domenica 30 dicembre 2012

Eravamo quattro Holden al bar.

Ieri sera m'è capitato di uscire, e di andare, dopo tanto tempo, in un locale, un tempo punto di ritrovo del metallaro genovese; "un tempo" per le nuove generazioni, che le vecchie avevano un altro punto, e quelle prima un altro ancora. Diciamo che la mia stagione d'oro l'ho vista in quel locale.

Ho un appuntamento con alcuni amici, volevo salutarli dopo mesi di lontananza padana, per poi ritirare una copia di un disco che loro hanno inciso, dove io ho prestato, in cameo guest-star, la mia voce su un pezzettino; dopo mesi, mi metto "in uniforme", con completo nero, cappotto, camicia, anfibi, con quel look da dark pentito anni '80 che rispolvera gli anfibi perché sta andando a vedersi Robert Smith con la panza che suona ancora adesso.

Arrivo al locale abbastanza presto, non c'è quasi nessuno; c'è un giovanotto che conosco, molto più piccolo di me, estremamente molesto, di quelli che attaccano bottone per nulla, e che a tutti i costi devono farti vedere che sono fighi, per qualche motivo. Se parli di cibo hanno il parente cuoco, se parli di dischi han mille vinili, se parli di studi loro han la media del trenta; lo ignoro, mi infilo in un portone e mi appoggio lì, allo stipite, in attesa paziente. Escono un paio di persone, sono quelli che suoneranno stasera, chiacchierano fra loro e un altro tizio che conosco; questo ha una mezza distribuzione di dischi, è comunque un appassionato.

Gli altri due musicisti: una è una donna, e spiega agli altri due il suo ruolo di voce nel gruppo; poi allunga la minestra, puntualizzando le numerose diverse tonalità e modalità di canto. E poi d'altronde nel suo progetto musicale alternativo, con nome lunghissimo e macabro - in italiano, come usa - fa sfoggio di voci un po' alla Diamanda Galas (che se sentisse questo paragone probabilmente si sparerebbe, penso); e ancora, ancora, parla, mentre il tizio della distro già non la ascolta, e l'altro musicista, umilmente, racconta le sue poche esperienze. Si scopre che costui, finora modesto e zitto, studia/ha studiato vive/ha vissuto in nordeuropa; distingui l'uomo perbene dal cialtrone in questo momento: la donna riprende il discorso, e altre vanterie, anche io sono stata in Norvegia, ma d'altronde è caro, ma lì si sta bene, non come in Italia, e così via.

Questi rientrano; io mi accendo di nuovo la pipa e piango. Cioè non piango, piango dentro. Il molesto di prima ripassa, iniziando ad attaccare bottone con tutti; riprende il tizio che ha vissuto in Svezia (che è uscito di nuovo), e coincidenzialmente anche lui studia lingue. Il filosvedese - ovviamente - ha studiato svedese e norvegese, due linguette da poco diciamo; il molesto controbatte: lui fa inglese, difficile eh. Riesce la donna vanitosa di prima, e giù con la secchiata di luoghi comuni, e il progetto ambient-dark, ma una cosa originale eh, come anche il mio progetto black metal old-school, tipo primi Hellhammer però personale, non fotocopia. Ovvio.

Rientrano tutti, il vicolo è vuoto. Sembra una scena teatrale. Arrivano altri due. Uno lo conosco di vista e di nome (mi conosce solo di vista), l'altra l'ho vista qualche volta, è una delle tante che ronzano intorno a sti locali. Non è giovanissima, sarà almeno sulla trentina galoppante, truccata pesantemente. Ti domandi il perché. Si lamenta che sul cellulare non riesce a scaricare in fretta i Dark Funeral; lui le ricorda che dovrebbero sbrigarsi, perché fra un po' il concerto inizia, e il pezzo dei Cradle of Filth è meglio scaricarlo dopo. Lui ha pure una felpa di questi qua; fino a ieri avrei bollato entrambi come "poser", oggi non ne ho molta voglia. Lui lo conosco, è uno che va a tutti i concerti senza capire nulla; poi lo trovi su Facebook, a quasi quarant'anni, a scrivere di sè che è un angelo caduto, che odia Dio e le religioni, che è illuminato in un mondo di truzzi. A quarant'anni. 

Poi il dialogo degno del miglior film di Lynch. Arriva una terza, cammina piano, birra in mano e corpetto gotico; ha i riflessi rallentati. Inizia a parlare con gli altri due, tutti e tre coi riflessi rallentati. Sembra uno di quei dialoghi che vedi nei filmini educativi contro la droga, dove ti spiegano che la droga ti rende lento e stupido. "Ciao". Pausa. "Come state?". Pausa. "Bene". Pausa. E così via. Ascolto il dialogo e maledico il momento in cui ho deciso di non portarmi l'mp3, stasera, e di non potermi turare le orecchie coi DEVO a palla. La coppietta di disgraziati sta insieme da un mesetto scarso, si sposano a novembre prossimo; dopo un annetto. Penso che si tratti delle ultime spiagge, tutti e due superano i 30 da un pezzo, forse è ora che si accasino o non lo faranno mai. Lei però si lamenta, non riesce a divorziare da quel bastardo dell'ex, non gli gira gli alimenti; poverina, mi spiace un po'. Sono sensibile ai matrimoni; la terza ragazza chiede da quanto va avanti la storia con gli avvocati.

"Quindici anni", fa lei. Se questa farà 35 anni ora, così ad occhio, massimo 40, a che cavolo di età ti sei sposata? A venti? E ci credo che ora ti sposi con un protoplasma come quel tizio dopo un mese di fidanzamento. Che poi lui l'ho sempre visto, fino a ieri, con un'altra, chissà che vita ha. Nel frattempo loro rientrano, rimango solo nel vicolo; arriva uno col cappello da caccia all'incontrario, è Holden Caulfield. 

"Ehi ciao vecchio, che fai qui?"
"Cosa ci fai tu qui, Holden"
"Sono una proiezione della tua mente, lo sai, stai diventando pazzo, hai evocato prima Critone, poi Orson, ora me, sono qui per rappresentare la gioventù e la stupidità dei ragazzi giovani"
"Grazie Holden ma passo, capisci, già mi lamento di mio"
"Sì infatti, però" - e si gira il cappello per bene - "Adesso basta parlare direttamente di me, così sul tuo blog di merda risparmi tempo, Cristo santo"
"Holden, guarda, grazie, ma non fare casino, insomma aspetto gente"
"Ma se sono due ore che stai qua a chiederti come cazzo fa la gente a vivere a sto modo?"
"Holden..."
"Comunque guarda, vado dentro a farmi una soda, me la devono dare, non li dimostro mica 17 anni, se no fai una cosa, me ne offri una tu, che tanto puoi"
"Holden ti prego"

Holden entra, io riaccendo la pipa e mi domando di nuovo perché. Arrivano i miei amici. Parole, chiacchiere, strette di mano. Parole su progetti musicali futuri con uno, qualche ricordo domestico con un altro - abitavamo vicini - e qualche parola sui loro concerti col terzo. E un po' mi rattristo, non so perché. Io sono andato via, io sono a Padova, penso, però la situazione qua è uguale. Torno e questi suonano, lottano per un palchetto, per una data, e son sempre qua; io mi preoccupo, loro anche, ma la loro vita è questa, la loro vita è suonare, è il palco, il cd, la promozione, l'etichetta. Poi penso che io mi preoccupo di tutto, di come cambio o non cambio, di quanto la situazione sia o non sia la stessa, e allora mi viene un'idea. Entro nel locale, c'è Holden che litiga col barista.

"Dai capo ho 18 anni, dammelo un whiskey, Cristo santo!"
"O carta di identità o niente, che mi vengono i carabinieri"
"Dai capo"
"Garantisco io per lui" - mi intrometto - "E fanne uno pure a me"
"Grazie vecchio"
"Holden, stai a sentire..."
"Dimmi"
"Ma io, esattamente, non sono come questi qua no?"
"No vecchio, tu hai troppi problemi, e soprattutto..." - gli servono il liquore - "Oh grazie"
Lo butta giù alla goccia, fra cinque minuti sarà sbronzo e rifarà il trucco della sparatoria.
"E soprattutto tu non sai, tu non hai deciso, nè capito, quale sia la tua vita. Se l'avessi capito, la perseguiresti e saresti sempre uguale anche tu, come loro. Ma siccome non lo sai, cambi, e la vai cercando"
"Non mi stai dicendo mica che..." "Lo sto dicendo sì capo" - mi interrompe, il maleducato.

lunedì 24 dicembre 2012

Condannati a morte nel vostro quieto vivere (cit.), ovvero "Critone vs il qualunquismo".

Tanto tempo fa, diciamo almeno una decina di anni fa, il mio professore di musica delle medie ci aveva istruito duramente nel campo delle "canzoni natalizie"; questo perché le lezioni di musica, alle medie, erano costituite per 1/3 da preparazione musicale vera e propria (prevalentemente: basi di musica classica e tentativo di insegnamento collettivo a usare il flauto, mitico strumento plasticoso che mai nessuno ha realmente suonato/usato/apprezzato o compreso in una funzione diversa dal pestaggio del prossimo) e per 2/3 dalla preparazione musicale nel canto, nel coro, o nella canzone. Collettiva. Perché ogni tre per due, in una scuola media di suore, c'era qualche festa religiosa, quindi occorreva studiarsi le preghiere cantate, i cori, le canzonette, con un intruppamento degno del miglior regime.

A pensarci: che vitaccia faceva il professore di musica, lì? Magari era serissimo, preparatissimo, musicista da anni, e si riduceva a suonare il piano alla buona e a dirigere un coro di cialtroncelli delle medie, che peraltro ti danno soddisfazione zero storpiando le parole del coro e fregandosene visibilmente. Vabbè. Fattostà che fra i canti che ci insegnò c'era anche una canzone in dialetto genovese, scritta in traslitterazione (ovvero: come si pronuncia) per quelli (tutti) che non sapevano il dialetto. E insomma tutto questo per dire che è quasi Natale e che, come diceva la prima riga della canzone, "Ai primi di dicembre qualcosa si risveglia" (o non so bene come si traduca "remescia"). Principalmente, l'ho già detto, in me si risveglia quel bisogno istintuale di fare regali ed essere, se possibile, più buono e stucchevole del solito. Tranne quest'anno, che, ho già detto, la situazione è quella che è. Discutibile. Anche se persone gentili esistono, come la signora che mi ha telefonato qualche minuto fa: una signora anzianotta, sulla sessantina, alla quale, un paio di mesi fa, ho ritrovato il cellulare perduto - ovviamente preoccupandomi di restituirlo. E' stata così commossa da decidere di chiamarmi per gli auguri natalizi, che pensiero carino.

Eeeh, ciò.

Eeeh, ciò (come dicono i veneti).

Comunque sia, adesso siamo appunto sotto Natale. Sarebbe l'ora, come faccio tutti gli anni, di fare due bilancini, due conti; è una cosa che, per quanto lasci il tempo che trova, mi piace fare. Anche se, per esempio, la mia significante altra odia quest'abitudine (chissà perché poi insomma). In effetti potrei tirare già le somme, nella loro maggior parte (mancano pochi giorni alla fine dell'anno, non credo ci sarà moltissimo in più); ma incredibilmente non lo farò. O meglio, non da un punto di vista "di eventi", riservando la summa dell'anno magari a un altro post. Avevo infatti per la testa di fare un riassunto dei "temi" di quest'anno, grazie al qui presente Critone, che per l'occasione sfoggia un completino da valletta anni 90 (quindi con meno culo da fuori possibile), e ci passerà ora delle bustone che leggerò a voce alta (imitando la voce del defunto Corrado, pace all'anima sua) con i grandi temi e le grandi scoperte dell'anno.

1) Abbiamo capito che a fare le mamme di tutti (o i babbi di tutti) non si guadagna molto; sebbene mosso da sincera preoccupazione per tutti, sebbene dica a tutti "datti una regolata" non per spaccare le balle ma per evitare al prossimo disagi e fastidi, nessuno lo capisce. "Prevenire è meglio che curare" rimane un proverbio che conosco solo io (e Critone); fare le mamme di tutti, insomma, non paga. Farci le mamme di tutti, forse sì. Questa battuta era molto cheap, ma l'ha consigliata Orson Welles.

2) Abbiamo deciso di portare la lotta al qualunquismo a un livello più alto; ma cos'è il qualunquismo? E' essere uno qualsiasi in qualsiasi categoria; l'alternativo non esiste mai, non esiste più. Una volta - specie quando si han sedicianni - si crede nell'esistenza di categorie dello spirito (abbastanza mitologiche) tipo "noi alternativi" e "gli altri truzzi", mettendo da una parte tutto il pianeta giovani no global, braghe larghe, eskimo, chiodo, voto a sinistra, antifà rock politico, no firma no logo, cinema impegnato, cineforum e libri, e dall'altra parte il tamarro di periferia, canottierazza e jeans Franco Rimessa (che ricordiamo, se si chiamasse così e non Frankie Garage non lo comprerebbe nessuno), oppure l'albarinotto elegante e amico di Berlusconi. Una volta, però. Poi ci si rende conto che la firma c'è tanto quanto: non compri scarpe Nike, compri scarpe Ethnies o All Star; non le compri e compri solo sandali, magari, ma gli anfibi Doc Marten's invernali dove li mettiamo? E se anche sfidi il gelo, vogliamo negare del tuo tabacco da girare Pueblo? Sei impegnato e alternativo, guardi grande cinema alternativo nei cineforum, esattamente come migliaia di altri giovani impegnati, accidenti come sei alternativo; fumi canne, contro il sistema, e d'altronde il fatto che nel tuo gruppo ci siano almeno cinque persone che fumano non è segno di totale omologazione al contrario. 

Dunque non esiste l'alternativo, si è qualunquisti ed omologati tanto quanto, da una parte e dall'altra; l'unico alternativo vero è probabilmente o quello che vive sotto una pietra - magari nel suo mondo, lontano seriamente dalle convenzioni sociali (tipo "uscire al sabato sera"; tutti a dirci diversi ma guai a non farci la birra al sabato sera!), il tipo strano che per stanarlo ci metti una vita, oppure il pazzo totale, quello che oggi fa una cosa domani un'altra, con quell'imprevedibilità spesso pallosa e francamente anche difficile da sopportare. Ecco: quelle categorie di persone sono al sicuro dal qualunquismo; ma qualsiasi giovane altro, a meno che non si sforzi di brillare, finisce/finirà per spegnersi ed ingrigirsi, i voli di fantasia atterrano nell'aereoporto della realtà. Ti credevi diverso, ti credevi speciale, ma sei finito, come tutti gli altri, ad avere una bella casetta, una moglie, un voto per la sinistra moderata, il maglioncino d'inverno e la polo d'estate, il capodanno fuori casa e il Natale in famiglia, il figlio pettinato che studia, di nascosto si fa le canne e tu lo sai, e la condanna a morte nel tuo quieto vivere, come dicevano i Negazione. 

Il qualunquismo è veramente una categoria dello spirito, come dice un amico mio (lui non lo dice del qualunquismo, ma va bene uguale), e come dice anche Origene (non è vero). Il quieto vivere è categoria dello spirito, non voler osare, non voler provare ti porta sicurezza e conforto, garanzia di non aver problemi, comodità: squadra che vince non si cambia. Ma il quieto vivere, anche se lo mascheriamo come "alternativo", è sempre quieto vivere; sei diverso, ma bevi come gli altri, fumi la cannetta, fai le medesime cose di chiunque altro, cambiandone la salsa. Hai una prigione con sbarre di un metallo diverso, ma sempre in prigione sei; è questa la realtà, lo sai, e la sfidi come un novello capitano Ahab, lanciandoti contro un mostro che non puoi battere, cioè la consapevolezza che oggi manifesti in piazza contro Monti, ma domani sarai seduto su una poltroncina a portare a casa lo stipendio, come tutti. Forse qualcuno di quelli più estremi, di quelli che oggi tu stesso identifichi come un violento o uno estremo, forse qualcuno di loro rimarrà davvero alternativo, ma tu, da vecchio, non potrai far altro che isolarli e respingerli, come Gregorio di Nazianzo respingeva le polemiche più estreme quand'era vescovo, o come Eusebio rifiutava di scrivere e di menzionare sui pensatori più alternativi e incomprensibili.

Questo lo ho capito; per lungo tempo ho cercato di ignorare la cosa, e anzi di conformarmi forzatamente a una delle due metà: cerca di essere simile all'altro, dicevo, per essere accettato. Mimetizzati. Ma la mimesis comportava solo problemi, è come cercare di piegare in una scatola minuscola una cosa enorme; poi ho deciso, come già scrissi, di smetterla di cercare di essere uno degli altri, e di fare un po' il comodo che mi pareva. Questo è forse il maggior regalo del mio Natale.

Buon Natale a tutti; meditate sul qualunquismo e chiedetevi: dove andrò a finire, io?

mercoledì 19 dicembre 2012

Il conte di Carmagnola a Milano.

No comunque non è vero un cazzo che uno è "giovane dentro", o "vecchio dentro".
A parte me, si intende.

L'altra mattina mi ha colto una rivelazione, qualcosa di mistico, teologico e teosofico; ho realizzato di avere ventiquattro anni. E, per estensione, ho realizzato che al prossimo anno avrò venticinque anni; ora, niente di straordinario, ma realizzavo che insomma, venticinque anni è un'età. Quand'ero piccolo, mi sembravano un casino; e quand'ero al liceo, una persona di "venticinque anni" mi sembrava praticamente a un passo dalle nozze, dalla casa da solo o da qualsiasi altro traguardo adulto che la vostra immaginazione concepisca (eventualmente incluso il possesso, per esempio, di azioni, obbligazioni, diamanti o bordelli più o meno clandestini).

Da un certo punto di vista è vero, effettivamente. Specie quando stai lavorando, studiando, o occupandoti di attività serie, impegnative ed eventualmente remunerative (inclusi i suddetti bordelli); la mattina, quando vai a lezione, studi, sudi, fatichi, fai cose utili, ti fai crescere la barba, vai a lezione impeccabile, dibatti, discuti, insomma, cose così. Va detto che a lettere il maschio medio si presenta in giacca, camicia, eleganza magari un po' dimessa, barba folta, quel trasandato che piace, il trasandato di chi studia lettere, come possiam dire. Quindi insomma, hai l'impressione di vederti circondato da persone adulte, mature, serie, responsabili.

Poi al mercoledì-venerdì-sabato sera (il weekend si moltiplica con facilità, volendo), tutti a bere come lavandini, tutti in maglietta e jeans, con una doppia vita guardarobistica che manco Batman o Iron Man; c'è chi dice - la mia significante altra, per esempio - che c'è dell'ipocrisia in questo. Per dire, a quel punto non metterti in camicia a lezione, vacci in maglietta e tuta; ma no, non si può, è più forte di te, quando entri in una biblioteca o parli di un argomento che ha minimo cinquecento anni, non puoi non azzimarti. Penso.

Questo mi ha fatto pensare che, appunto, forse venticinque anni li ho perdavvero; va anche detto che io non sono bravo a dare l'età. Stamattina, infatti, in treno, stavo dormendo, come al solito (si sa che su qualsiasi superficie in movimento, inlcusivo di barche, aerei, treni, macchine, autobus, cammelli, cavalli, risciò, taxi, carri armati e navi con capacità interstellare io mi addormento nel raggio di cinque-sei minuti); son stato svegliato da una serie di discorsi a voce alta che qualche cafone non riusciva a trattenere. Ed il mio letterato-radar ha subito riconosciuto la trama del Conte di Carmagnola; da lì a capire "studenti che ripassano Manzoni" è stato un lampo. Coincidenza, ero quasi arrivato e prossimo alla discesa; per cui, mentre mi alzo, butto un occhio su costoro. Gruppo di giovIni hipster milanesotti, alla moda, di età (per me) indefinibile.

Il momento in cui ho realizzato che avrei potuto perfettamente spiegare a uno di loro (che urlacchiava a voce alta di "non capire un cazzo di questa cosa dell'immaginazione del romanticismo") tutto l'argomento, il momento in cui ho capito che tecnicamente io sarei anche un professore (almeno a crediti universitari conseguiti), mentre lui no, beh, è stato un momento orribile; ci separavano sì e no sette/otto anni di età, ma almeno il doppio fra cultura e tutto. E allora ho detto: ho veramente venticinque anni. Poi, non pago, mi son spazzolato il maglione, eliminando i capelli impigliati, tipico gesto che i giovani non fanno.

Poi però un po' piango. Sono ancora giovane dentro. Cioè, veramente no, non lo sono mai stato; ma oggi, anzichè novant'anni dentro, volevo averne ottantanove e mezzo.

lunedì 10 dicembre 2012

Il Natale porta aspettative che però mancano.

E' una di quelle sere un po' così, in cui hai finito di cenare prima e quindi ti trovi un secondino seduto al computer a non fare nulla di ragionevole, salvo guardare Mangoni che canta in coreano (meglio dell'originale, probabilmente) e ad ascoltare vecchie canzoni dei Carcass, le stesse che un paio di ore prima stavi sentendo al supermercato, prendendoti benissimo, facendo assoli immaginari (mentre la cassiera ti guarda male) e soprattutto immaginando scenari gore estremi mentre passi dal banco macelleria e ti fai dare quattro etti di cavallo (solo perché è in offerta, non che io usualmente mangi cavallo). E mentre Incarnated Solvent Abuse va (no seriamente, ascoltateveli i Carcass, fanno bene) ti fai delle domande esistenziali, quelle a cui potresti rispondere solo se fossi uno veramente figo, tipo Sherlock Holmes, o qualcuno del genere; sto fumando la pipa apposta, per lavorare sull'immagine. Per l'eroina ci stiamo attrezzando, voci attendibili me la dicono illegale, poi non so.

Intanto sto aspettando che le ragazze che abitano al piano di sotto mi portino del tiramisù; e dietro quest'affermazione trugna di maschilismo e potere maschile sulle donne, in realtà si celano realtà inenarrabili. Tipo abitare in un condominio che ospita una specie di dormitorio femminile, per cui l'intero stabile ha un aroma continuo di ormoni e sindrome premestruale; però i vantaggi ci sono, tipo le volte in cui vengono a domandarti "Ci prestate una frusta per le uova? In cambio stasera vi portiamo del tiramisù". Tiramisù che però, perdio, sto aspettando come il Natale.

Che però in realtà è già arrivato. O quasi. Questo è un Natale strano, dico la verità; è la prima volta in cui sono fuoricasa, e già questo rende insolita la cosa. Intendo: normalmente a casa mia, già dal sette/otto dicembre iniziano a spuntare babbini natale, decorazioni, lucine, renne, pupazzi, torroni (no quelli no a dire il vero, fanno schifo a tutti), panettoni, calorie natalizie e quant'altro. Quindi oggi, a trovarmi a casa mia fuorisede, dove l'unica decorazione natalizia è data dal mio minialbero di Natale in vera plastica (piazzato sulla macchina del caffè) e dal ficus di Natale in cucina (opera omnia di un coinquilino) mi pongo delle domande, e mi prende un po' di malinconia. Poi però metto i Death e passa, capiamoci; passa in fretta. 

L'altro motivo che rende insolito questo Natale è che, ancora una volta e una volta di più, siamo familiarmente sempre più malmessi; le difficili condizioni di salute di mia nonna, attualmente in ricovero, rendono la situazione insolita. Telefono a casa e non ricevo notizie di letizia, ma solo il bollettino della salute; e tutto mi sembra lontanissimo, perché non sono a casa e non so osservando la situazione. Ed in più dovrei avere un esame fra poco, esame che mi assorbe nei pensieri, coprendo il Natale e la salute dei parenti, e intanto tutto, ripeto, sembra ovattato, come la neve scesa l'altro giorno a Padova. Normalmente avrei fatto i salti di gioia, anche perché era il weekend, e quindi via, a palle di neve. Ma oggi? Oggi penso ad altro.

Chissà perché.

domenica 2 dicembre 2012

Origene capoguardia.

L'altra mattina, mi sono svegliato realizzando una cosa fondamentale; che, essenzialmente, ho deciso di lasciare perdere un po' di cose, ed, in breve, di smollarla lì. Per parecchio tempo, infatti, ho - come dire - cercato di "preoccuparmi" dello sviluppo delle cose, cercando in qualche modo di occuparmi e preoccuparmi del prossimo mio, e adesso ho realizzato che "è ora di finiamola".

Ma non era sempre stato così, come diceva Atena nel prologo narrato del primo God Of War - che ricordiamo è l'unico veramente bello; ed in effetti il termine "preoccuparmi" non è corretto. Diciamo che finora ho avuto un atteggiamento a mezzo fra il preoccupato e il... non saprei nemmeno io come dire, buffo. Potrei usare un esempio, ma curiosamente non me ne vengono, quindi mi accorgo che questo discorso sta iniziando a diventare incomprensibile ed insensato, come un dialogo contro una parete, o a un uzbeko. Chiedo l'aiuto del pubblico ed ecco che si alza Critone, incazzato perché non l'ho chiamato prima, mi lancia un pomodoro marcio e dei sassi, e nei sassi sono legati dei bigliettini con suggerimenti, in barba a Gerry Scotti.

Le luci si riaccendono, Gerry Scotti mi guarda e c'è la domanda da 250'000 cucuzze: "Come definiresti allora il tuo atteggiamento?";

A: Paterno.
B: Spaccapalle preoccupato.
C: Nonnesco (nel senso di anziano rompiballe)
D: Da signora Cesira.

Io sudo e guardo i bigliettini di Critone; c'è scritto "Non fare cazzate e torna a casa, e comunque scegli A che fa bello". Dico A a voce alta, Gerry Scotti mi guarda convintissimo ma di sottecchi, poi la frase: "La accendiamo?"
"Vai Gerry"
Il quadratino si illumina, BANG, musichetta di vittoria, duecentocinquantamila cucuzze a me, Gerry Scotti legge la risposta precisa sul suo schermino: "Precisamente, ci dice il notaio, che l'atteggiamento era "paterno" nel senso di "mi preoccupo per tutto, per tutti e cerco di far quadrare i conti di tutti, in modo che tutti siano contenti e non si facciano male, a costo di rimanerci io di mezzo". Guardo il notaio, guardo Gerry, sto per parlare ma c'è la pubblicità, mi alzo e vado a perdere tempo in giro. Vado nei cessi di Canale 5 a lavarmi la faccia, mi guardo riflesso.

Ho la barba folta di giorni, è un mese che non la taglio, ma la regolo e la sistemo. Una bella barba umanista, come la chiamo io. Mi fa sentire saggio, ed anche a mio agio. Mi volto a sinistra, c'è uno con la faccia nel lavandino, l'acqua aperta, questo gorgoglia un po', fa qualche bolla, forse è svenuto. Mi affretto, lo soccorro, lo tiro fuori dall'acqua; è Orson Welles.
"Orson che cazzo ci fai qui?"
Lui non risponde, gorgoglia, sputacchia, butta fuori acqua e sputa qualcosa (a guardare quello che ha sputato sembrerebbe una rana); poi inizia ad ansimare e si riprende.
"Eh ero venuto a vederti al quiz, ero con Critone, poi sono venuto nei cessi perché ho scommesso con uno che sarei riuscito a tenere il fiato, con una rana in bocca, per quindici minuti, faccia nel lavandino".
"E questo tizio dov'è?"
"Non lo so, credo mi abbia rubato il portafogli mentre ero faccia in giù"
"E me lo dici così, ma cosa sei, coglione?"
"E' che oramai avevo scommesso, non potevo tirarmi indietro, anche se la scommessa era truccata, seguivo le regole del capitano di fiume, se non bari offendi l'avversario"
"E tu dov'è che avresti barato?"
"La rana non era viva"

Entra un operatore nei bagni, c'è anche Scotti.
"Signori in scena, la pubblicità finisce fra un minuto"
Gerry Scotti va da Orson, pacche sulla spalla, si mette una mano nella tasca della giacca e gli dà un portafogli di pelle nero, maschile, elegante; "Bravo Orson, hai vinto la scommessa, tieni il tuo portafogli; ti ci ho anche messo i due buoni pasto della mensa di Canale 5 che avevamo messo in palio". "Grazie Gerry"

Risalgo sulla scena, mi siedo, un truccatore mi sistema un attimo i capelli e la faccia (ho sudato nel vedere Orson); mi aggiustano la barba, quella barba che mi fa sentire bene. Mi sento bene a sentirmi saggio, mi sento bene a sentirmi grande. Mi sento bene a sentirmi libero, a sentirmi "aldilà" delle convenzioni, aldilà delle regole, aldilà del "dovrei fare"; mi piace pensare - ma forse sbaglio - di non stare facendo o vivendo le cose che fanno o vivono gli altri ragazzi di ventiquattro anni. Mi piace credermi diverso, e forse leggermente migliore, a non bere, a non devastarmi, a non fare il coglione, a tornare a casa quasi presto perché poi devo - e voglio - studiare. Mi piace pensare di poter suggerire ad altri di fare così, di abbracciare l'età adulta - se si può dire - e di smetterla, che tanto diventiamo vecchi uguale, prima ce ne rendiamo conto meglio è. Il problema, il vero problema, è che ho sbagliato nel giudizio. O meglio, ho giudicato.

Poi guardo nel pubblico, c'è un noto fumettista romano; mi guarda, mi fa un urlo. "A cojone, qua ci va la citazione der mi' fumetto, a stronzo!". Lo so, ha ragione. Infatti volevo dire che proprio su un fumetto l'avevo letto; la crescita fa paura, perché è la consapevolezza dell'abbandono di un'era di agi e comodità, mentre devi farti il mazzo per cercare di arrangiarti. Ora uno vive da solo, coinquilinizza, e fa in piccolo - credo - quello che farà quando adulto; tutti sono spaventati, tutti scappano, tutti si rifugiano nella gioventù del sabato sera, come a dire "sono grande sempre ma non dalle diciotto in poi del sabato sera", voglio dimenticare, voglio divertirmi, voglio essere ancora una volta spensierato.

Luci. Gerry Scotti mi sta introducendo, dice bentornati ai telespettatori, spiega che me la son cavata fino ai 250mila, dice che sono bravissimo, mi guarda, domanda di rito, che farò con quei soldi, che farò con tutto quello che sto cercando di costruire, che ottengo a vivere così, perché critico tutto e vivo in un guscio di superiorità, cattiveria, disprezzo e disagio contro i "ggggiovani".
Telecamere puntate, luci. Sudo, mi cola il makeup messo dal truccatore, la barba si impiastriccerà se non risponderò subito per farmi togliere le luci di dosso.

"Sai Gerry, la risposta è semplice, ed è il contrario del previsto; ho fatto così, ho deciso di vivere con regole mie, contro quelle della mia età, perché io stesso sono il più giovane di tutti gli altri. I giovani vivono inseguendo i loro sogni, io vivo inseguendo i miei sogni, di successo, di gloria, o salcazzo cosa, son fatti miei. E i sogni non si concretizzano da soli, non diventano realtà dall'iperuranio al mondo..."
Sento un urlo in platea, c'è Critone incazzato: "Sei un venduto, sei un platonista di merda!"; lo ignoro mentre le guardie di sicurezza lo pestano e lo rimettono al suo posto. Caposquadra delle guardie è Origene.
"Dicevo, Gerry, è così; il mio sogno è poter plasmare la mia vita, ed esserne felice. E' faticare adesso per poter guardare qualcosa di riuscito, qualcosa di finalmente costruito da me, che funzioni; e questo sogno è più importante di qualsiasi serata in discoteca, lasciami dire. Il vero problema è che questo sogno mi ha confuso, mi ha fatto distrarre; e ho iniziato a credere che anche gli altri, intorno a me, volessero, o preferissero, diventare grandi come me, e quindi criticavo, mi lamentavo, e mi preoccupavo. Pensavo "Ma è bello crescere, finalmente, è bello avere potere su se stessi, è bello plasmarsi e desiderare di riuscirci, perché voi non lo fate?". Ho capito di avere esagerato, chiedo scusa a tutti; d'ora in poi vivrò sempre con le mie regole particolari, ma senza menarla al prossimo. Però spero che il prossimo non la meni a me, dandomi del vecchio bastardo"
"Grazie, è un bel pensiero"
"Prego Gerry"

Mi alzo, scendo dalla sedia, vado verso il notaio; c'è Zio Paperone.
"Andiamo?"
"Andiamo, che c'è un sacco di lavoro da fare, e a giocare non si diventa ricchi"
"Paperone, ho appena vinto 250'000 cucuzze"
"Allora incassale e poi andiamo, che i sogni non crescono da soli".

Luci spente.

Tutti applaudono. Orson è ancora in bagno.

giovedì 22 novembre 2012

Öcalan.

L'altro pomeriggio m'è tornato in mente uno dei grandi momenti di umanità tipici di mio papà, che come molti sanno si può definire un "personaggione"; ora non sto qui a sottolinearne i picchi più belli, e nemmeno quelli più brutti (perché non fan ridere), però racconterò in breve questa cosa che m'è, appunto, venuta in mente. Diversi anni fa, ai tempi del conflitto curdo, ricordo che mio padre si espresse con grande finezza e cortesia a favore, credo, dello stato di polizia; o perlomeno, non ricordo bene cosa disse, ma il senso era quello. Ricordo infatti che, guardando un telegiornale, o qualcosa del genere, disse che era vergognoso che all'estero - e si riferiva alla Turchia e al Kurdistan in guerra - la gente si limitasse a "tirare su l'accendino e dire a voce bassa "Öcalan, Öcalan"", mentre qui in Italia urlano "mi dò fuoco!" e ci si getta dai palazzi. Cioè in poche parole approvava gli stati di polizia, dove i manifestanti vengono menati a sangue e perciò sono costretti a ridurre le loro esternazioni, mentre disapprovava i poveracci costretti a gesti estremi.

Come spesse volte ho detto, quelle frasi mi rimasero impresse; intendo dire, è certamente un parlare vergognoso, ma l'età in cui mi capitò di udirlo mi colpì. In effetti, mio papà è sempre stato di vedute decisamente dure e rigide - cosa insolita, vista la sua provenienza e origine da certi stati del Sud del mondo, dove le dittature si cambiano come i calzini, e non di rado esternava questi sentimenti di disagio, quando non di disprezzo, verso molte etnie/popoli/società. Diceva spesso una mia cara amica, e lo ripeteva anche un altro amico (cosa che mi fa pensare, quindi, che sia vero, visto che, come si suol dire, "lo dicono tutti"), che è un miracolo che io sia uscito così, visto il contesto. 

Ma a parte questo, la situazione procede bene, tutto sommato; riflettevo in questo periodo su varie questioni, prevalentemente legate alla vita, alla vita universitaria e allo sviluppo di questa, nelle sue trame e nei suoi impatti nella vita "in generale". Riflettevo su argomenti ad ampio respiro, poiché si sa, ho la tendenza a portare in grande argomenti piccoli, a trovare il generale dal particolare, come si suol dire. Riflettevo, ma poichè le mie meditazioni non sono ancora pronte, me le terrò per me.

domenica 18 novembre 2012

Le situazioni purtroppo non cambiano.

L'altro giorno m'era venuta in mente una ragazza che conoscevo dalle elementari; tantissimi anni fa, la nostra maestra di italiano (chissà che fine ha fatto, l'ultima volta che la vidi, qualcosa come 5/6 anni fa, era vecchissima, leggermente rimbabita e incapace di riconoscermi; strano, visto che l'altro maestro - che al secolo fu pure il mio padrino di cresima - pur essendo più vecchio mi riconosceva) ci chiese quali libri volessimo leggere o ci piacesse leggere, per poter comprare qualcosa per la biblioteca della scuola, appena messa e ancora piccola.

Lei, mi ricordo, disse "Ma non so, qualcosa per ridere, che fa ridere"; e la maestra, molto seria, prendeva nota a voce alta, dicendo "letteratura... umoristica". All'epoca mi rimase molto impresso, chissà perché, il diversissimo modo di esprimersi; una che diceva "Cose che fanno ridere" e l'altra "Letteratura umoristica". Forse era anche la prima volta che sentivo il termine "umoristico"; ad oggi mi chiedo ancora con curiosità il perché di questa scelta. Una maestra elementare deve sì insegnarti l'italiano, ma forse, con dei bambini di seconda-terza elementare, dire "letteratura umanistica" è eccessivo, altisonante, qualcosa del genere insomma. Mi fece effetto proprio l'altisonanza, ecco. 

Questa ragazza, poi, la persi ovviamente d'occhio dopo le elementari (come quasi tutti d'altronde), visto che io non frequentai le medie nell'istituto del quartiere, come gli altri, ma andai dalle suore (grave errore...) in un'altra zona; la rivedevo sporadicamente, perlopiù a catechismo o in giro nel quartiere, ma comunque poco, visto che, com'è noto, non uscivo. Ai tempi dei primi anni di liceo mi capitò di incrociarla, non ricordo nitidamente perché, ma ricordo di averla vista qualche volta di fila sull'autobus, per andare appunto a scuola. Non ricordo però lei cosa facesse; per quanto mi ricordo, lei frequentò un qualche ITIS nel quartiere, forse pure abbandonandolo a metà, e di certo non prendeva la linea che portava al centro, dov'era il mio liceo. Insomma, fattostà che la incontrai diverse volte, e mi raccontò ovviamente cosa fosse successo negli ultimi 4/5 anni; emersero episodi buffi - per me - tipo storie di coca, di lei strafatta che cascava sullo zerbino di casa con le tasche piene di droga - e la madre che ovviamente la sgamava - e cose del genere. 

Oggi, alla veneranda età di 24 anni (come me), so che ha una figlia (o un figlio?) di circa 6/8 anni (lo/la ebbe quando ne aveva sedici, o diciotto, non ricordo; ma mi raccontò di come si fece mettere incinta perché ubriaca o di nuovo strafatta, non ricordo bene) e lavora come estetista, riparaunghie, nail artist e altri termini vari che indicano quelle donne tiratissime che rendono altrettanto tirate altre donne frustrate (và che catena eufonica). L'aspetto inquietante della vicenda è dato dal fatto che raccontava comodamente i fatti suoi (ero sbronza e sono rimasta incinta, ero piena di roba ecc ecc) come se niente fosse, probabilmente perché o non è mai stata molto lucida, o perché non è mai stata molto furba. Difatti sto tranquillamente raccontando la vicenda (vabbè, ho omesso il nome), dato che, se lei stessa narra senza problemi, allora perché non fare la stessa cosa?

Diversi anni dopo ancora, mi capitò di fare una di quelle cose atroci che rispondono al nome di "pizzata delle elementari"; ora, dovete sapere che sono rimasto in buoni (poi ottimi) rapporti con una sola persona, che ironicamente comparve solo in 5a elementare. Per assurdo frequentai quest'altra ragazza solo, appunto, durante la quinta, poi ovviamente la persi d'occhio alle medie (vedi sopra) per poi ritrovarla in periodo di liceo (prendevamo il bus assieme) e soprattutto universitario; poi per vari casi della vita ho iniziato a frequentarla ancora di più, ma manco so bene perché - e non che mi importi, visto che mi ci trovo bene e amen, a caval donato non si guarda in bocca, ad amico donato non si chiede perché.

Tornando alla pizzata, dicevo, ci andai con discreto terrore, proprio perché a parte la ragazza di cui sopra, e sporadicissimi incontri nel quartiere di tutti gli altri, non avevo idea di nulla; sapevo che girassero voci sul mio conto, legate principalmente al mio passato liceale di "tizio che si veste sempre di nero". Proviamo a unire i due elementi: tizio vestito di scuro + quartiere popolare con persone mica tanto a squadra = voci megagalattiche su cose inesistenti (stando a loro, probabilmente giravo combinato abitualmente come Robert Smith, cosa che forse all'epoca avrei probabilmente fatto volentieri, ma che in realtà non feci mai). Quindi figuratevi la mia "ansia" nel presentarmi. In effetti, a questa pizzata la maggior parte delle figure popolaresche non si presentarono; con tristezza, scoprii che gli "stereotipi" già impostisi alle elementari s'erano conservati: i tre "secchioncelli" (fra cui io) erano quelli che avevano, in università, i voti migliori. Il ragazzo sportivo era diventato allenatore di calcetto e uno studente accettabile; quello che studiava sempre il giusto si stava laureando prendendo qualsiasi voto gli uscisse, la ragazza che non capiva niente e andava malissimo oggi si barcamenava fra un posto di commessa, uno da parrucchiera o simili e delle gran battute razziste contro il prossimo. E così via, così discorrendo; moltissimi lavoravano, quasi tutti direi. I più "disgraziati" all'epoca erano i più "disgraziati" adesso, cosa che, appunto, mi mise molta amarezza; è triste che certe situazioni sembrino immutabili, no?

Dicevano gli Uochi Toki che "quando le situazioni sono già scritte nel Grande Libro delle Situazioni", beh, sono già scritte. E così il ceffo che non apriva libro, figlio (si diceva nel quartiere) di tossicodipendenti (beh forse è vero, se non ricordo male almeno uno dei genitori, se non entrambi, erano morti per droga, poveraccio) finisce per diventare un operaio o qualcosa del genere, però bullandosi, contento, di avere soldi, lussi, auto e stile di vita da stronzo. Insomma, che amarezza.
Comunque, non si presentò un tizio che all'epoca mi era molto molto simpatico, forse era uno dei pochi amici che avevo, un ragazzo campagnolo, di quei classici campagnoli che sono magari un po' rozzi ma schietti, un po' grossolani ma onesti, insomma ci siam capiti. L'ho rivisto diverse volte, fra cui una qualche mese fa; oggi ha i capelli lunghi, il vino pronto ed è, almeno in apparenza, il classico attivista convintissimo da centro sociale. Ma poiché sono stronzo e pavido, non gli ho ancora mai rivolto la parola. Magari la prossima volta che lo vedo mi presento e vedo che mi dice.

lunedì 12 novembre 2012

Dormo e sono felice.

Stamattina, in treno, m'è capitato di ripensare a un paio di cose. Mentre non dormivo, s'intende; è infatti noto che io m'addormento quasi immediatamente su qualsiasi mezzo di trasporto, dal treno all'aereo all'autobus. Ma è una cosa micidiale eh. Anche in autobus. La stazione centrale di Genova (e quindi il centro) dista da casa mia poche fermate; io in genere prendo l'autobus lì. Tempo di salire, e se mi riesco a sedere subito ZAC sto già dormendo in pochi minuti. Ma subito eh. Quando abitavo in periferia era una cosa incredibile: dovendo fare 40 minuti secchi di bus dal centro, puntualmente mi addormentavo, e non di rado finivo per svegliarmi tardissimo e ormai fuori fermata. 

Naturalmente, questo vale anche per treni e aerei; il mio recente viaggio a Londra, per quanto mi riguarda, è durato pochi minuti. Ed anche nelle mie trasferte Padova-Genova, perlopiù, dormo. Quest'oggi stavo rientrando a Padova, ed ecco che, salito sul treno a Milano, decido di "chiudere un secondo gli occhi"; la voce meccanizzata dell'annunciatore della stazione mi sveglia: "SIAMO IN ARRIVO A: DESENZANO DEL GARDA". Il che significa più di metà viaggio nel mondo dei sogni. Almeno avessi sognato i Magri Notturni, invece no, manco quello.

Ed anzichè sognare mostri lovecraftiani, riflettevo nel sonno-dormiveglia; pensavo giusto al fatto che "stessi rientrando". Dopo un breve periodo di comprensibile disagio (la trasferta, l'andirivieni e sticazzi), legato anche alle condizioni di assoluto disagio della mia stanza (capitemi, passavo da una camera arredata con vinili appesi ai muri a una dov'ero privo di beni essenziali, tipo un comodino), che mi rendevano la trasferta triste e ria, oggi mi sento più a mio agio, più tranquillo. Non dico che "mi sento a casa" o che "vado a casa", ma più o meno ci siamo. Ghe semmu, come dicono i liguri. E lo so, non so scrivere, il mio genovese è pessimo e mi dò 4 e al posto.

Però pensavo anche al fatto, come ha detto un caro amico l'altro giorno, che ormai sono diviso fra "casa" e "casa-casa"; rientrare a casa, a Genova, mi faceva un po' l'effetto di "torno a casa dai miei". Per qualche giorno hai la mamma che ti lava la camicia, mangi in modo decisamente più calorico (non "migliore", ma semplicemente trovi molte più cose, perché tua mamma deve fare la festa ogni volta che arrivi), vedi qualche amico, qualche parente, dormi in un letto che sì, è il tuo, lo è stato per anni, ma non lo è stato per le ultime settimane, insomma, storiacce. Quell'effetto lì. Poi torni a Padova e ti senti, bene o male, "a casa tua", o come direbbero i leghisti "padrone a casa propria" (più meno). Tantopiù che nelle mie ultime trasferte nessuno ha avuto tempo di "occuparsi di me", visto che mia mamma ha passato tutto il suo tempo fuori casa, o quasi. 

La cosa buffa è che questo ha sostituito i miei pensieri di questo periodo. Per la serie: qualcosa in testa dovrò sempre averlo. Almeno però la cosa sembra dare un po' di respiro, il pensiero dell'adattamento non è poi così cupo; d'altronde anzi, mi sento meglio. Ricordo infatti che, per molti anni, sono stato un campione nel "non-adattamento", pretendendo di non cambiare mai le mie cose, le mie abitudini, le mie regole, con cose che andavano a livelli di duro autismo. Ogni volta che, ricordo, "infrangevo" una mia stessa regola, avveniva sempre come "esplosione" di stress, come reazione "estrema" a qualcosa. Ma alla fine cedevo, molto alla fine.

Ed invece, ora sembro essere più fresco, fin troppo adattevole; ho meditato e sono cresciuto, sono maturato. E mi sento più "cittadino del mondo", come si suol dire, nel senso che ormai mi abituo in fretta a tutto, a tutti i cambi; mi basta poco, e ogni posto mi sembra come casa in breve tempo. E' bene o male? Chissà.

sabato 3 novembre 2012

Vesti la giubba, che fa freddo.

Mentre i più vanno al Lucca Comics, io sto a casa mia a Padova. Ci volevo andare anche io, accidenti, e avevo anche progettato un ricco cosplay da Inquisitor-Witch  Huntet di Warhammer 40k, ma poi, vedi i casi della vita, fra soldi, poca sbatti e impegni vari ho lasciato perdere; perfino la mia significante altra voleva andarci - perlopiù nella speranza di incrociare il suo idolo, un noto fumettista romano che non riporto per non propagandare - travestendosi da armadillo (e questo dovrebbe dare indicazioni su chi sia costui). 

Ed invece non ci sono andato. E son rimasto qui. Pazienza, risparmio soldini che investirò in cose utili, tipo in macchine del caffè americano da mettere sulla scrivania (cosa che ho effettivamente fatto); come mi ha detto un'amica, ci voleva poco a "far casa" anche qui, e a rendere la propria stanza ospitale per rendere il rientro meno traumatico. Questo perché, in effetti, passare da casa propria - dove per forza di cose è tutto "perfetto", è tutto tuo, bello sistemato e tutto - a una casa dove è tutto un po' approssimativo (hai l'armadio mezzo vuoto, le pareti spoglie, eccetra eccetra) fa un po' specie, come dicono i liguri. E allora via, ci compriamo una bella macchina da caffè americano, come a casa, così il risveglio è molto più piacevole (e più rapido: vuoi mettere alzarsi ogni mattina, caricare la caffettiera, aspettare che si faccia, prendere dell'acqua calda, allungare il caffè espresso e bersi tutto quanto tempo porta via rispetto ad accendere un tasto?).

A parte il caffè, pensavo l'altro giorno che l'alimentazione media dello studente fuorisede varia drammaticamente, perlopiù in base al fattore tempo; per dire, l'altro giorno ho pranzato (o cenato?) con qualcosa di estremamente piatto, tipo pasta aglio olio e peperoncino. Ieri sera, involtino di pasta sfoglia con funghi, tilsit e salumi di cavallo; a prescindere dalla mia evidente schizofrenia gastronomica, risulta chiaro che se hai tempo (e voglia) prepari anche qualcosa di umano (rendendo, di nuovo, la tua permanenza fuorisede accettabile), altresì finisci servo di piatti affrettati e discutibili, di panetti, snacks e rumenta varia. O peggio ancora di piatti pronti: l'altro dì, avendo urgente desiderio di una zuppa calda, mi son comprato una crema di carciofi in busta (mi han preso le voglie alle sette e mezzo di sera, manco fossi una puerpera; a quell'ora difficilmente avrei avuto la sbatti di farla a mano), e niente, faceva veramente pena. Una roba verde generica, con un vago retrogusto di verdura. Anzi, di verde, manco di verdura. Mai più nella vita. Pentito dalla cosa, ho acceso un cero a Ho Chi Min e ho giurato di non farlo mai più.

In compenso noto che il problema sembra comune e diffuso; c'è la mia significante altra che, qui, ha come uniche fonti di vitamine le zucchine e i succhi di frutta in brik (per sua ammissione), il che mi fa pensare bene. O perlomeno di non essere solo. 

Fattostà che la questione "cibo", per un fuorisede, sembra sempre una croce; almeno, a me lo sembra. Dopo un primo periodo di disperazione gastronomica, tipo "oh mio Dio sto spendendo troppo in spesa", ho superato la fase, e ora si vive ragionevolmente; cioè, continuo a spendere poco, ma almeno spendo in modo sensato. Non che a qualcuno importi.

Anzi, visto che non importa a nessuno, e che ho appena messo su Lotus dei Mumbai Science (per un totale di 5 minuti circa ancora da scrivere), concluderò aggiungendo il fattore "spesa" nelle questioni "difficoltà annose per il fuorisede", che quindi oggi si compongono di:

-1) Coinquilini: confida di averne di buoni, non necessariamente di silenziosi/tranquilli o altro. Proprio di regolari, di sani di testa. E confida di avere delle relazioni umane con loro; nessuno vuole avere uno spettro per casa che entra/esce dalla sua stanza, non saluta quando passa e tace tutto il dì.
-2) Spese: le spese extra sono sempre la legnata del fuorisede, costringendoti sempre a scelte, tipo "vivere nel degrado e risparmiare" o "spendere normalmente e vivere bene". Per la serie: ho freddo la sera, mi compro diecimila coperte e le impilo, dando al mio materasso un aspetto da campo nomadi, o spendo qualche moneta di più e compro un solo piumino di IKEA? Io in genere sono per la prima.
-3) Spesa alimentare: vedi sopra, ma più grave. Mangio una fetta di carne gettata in padella e amen o spendo qualche spicciolo per accompagnarla con una cipolla, un contorno, una salsa? Problemi tuoi, amico.
-4) Pulizia della casa: vedi alla voce "coinquilini", e aggiungici "spera che non sporchino". 

Questo per dire che anche oggi sono un po' depresso, e quindi seguo un filo-logico di pensieri un pochino più duro da seguire; tuttavia, moderno Leoncavallo, vesto la giubba e rido, pagliaccio, del duol che mi avvelena il cuor. D'altronde, molte volte, moderno Jackie Accondiscendente (in realtà nessuno può conoscere Jackie - era il soprannome di un amico, soprannome che peraltro è stato usato una sola volta e citato un'altra) - preferisco evitare di discutere; sia perché non amo, come dire, dare fastidio al prossimo (cioè preferisco starmene), sia perché molte volte noto che non ha senso. E' vero che effettivamente io mi lamento sempre, per molte cose, ma è anche vero che spesso nessuno mi sta a sentire (salve Cassandra), quindi bof, dopo un po' mi dico "lasciam stare così" e lascio correre. Tanto...

domenica 21 ottobre 2012

Alla fine la cimice l'ho ammazzata.

Se fossi nato negli anni sessanta, e avessero fatto un fumetto su di me, sicuro mi avrebbero disegnato col mascellone, tipo Reed Richards prima maniera, che come tutti noi sappiamo è uguale identico a Mitt Romney. Comunque sia, a parte Romney e Richards (vedi, cominciano pure con la stessa lettera...), volevo fare alcune precisazioni su quanto detto in passato circa il coinquilinaggio.

Intendo: avevo già fatto il classico post "gioie e dolori del coinquilinaggio", misto a "vivere da soli, prime impressioni", però ora è il momento di fare un aggiornamento. Perché ne son successe di tali che ce ne è bisogno. No, in realtà non è vero, ma ci tenevo a fare delle introduzioni inutilmente pallose, principalmente perché sono andato in buffer overflow per eccesso di caffeina, e ora non capisco più niente. Sono giorni che voglio realizzare una traccia grindcore-elettronica con dei campionamenti presi da tv spazzatura (prevalentemente programmi di Canale Cinque), ma non ne ho mai avuto tempo/voglia, chissà perché; forse perché sfrutto i momenti liberi dalle lezioni per studiare, e quelli dallo studio per uscire, e quelli dall'uscire con lo stare a casa in camera mia, senza però poter far andare Reason a bomba perché il mio attuale co-stanzaro va a dormire alle nove e mezza dieci massimo, quindi ho un po' di noie (l'ipotesi "usa le cuffie" non mi tange, visto che le mie attuali cuffie, sostitutive delle solite, a stento mi fan sentire qualcosa), e perciò preferisco giocare fino a tarda sera a Binding of Isaac (e generalmente perdo).

Allora, dicevamo le novità.

-I turni di pulizia; se avete vissuto insieme a qualcuno, saprete che probabilmente le cose sono due: o ognuno pulisce i suoi spazi e gli spazi comuni sono gestiti sulla base di "chi ha particolari sbatte pulisce", oppure ci saranno dei sani turni di pulizia. In una casa abitata da sei persone, di cui quattro ingegneri (è il mio caso, yay!), sicuramente sarà così; quindi via ai turni sistemati e rigorosi: ogni sabato, una vittima sacrificale pulirà tutti gli spazi comuni, cessi e cucine, più ogni altra cosa che gli interessi. E scoprire che tocca a te è SEMPRE un trauma; sempre. Questa settimana difatti toccava a me: e via, mano al mociovileda, su la scopa giù la scopa (o come cazzo era la citazione...), mano alle spugne per i piatti per lavare TUTTO quello che è rimasto (e riporlo), mano alle spugne per il forno e per gli strati di muffa accumulati in sette giorni. Per poi scoprire (a pulizie finite) di aver fatto un sacco di operazioni o male o di troppo, perché d'altronde essendo qui da poco non potevo sapere. Ma cazzo. Almeno ora il bagno scintilla, prima gridava vendetta (a proposito, ho appena eliminato una cimice che m'era volata in camera chiudendola in un bicchiere e svuotandola nel water; non contento, nel water ho pure gettato qualche litro di sgorgante acido, così, per stare sicuro). 

-I problemi pratici; se hai qualche problema, in casa tua, puoi tendenzialmente contare sul consiglio/aiuto di qualcuno, generalmente un genitore o comunque un chicchessia che se la cavi. Se invece sei solo, o hai idea del da farsi, o ti arrangi in modo creativo. Per esempio, un pajo di giorni fa s'era rotta l'antina dello scolapiatti. No problem, anni di arte-di-riparare e di puntate di McGyver hanno risolto, e in pochi minuti l'antina è come nuova. La difficoltà di eliminare la cimice di cui sopra, o una falena grossa almeno così (immaginatevi un grosso gesto) un paio di sere fa, invece, è stata prossima all'insormontabile. Come si sa, ho paura delle bestiacce, figuratevi; penso che comprerò delle piante carnivore da IKEA nei prossimi giorni.

-Il piacere del rientro; quando sai che sei prossimo a rientare a casa dai tuoi, ti lasci andare. Compri spesa più zozza (non dico piatti pronti, ma quasi), inizi a cucinare a casaccio per far andare via le fondazze, perdi meno tempo a sistemarti tutto quanto perché tanto a giorni torni a casa, e soprattutto accumuli roba sporca come se non ci fosse un Dio, sapendo che fra poco laverà tutto la mamma. E, nel mio caso, non ti sbatti più a stirarti le camicie (amo indossare la camicia ed essere azzimato, checchè ne dica la mia significante altra), sapendo appunto che a casa qualcuno ci penserà. E' comodo tutto sommato, ed è il vero motivo per cui uno torna a casa, altrochè nostalgia e sticazzi.

A proposito, questo è il cinquantesimo post; per la cinquantesima volta vi ho spaccato le palle con deliri, aberrazioni, fesserie ed altre amenità. Grazie a tutti per le letture e la collaborazione (ma poi, che cazzo avete fatto?), continuate così.

Ps: la cimice era sul mio tavolo sotto un bicchiere da almeno un paio d'ore. Contavo di farla morire soffocata, o almeno di tornare a casa e dimenticarmela lì, nonostante la mia significante altra m'avesse fatto notare che:
1) Non è umano.
2) Povera bestia che fine orribile.
3) Potresti essere un serial killer, per questi atteggiamenti.

E me ne sarei fregato e l'avrei lasciata lì, se non fosse che un coinquilino mi ha chiesto "hai visto il MIO bicchiere? Si distingue dagli altri perché è azzurro". Cioè tutti i bicchieri della casa sono trasparenti tranne quello, che appunto non è "di casa", ma è proprio suo. E io quale bicchiere uso per intrappolare le cimici? Quello. Ma è proprio andarsele a cercare, penso; insomma, se non fosse stato per lui - che implicitamente rivoleva il bicchiere - o per il rischio di vederlo venire qui a prendersi il bicchiere e amen (lasciandomi con la cimice), l'avrei fatta morire asfissiata. E invece ho dovuto squagliarla nell'acido. Ma ci rendiamo conto.

martedì 16 ottobre 2012

Marzullo due la vendetta.

Pensavo poc'anzi ad alcune questioni, che, curiosamente, a quanto pare mi ronzano in testa da un po'. Ma con “un po'” non intendo da jeri, ma tipo da un pajo d'anni (sono hipster e uso la j). Ed un paio d'anni di fatto, per puntualizzare; ho appena ritrovato su questo pc una lettera dove lamento (la lamentela trascende gli anni, è qualcosa che ti accompagna sempre, come l'obesità, la noia, Andreotti e molte altre cose brutte e sgradevoli) proprio i problemi che vado a esporre adesso.

Uno dice: che palle, stai sempre a lamentarti di qualcosa. Ma – parafrasando Luttazzi, e sperando che almeno questa frase fosse sua – penso che “se non hai qualcosa di cui lamentarti non vivi in un mondo libero”. O ancora meglio, se non c'è qualcosa di cui lamentarsi, allora lamentati di questo, del fatto che la vita ti va evidentemente troppo bene.

Il problema del giorno è che, senza cattiveria né pregiudizio né presunzione (giuro), non sto bene con nessuno. Ok, ora che abbiamo lasciato cadere il blocco di marmo carrarese da diciotto tonnellate, possiamo smontarlo con calma e vedere la questione sotto diverse ottiche. Critone direbbe che la frase suona molto di “lamentela da ragazzino”, ed in effetti anche io, leggendola, avrei questa sensazione. Fa ridere perché è vero. Cosa significa “non sto bene con nessuno”? Significa che, con chiunque sia, non ho una totale sintonia (fa anche rima, và che bello). Letteralmente. Si può dire, mutatis mutandis, che ho sempre qualcosa su cui sono in disaccordo con qualsiasi persona; ma sarebbe semplicistico e riduttivo. Più precisamente, a livello di “feeling” umano, trovo sempre uno stridio, un qualcosa che mi impedisce di essere in totale comunione con qualcuno. Esistono pochissime persone, sicuramente meno di cinque, con cui ho un rapporto, come dire, perfetto. E anche quelle, man mano che le conosco (perché ovviamente non si può prescindere da questo, automaticamente ogni giorno se ne saprà di più), tendono a perdere qualcosa. Insomma, più passa il tempo e peggio sto.

Per fare un esempio, è come scoprire che una persona condivide con te una grande passione; poniamo, per crearci un territorio neutro che a me non interessa, il calcio. Prima ti gusti una relazione stretta con una persona, discutendo di calcio in modo appassionato; poi scopri che costui/costei non tifa la tua squadra: rimani appassionato e ci si confronta con sportività e affiatamento, ma si amano squadre diverse. Poi scopri che, magari, non condivide con te altre parti della passione, magari lui è ultras e tu un tifoso più moderato; e poi avanti così, perdendo ogni volta un pezzetto. La domanda è: alla fine il rapporto crolla? Alla fine, dopo aver “scoperto” migliaia milioni miliardi di minuscoli difetti, di minuscole differenze, che succede?

Critone, altre domande per te:
  • Cos'è che definisce un difetto in una persona? L'oggettività o la soggettività? Se qualcuno puzza, è lui che non si lava o io che ho il naso troppo sensibile? Ad occhio, io direi una media fra le due; un po' di puzza c'è, e io la sento pure forte. Quindi per favore lavati, io chiudo un occhio ma tu lavati.
  • Trovare infiniti difetti: perché? Insoddisfazione e voglia di migliorare o cattiveria? Sono pignolo e voglio nuocere al mio prossimo, dicendogli di tutto, o voglio sinceramente migliorare le cose, sottolineando anche le minuzie per farle sparire?
  • L'atto stesso di porsi queste domande, cioè l'analizzare i rapporti, ha significato o sarebbe meglio ignorarle e vivere il rapporto umano per ciò che è e dovrebbe essere, cioè spontaneità e immediatezza? Per fare un paragone, sarebbe come andare al ristorante, trovarsi un menù di fronte, e quindi chiedersi “Ma perché mangio? Qual'è il senso di mangiare?” e, ancora dopo “Perché mi sto chiedendo se mangio?”. Ammetto che la cosa qui si sta facendo intricata, ma ritengo che sia necessario all'uomo porsi delle domande; e finite le domande più immediate, si passa alle domande sulle domande, e poi alle domande sulle domande sulle domande. Perché alla fine uno vuol sempre conoscere le motivazioni intrinseche.
  • Infine, il quesito definitivo; per molto tempo ho redarguito il comportamento del prossimo, di molte persone, criticandone essenzialmente gli aspetti più umani: la spensieratezza, la libertà, il vivere senza porsi troppi problemi, né per il domani né per l'oggi. Si esce, si festeggia, si cerca di mantenere l'idillio pastorale. Fino ad oggi ho definito queste persone “mucche felici”, in grado di vivere senza pensiero, e che cercano, secondo me (finora) ottusamente di non crescere mai, di continuare a mantenere la stessa vita più a lungo possibile, di vivere un'eterna spensierata adolescenza-gioventù. E criticavo, e dicevo “Che fessi, è ora di crescere”.

Ma ora ho dei dubbi al riguardo, e mi sa che il fesso sono io. Perché mi pongo queste domande? Perché non divento anche io una mucca felice? Altra domanda.

venerdì 12 ottobre 2012

Fumatori notturni.

Poc'anzi, diciamo almeno una mezz'ora fa (si sa che il mio senso del tempo è elastico...) mi sono alzato dalla mia stanza e sono uscito dal mio buio e umido antro. Capita infatti che questa sera sia rimasto a casa (anche i vip come me a volte al venerdì sera non escono... specie se non c'è nessuno per farlo), e quindi mi sia murato vivo nella mia stanza (approfittando dell'assenza totale di coinquilini) a perdere tempo con giochi di difficoltà estrema. Tipo Binding Of Isaac, per dirne uno.

Comunque sia, per evitare le piaghe da decubito, ad un certo punto mi son pure alzato, giusto per arrivare fino alla cucina, prendermi un biscotto (in culo all'obesità) e muovermi quel minimo.
Mentre uscivo, notavo la porta quasi aperta dell'unico coinquilino rimasto in casa, un baldo giovane uomo di 30 e qualcosa anni. Persona normale, passava pure lui la serata in assoluto relax, probabilmente facendo le stesse cose inutili che stavo facendo io. Nel mentre, fumava; ed uscendo si sentiva infatti un odore di sigaretta piuttosto marcato, un odore che una finestra aperta non riusciva perfettamente a smaltire.

Quell'odore, sebbene non fastidioso, riporta alla memoria sensazioni e ricordi sopiti; anni fa, quando c'era ancora mio padre, ricordo di pochi giorni, poche occasioni in cui mi trovavo da solo in casa con lui. Non ho mai avuto un ottimo rapporto padre-figlio (e un giorno riprenderò l'argomento, forse), perciò in quelle rare occasioni mi sentivo, come dire, in trappola. Se ero in camera mia, non osavo uscire, volevo evitare il contatto quanto più possibile (diversamente da quanto possa sembrare, ciò non accadeva nella sola "adolescenza ribelle", ma anche prima e dopo); se invece, malauguratamente, era in camera mia (ad esempio per il solitario di Windows, sua grande passione), tacevo e mi concentravo su una qualsiasi attività, cercando di non guardare nemmeno nella sua direzione.

Quand'ero ancora più piccolo, mio padre fumava; fumava Marlboro rosse, schiette, da camionista. Non a caso, faceva il camionista; smise quando ebbe un primo incidente di camion, e fu costretto dalla degenza ospedaliera a non accendersi più una sigaretta per mesi. Ovviamente perse l'abitudine. Ma prima di questo, appunto, fumava; non troppo spesso, ma abbastanza da farmi ricordare della cucina dal forte odore di fumo, del posacenere rosso che usava, della sgradevolezza dell'odore di tabacco. Puntualizzo: l'odore di sigaretta mi insolentisce; il che è curioso, visto che io fumo abbastanza regolarmente il sigaro toscano. Anche il mio ex vicino di casa, cinquantenne e forte fumatore, mi chiedeva spesso come questo fosse possibile, ma non sapevo dargli risposta.

Comunque sia, poc'anzi, passando difronte alla camera del mio coinquilino, queste sensazioni son tornate a galla; il ricordo del fumo e il desiderio di non passare di fronte alla camera di qualcuno. Con la differenza che oggi succede per non disturbare (vedasi il post di ieri), ieri succedeva per non voler essere disturbato.

Buonanotte a tutti e scusate per la parentesi Marzulliana.

giovedì 11 ottobre 2012

Petare senza permesso non è permesso.

Comunque alla prima settimana - e più - di coinquilinaggio ci siamo arrivati.
E fin qua, diranno i più, come potrebbe importarcene di meno?
In effetti neanche a me interessa un granché, o interesserebbe. Potrei avere la reazione media da psicologo, cioè annuire, dire "mh-h, mh-, mh-h" e concludere con "duecento euro, prego". Insomma, una roba così, come diceva un amico mio, che peraltro è psicologo pure lui, quindi se lo dice lui va bene. Potrei, e in effetti la avrei se non stessi parlando di me.

Cos'è che stavo dicendo?

Ah sì, che volevo fare il classico pippotto sulle novità della vita. Non della mia, ma il classico post-palla del tipo "ora parlo un po' a ruota libera su cosa significhi passare dalla vita privata alla vita con coinquiliname vario". Esclusa mia mamma, si intende. Come post è probabilmente una cosa scontata come le olive nel Martini, ma va fatto. Puntualizzerei peraltro che l'oliva nel Martini è una cosa essenziale, e giusto ieri sera me ne hanno servito uno con un'oliva grossa quantomeno come un testicolo umano, chissà dove l'han presa. Beninteso, non è che mi intenda di testicoli umani, dato che non passo i pomeriggi emulando Lorena Bobbit, però lo dico. Che poi la Bobbit non ha troncato i testicoli, ma va bene lo stesso.

Comunque, stavo dicendo che insomma, ci sono delle cose da dire. Anche se questo è il post più scontato degli ultimi cento anni.

Allora. Ci sono delle cose che devo ancora capire bene, ma più meno ci siamo. Ci stiamo arrangiando, ecco. Il fatto di abitare in una casa di ingegneri o simili (scusate, io ho la terza media e certe cose non le capisco... al di là dei numeri base, cioè quelli dall'uno al nove, non so andare), probabilmente, gioca a nostro favore sul fronte "organizzazione". Cose semplici tipo "ricordati che la lavatrice va chiusa qui, qui e qui quando hai finito", "le pentole vanno lì, lì e lì" e altre amenità sono chiarissime. I dubbi sono sempre morali, per quanto mi riguarda (siamo umanisti e figli di Dio).

Tipo.

Primo: salutare. Il salutare, devo farlo o no? Devo entrare in casa, bussare alla camera di tutti e salutare tutti? Oppure basta che saluti chi incontro lungo la strada, tipo se becco uno con la porta aperta? Oppure è a mia discrezione e vaffanculo, se ho voglia ti saluto se no no? Bella domanda. Nel dubbio, per ora saluto più meno tutto, anche se temo di star risultando molesto. Altro dubbio: il casino e la vita privata; potrò mettere i Regurgitate a bomba? Potrò andare a dormire alle quattro di mattina, dopo aver visitato siti ignobili in curdo e rumeno tutta la notte, o darò fastidio al mio co-camerata? (Che poi, come cazzo si chiama quello che sta in camera con te? Co-camerata? Co-stanzaro? Il coinquilino è quello che sta in casa, ma in camera? Boh)

In teoria, nei limiti di un po' di rispetto civile, penso di potermi fare i fatti miei. Ecco, magari limitandomi un pochettino (tipo andando a dormire alle tre e non alle quattro). Penso. Però ho sempre la sensazione di disturbare, ma quello sempre, perché sono fantozziano dentro. Fantozziano nel senso di "com'è umano lei", ecco. Nel senso di "chiedo sempre il permesso", anche per petare a forte pressione. Beh, in effetti quello forse no. 

Forse però.

sabato 6 ottobre 2012

Comunque Maria Callas spacca i culi.

Una volta, un saggio - ma un saggio vero eh, mica un cialtrone come Fabio Volo - aveva detto che "fra il dire e il fare c'è di mezzo il mare". Evidentemente era anche un saggio ligure, vista la metafora marinaresca. O forse, come mi suggerisce Critone dalla regia, era greco, dato che anche i greci, pare, avevano una qualcerta capacità navigativa. Si dice navigativa? Navigatoria? Natante? Boh. Io queste cose non le so, ho la terza media a fatica, presa peraltro per anzianità di servizio. 

Comunque sia, pensavo a quest'antico adagio. Oggi, un sabato sera ore venti e cinquantanove, è quasi una settimana di vita da fuorisede; martedì, per essere proprio pignoli, sarà una settimana piena. Ho escluso il weekend, diciamo. E dunque, che dire e che pensare. Dire e pensare che si va, come era prevedibile, o, come dicono i galli, ca va sans dire (espressione che, pur non avendo idea nè di che significhi nè tantomeno come si pronunci, mi piace assai perché fa uomo di mondo, come la Mastercard e il sigaro), ad alti e bassi. A volte, la vita del fuorisede presenta gli indubbi vantaggi della tranquillità, dei propri orari, delle proprie scelte (dalla lista della spesa all'evidente gusto di potersi esibire, per esempio, in una versione della Traviata a rutti, con buona pace di Maria Callas), eccetra eccetra eccetra. Ma presenta anche indubbi svantaggi; i quali, nel mio caso di uomo di casa più casalingo di una chiocciola, non sono le noie domestiche (lavare, pulire, badare alla lavatrice ecc ecc), nè la convivenza schietta coi coinquilini (dopo le vicende mitologiche con la mia nota coinquilina, figuriamoci), bensì piuttosto due grossi ostacoli: la noia/solitudine (che potremmo eventualmente riassumere con una sola parola, sebbene imprecisa: tedio) e i soldi.

La prima tende a manifestarsi specialmente in momenti come questi: sabati sera; difficile convivere con cinque persone, tutte della zona, tutte pronte a farsi il weekend a casa loro. Perché, com'è normale, ti piantano in asso per andarsene; fortunatamente, almeno per ora, rimango qua con la mia significante altra - con un frigo pieno di Peroni e un pc carico di puntate di X Files, giusto perché gli anni '90 non finiscono mai. Poi, si vedrà; lei scenderà ed io rimarrò solo come una scarpa spaiata? Fraternizzerò con qualche (altro) studente di ebraico e passerò con essi i miei futuri weekend? Non si sa, "tomorrow never knows" come dicono gli ungheresi, e quindi vedremo. Certo, l'eventualità di stare da soli soletti solini non è proprio incoraggiante, specie se pensi che tutto il tuo mondo è a quattro ore di treno da te, ma pazienza, si tira a Campari. D'altronde, almeno per adesso, i vantaggi superano gli svantaggi: siamo con la suddetta significante altra (un piacevole caso di ricongiungimento familiare), andiamo a lezione, studiamo ebraico, ci rilassiamo un po' lontano da casa e dalla mamma, insomma, via, ci siam capiti. La solitudine si affronta, la noia ci lavoreremo, ecco.

Più difficile è la quistione finanziaria; difficile dormire sonni tranquilli, come diceva il mio bassista (che di professione fa il pasticcere, così, per dire), quando non sai quanti soldi hai. E appunto, quanti soldi ho? Posso stare qua a Padova senza problemi? Non si sa, le fonti ufficiali dicono di sì, ma facendo cadere ogni soldino come una mancia epica e divina, non si riesce a capire. Chiedo a mia mamma: "posso andare tranquillo? Abbiamo i soldi?", e la risposta è un qualcosa di simile a "Sì, forse, però io non ne ho". Letteralmente. Che, interpretato da Critone e soprattutto da Osvaldo, che di soldi se ne intende, si può tradurre con "oggi guadagno poco, ma in assoluto ho dei soldi da parte che puoi usare senza scialare". La risposta sarebbe anche accettabile, se non fosse che non so un tubo di quanti essi siano, e quindi non ho idea di quanto posso spendere. Del tipo che se spendo 5 euri in birre una sera mi sembra di aver crocifisso Cristo (vabbè, forse non è il paragone più felice, dovevo usare qualcosa di serio), e quindi non so che fare. Ovviamente, il mio cervello ragiona in modo massivo, come dico io. Per cui, per esempio, se mi prendo il raffreddore (come per esempio accade adesso), sicuramente nelle ore successive degenererà in febbre, poi in polmonite, poi dovrò riempirmi di farmaci per poter uscire di casa eccetra eccetra. Naturalmente non succederà nulla di tutto questo, ma funziono così; le persone di questa categoria, in genere, le chiamano "menagramo". E in effetti è vero. Per estensione, se non so quanti soldi ho, e ne spendo (forse?) qualcuno di più, il pensiero di cadere nella miseria nera sotto un ponte si materializza, così come quelli della disoccupazione ed affini (van a braccetto, bastardi). E allora? 

E allora niente, questo per dire che stasera, con la casa vuota e il borsellino che scotta (forse e senza saperlo) sono un po' depresso. Ma penso che poi passerà, penso a Zio Paperone immerso nel ghiaccio del Klondike (fatto storico, come diceva la mia prof di filosofia e storia al liceo, giuro), e allora penso "che sia odio o che sia amore, passerà" (come invece diceva, credo, Massimo Ranieri).

Buona camicia a tutti.

lunedì 1 ottobre 2012

I Bathory ci accompagnano al TATE.

L'altro giorno stavo sentendo i Bathory.
Ma questo non c'entra.

Cioè a dire il vero, l'altro giorno ero al TATE Museum (quello a Londra) a ridere degli hipster che disegnavano, buttati negli angoli, su moleskine casuali, assolutamente indegne delle loro manacce. Non che le mie siano più degne; ricordo di aver provato a comprare delle moleskine per decine (almeno due, che per me che esagero tutto diventano decine) di volte, di quelle del formato più piccolo. L'idea era tenerle nella tasca della giacca, con una matita, e appuntarci idee e pensieri suscitati dal gironzolare in città. Ok, l'idea era l'hipsterata definitiva, ma mi venne ben prima che andasse di moda fare così; ed in ogni caso, non sono mai riuscito a completare più di poche pagine, perché a me, come sempre, è la costanza che mi frega.

In ogni caso, l'altro giorno, dicevo, ero al TATE, a Londra, in vacanza. Volevo fare il signorotto e ho pagato una vacanza per me e la mia significante altra, in realtà svenandomi, ma ne è valsa la pena. In vacanza prima di partire, prima di andare e trasferirmi, beneomale, a Padova. Con tutto ciò che la cosa comporta, incluso principalmente un senso di spesa - e colpa - pazzesco, ma pazienza, sopravviveremo anche a questo, come siamo sopravvissuti a tutto, inclusa la cicuta.

Poi oh, sticazzi. La cosa più importante, per quanto mi riguarda, è che torno a lezione dopo qualcosa come quasi un anno; ho sempre frequentato relativamente poco, e poi, nell'ultimo periodo dell'ultimo anno, ho iniziato un trasloco, seguendo ancora meno. Era marzo dell'anno scorso. Le nostre lezioni finiscono in media verso metà aprile (perché ad aprile c'è Pasqua, dopo Pasqua inizia in genere maggio, e a maggio rimangono poche lezioni che non solo quasi nessuno segue, ma che spesso i professori tendono a mollare lì), quindi da marzo dell'anno scorso, più meno, non entro in facoltà. Non vado a lezione, non vedo nessuno, non frequento lezioni con altri studenti; dopo questo periodo iniziai a studiare per l'Erasmus e poi, dopo il suo flop, per gli esami successivi, per poi laurearmi un anno dopo, a marzo, di nuovo. Da più di un anno, quindi, non ho "vita universitaria".

E insomma, un po' ci vuole. Quindi pensavo ai Bathory, e pensavo che è il momento di tornare in facoltà canticchiando "The Return of Darkness and Evil". Che si addice.

domenica 23 settembre 2012

Orson molla la bottiglia e vieni qua.

Non sono pronto.
Nonostante tutto, non sono pronto.

Lo diceva un noto personaggio dei fumetti, ideato da un celebre autore italiano che ha ottenuto la fama per questo suo ironico, spiritoso e buffo personaggio, nato come caricatura e parodia ma poi cresciuto fino a diventare un personaggio a tutto tondo. Non dico qual'è per non supportarlo - visto che non mi fa più ridere.

Comunque no, non sono pronto. Nelle ultime settimane, nelle ultime turbolente settimane, ho visto montarsi e smontarsi diversi orizzonti ed orizzonti diversi, ho visto futuri prendere forma come previsto, sciogliersi come neve al sole, essere sostituiti da futuri altrettanto interessanti, perdersi di nuovo, e ancora riformarsi. Ed adesso? Ed adesso non lo so.

Adesso, sarebbe ora di mettere ordine nei pensieri e nelle cose da fare e da pensare. Perché è improbabile cercare di gestire una situazione nuova se non si ha chiaro in testa il dafarsi. Perciò ora ci mettiamo su a bomba una ricca compilation di cazzate e brani sparsi, principalmente Eleanor Rigby, Djobi Djoba e altre robe da persone che hanno passato i quaranta, e ci riflettiamo. Allora, Critone, che sta succedendo? Perché non mi hai svegliato? Eri qui da molto?

Da molto, o Critone. Ma non ti ho svegliato.

Come alcuni di voi fan ricorderanno (quali fan? Ho meno fan io di Mouth of Mencia), ho smosso mari, monti e pensiline dell'autobus per cercare una sistemazione a Padova. A Padova, per studiare quello che volevo studiare, per arrangiarmi da solo, per uscire di casa, per scrollarmi dallo stato di noia e inattività mortale degli ultimi mesi, dalla laurea ad adesso. Ma anche per de-diradare i rapporti (vedasi in passato), perché appunto, come dicevo, nonostante tutto non sono pronto.All'inizio tutto pareva, come in Medea, essere perfetto e piacevole; "everything went better than expedition", come si suol dire. Tutto sembrava essere perfettamente inquadrato. La residenza universitaria, la borsa di studio, tutto sarebbe filato, concedendomi di partire senza soverchie preoccupazioni, salvo il dover per un po' interrompere la vita quotidiana - i soliti amici e le solite cose - per dedicarmi a una novità, che sarebbe stata piacevolmente inframmezzata da rientri alla quotidianità (cosa che peraltro ne avrebbe aumentato il valore), e via. 

Da dire che, a onor del vero, la novità sarebbe stata preferibile, a dire il vero. Sia perché c'è il nuovo che avanza, perché c'è l'interesse, la curiosità, la fame di futuro, sia perché la novità corrispondeva al ritorno ai vecchi rapporti. Perché appunto, nonostante tutto, nonostante i convincimenti logici e gli autoindottrinamenti degni del miglior padre Amorth, non ce la faccio. Nonostante tutto, la mente e i sentimenti procedono in direzione diverse; gli sforzi di "cercare di farcela" e di "cercare di stare tranquilli" anche senza la mia considerevole altra si infrangono contro una semplice questione: l'emotività. Finchè, diciamo, mi controllo, rimango tranquillo, in condizioni ideali, riesco a guardarmi allo specchio, a mentire a me stesso (essendo io un gonzo, è facile), e dirmi "Ma sì che ce la fai ciccio, dai su". Il problema è che al primo ostacolo, tutto crolla, e dico "No, non prendiamoci in giro, non siamo in grado neanche di tirarci su dal letto"; e difatti dico: meno male che ora torno su. 

O che de-dirado i rapporti. Ma poi realizzo che tutto questo discorso non ha senso, che tutto questo è malato, non è sano, non è normale dipendere incondizionatamente da una persona, no. E che quindi dovrei dire: "Bene vedersi spesso, ma non vedersi fa bene, tonifica". E poi di nuovo cambio idea e ricomincio il ciclo. Non mi ricordo cosa stessi dicendo.

Ah sì, che insomma, per me il trasloco significava principalmente "Ritornare a vedere spesso la mia considerevole altra". E quindi via, le condizioni ideali pianificate e questo "premio esistenziale" erano segno di qualcosa che finalmente quadrava. Malauguratamente, errori tecnici discutibili e altre menate, che non stiamo qui a raccontarci (principalmente per dare un taglio a questa lagna, e perché mi sono scocciato di ripremere "play" per far ripartire Djobi Djoba da YT ogni tre minuti e ventotto secondi circa), la cosa è saltata. Riassumo le settimane dagli errori tecnici ad oggi con una serie di immagini di me, scocciato, che prendo appuntamenti per mezza Padova, giro mezza Padova, prendo porte in faccia, rifiuti, bidoni dell'ultimo minuto, discuto con la mia coinquilina (mia mamma, per specificare, visto che mi sa che fra un po' l'andazzo cambia), cerco di capire quanti soldi ho, quanti non ne ho, di capire precisamente quanto sia povero o meno, organizzo trasferte, pianifico viaggi, regolo cose, faccio i conti precisi di quanto debbo o non debbo spendere, fino a trovare una sistemazione presumibilmente definitiva, e che in realtà per ora è definitiva solo perché ho detto a tutte le parti in causa (che non comunicano fra loro) che avrei parlato con tutte le altre e di tenere la casa.

Insomma, storiacce. Ora, da semplice, l'inseguimento della significante altra è diventato complesso e costoso. E difatti m'è un po' sceso l'umore (ma forse un po' si notava, c'è Orson di là che beve a fiumi). Ora uno dice: qual'è il problema? Il problema è che, essendomi sceso l'umore, siamo tornati alla situazione di cui sopra: qualsiasi cosa sembra insormontabile, difficile, e la mia baldanza è crollata un po', come il dio azteco che rifiutò di sacrificarsi per diventare il sole; un altro lo fece al posto suo, e lui, deluso, si uccise subito dopo, diventando solo la Luna. Ed insomma, mi rendo conto che, nonostante tutto, alla soglia di un cambiamento piuttosto notevole sia normale essere presi male. Mi rendo conto di desiderare di essere sempre supportato dalla mia significante altra, ma mi rendo conto di capire che è impossibile. Di nuovo, mente e sentimento litigano duro, in due angoli diversi (il sentimento lo riconosci perché ha le braghette rosse). E perciò mi domando: quanto di quello che sto facendo, quanto di quello che sto pensando, quanto di questo senso di dispiacere è sensato?

venerdì 7 settembre 2012

Scarpe di pitone.

L'altro giorno c'eravamo io, Critone e Orson Welles (già ubriaco), e stavamo pensando di farci un pokerino, ma eravamo solo in tre. Dunque, visto che giocare a poker col morto non m'è mai piaciuto (che io peraltro manco le so le regole del poker, anzi, tutte le volte le imparo e me le ridimentico in corso di partita; io so giocare solo a briscola, a scala e a blackjack), e visto che anche a Critone l'idea non andava perché gli ricordava i bei tempi in cui andava a svegliare Socrate in cella (Orson invece stava zitto, perché appunto era già sbronzo), ci siam messi a parlare io e Critone di un paio di cosette (mentre Orson dormicchiava, ogni tanto inveiva qualcosa).

Insomma, stavo pensando che ho ventiquattro anni, perdiana. Cioè ho almeno un paio d'anni in più della maggior parte dei giovani e delle starlettes televisive/cinematografiche/musicali varie della terra. Son probabilmente (credo) più anziano di quella lì, quella che s'è tagliata i capelli per non restare imprigionata nel suo ruolo di Hermione Granger, come si chiama, cosa lì, Emma Watson. Sono sicuramente più vecchio di... boh, Justin Bieber? Di un casino di gente. Perfino Iggy Azalea (gran signorina) è più giovane di me. Per non parlare del fatto che mentre io sono qua che lamento il fatto di esistere e di essere italiano e privo di lavoro, a 24 anni, qualche tempo fa, a 16 anni, gli Immortal già incidevano. E mica incidevano noccioline eh.

Ma in realtà non volevo fare il discorso del "sono vecchio e inconcludente", perché in realtà non è vero. Volevo dire un'altra cosa. Volevo dire alla corte che non so com'è, ma sembra che qua intorno a me tutti si fissino su qualcosa, già a 19-20 anni, e a 24 sei già considerato un fossile. Intendo dire che quasi tutti si creano di te e di se stessi (quindi di tutti) un'immagine, intorno ai 20 anni, e poi non la mutano più; immagine intesa proprio ne senso di immagine fisica, di aspetto, di pura apparenza schietta. Pensa al povero Orson, quanti si ricordano che è stato anche giovane, prima di avere la barbazza? Orson, tu te lo ricordi quand'eri giovane? Ma no che non si ricorda, non si ricoda manco Critone, figurati un beone come Orson.

E quindi prima ero lì in cucina che guardavo le magliette stirate, e ne notavo una bianca, estiva, con un bel disegno estivo di palme-e-spiaggia (in realtà c'erano anche delle sagome di zombies e quella è una maglia promozionale di Dead Rising 2, ma amen), e pensavo, mentre prendevo il caffè, qualcosa tipo "non è più stagione per le magliette bianche, fa freddo". Però pensavo anche che, volendo, quest'inverno, fine autunno, si potrebbe ancora mettere, magari con una giacchetta carina, per andare, che so, a ballare tipo. Maglietta estiva e spiritosa, giacca, insomma fa un po' hipster ma ci sta. Poi pensavo che, su un completo del genere, un accessorio che ci sta - magari non su di me, ma in assoluto sì - sarebbe tipo una catenella metallica, non necessariamente d'oro, ma una catena, non troppo spessa, magari lunga. O perlomeno per me ci starebbe.

Alchè ho pensato che chiunque mi avrebbe subito detto qualcosa di molto simile a "cazzo fai?", sottolineando che io non sono tipo da catene, bensì da magliette dei Sarcòfago. E' questo che volevo dire. Cioè ti crei un'immagine, un aspetto, e difficilmente puoi evaderne; e se poi sei, per caso, come me, imparentato con Lady Gaga, o perlomeno fulminato e appariscente uguale, passerai sempre come uno "sopra le righe che tutte le volte si veste in modo strano". Che noia. Che poi veramente, metti un accessorio in più, una robina appena appena fuori dagli schemi, tipo che so una giacca d'oro, e tutti subito a dire che sei vestito in modo strano e fuori dal tuo standard.
Manco avessi un boa di piume, per dire. O delle scarpe di pitone. Mah. Secondo me, hanno tutti degli orizzonti di cicoria e delle limitatezze estetiche straordinarie.

Mi ricordo una volta che mi presentai a scuola con jeans e felpa, perché stavo malino e non avevo voglia di uscire, e tutti a dire "Oh, finalmente vestito in modo normale". Ma che discorsi oh.
Orson, passami un brandy, va.

sabato 1 settembre 2012

Fettina Amadori.

E' venuto, tutto di colpo, il freddo. Cioè non proprio freddo freddo, ma un piacevole freschello, quanto basta da doversi mettere i pantaloni lunghi e, la sera, una giacchetta. Cosa che, dopo almeno un mese di appiccicume, non può che farmi piacere. Il freddo pungente mi stuzzica sempre, mi risveglia le idee, mi dà voglia di lavorare; mentre ovviamente il caldo mi ottunde, mi rende apatico, pigro. Il freddo stimola il cervello. Per estensione, poichè com'è noto io sono Cassandra - e prevedo il futuro - ho iniziato a festeggiare il freddo prima ancora che esso arrivasse, preparandomi un viaggio a Londra - d'amblè, come dicono gli ungheresi - per fine mese.

Questo perché, come già detto, sono un vip, e a me non capitano cose tipo "ho incontrato un amico per strada", ma minimo minimo "mi trovo a un concerto rap sudafricano" o "domani vado a Londra". Non domani, eh, ma il senso c'è. Fattostà che ho pagato una cifra considerevolmente scarsa per quattro giorni nella capitale morale degli hipster di tutto il pianeta, per me e per la mia considerevole altra. In effetti mi rendo conto che "considerevole altra" è un termine realmente orrendo, ma capitemi: gli inglesi stessi usano dire "significant other" per indicare il partner, quindi ho provato - senza un motivo ragionevole - a tradurlo. E no, fa schifo.

D'altronde ci sono un botto di cose, nella lingua inglese, che fan pena a cercare di tradurle. Ma questo onestamente non penso importi a nessuno. Buffo che ci siano cose interessanti, tipo la riproduzione dei celenterati, che non interessano a nessuno. Quelle tipiche conoscenze-senza-una-ragione che ti possono venire solamente da due cose: uno studio estremamente settoriale, oppure una combinazione di insonnia e "pagina a caso" su Wikipedia. E quest'ultima cosa è uno dei miei sport preferiti. Così ho potuto apprendere quanti km manchino alle cascate del Niagara per poter erodere la distanza fra loro e il lago (32 km), e anche quanti anni ci vorranno (mi pare 5mila, ma potrei errare). Ho potuto apprendere anche, per esempio, che, sebbene il "belgian beat" sembri sottintendere degli artisti belgi, in realtà la maggior parte degli esponenti del genere erano italiani, tipo il Dr. Phibes.

A proposito di Dr. Phibes: ricordo distintamente di aver visto e apprezzato il film, con uno straordinario Vincent Price nella parte del dottore, ma non ricordo assolutamente quando. Il che è buffo, considerato che vedo pochissimi film e quasi sempre in qualche particolare occasione. Ricordo però di averlo visto con la mia considerevole altra. Ah no, questo non dovevo dirlo.

E' tutta colpa dell'inglese, che ormai ci pervade. Anche se c'è ancora gente (tipo io) che ha ancora delle feroci difficoltà di pronuncia. Anche Cesara, sul Tg5, le ha, pronunciando il nome del parco dello Yosemite (pron. "IOSEMAIT") come "IOSMìT". L'unica differenza fra me e Cesara è che io non sono un giornalista professionista, e quindi non sono tenuto a pronunzie perfette.

Peraltro, stasera il Tg5 ha proseguito con i soliti, tristi servizi sulla crisi, denunciando dati apocalittici che, al giorno d'oggi, mi fan ancora girare le scatole. Ancora oggi devo sorbirmi il servizio sulla signora che "compra libri e quaderni per i figli che vanno a scuola" e spende almeno 500€. Accipicchia, cinquecento euro. Come anche gli altri servizi dove "la spesa costa milioni". 
Io saranno almeno almeno 6/7 anni che vivo "in povertà", con il solo stipendio di mia mamma. Non intendo vantarmi, nè buttarla sul tragico o sul patetico, ma in tutti questi anni ho imparato ad arrangiarmi benissimo nella spesa, riuscendo a mangiare dignitosamente ogni santo giorno senza spendere l'ira di Dio. Quello che mi scoccia non è tanto l'atteggiamento spesso sprecone di chi "ha", e quindi si permette spese, diciamo, meno oculate. Bensì mi scoccia l'atteggiamento sospettoso e diffidente all'affermazione "io risparmio sulla spesa".

Capiamoci. Molte volte, quando dici a qualcuno "risparmio sulla spesa", si figurano due scenari:
1) Spesa minima, escludendo decine di prodotti e vivendo di qualche combinazione estremamente povera, livello pane e acqua o pasta e sugo. Spesso, quando si pensa questa cosa, si immagina di stare parlando proprio con qualcuno che vive di scatolette, di pasta in bianco, di miseria, che ovviamente è bramoso di salumi e culatelli.
2) Spesa quasi normale, in supermercati misteriosi e oscuri, i mitici "hard discount" della leggenda. Mai visti nella vita. La gente si figura, spesso, l'esistenza di un solo prodotto. Esiste il frollino Mulino Bianco, esiste il Pavesino, amen. Il biscotto del discount probabilmente è macinato con la farina di ossa di bimbi cinesi, secondo molta gente. Tralasciando il solito - e noto - discorso del "lo stabilimento e il produttore sono gli stessi, il prodotto è identico ma senza marchio", trovo la cosa realmente triste. Cioè trovo triste che la maggior parte dei consumatori sia "intrinsecamente" un consumatore, inabile ad andare oltre il proprio naso.

Conosco caterve di persone che possono solo comprare. O prodotti di marca, o prodotti bilogici/equosolidali da abbracciaalberi, ma sempre solo comprare possono. Ed in entrambi i casi, prodotti di un qualcerto marchio. Mai un prodotto da discount. Non si fidano. Ed in entrambi i casi, nessuno dei due cercherebbe di produrre lo stesso prodotto in casa. Quindi rimangono consumatori, all'osso.

E' questa la vera essenza della crisi in Italia: il perdersi in un bicchier d'acqua nel fare la spesa. Non puoi comprare la fettina panata Amadori? Hai mai considerato l'ipotesi di prenderla in un supermercato meno caro? No? Bravo. E di farla in casa? Non se ne parla.

E poi la gente soffre la crisi. Ma tenetevela, io mi faccio il pane in casa e la crisi, a casa mia, non si sente. Con 1000 euro al mese e l'affitto.