avevo inteso male una lettera dallo spagnolo, mentre me le dettava.

Comunque sia, mi scrisse diversi mesi dopo, sotto Natale, per dirmi che sua mamma era scomparsa; mi dispiacque moltissimo (anche se non la conoscevo), perché io le avevo scritto una mail piena di buoni sentimenti e gioia natalizia, solo per sentirmi rispondere "E' morta mia mamma, quindi son stata ferma tutte le feste, ciao". Mi faceva specie, insomma. Come quando vai da uno tutto contento dicendo gioia gioia pace amore e lui ti risponde "M'è morta la mamma"; insomma ti senti un po' in colpa per la tua felicità. Da allora non ci siamo più sentiti, chissà che fine ha fatto. Avevamo un'altra coinquilina colombiana, magari avrà fraternizzato con lei; anche se, a dire il vero, era chiaro che fossero già amiche e che si conoscessero già da prima.

In ogni caso, stavo dicendo, dopo tanto tempo, la convivenza con qualcuno può farsi pesante. Ma pesante del tipo "non ti sopporto più", non pesante del tipo "il mio coinquilino è un tipo strano, di quelli che spiano dalle finestre". Che poi uno dice: "come mai?".

Storia lunga.

Ho ventiquattro anni, non ho ancora un lavoro, non so se continuare a studiare o meno dopo la laurea, Mario Monti mi rovina la giornata con le tasse (che comunque non ho ancora pagato), e ho la brutta abitudine di svegliarmi la mattina (già solo così è grave) e iniziare a parlare da solo (anche questo è grave, penso) e commentare la mia giornata precedente, pianificandomi quella che ho appena iniziato. Poni che tipo mi è capitato di incontrare qualcuno, che ne so, un tossico; appena mi sveglio mi sorbisco un monologo di minimo venti minuti su come io stesso sia contrario all'abuso di sostanze e come pensi che certe persone abbiano bisogno di aiuto. Il problema è che il monologo me lo faccio da solo. Così dopo un po' ho detto: anzichè star qua a cercare continuamente lavoro (offerto perlopiù da truffatori e ladri vari) e ad ascoltare Boris Dlugosch, forse potrei smettere di gironzolare da solo per casa, parlando, e iniziare a scriverci su due righe. Voglio dire, un blog ce lo hanno cani e porci; e ce l'ho pure io, ma non ho più voglia di scriverci sopra, così ho iniziato a scriverne uno con le mie ricordanze, o le mie memorie (per usare termini più umani e giovanili). Magari esce su un libro, queste cose fanno anche tendenza; "le mie memorie, millequattrocentocinquanta pagine di cazzate dal blog di X". Successo mediatico dell'anno, due servizi al Tg5, uno alle Iene, primo premio come giovane talento della scrittura, particina in tv insieme a Wilwoosh e altri diffidati da Dio.

M'è passata la voglia di scrivere.