mercoledì 15 novembre 2017

Stagioni diverse - King non c'entra.

Stagioni diverse, e periodi uguali.

Prima stavo risentendo un vecchio disco dei Crookers, e mi sono commosso. Non tanto perché mi fossi ricordato di quando ero andato a vederli dal vivo, indossando il chiodo col logo dei Venom (fatto da me, mica noccioline), con la precisa intenzione di risultare fuori posto - passando altresì da hipster totale ante litteram. Peraltro in quell'occasione avevo scommesso sull'imminente successo dei giovani Ego Troopers, in quel periodo nuova sensazione della musica underground, e avevo indovinato.

Ed in quella occasione mi feci dare del samurai da una ragazza a caso, che trovava il mio codino - fatto per smaltire il caldo disumano che sviluppi andando a ballare con il chiodo - molto da samurai, appunto, anche se io mi sentivo più simile al padre di Tatewaki Kuno - al secolo, il preside della scuola - in Ranma 1/2.

Dicevo che stavo risentendo Dr Gonzo dei Crookers. Lo risento, e mi trovo un brano che qualche anno fa sentivo sempre; la sentivo sempre e la canticchiavo ancora più spesso.

Bust'em up, bust bust bust bust'em up, bust'em up.

Rimaneva in testa.

Bust'em up, bust bust bust bust'em up, bust'em up.

Rimaneva veramente in testa.

C'era un mio caro amico che come me la canticchiava spesso. Quando lo conoscevo era coinquilino con un altro mio amico; in realtà non mi ricordo chi avessi conosciuto prima, dei due. Forse lui, forse l'altro, non mi ricordo.

Fattostà che lui pure conosceva quel brano e quel disco. La metteva agli eventi sociali del nostro gruppo di poveri disadattati, in cuffia, in autoradio, in spiaggia. La canticchiava ogni tanto con quel modo di fare a metà fra il prendermi in giro e il tirare fuori un meme interno. Poi s'è fidanzato con una, tempo breve e va ad abitare con lei. Lo vedo un pochino meno, ma gli mando ogni tanto il video, da Facebook, come dire "ti ricordi, sembra ieri". E in effetti era ieri.

Poi succede che si sposa, gli continuo a mandare i Crookers, anche io ora come meme misto ricordi. Poi lei rimane incinta, a breve avranno una figlia; gli rimando il brano, sempre via Facebook, così lei già nasce col segno giusto, gli dico, vedi che inizia ascoltando la musica giusta (avrei potuto proporre anche i Can, pensandoci, ma probabilmente era un po' troppo per una neonata, anche se forse i Faust potevano andare).

Adesso la piccola ha già qualcosa come sei mesi, forse di più. Non ricordo cos'ho mangiato ieri sera, figurati ricordarmi puntualmente quand'è nata lei. Con l'anno che ho passato, poi, figurati.

Però sto ancora sentendo quel disco, di tanto in tanto.

E mi commuovo, mi pare che il tempo sia passato a una velocità che fatico a capire. Cosa sarà stato, due, tre anni fa. Avevo venticinque, ventisei anni. Se ci pensi, a numeri non è tantissimo, da ventisei a ventinove. Da ventisette a trenta, cosa sarà. Alcune cose sono uguali, tipo il chiodo dei Venom, che è ancora lì a prendere polvere ma lo metto, quando serve. E alcune persone che conosco sono identiche, specie quelle che avevano più di trent'anni già allora, e adesso sono pressoché immutate.

Poi realizzo che in realtà è passato un casino di tempo, la distanza separa le particelle dell'atomo è un incommensurabile abisso (cit.),e pochi anni sono stati in realtà enormi. Ogni tanto ci penso, e la cosa mi mette a disagio; poi però ci ripenso, e mi mette meno a disagio. Voglio dire, in tot anni non saranno mica successe solo cose negative, no? Ho fatto cose, visto gente, imparato nuovi trucchi, beneomale la vita è andata avanti, anche se all'improvviso sei vecchissimo (cit.) e non ti aspettavi queste cose, non ti aspettavi che il tempo passasse così in fretta.

Te ne accorgi quando pensi a quante persone non frequenti più dei tuoi migliori amici dell'epoca, vuoi per sfiga, vuoi perché sei stronzo tu, vuoi perché lo sono loro. Vuoi che tre anni fa accompagnavi gli amici a studiare in biblioteca, che tu avevi appena finito e cercavi lavoro, ed oggi la biblioteca manco sai cosa sia. Vuoi che due anni fa iniziavi a lavorare come stagista dei falliti e avevi abbastanza tempo da leggere Faulkner fino alle tre del mattino - tanto non dormivi uguale, mentre oggi la voglia di leggere è zero, e passi il tempo quand'è tanto a leggerti gli ultimi numeri di Steel Ball Run, che vuoi sapere come va a finire con Diego Brando. Vuoi che hai sempre la sensazione che la vita, come già detto, abbia bussato prepotentemente alla porta delle vite tua e dei tuoi cari, qualcuno era pronto e l'ha accolta con arance e dolcetti, come si fa con Babbo Natale, qualcun'altro non era pronto ma se l'è cavata con un cinque e mezzo e al posto, qualcun'altro ancora è praticamente morto ma è tornato, alcuni non sono mai tornati, portati via dall'onda di piena e, a differenza di Sandokan, non sono stati salvati da un principe inglese.

Però le cose sono anche migliorate. Se ricollego i ricordi tutti insieme, se creo uno schema come quello dei maniaci nei film americani, con la mappa, i puntini, e i fili tutti a collegare tutto, esce anche una figura carina. Qualche anno fa, quando sentivo i Crookers alle feste, sapevo sì e no mettere insieme due uova per fare la pastafrolla. Oggi almeno la pastafrolla la so fare bene, per non voler dire di più e passare per vanesio. 

D'altronde, siamo tutti migliorati. Come nei migliori romanzi di formazione.

I quali spesso ad un certo punto finiscono, tipo così.

lunedì 6 novembre 2017

Al bar delle Vigne (parte I)

L'altra sera mi trovavo, coincidenzialmente, da Nuccio.

Diversamente dagli ambienti mitologici che descrivo usualmente per rappresentare spazi immaginari entro cui collocare dialoghi immaginari, di matrice pseudoplatonica, ovverosia con figure inventate che assolvono ruoli e conversano fra loro per suggerire al lettore idee e filosofie, Nuccio esiste veramente.

Nuccio è un baretto piccolo come il mio bagno, nelle profondità dei vicoli genovesi. Un buco con l'insegna scrostata, l'interno in legno e quella lunga, infinita trafila di oggetti e cimeli tipici di un baretto di paese o dei vicoli, i guanti da boxe, le foto di Totò, le foto in montagna del proprietario. Una parete è occupata da foto scattate in mezzo mondo, dal Pan di Zucchero al Kilimanjaro, fino ad altri posti dimenticati da Dio, tutte riprese da avventori abituali - ma avventurosi - che hanno deciso di fotografarsi con cartelli tipo "NUCCIO C'E'", e "FAN DI NUCCIO", giusto per far sapere al mondo intero che quando tornano dall'Africa vanno a bere il bianchetto da Nuccio.

Cosa che comunque faccio anche io.

Dovete sapere difatti che Nuccio è l'unico locale di Genova dove, se chiedo un "Fernando", un tipico drink argentino a base di Fernet e Cola, non mi prendono a parolacce, ma me lo servono di volata. Ed essendo io grande fan di quella bevanda, capite che è fondamentale per me.

Comunque sia, l'altra sera ero da Nuccio.

Gli ordino una bottiglia di rosso, rosso argentino, vino di Mendoza. Aperitivo incluso, due fette di salame, due patatine, aperitivi da bar anni '70, come piace a me. Niente cocktail fashion, niente snack macrobiotici, niente pinzimonio di crudites, cose vecchio stile, le migliori.

Come me.

Nel senso che sono vecchio stile.

Mi ritiro nella sala interna, c'è il biliardo e la solita serie di cimeli, come sopra. Le foto di Sea Sheperd, chissà perché; la finestra dà su vico dell'Amor Perfetto. Siamo fra amici, beviamo il rosso, facciamo sparire l'aperitivo, brindiamo festeggiamo, il rosso finisce, eeh chissà dov'è Mendoza eeh ragazzi Mendoza non è tanto in basso, è poco sopra Buenos Aires, poco sotto Cordova, fa freddo ma non freddissimo dai, il vino viene su bene.

Eeeh ci potrei andare in Argentina, i documenti li ho, Macri merda, eeh gli italiani in Argentina eeh che tempi, eeh il Boca, meno male che non sono tifoso.

Tutti ridono.

Eeh ragazzi d'altronde il lavoro manca, eeeh sapete com'è, eeh ma il lavoro vedi che ora lo trovo anche io, eeeh ed anche io, anche io invece sto in crisi, eh io ne ho uno ma che merda ragazzi eeeh c'è altro vino no caspita è finito già oh dammi un po' dal tuo bicchiere te lo sei riempito di straforo maledizione eeh arrangiati è il mio.

Eeeh ma siamo praticamente tutti senza lavoro, eeh ma d'altronde il lavoro è sempre una trappola, bisogna non farcisi coinvolgere troppo, poi diventi un automa.

"Eh ma dipende in cosa ti realizzi", mi dice una.

Mi snebbio dal vino di Mendoza, che non sembra ma lo accuso.

"Eh sì perché magari che ne so, ti realizzi nel lavoro" - dice - "Magari il tuo hobby è il lavoro, magari la tua passione è quella, anche quando esci di casa".

La stiamo tutti a sentire, qualcuno è ancora confuso per il rosso, qualcun altro tace e medita, io aspetto le reazioni altrui, qualcuno inveisce che diavolo dici, come fai a vivere senza passioni fuori dal lavoro.

"Beh magari ami una materia e ne hai fatto il tuo lavoro".

E io penso ai miei ex compari di università, chissà che fine hanno fatto; la stragrande maggioranza di loro è invecchiato male, sono diventati frutti troppo maturi, hanno assorbito l'età di quello che abbiamo studiato e sono finiti lì, letteralmente. Anziani con le facce di giovani, o giovani con le facce d'anziani. E i memes di Facebook sui trentenni invecchiati vanno a farsi benedire.

Mentre pochissimi altri sono rimasti fedeli alle loro passioni, ed io ripenso alle nostre vecchie foto di quasi dieci anni fa - pensate amici ascoltatori - usciti dall'uovo dell'università, anzi, del liceo, giovani, belli e pieni di speranze nelle nostre facoltà. Oggi qualcuno è archeologo, qualcuno insegna, qualcuno ricerca, e poi ci sono io, che sono il matto e non ho mai focalizzato il mio interesse su qualcosa per più di quarantacinque secondi.

E difatti sono l'unico che non lavora nel settore.


Sono l'unico che fa lavori noiosi per tenere ben lontano il mondo delle cose belle dal mondo del lavoro. L'unico fra noi vecchi bastardi di facoltà, intendo. Ho preferito farlo per non vedermi contaminate le cose belle con le incombenze della vita e del lavoro.


Ogni tanto ci ripenso, anche quando non sono confuso dal vino di Mendoza.

E ogni volta fingo di essere la dea Met - l'imitazione mi riesce benissimo - e peso quanto perdo del mio lavoro possibile e quanto guadagno. Peso quanto studenti lavativi, genitori disgraziati e licei persi nelle lande più disagiate della Liguria possano battere il piacere di insegnare un Seneca straordinario.

Ma io ho un cattivo carattere, si sa, e sicuramente al primo "Ma profffe, a me nonmenefregauncazzo di Seneca", so che me ne andrei sbattendo la porta. E allora preferisco leggermelo a casa mia, Seneca, al posto del Guerin Sportivo.

Poi leggo anche il Guerin Sportivo, eh.

Giusto per il gusto di non capirlo.

Insomma, pian piano il vino di Mendoza mi si snebbia, e mi viene in mente che fra un tot di mesi faccio anche tipo trent'anni, che è una fetta considerevole della mia vita, una porzione abbondante, come la porzione abbondante della pizza di Spontini.

Forse potrei iniziare a chiedermi se io, la realizzazione, la sto trovando da qualche parte, e se no, dove dovrei cercarla.


Forse.



NUCCIO C'E.

martedì 24 ottobre 2017

Odore di scotizzo. Di minestrone bruciacchiato.

Non sentite anche voi un odore di chiuso?

Di stantio.

Di scotizzo, come dicono a Genova. Come quando non apri le finestre e hai fritto il baccalà prima, i cuculli dopo e la panissa durante. E poi hai la cucina che puzza come diosolosacosa. Di scotizzo, appunto, quell'odore così denso che è quasi solido, quasi navighi nell'aria unta.

Comunque, non sentite anche voi quell'odore lì?

Io sì, probabilmente perché il blog era qui a prendere unto e polvere da aprile. Rendiamoci conto.

Eh, ma ho avuto da fare, direi; son passate cose, persone, treni ed altri automezzi. Nel frattempo il mio lavoro è finito, nel frattempo mi sono dovuto arrangiare - fortunatamente non da molto - e ho dovuto un po' dare una ferma a certe cose, più una regolata ad altre, una spuntatina alla barba per sembrare meno un guaglione dell'ISIS e via, pronti.

Che poi, la battuta del guaglione dell'ISIS, che a me ha sempre fatto tanto tanto ridere come metafora esagerata, dicasi iperbole, non è nemmeno mia; era di un tizio che avevo conosciuto sul lavoro tanto tempo fa. Amichevole, gioviale; poi un giorno scopro - a sua insaputa - che mi sparlava clamorosamente dietro. Il fatto che lasciasse il pc aperto in ufficio e io controllassi regolarmente le sue conversazioni (ero convinto tradisse la moglie con un'altra collega, ndr) non giocava a suo favore. Morale della favola, usai i miei poteri da membro onorario di Gladio per ridimensionare bene i miei rapporti in quell'ufficio, in pratica decidendo di andarmene dall'oggi al domani, perché, come dicono i giovani, mi ero sostanzialmente rotto le palle.

Due anni e spiccioli dopo, decido di riscrivergli, bonariamente. L'intento originale, in realtà, era dirgli "Sai coso, devi sapere che ho sempre saputo che sei falso come una moneta di rame, ma dai, ti perdono, in fondo in quel periodo eri povero in canna e quindi presumibilmente un po' stressato, ci può stare che volessi fare il furbo sulla pelle del collega giovane dai". Parola più, parola meno.

Coincidenza, lui cade dal pero - è falso lui o gonzo io? - e, prima che abbia il tempo di vuotare il sacco, mi ferma, e mi informa che nella ditta dove ora lavora lui (quando decisi di andarmene diedi una interessante spintarella alla startup di merda dove lavoravo, mettendo sostanzialmente la cravatta di canapa al collo dello sprovveduto proprietario-startupper-geniodelmarketing, motivo per cui erano rimasti tutti a spasso) c'era sempre forte richiesta.

Ti segnalo io, lasciami il CV mi dice, lascia lascia, insiste via Facebook. Gli rispondo, tempo zero una gioviale quarantenne di Milano, spigliata e pronta a farcire la sua bocca (e la mia testa) di neologismi britannici, fra cui "smart", "outsource" e "grande occasione", che inglese non è ma era comunque una parola di troppo mi ricontatta. E' il momento, dice, quelli come te non possono stare indietro.

Subodoro la truffa e l'inganno, ma sto al gioco; in un tempo più breve di quello che intercorre fra un cambio di mutande e l'altro, sono già dentro, la ditta è uno dei più grandi marchi dell'informatica e dell'esistenza umana degli ultimi dieci anni, con un bel logo tutto colorato, ma non diciamo quale o mi chiudono il blog.

Poi si scopre che l'attività è un volgare call center; venduto bene, infiocchettato, in fondo si sarebbe potuto capire dai, come facevi a non capire, ma ora sei dentro. E come sono dentro, sono fuori; due giorni dopo lascio la bella Vimercate bestemmiando per i 61 euro di abbonamento interurbano alle corriere fatto per arrivare fino lì. 

Nel frattempo, nel periodo di colloqui, chiacchiere e presenza sul posto (facciamo una settimana massimo, in tutto), il gioviale ex collega mi rinfranca, il posto è bello, si guadagna bene, c'è il buffet a colazione. Te lo do' io il buffet e il buffot (cit.), maledizione. L'ultimo giorno mi congedo da lui, ciao bello ciao caro tanti auguri per il tuo prossimo lavoro.

Avanzamento veloce fino a due settimane dopo. Sono in un sushibar a Firenze, un posto che, come tanti altri sushibar gestiti da asiatici indistinti, nomino "Dragon", dato che i due terzi dell'iconografia di questi ristoranti comprende draghi, ed il terzo restante un misto di ciccioni da sumo, samurai disgraziati e gatti portafortuna. Questo però non è un "Dragon" qualsiasi, è "Agonia Dragon", vista l'esasperante lentezza dei camerieri, che ti portano a infilarti molecole di wasabi sotto le palpebre per rimanere sveglio.

Mi trovo da Agonia Dragon e mangio, una cena con la Significante Altra dopo tanto tempo.

Mi rivesto prima di uscire, frugo nelle tasche dell'impermeabile e trovo il cellulare con un messaggio; non l'ho sentito, mi affretto a leggerlo.

E' il mio ex collega, ex due volte a questo punto; mi scrive incazzato, a due settimane di distanza, perché secondo lui l'ho chiamato apposta per indurlo, indirettamente, a segnalarmi nella sua megaditta, per poi andare via - scelta che poi lui stesso comunque approva, eh - senza ringraziarlo dell'opportunità. Gli rispondo un po' stupito un po' offeso, poi cancello la conversazione - solo per non ritrovarmelo davanti e dover svilire gli dèi ogni volta; tempo zero e scopro che non è più fra i miei contatti in alcun social. Molto maturamente, come la mia ex coinquilina che mi cacciò di casa tirandomi le valigie contro, ha optato per la rivalsa mediatica prima delle altre, con l'ostracismo degli anni duemila che tanto fa tendenza.

Ancora oggi mi chiedo come potrò fare a scrivergli che è stronzo, e che sapevo tutto.

Comunque sia, la battuta sul guaglione dell'ISIS era sua. L'aveva usata in chat con una nostra collega, scrivendo "Ciao tesoro, mi sono appena alzato ora (abita a Dergano, quartiere periferico di Milano nord, ndr), scusa, dammi il tempo di farmi la barba, che se no sembro un guaglione dell'ISIS, e arrivo in ufficio". Erano le 9.40. Calcolando tutto, non sarebbe arrivato prima delle 10.40 in ufficio.

Ufficio dove io arrivavo puntuale alle 8.50. Dove nessuno si presentava mai prima delle dieci e qualcosa, dandomi il tempo di farmi i cazzi miei e mettere gli Slayer a volume inconcepibile. Rubavo letteralmente lo stipendio in un ufficio di fessi, come nemmeno i dipendenti dell'Ansaldo negli anni 70.

Questo per dire che se Dio vuole, nelle prossime giornate potrei tornare a scrivere due righe.

martedì 25 aprile 2017

Centoquaranta.

Centoquaranta, 

e la gallina canta. La filastrocca diceva "centocinquanta", ma io a centocinquanta post non ci sono ancora arrivato, ma a centoquaranta sì, quindi accontentiamoci, i dieci successivi vorran dire qualcos'altro, quando i tempi per scriverli saranno maturi.

Ad oggi i tempi sono infausti, mala tempora currunt dicevano già i latini, ma ormai lo dicono talmente tante persone che la verve intellettuale della frase si è esaurita, e l'unico modo di dire qualcosa è urlarlo in televisione piangendo, visto che ormai l'intellettualismo è stato rubato da orde di scalzacani ignoranti che han fatto di Goethe e della cultura il loro piccolo parco giochi, o meglio la propria serra, da cui staccare ad-hoc frasette e pensieri, che musicate con basi infauste create coi loop basici di Fruity Loops producono quel fenomeno che oggi si definisce "cantautorato", mentre Tenco si rivolta nella tomba per la clamorosa mancanza di contenuti dell'oggi.

I tempi rimangono infausti e il cielo è quasi grigio, il sole è insufficiente a illuminare le nostre giornate, ma non c'è nemmeno la pioggia nel pineto a rinfrescarci le idee, e rimaniamo nel grigio della luce fredda di un aprile che pare maggio ma è in realtà quasi febbraio, o forse è il contrario ed il mio senso del tempo è estremamente discutibile, oggi è il 2017 ma potrei stare scrivendo dal futuro, potrei trovarmi in un piccolo appartamento vista astroporto, a osservare navi spaziali, baluardo dell'umanità del futuro, lanciarsi in guerre o processi di terraformazione chissà dove, oppure potrei essere nel passato, seduto su una panca nel mio prato, osservando le luci di un tramonto inglese che sfuma pian piano, ed entro le diciotto dovrò essere in casa, dove la mia domestica di origine francese mi servirà del porridge a lume di candela, ed al massimo per le ventuno sarò nel mio studio a scrivere qualcosa in un improbabile latino, il cui uso mi è ignoto.

Oppure potrei essere nel presente, nel presente in cui sono e vivo insoddisfatto, navigando a braccio, ma perché? Per quale motivo navigo a braccio e non uso una mappa? Me lo domando ogni santa mattina, ogni mattina in cui mi alzo e mi sistemo i capelli con pochi colpi di mano, gli stessi che usava David Bowie nella copertina di Heroes. Navigo così a braccio che oggi mi sveglio ed è la fine di aprile, domani mi sveglio e sono in estate, ma non ho saltato dei giorni - perché King Crimson "just works" - è così perché i momenti di risveglio dalla routine sono rari ma ci sono.

Ancora una volta cerco di pianificare qualcosa, ma ogni giorno ho una carta imprevisto, ed il Monopoli dell'esistenza mi sta dando sempre qualche ostacolo, qualche limone come si dice nel mondo anglofono, ma a me la limonata non piace particolarmente, quindi i tuoi limoni puoi anche tenerteli, cara la mia esistenza. Ogni minuto che passa avverto un ronzio, un suono come di lenta macina a polverizzare chicchi di grano e farli in farina.

Quel ronzio è il suono che mi accompagna da almeno dieci anni, e non scherzo, è quel suono che mi dice "le-cose-stanno-cambiando", che mi trita, lentamente, tutte le cose, rendendole appunto un composto farinoso che poi starà a me ricomporre e riutilizzare in qualcosa. Ieri festeggiavo il venticinque aprile insieme ai miei cari sulla montagna, l'altroieri su un prato, oggi solo Facebook si limita a ricordarmi questi momenti, e allora capisco che è davvero finita: posso accusare ogni sfortuna circostanziale di questo universo conosciuto, e anche di qualche universo non conosciuto - col beneplacito di Planck - ma rimarrà sempre così.

E' finito anche questo venticinque aprile, anche questo pezzo della mia, delle nostre vita/vite sta sparendo, per quale motivo non lo so, sulla macina non c'è scritto perché giri, ma gira e gira, e fa la rota, Alla fine, come tante volte ho detto, le nostre vite sono e rimarranno sempre intrinsecamente legate fra loro, i gesti di uno si rifletteranno su un altro, e non c'è uscita, non c'è soluzione. Questo non è necessariamente negativo, ma nemmeno positivo: semplicemente, ci insegna il Tao, semplicemente è.

Ma si può uscire dalle sbarre della filosofia schietta - perché una corrente di pensiero plurimillenaria non è volgare new-age, sebbene esistano cialtroni new-age che l'hanno riportata in vita - e pensarla concretamente. Io sono qui, a scrivere di filosofia orientale e lamentele umane su un blog mal letto e poco conosciuto, e non sto facendo ciò che ho fatto negli ultimi anni. Perché oggi, coincidenzialmente, tutte le persone a me care, con cui avrei vissuto questa giornata di festa, hanno avuto altro da fare.

Banalmente, hanno scelto di proseguire con le proprie vite. 

Ed io ho fatto lo stesso: a mia volta, io sono la persona che, decidendo di stare a casa, ha influenzato la vita di qualcun altro, proseguendo io con la mia vita e invitando gli altri a fare altrettanto; è una maglia, è una rete che si contrae e si allarga, ad ogni nodo della maglia c'è un qualcosa, ed i nodi possono avvicinarsi o allontanarsi, ma sempre uniti in una rete sono.

Ma talvolta le reti si rompono, si rompono e i nodi si allontanano in modo apparentemente irrecuperabile, distanziati da siderali abissi irrecuperabili; ma la rete, come il tessuto umano, pian piano ricresce, nuovi nodi appaiono a colmare le distanze, e prima o poi i nodi torneranno a potersi avvicinare, pian piano chi si è allontanato - di sua sponte o cacciato dal destino - torna a farsi vivo, magari è diventato grasso, magari no, magari rivuole i suoi amici, pronti ad accoglierlo come un figliol prodigo degli anni duemila, forse loro lo cacciano, perché magari diventando grasso è irriconoscibile.

Tutto questo accade a ciascuno di noi in modo impercettibile, in modo spontaneo, come respirare e svegliarsi la mattina; e non lo comprendiamo, a meno di non fermarsi a riflettere: ma chi riflette sul suo respiro? Nessuno, direi, tranne forse gli atleti.

Ed io. Io rifletto, rifletto anche troppo mi sa, su ciò che faccio, su quello che fanno gli altri, sulle dinamiche della mia/nostre vita/vite. Non c'è rammarico in questo, c'è solo io credo consapevolezza, sapere di aver scelto A anziché B e pertanto escludere - per ora o per sempre - tutto ciò che si collega a B. La binarietà dell'esempio è ovviamente casuale, visto che le scelte sono molteplici, infinite, ma tutte con conseguenze. A volte non le vediamo, anzi, quasi mai le vediamo - e difatti navighiamo a braccio, quasi sperando in cuornostro che qualcosa vada storto, o vada bene, e che la nostra navigazione a vista sia semplificata; speriamo che qualcuna delle opzioni a noi offerte affondi da sola, in modo non soltanto da manlevarci dalle responsabilità di una scelta (potenzialmente sbagliata), ma anche di semplificarci la giornata. Due scelte sono meglio di tre, una è meglio di due.

Fino a che qualcosa, probabilmente, non va fuori schema. La macina di cui sopra, all'inseguimento, ti garantisce di non poter tornare indietro, perché le scelte compiute sono definitive; ciò che è perso potrà tornare, ma diversamente da prima. Ed ecco il senso della vita: andare consapevolmente avanti, avere la forza di decidere quali percorsi prendere, senza affidarsi alla sorte, e l'astuzia di poter tornare indietro con vie traverse, recuperando il meglio - il macinato fine - di quanto è passato. Ciò però porta a continue scelte e decisioni da ponderare, e l'indecisione potrebbe stroncarti a metà, creando l'infausto ciclo di dubbio-scelta avventata-errore-dubbio ancora maggiore.

Ignoro come si esca di qua, forse con un bingo di scelte fortunate realizzate alla perfezione, forse con la buona sorte, forse il papa può metterci lo zampino. O forse, semplicemente, dobbiamo tutti guardare al futuro con ottimismo, certi che, bene o male, la situazione può migliorare, prendendo il buono - che sempre c'è - in ogni cosa.

Forse.

martedì 18 aprile 2017

Quella volta che.

C'era quella volta in cui indossavo al polso una catenella così stretta che, appoggiandomi alla tastiera per scrivere, mi rimaneva il segno, poi sembrava chissà che.

C'era anche quella volta in cui passavo il tempo nei negozi di scarpe di mezza città, cercando delle scarpette che avrebbe potuto mettere solo un cantante ska, qualcosa tipo di bicolore con la punta colorata, ma non le ho mai trovate, e forse avrei dovuto chiederle al mio coinquilino dell'epoca, che in effetti nel tempo libero cantava in un gruppo ska vecchia maniera, di quello bello, non tipo Ska-P ed altri figli delle major.

C'era quella volta in cui ascoltavo in anteprima i brani del nuovo degli Antwoord, e sudavo come un maiale perché era estate, e mentre cercavo lavoro e sudavo, nel buio (delle persiane chiuse contro il caldo) della mia stanzetta a Milano, ascoltavo quei pezzi e già pensavo all'estate, alternando la tristezza del giorno alla piccola - inutile - soddisfazione di arrivare alla fine della settimana, sapendo che va beh, almeno ci avevo combinato qualcosa. 

Poi c'era la volta successiva, in cui il lavoro l'avevo trovato e lo stesso brano cominciava a venirmi molesto, perché mi ricordava il momento brutto, o almeno pesante, che avevo appena passato. Ma ben presto si passava a quella ancora successiva, in cui mi trovavo in autunno a Milano a rompere con una persona, e il cielo non mi era mai parso così grigio sopra Vimodrone, le giornate non avevano mai avuto una simile routine, e mai era capitato di abbandonare la palestra a metà allenamento perché il cervello era da un'altra parte.

E così tornavo a casa e riascoltavo quella canzone, poi mettevo gli Scooter perché avevo appena scoperto che qualcuno li aveva campionati, e allora dovevo capire chi e dove, e dovevo perfezionare le mie conoscenze per distarmi. Ma Vimodrone rimaneva un posto di merda, e la sera era lunghissima ma finiva presto, a colpi di "goccine" per dormire, come mezza Milano fa, Milano produce e Milano rovina.

E la sera navigavo su internet e nemmeno io so in che siti fossi finito, versione web e digitale del vagare nei locali pericolosi della periferia, dove rischiavi una coltellata per una dose, o una dose per una coltellata, a seconda. Lì potevi eventualmente finire nelle mani di qualche mistress d'oriente che allevia le tue pene per poco, nel web finivi a chattarci e poi, la mattina dopo, ti chiedevi perché, chi fossi e cosa fosse successo, che ancor oggi decine di registi cercano storie simili per capire come emulare la realtà - cosa che Rohan Kishibe aveva capito già anni fa.

E in questo modo capivi di esserti bruciato i dischi degli Scooter - e i brani preview degli Antwoord - a vita, perché in futuro, risentendoli, li avresti sempre associati al male passato. Inevitabilmente, perché hai una memoria selettiva solo per le cose negative, ed ancora oggi senti due note e ti sale la pressione, il sangue va più in fretta di quei 4ml/sec che lo contraddistingue e ci stai male, come si dice in modo giovane e spiccio.

Poi nel frattempo si fa un'altra volta, poi quell'altra volta ancora, e qualcosa ti accompagna sempre, ed ascolti brani che parlano di bombe atomiche e ti commuovi su due piani alla volta, perché ti ricordi di ascoltarle sotto il solito cielo di Vimodrone, ma contemporaneamente ti ricordi di quella tua collega che definì il brano "carino", e capisci che quel piccolo gesto di condivisione musicale poteva aver aperto delle frontiere nuove, e difatti quando, successivamente ancora, le cose andavano in merda, sapevi che quelle frontiere ti sarebbero tornate utili, perché un po' di simpatia l'avevi.

Ed oggi ricordi quelle cose e magari piangi, o magari ti commuovi, o ti dai ad altre scene di emotività, e pensi che l'indomani sarà un altro giorno, e ogni giorno è potenzialmente peggiore di quello prima, perché alle noie di ogni mattina si aggiungono le noie di ogni altra mattina, e avanti così, avanti in questo modo, finché non torni indietro e non ridi di tutto quanto accaduto, perché beneomale si sopravvive sempre, a qualsiasi costo, riguardi i tuoi progressi e pensi di essere stato una larva, pensi di aver vissuto come una larva e di esserti ridotto come nemmeno Bobby Liebling. Poi guardi e pensi che se ce l'hai fatta una volta, puoi rifarlo, e guardi al futuro con meno incertezza.

Ogni giorno guardi nel domani, come Epitaph, e ogni giorno realizzi (o temi) che non ce la farai mai, ma arrivi a fine giornata con qualche gradino percorso. Non tanti, qualcuno. Quanto basta da rendere il cielo sotto Vimodrone meno grigio, e qualche cosa in più, quello che ti fa abbracciare ogni evento con la soddisfazione di sapere che a qualcosa servirà, e nel medesimo momento con l'ansia e il disappunto di sapere che, come ogni cosa, porterà qualcosa anche di negativo, dove realizzi cioè che la vita è un riccio di mare, sfama e soddisfa ma inevitabilmente punge, punge anche i pescatori più esperti, figurati tu che vivevi in Valdaosta.

Ma d'altronde stai ancora sentendo i dischi in anteprima degli Antwoord. Cosa chiedi di più?

venerdì 10 marzo 2017

Beh va beh.

Stavo a penzà che probabilmente l'overdose continuo di caffeina sta iniziando a sortire, beneomale, qualche effetto negativo; oddio, se essere ipercinetico ed attivo come i personaggi di L.A. Confidential (i quali però erano sotto anfetamine) è da considerarsi negativo.

Fattostà che sono in una delle mie consuete crisi di iperattività pseudoartistica - compresa questa -quelle fasi in cui sono attivo, e, soprattutto, sveglio. Cosa rara per chi è insonne.

Comunque sia, mentre il Flixbus vola lento verso Firenze, al tempo di un viaggio paragonabile, in termini di fatica, tempo e fracassatura di coglioni, non meno che alla presa di Damasco, penso che di tanto in tanto sia d'uopo rispolverare questo blog - ascoltando opportune soundtrack di techno tedesca, quell'accompagnamento ripetitivo, monotono e leggermente autistico che piace a me.

Che è, di fondo, come me, ripetitivo, monotono e leggermente autistico.

Affinità elettive, come diceva Kierkegaard, o se non lui qualcun altro. Forse Foscolo.

Mah,

Comunque sia, al di là delle vite straordinarie di personaggi straordinari, tipo Alfieri per dirne uno - che non a casaccio ha tirato fuori la letteratura titanica, mica ha scritto dei romanzetti d'appendice, LUI - ci si rende conto che anche le vitacce di noi qualsiasi borghesi cristiani sono spesso dei bei casini.

Anche perché uno non se ne rende conto, ma il tempo diobono passa eh, e anche veloce. Sembra ieri che stavi ballando la samba al corteo di samba antifascista ed oggi sei qua che ti barcameni fra stipendi troppo corti ed affitti troppo lunghi; in effetti, io non sono mai stato a un corteo di samba antifascista, bensì l'ho anche boicottato se andiamo vedendo, perché ai tempi supportavo l'occupazione dell'università finchè fosse rimasta nell'ambito di una riappropriazione in chiave tipicamente veterocomunista degli spazi, senza concessioni al padronato da una parte e alla cialtroneria dall'altra.

E difatti quando tirarono fuori il corso di samba, me ne tirai fuori io, imprecando, inveendo, e andando in giro con la maglia dei Saint Vitus, che all'epoca mi entrava; poi ci fu un periodo in cui non mi entrava più, poi ho ricominciato a metterla, ma ora non ricordo dove l'ho riposta. Peccato, perché era un bel pezzo per cacciare via i poser.

E vabbè, fra un po' il bus arriverà a Firenze e passerò un altro weekend ponendomi essenzialmente dubbi sul mio futuro, su cosa succederà in lavoro, amici, amore, famiglia ed almeno altre tre o quattro categorie tipiche degli oroscopi; Kali Yuga continuo, con grande amore e approvazione di Julius Evola, ci fermiamo e ci domandiamo "ma come cavolo è che ogni tre per due mi crolla qualcosa sotto i piedi?", in cerca poi dell'ovvia e desiderata stabilità, la quale non arriva mai, avrà trovato traffico.

Oppure s'è fermata vicino Firenze, all'uscita dell'autostrada c'è la pubblicità - sempre - di un locale hard vicino Prato, dove puntualmente varie pornostar - più o meno entrate a pieno titolo nella categoria "vecchie MILF" e pertanto più meno bisognose di reddito extra, in quanto non se le filano più come un tempo - si esibiscono di fronte a pubblici discutibili sebbene silenziosi.

Bon, che più? Chiudete tutto, che la situazione crolla.

E poi mi si domanda come mai devo tatuarmi sul braccio sinistro una torre stilizzata col numero romano "XVI" sotto.

Forse perché anche questa volta nessuno mi farà fuori, non per l'ennesima volta. Perdere qualcosa una volta sì, perderla due pure, perderla tre, magari no.

Eh, d'altronde è un bel po' che è in pista - mi dicevano - e in effetti è vero; non "in pista" nel senso della discoteca, in quel senso al massimo mi dissero che "ero troppo un samurai" perché avevo il codino e sembravo un samurai, oggi invece ricordo un cavallo mutante.

Ma pazienza, che vi devo dire, avessi avuto un'altra faccia avrei fatto l'attore, come diceva sempre mio padre quando gli dicevano che aveva una faccia da culo.

PS: Bardamu è stato ricoverato.


venerdì 17 febbraio 2017

Viaggio al termine del Bombardino.

Allora, ci siamo io e Bardamu.

Solito giro.

Solita gente.

Solito sfondo.

C'è un locale buio, anzi non propriamente buio, ma sicuramente male illuminato, come una cantina di bar, come uno di quei posti dove vai a bere solamente se sono già almeno le due di mattino, da persona razionale. Uno di quei posti dove, invece, se sei un habitué, entri già alle sette della sera, quei locali magari tenuti insieme dalla volontà ferrea di un qualche vecchio oste e padrone, scontroso ma cordiale, cupo come il suo stesso scantinato fetido, dove accoglie, fra i clienti, i peggiori possibili, oppure appunto gli infelici casuali.

Quel locale buio è un'area nella mia mente, quell'area dove normalmente dialogo - nelle pagine di questo blog ormai muffito e silenzioso da mesi ben tre - con vari personaggi, preposti di volta in volta ad assumere fattezze e peculiarità di determinati tratti della mia psiche, oltreché, certamente, dei miei dubbi e delle mie caratteristiche.

Ma questo locale, pur buio e male illuminato, fra candele ormai in consunzione e abat-jour che hanno visto giorni migliori, presenta la sua eleganza, nel fine bancale di marmo nero egizio, ormai pezzo immancabile dell'arredamento interno della mia psiche. Dietro il bancale, diversamente dal solito, il dottor West, garrulo nel suo camice medicale perfettamente pulito, salvo alcune macchie di alcol - a voi la scelta se sia alcol etilico o denaturato; la sua insolita veste di improvvisato bartender lo fa spiccare, mentre osservandolo con cura è ancora possibile scorgere, nel taschino della camicia che di rado fa capolino dalle reveres del camice, siringhe con misture improbabili e volte, presumibilmente, ad invertire il ciclo della vita e della morte in sventurate anime.

Osservo West, seduto al mio stesso bancale, nella mia stessa mente; mentre la situazione si focalizza intorno a me, parte anche la musica, come esigo e pretendo ogni volta. Di sottofondo, le note non troppo alte ma piacevoli di un Giorgio Moroder d'annata sottolineano i miei pensieri e il mio dialogo con me stesso, ad un'ora ormai troppo avanzata per fare alcuna cosa, se non scrivere, sentire musica, o leggere i libri di Salgari.

Siamo seduti in due al bancone. 

Io e Bardamu.

L'ultima volta che l'ho introdotto nei miei ragionamenti, ha dato di matto, fuggendo via urlando, com'è tipicamente suo atteggiamento. Ora è più tranquillo, seduto accanto a me; la camicia leggermente lisa è perfettamente abbinata al suo paltò scuro, anch'esso rovinato, come lo è lui. Mi osserva, lo scruto intensamente. Ha i capelli finemente tagliati e pettinati all'indietro; il contrasto con l'abbigliamento crea e palesa la sua condizione: non ho un soldo ma ci tengo a presentarmi perbene, grida il suo aspetto.

"Embè" - dice lui - "Ordiniamo?"

Chiunque osservi la scena, vedrebbe in me un'espressione di dubbio.

"Tu ordineresti mai un drink a quello lì?" - e accenno con le sopracciglia a West, intento a realizzare quello che potrebbe sembrare uno screwdriver. Frulla le arance in modo goffo, cosa che, appunto, lo rende poco convincente.

"No, a dire il vero"
"Ecco"
"Allora devi dirmi comunque perché mi hai tirato fuori dal cappello, e soprattutto cosa diavolo ci faccio qui, e non nell'Algeria francese del secolo scorso"
"E' una lunga storia, Bardamu"
"Potresti anche chiamarmi Ferdinand"
"Non ci penso nemmeno, io chiamo da anni tutti per cognome, figurati se non chiamo per cognome anche te"

"Come mai?"
"Per disprezzo"


"No intendo come mai chiami tutti per cognome?"
"Per disprezzo, te l'ho detto"


Bardamu mi fissa, poi ordina comunque un cognac liscio. Almeno quello West non dovrebbe sbagliarlo.


"E allora" - riprende - "Cos'è che dovevi dire?"
"Parecchie cose"
"Dai su, ti ascolto"


Mi butto un po' all'indietro con la testa. Rifletto prima di parlare. Non ho ancora bevuto niente.


"Allora... sarebbe una lunga storia... innanzitutto dovrei cominciare a dire che..."
"No no no no no ascolta, stai a sentire... Non iniziare cortesemente con un discorso lungo ed interminabile... già hai quattro lettori in croce, se pure ti ci metti tu non finiamo più, e io me ne vado anche"

"Bardamu, non puoi andartene"
"D'accordo, ma i tuoi lettori sì"

Silenzio. Normalmente, qui partono le risate registrate da sit-com. O, nella versione più Lynchiana della cosa, delle risate registrate fuori tempo, per creare ansia e sconcerto nello spettatore. Mentre non rispondo, è West ad osservarmi: "Ha ragione, eh" - mi dice - "Poi diventa una palla pazzesca".

"D'accordo, allora spiego brevemente cos'è successo"

Bardamu mi osserva e sorseggia il suo alcol; West si appoggia al bancone e si mette comodo.


"Allora ragazzi... è successo l'irreparabile, ok? E' successo che ho rotto con la mia ragazza, va bene?"
"Tutto qua?" - fa Bardamu - "Sapessi quante volte si rompe con le donne, cazzo"

"Bardamu, tu normalmente vai a puttane. Il tuo parere, proprio il tuo parere, non mi sembra opportuno"
"Sì, ma rimane vero comunque eh; e poi che le donne siano..."
"Aspetta aspetta COSA?" - lo interrompe prontamente West - "Quando è successo scusa?"
"Tre mesi fa circa"

"E adesso?"
"Stiamo di nuovo assieme"


Silenzio di un secondo.

"Ma vaffanculo" - sbraita Bardamu, battendo il bicchiere vuoto sul bancone - "Herbert, 'scolta, fammene un altro cortesemente".

West riempie di nuovo il bicchiere, non s'è quasi spostato dalla sua posizione e continua a osservarmi da dietro i suoi occhialetti rotondi; "Allora... state di nuovo assieme? Spiega bene che non capisco" - mi fa.

"Stiamo di nuovo assieme. Siamo stati assenti un mese e ci siamo rimessi assieme"

"E perché?"
"Cose nostre, cose sue, cose mie... tante cose... succede che tipo tre mesi fa..."

"No no veramente no" - mi interrompe di nuovo Bardamu, mettendomi una mano sulla spalla e scuotendomi - "Ascolta, no, veramente. Nessuno ne ha voglia. Se vogliamo berci su, su questa cosa, va benissimo eh, quello che vuoi. Ce ne beviamo due, tre, diciamo che le donne sono tutte puttane, serata fra amici, in fondo dai che cazzo ci frega, no? Però guarda la lagna, veramente, no"
"Sì ma stai zitto te" - dice West - "Fammi sentire... che hai da dire dai, racconta"


Bardamu rimane interdetto, poi borbotta qualcosa e si ingobbisce sul bicchiere, bofonchiando qualcosa a mezza voce; si sentono distintamente le parole "donne", "puttane" e "diocristo".

"Dicevo... succede che appunto tre mesi fa sorgono problemi, si fa una pausa di riflessione, così la chiamano, poi si torna in pista"

"Ma insieme?"
"Insieme, sì. Decisioni comuni"


"E ora...?"
"Stiamo meglio"


West si alza dal bancone, poi prende un taccuino dalla tasca e segna due appunti; deformazione professionale, immagino.


"Quindi ora state meglio... tu come ti senti? Sintomi?"
"Io... non lo so onestamente. Meglio. Sento di non aver perso tutto, di non aver perso qualcosa di importante"


"Sei stato male?"
"Parecchio, non ho nemmeno fatto il consueto post di Natale, qui, nè di propositi di fine dell'anno".

"Avevo notato. Al di fuori di questa stanza, qui, il tuo blog fa la muffa"
"Appunto"

"Ora cosa pensi di fare?"
"Cosa PENSATE di fare, Herbert"


Mentre dico "Pensate", Bardamu borbotta qualcos'altro e alza gli occhi al cielo; si sente distintamente un "Pure pensate diocristo ma anzichè ma porca troia", poi riprende a bere.

Sospiro.

"Comunque... Pensiamo di fare, sì"

"Ok, e cosa pensate di fare, ora?"
"Non so nemmeno questo, non lo sappiamo. Andiamo avanti, le cose vanno bene e vediamo dove vanno. Già stare qui, già scriverne mi fa star meglio, capisci bene"
"Non proprio ma vai avanti"
"Come sarebbe scusa?"
"Sono un personaggio di un romanzo horror, non ho propriamente una coscienza di eventi sentimentali, nessuno mi ha mai scritto così, e ora sono qui solo ed esclusivamente in veste di tuo ascoltatore personale di problematiche buffe"

"Già, vero"
"Come quel ruffiano di Bardamu è qui a interpretare il ruolo del mezzo delinquente"

"Vaffanculo eh" - commenta lui.
"Bardamu, è vero"
"Vaffanculo lo stesso"

Osservo i due individui. Il dottore e l'altro dottore. Tecnicamente, anche Bardamu è un dottore. Siamo tutti dottori, siamo tutti scienziati, qui, e nessuno trova una soluzione.

"Ascolta" - inizia Bardamu - "Dai retta a chi ha fallito veramente tanto nella sua vita di merda... Finiscila lì, appena soffri pam te la squagli, tagli tutto secco e te ne vai, dammi retta"


"Bardamu... lo sai perché tu hai fallito, perché tu hai sempre fallito?"
"Dai su, sentiamo la diagnosi, dottor Freud, dai fammi ridere"

"Perché quando s'è presentata la difficoltà te la sei filata, in tutte le occasioni"
"Vabbè ma scusa che cazzo c'entra dai... Saranno anche fatti miei"
"Ecco, e io appunto, poiché sono fatti miei, ho deciso di provare a restare, di rimanere. Mi sono ridimensionato, mi sono riscoperto, ho capito dove erano gli errori e mi sono messo propositivo per risolverli"


"E lei" - si intromette West - "Lei che dice?"
"Più o meno la stessa cosa"


West incrocia le braccia; "Se lo dite voi" - dice - "Immagino la cosa andrà bene; e il resto? Il tuo futuro? Il tuo lavoro?"

"Quelli bene" - dico - "Penso bene, ma penso prevalentemente alla mia relazione, è troppo importante capisci"

"Eh se lo capisco, lo diceva anche il tuo oroscopo"

"Che ne sai, TU, del mio oroscopo scusa?"
"Sveglia, vivo nella tua immaginazione, so esattamente le stesse cose che sai te"

"Ah già, è vero"
"Ecco"

"E quindi?"
"E quindi niente ragazzo mio" - dice - "Esci di casa, rilassati, non pensarci troppo. Ora andrà meglio, ora va bene, rilassatevi. Siete adulti, siete maturi, potete parlare, siete propositivi e fiduciosi, insomma, ci intendiamo"


Osservo West. Sembra sincero. Poi osservo Bardamu, che scuote la testa e fuma una sigarettaccia.


"Bardamu..."
"Cosa?"

"Qui non si fuma"