martedì 25 aprile 2017

Centoquaranta.

Centoquaranta, 

e la gallina canta. La filastrocca diceva "centocinquanta", ma io a centocinquanta post non ci sono ancora arrivato, ma a centoquaranta sì, quindi accontentiamoci, i dieci successivi vorran dire qualcos'altro, quando i tempi per scriverli saranno maturi.

Ad oggi i tempi sono infausti, mala tempora currunt dicevano già i latini, ma ormai lo dicono talmente tante persone che la verve intellettuale della frase si è esaurita, e l'unico modo di dire qualcosa è urlarlo in televisione piangendo, visto che ormai l'intellettualismo è stato rubato da orde di scalzacani ignoranti che han fatto di Goethe e della cultura il loro piccolo parco giochi, o meglio la propria serra, da cui staccare ad-hoc frasette e pensieri, che musicate con basi infauste create coi loop basici di Fruity Loops producono quel fenomeno che oggi si definisce "cantautorato", mentre Tenco si rivolta nella tomba per la clamorosa mancanza di contenuti dell'oggi.

I tempi rimangono infausti e il cielo è quasi grigio, il sole è insufficiente a illuminare le nostre giornate, ma non c'è nemmeno la pioggia nel pineto a rinfrescarci le idee, e rimaniamo nel grigio della luce fredda di un aprile che pare maggio ma è in realtà quasi febbraio, o forse è il contrario ed il mio senso del tempo è estremamente discutibile, oggi è il 2017 ma potrei stare scrivendo dal futuro, potrei trovarmi in un piccolo appartamento vista astroporto, a osservare navi spaziali, baluardo dell'umanità del futuro, lanciarsi in guerre o processi di terraformazione chissà dove, oppure potrei essere nel passato, seduto su una panca nel mio prato, osservando le luci di un tramonto inglese che sfuma pian piano, ed entro le diciotto dovrò essere in casa, dove la mia domestica di origine francese mi servirà del porridge a lume di candela, ed al massimo per le ventuno sarò nel mio studio a scrivere qualcosa in un improbabile latino, il cui uso mi è ignoto.

Oppure potrei essere nel presente, nel presente in cui sono e vivo insoddisfatto, navigando a braccio, ma perché? Per quale motivo navigo a braccio e non uso una mappa? Me lo domando ogni santa mattina, ogni mattina in cui mi alzo e mi sistemo i capelli con pochi colpi di mano, gli stessi che usava David Bowie nella copertina di Heroes. Navigo così a braccio che oggi mi sveglio ed è la fine di aprile, domani mi sveglio e sono in estate, ma non ho saltato dei giorni - perché King Crimson "just works" - è così perché i momenti di risveglio dalla routine sono rari ma ci sono.

Ancora una volta cerco di pianificare qualcosa, ma ogni giorno ho una carta imprevisto, ed il Monopoli dell'esistenza mi sta dando sempre qualche ostacolo, qualche limone come si dice nel mondo anglofono, ma a me la limonata non piace particolarmente, quindi i tuoi limoni puoi anche tenerteli, cara la mia esistenza. Ogni minuto che passa avverto un ronzio, un suono come di lenta macina a polverizzare chicchi di grano e farli in farina.

Quel ronzio è il suono che mi accompagna da almeno dieci anni, e non scherzo, è quel suono che mi dice "le-cose-stanno-cambiando", che mi trita, lentamente, tutte le cose, rendendole appunto un composto farinoso che poi starà a me ricomporre e riutilizzare in qualcosa. Ieri festeggiavo il venticinque aprile insieme ai miei cari sulla montagna, l'altroieri su un prato, oggi solo Facebook si limita a ricordarmi questi momenti, e allora capisco che è davvero finita: posso accusare ogni sfortuna circostanziale di questo universo conosciuto, e anche di qualche universo non conosciuto - col beneplacito di Planck - ma rimarrà sempre così.

E' finito anche questo venticinque aprile, anche questo pezzo della mia, delle nostre vita/vite sta sparendo, per quale motivo non lo so, sulla macina non c'è scritto perché giri, ma gira e gira, e fa la rota, Alla fine, come tante volte ho detto, le nostre vite sono e rimarranno sempre intrinsecamente legate fra loro, i gesti di uno si rifletteranno su un altro, e non c'è uscita, non c'è soluzione. Questo non è necessariamente negativo, ma nemmeno positivo: semplicemente, ci insegna il Tao, semplicemente è.

Ma si può uscire dalle sbarre della filosofia schietta - perché una corrente di pensiero plurimillenaria non è volgare new-age, sebbene esistano cialtroni new-age che l'hanno riportata in vita - e pensarla concretamente. Io sono qui, a scrivere di filosofia orientale e lamentele umane su un blog mal letto e poco conosciuto, e non sto facendo ciò che ho fatto negli ultimi anni. Perché oggi, coincidenzialmente, tutte le persone a me care, con cui avrei vissuto questa giornata di festa, hanno avuto altro da fare.

Banalmente, hanno scelto di proseguire con le proprie vite. 

Ed io ho fatto lo stesso: a mia volta, io sono la persona che, decidendo di stare a casa, ha influenzato la vita di qualcun altro, proseguendo io con la mia vita e invitando gli altri a fare altrettanto; è una maglia, è una rete che si contrae e si allarga, ad ogni nodo della maglia c'è un qualcosa, ed i nodi possono avvicinarsi o allontanarsi, ma sempre uniti in una rete sono.

Ma talvolta le reti si rompono, si rompono e i nodi si allontanano in modo apparentemente irrecuperabile, distanziati da siderali abissi irrecuperabili; ma la rete, come il tessuto umano, pian piano ricresce, nuovi nodi appaiono a colmare le distanze, e prima o poi i nodi torneranno a potersi avvicinare, pian piano chi si è allontanato - di sua sponte o cacciato dal destino - torna a farsi vivo, magari è diventato grasso, magari no, magari rivuole i suoi amici, pronti ad accoglierlo come un figliol prodigo degli anni duemila, forse loro lo cacciano, perché magari diventando grasso è irriconoscibile.

Tutto questo accade a ciascuno di noi in modo impercettibile, in modo spontaneo, come respirare e svegliarsi la mattina; e non lo comprendiamo, a meno di non fermarsi a riflettere: ma chi riflette sul suo respiro? Nessuno, direi, tranne forse gli atleti.

Ed io. Io rifletto, rifletto anche troppo mi sa, su ciò che faccio, su quello che fanno gli altri, sulle dinamiche della mia/nostre vita/vite. Non c'è rammarico in questo, c'è solo io credo consapevolezza, sapere di aver scelto A anziché B e pertanto escludere - per ora o per sempre - tutto ciò che si collega a B. La binarietà dell'esempio è ovviamente casuale, visto che le scelte sono molteplici, infinite, ma tutte con conseguenze. A volte non le vediamo, anzi, quasi mai le vediamo - e difatti navighiamo a braccio, quasi sperando in cuornostro che qualcosa vada storto, o vada bene, e che la nostra navigazione a vista sia semplificata; speriamo che qualcuna delle opzioni a noi offerte affondi da sola, in modo non soltanto da manlevarci dalle responsabilità di una scelta (potenzialmente sbagliata), ma anche di semplificarci la giornata. Due scelte sono meglio di tre, una è meglio di due.

Fino a che qualcosa, probabilmente, non va fuori schema. La macina di cui sopra, all'inseguimento, ti garantisce di non poter tornare indietro, perché le scelte compiute sono definitive; ciò che è perso potrà tornare, ma diversamente da prima. Ed ecco il senso della vita: andare consapevolmente avanti, avere la forza di decidere quali percorsi prendere, senza affidarsi alla sorte, e l'astuzia di poter tornare indietro con vie traverse, recuperando il meglio - il macinato fine - di quanto è passato. Ciò però porta a continue scelte e decisioni da ponderare, e l'indecisione potrebbe stroncarti a metà, creando l'infausto ciclo di dubbio-scelta avventata-errore-dubbio ancora maggiore.

Ignoro come si esca di qua, forse con un bingo di scelte fortunate realizzate alla perfezione, forse con la buona sorte, forse il papa può metterci lo zampino. O forse, semplicemente, dobbiamo tutti guardare al futuro con ottimismo, certi che, bene o male, la situazione può migliorare, prendendo il buono - che sempre c'è - in ogni cosa.

Forse.

martedì 18 aprile 2017

Quella volta che.

C'era quella volta in cui indossavo al polso una catenella così stretta che, appoggiandomi alla tastiera per scrivere, mi rimaneva il segno, poi sembrava chissà che.

C'era anche quella volta in cui passavo il tempo nei negozi di scarpe di mezza città, cercando delle scarpette che avrebbe potuto mettere solo un cantante ska, qualcosa tipo di bicolore con la punta colorata, ma non le ho mai trovate, e forse avrei dovuto chiederle al mio coinquilino dell'epoca, che in effetti nel tempo libero cantava in un gruppo ska vecchia maniera, di quello bello, non tipo Ska-P ed altri figli delle major.

C'era quella volta in cui ascoltavo in anteprima i brani del nuovo degli Antwoord, e sudavo come un maiale perché era estate, e mentre cercavo lavoro e sudavo, nel buio (delle persiane chiuse contro il caldo) della mia stanzetta a Milano, ascoltavo quei pezzi e già pensavo all'estate, alternando la tristezza del giorno alla piccola - inutile - soddisfazione di arrivare alla fine della settimana, sapendo che va beh, almeno ci avevo combinato qualcosa. 

Poi c'era la volta successiva, in cui il lavoro l'avevo trovato e lo stesso brano cominciava a venirmi molesto, perché mi ricordava il momento brutto, o almeno pesante, che avevo appena passato. Ma ben presto si passava a quella ancora successiva, in cui mi trovavo in autunno a Milano a rompere con una persona, e il cielo non mi era mai parso così grigio sopra Vimodrone, le giornate non avevano mai avuto una simile routine, e mai era capitato di abbandonare la palestra a metà allenamento perché il cervello era da un'altra parte.

E così tornavo a casa e riascoltavo quella canzone, poi mettevo gli Scooter perché avevo appena scoperto che qualcuno li aveva campionati, e allora dovevo capire chi e dove, e dovevo perfezionare le mie conoscenze per distarmi. Ma Vimodrone rimaneva un posto di merda, e la sera era lunghissima ma finiva presto, a colpi di "goccine" per dormire, come mezza Milano fa, Milano produce e Milano rovina.

E la sera navigavo su internet e nemmeno io so in che siti fossi finito, versione web e digitale del vagare nei locali pericolosi della periferia, dove rischiavi una coltellata per una dose, o una dose per una coltellata, a seconda. Lì potevi eventualmente finire nelle mani di qualche mistress d'oriente che allevia le tue pene per poco, nel web finivi a chattarci e poi, la mattina dopo, ti chiedevi perché, chi fossi e cosa fosse successo, che ancor oggi decine di registi cercano storie simili per capire come emulare la realtà - cosa che Rohan Kishibe aveva capito già anni fa.

E in questo modo capivi di esserti bruciato i dischi degli Scooter - e i brani preview degli Antwoord - a vita, perché in futuro, risentendoli, li avresti sempre associati al male passato. Inevitabilmente, perché hai una memoria selettiva solo per le cose negative, ed ancora oggi senti due note e ti sale la pressione, il sangue va più in fretta di quei 4ml/sec che lo contraddistingue e ci stai male, come si dice in modo giovane e spiccio.

Poi nel frattempo si fa un'altra volta, poi quell'altra volta ancora, e qualcosa ti accompagna sempre, ed ascolti brani che parlano di bombe atomiche e ti commuovi su due piani alla volta, perché ti ricordi di ascoltarle sotto il solito cielo di Vimodrone, ma contemporaneamente ti ricordi di quella tua collega che definì il brano "carino", e capisci che quel piccolo gesto di condivisione musicale poteva aver aperto delle frontiere nuove, e difatti quando, successivamente ancora, le cose andavano in merda, sapevi che quelle frontiere ti sarebbero tornate utili, perché un po' di simpatia l'avevi.

Ed oggi ricordi quelle cose e magari piangi, o magari ti commuovi, o ti dai ad altre scene di emotività, e pensi che l'indomani sarà un altro giorno, e ogni giorno è potenzialmente peggiore di quello prima, perché alle noie di ogni mattina si aggiungono le noie di ogni altra mattina, e avanti così, avanti in questo modo, finché non torni indietro e non ridi di tutto quanto accaduto, perché beneomale si sopravvive sempre, a qualsiasi costo, riguardi i tuoi progressi e pensi di essere stato una larva, pensi di aver vissuto come una larva e di esserti ridotto come nemmeno Bobby Liebling. Poi guardi e pensi che se ce l'hai fatta una volta, puoi rifarlo, e guardi al futuro con meno incertezza.

Ogni giorno guardi nel domani, come Epitaph, e ogni giorno realizzi (o temi) che non ce la farai mai, ma arrivi a fine giornata con qualche gradino percorso. Non tanti, qualcuno. Quanto basta da rendere il cielo sotto Vimodrone meno grigio, e qualche cosa in più, quello che ti fa abbracciare ogni evento con la soddisfazione di sapere che a qualcosa servirà, e nel medesimo momento con l'ansia e il disappunto di sapere che, come ogni cosa, porterà qualcosa anche di negativo, dove realizzi cioè che la vita è un riccio di mare, sfama e soddisfa ma inevitabilmente punge, punge anche i pescatori più esperti, figurati tu che vivevi in Valdaosta.

Ma d'altronde stai ancora sentendo i dischi in anteprima degli Antwoord. Cosa chiedi di più?

venerdì 10 marzo 2017

Beh va beh.

Stavo a penzà che probabilmente l'overdose continuo di caffeina sta iniziando a sortire, beneomale, qualche effetto negativo; oddio, se essere ipercinetico ed attivo come i personaggi di L.A. Confidential (i quali però erano sotto anfetamine) è da considerarsi negativo.

Fattostà che sono in una delle mie consuete crisi di iperattività pseudoartistica - compresa questa -quelle fasi in cui sono attivo, e, soprattutto, sveglio. Cosa rara per chi è insonne.

Comunque sia, mentre il Flixbus vola lento verso Firenze, al tempo di un viaggio paragonabile, in termini di fatica, tempo e fracassatura di coglioni, non meno che alla presa di Damasco, penso che di tanto in tanto sia d'uopo rispolverare questo blog - ascoltando opportune soundtrack di techno tedesca, quell'accompagnamento ripetitivo, monotono e leggermente autistico che piace a me.

Che è, di fondo, come me, ripetitivo, monotono e leggermente autistico.

Affinità elettive, come diceva Kierkegaard, o se non lui qualcun altro. Forse Foscolo.

Mah,

Comunque sia, al di là delle vite straordinarie di personaggi straordinari, tipo Alfieri per dirne uno - che non a casaccio ha tirato fuori la letteratura titanica, mica ha scritto dei romanzetti d'appendice, LUI - ci si rende conto che anche le vitacce di noi qualsiasi borghesi cristiani sono spesso dei bei casini.

Anche perché uno non se ne rende conto, ma il tempo diobono passa eh, e anche veloce. Sembra ieri che stavi ballando la samba al corteo di samba antifascista ed oggi sei qua che ti barcameni fra stipendi troppo corti ed affitti troppo lunghi; in effetti, io non sono mai stato a un corteo di samba antifascista, bensì l'ho anche boicottato se andiamo vedendo, perché ai tempi supportavo l'occupazione dell'università finchè fosse rimasta nell'ambito di una riappropriazione in chiave tipicamente veterocomunista degli spazi, senza concessioni al padronato da una parte e alla cialtroneria dall'altra.

E difatti quando tirarono fuori il corso di samba, me ne tirai fuori io, imprecando, inveendo, e andando in giro con la maglia dei Saint Vitus, che all'epoca mi entrava; poi ci fu un periodo in cui non mi entrava più, poi ho ricominciato a metterla, ma ora non ricordo dove l'ho riposta. Peccato, perché era un bel pezzo per cacciare via i poser.

E vabbè, fra un po' il bus arriverà a Firenze e passerò un altro weekend ponendomi essenzialmente dubbi sul mio futuro, su cosa succederà in lavoro, amici, amore, famiglia ed almeno altre tre o quattro categorie tipiche degli oroscopi; Kali Yuga continuo, con grande amore e approvazione di Julius Evola, ci fermiamo e ci domandiamo "ma come cavolo è che ogni tre per due mi crolla qualcosa sotto i piedi?", in cerca poi dell'ovvia e desiderata stabilità, la quale non arriva mai, avrà trovato traffico.

Oppure s'è fermata vicino Firenze, all'uscita dell'autostrada c'è la pubblicità - sempre - di un locale hard vicino Prato, dove puntualmente varie pornostar - più o meno entrate a pieno titolo nella categoria "vecchie MILF" e pertanto più meno bisognose di reddito extra, in quanto non se le filano più come un tempo - si esibiscono di fronte a pubblici discutibili sebbene silenziosi.

Bon, che più? Chiudete tutto, che la situazione crolla.

E poi mi si domanda come mai devo tatuarmi sul braccio sinistro una torre stilizzata col numero romano "XVI" sotto.

Forse perché anche questa volta nessuno mi farà fuori, non per l'ennesima volta. Perdere qualcosa una volta sì, perderla due pure, perderla tre, magari no.

Eh, d'altronde è un bel po' che è in pista - mi dicevano - e in effetti è vero; non "in pista" nel senso della discoteca, in quel senso al massimo mi dissero che "ero troppo un samurai" perché avevo il codino e sembravo un samurai, oggi invece ricordo un cavallo mutante.

Ma pazienza, che vi devo dire, avessi avuto un'altra faccia avrei fatto l'attore, come diceva sempre mio padre quando gli dicevano che aveva una faccia da culo.

PS: Bardamu è stato ricoverato.


venerdì 17 febbraio 2017

Viaggio al termine del Bombardino.

Allora, ci siamo io e Bardamu.

Solito giro.

Solita gente.

Solito sfondo.

C'è un locale buio, anzi non propriamente buio, ma sicuramente male illuminato, come una cantina di bar, come uno di quei posti dove vai a bere solamente se sono già almeno le due di mattino, da persona razionale. Uno di quei posti dove, invece, se sei un habitué, entri già alle sette della sera, quei locali magari tenuti insieme dalla volontà ferrea di un qualche vecchio oste e padrone, scontroso ma cordiale, cupo come il suo stesso scantinato fetido, dove accoglie, fra i clienti, i peggiori possibili, oppure appunto gli infelici casuali.

Quel locale buio è un'area nella mia mente, quell'area dove normalmente dialogo - nelle pagine di questo blog ormai muffito e silenzioso da mesi ben tre - con vari personaggi, preposti di volta in volta ad assumere fattezze e peculiarità di determinati tratti della mia psiche, oltreché, certamente, dei miei dubbi e delle mie caratteristiche.

Ma questo locale, pur buio e male illuminato, fra candele ormai in consunzione e abat-jour che hanno visto giorni migliori, presenta la sua eleganza, nel fine bancale di marmo nero egizio, ormai pezzo immancabile dell'arredamento interno della mia psiche. Dietro il bancale, diversamente dal solito, il dottor West, garrulo nel suo camice medicale perfettamente pulito, salvo alcune macchie di alcol - a voi la scelta se sia alcol etilico o denaturato; la sua insolita veste di improvvisato bartender lo fa spiccare, mentre osservandolo con cura è ancora possibile scorgere, nel taschino della camicia che di rado fa capolino dalle reveres del camice, siringhe con misture improbabili e volte, presumibilmente, ad invertire il ciclo della vita e della morte in sventurate anime.

Osservo West, seduto al mio stesso bancale, nella mia stessa mente; mentre la situazione si focalizza intorno a me, parte anche la musica, come esigo e pretendo ogni volta. Di sottofondo, le note non troppo alte ma piacevoli di un Giorgio Moroder d'annata sottolineano i miei pensieri e il mio dialogo con me stesso, ad un'ora ormai troppo avanzata per fare alcuna cosa, se non scrivere, sentire musica, o leggere i libri di Salgari.

Siamo seduti in due al bancone. 

Io e Bardamu.

L'ultima volta che l'ho introdotto nei miei ragionamenti, ha dato di matto, fuggendo via urlando, com'è tipicamente suo atteggiamento. Ora è più tranquillo, seduto accanto a me; la camicia leggermente lisa è perfettamente abbinata al suo paltò scuro, anch'esso rovinato, come lo è lui. Mi osserva, lo scruto intensamente. Ha i capelli finemente tagliati e pettinati all'indietro; il contrasto con l'abbigliamento crea e palesa la sua condizione: non ho un soldo ma ci tengo a presentarmi perbene, grida il suo aspetto.

"Embè" - dice lui - "Ordiniamo?"

Chiunque osservi la scena, vedrebbe in me un'espressione di dubbio.

"Tu ordineresti mai un drink a quello lì?" - e accenno con le sopracciglia a West, intento a realizzare quello che potrebbe sembrare uno screwdriver. Frulla le arance in modo goffo, cosa che, appunto, lo rende poco convincente.

"No, a dire il vero"
"Ecco"
"Allora devi dirmi comunque perché mi hai tirato fuori dal cappello, e soprattutto cosa diavolo ci faccio qui, e non nell'Algeria francese del secolo scorso"
"E' una lunga storia, Bardamu"
"Potresti anche chiamarmi Ferdinand"
"Non ci penso nemmeno, io chiamo da anni tutti per cognome, figurati se non chiamo per cognome anche te"

"Come mai?"
"Per disprezzo"


"No intendo come mai chiami tutti per cognome?"
"Per disprezzo, te l'ho detto"


Bardamu mi fissa, poi ordina comunque un cognac liscio. Almeno quello West non dovrebbe sbagliarlo.


"E allora" - riprende - "Cos'è che dovevi dire?"
"Parecchie cose"
"Dai su, ti ascolto"


Mi butto un po' all'indietro con la testa. Rifletto prima di parlare. Non ho ancora bevuto niente.


"Allora... sarebbe una lunga storia... innanzitutto dovrei cominciare a dire che..."
"No no no no no ascolta, stai a sentire... Non iniziare cortesemente con un discorso lungo ed interminabile... già hai quattro lettori in croce, se pure ti ci metti tu non finiamo più, e io me ne vado anche"

"Bardamu, non puoi andartene"
"D'accordo, ma i tuoi lettori sì"

Silenzio. Normalmente, qui partono le risate registrate da sit-com. O, nella versione più Lynchiana della cosa, delle risate registrate fuori tempo, per creare ansia e sconcerto nello spettatore. Mentre non rispondo, è West ad osservarmi: "Ha ragione, eh" - mi dice - "Poi diventa una palla pazzesca".

"D'accordo, allora spiego brevemente cos'è successo"

Bardamu mi osserva e sorseggia il suo alcol; West si appoggia al bancone e si mette comodo.


"Allora ragazzi... è successo l'irreparabile, ok? E' successo che ho rotto con la mia ragazza, va bene?"
"Tutto qua?" - fa Bardamu - "Sapessi quante volte si rompe con le donne, cazzo"

"Bardamu, tu normalmente vai a puttane. Il tuo parere, proprio il tuo parere, non mi sembra opportuno"
"Sì, ma rimane vero comunque eh; e poi che le donne siano..."
"Aspetta aspetta COSA?" - lo interrompe prontamente West - "Quando è successo scusa?"
"Tre mesi fa circa"

"E adesso?"
"Stiamo di nuovo assieme"


Silenzio di un secondo.

"Ma vaffanculo" - sbraita Bardamu, battendo il bicchiere vuoto sul bancone - "Herbert, 'scolta, fammene un altro cortesemente".

West riempie di nuovo il bicchiere, non s'è quasi spostato dalla sua posizione e continua a osservarmi da dietro i suoi occhialetti rotondi; "Allora... state di nuovo assieme? Spiega bene che non capisco" - mi fa.

"Stiamo di nuovo assieme. Siamo stati assenti un mese e ci siamo rimessi assieme"

"E perché?"
"Cose nostre, cose sue, cose mie... tante cose... succede che tipo tre mesi fa..."

"No no veramente no" - mi interrompe di nuovo Bardamu, mettendomi una mano sulla spalla e scuotendomi - "Ascolta, no, veramente. Nessuno ne ha voglia. Se vogliamo berci su, su questa cosa, va benissimo eh, quello che vuoi. Ce ne beviamo due, tre, diciamo che le donne sono tutte puttane, serata fra amici, in fondo dai che cazzo ci frega, no? Però guarda la lagna, veramente, no"
"Sì ma stai zitto te" - dice West - "Fammi sentire... che hai da dire dai, racconta"


Bardamu rimane interdetto, poi borbotta qualcosa e si ingobbisce sul bicchiere, bofonchiando qualcosa a mezza voce; si sentono distintamente le parole "donne", "puttane" e "diocristo".

"Dicevo... succede che appunto tre mesi fa sorgono problemi, si fa una pausa di riflessione, così la chiamano, poi si torna in pista"

"Ma insieme?"
"Insieme, sì. Decisioni comuni"


"E ora...?"
"Stiamo meglio"


West si alza dal bancone, poi prende un taccuino dalla tasca e segna due appunti; deformazione professionale, immagino.


"Quindi ora state meglio... tu come ti senti? Sintomi?"
"Io... non lo so onestamente. Meglio. Sento di non aver perso tutto, di non aver perso qualcosa di importante"


"Sei stato male?"
"Parecchio, non ho nemmeno fatto il consueto post di Natale, qui, nè di propositi di fine dell'anno".

"Avevo notato. Al di fuori di questa stanza, qui, il tuo blog fa la muffa"
"Appunto"

"Ora cosa pensi di fare?"
"Cosa PENSATE di fare, Herbert"


Mentre dico "Pensate", Bardamu borbotta qualcos'altro e alza gli occhi al cielo; si sente distintamente un "Pure pensate diocristo ma anzichè ma porca troia", poi riprende a bere.

Sospiro.

"Comunque... Pensiamo di fare, sì"

"Ok, e cosa pensate di fare, ora?"
"Non so nemmeno questo, non lo sappiamo. Andiamo avanti, le cose vanno bene e vediamo dove vanno. Già stare qui, già scriverne mi fa star meglio, capisci bene"
"Non proprio ma vai avanti"
"Come sarebbe scusa?"
"Sono un personaggio di un romanzo horror, non ho propriamente una coscienza di eventi sentimentali, nessuno mi ha mai scritto così, e ora sono qui solo ed esclusivamente in veste di tuo ascoltatore personale di problematiche buffe"

"Già, vero"
"Come quel ruffiano di Bardamu è qui a interpretare il ruolo del mezzo delinquente"

"Vaffanculo eh" - commenta lui.
"Bardamu, è vero"
"Vaffanculo lo stesso"

Osservo i due individui. Il dottore e l'altro dottore. Tecnicamente, anche Bardamu è un dottore. Siamo tutti dottori, siamo tutti scienziati, qui, e nessuno trova una soluzione.

"Ascolta" - inizia Bardamu - "Dai retta a chi ha fallito veramente tanto nella sua vita di merda... Finiscila lì, appena soffri pam te la squagli, tagli tutto secco e te ne vai, dammi retta"


"Bardamu... lo sai perché tu hai fallito, perché tu hai sempre fallito?"
"Dai su, sentiamo la diagnosi, dottor Freud, dai fammi ridere"

"Perché quando s'è presentata la difficoltà te la sei filata, in tutte le occasioni"
"Vabbè ma scusa che cazzo c'entra dai... Saranno anche fatti miei"
"Ecco, e io appunto, poiché sono fatti miei, ho deciso di provare a restare, di rimanere. Mi sono ridimensionato, mi sono riscoperto, ho capito dove erano gli errori e mi sono messo propositivo per risolverli"


"E lei" - si intromette West - "Lei che dice?"
"Più o meno la stessa cosa"


West incrocia le braccia; "Se lo dite voi" - dice - "Immagino la cosa andrà bene; e il resto? Il tuo futuro? Il tuo lavoro?"

"Quelli bene" - dico - "Penso bene, ma penso prevalentemente alla mia relazione, è troppo importante capisci"

"Eh se lo capisco, lo diceva anche il tuo oroscopo"

"Che ne sai, TU, del mio oroscopo scusa?"
"Sveglia, vivo nella tua immaginazione, so esattamente le stesse cose che sai te"

"Ah già, è vero"
"Ecco"

"E quindi?"
"E quindi niente ragazzo mio" - dice - "Esci di casa, rilassati, non pensarci troppo. Ora andrà meglio, ora va bene, rilassatevi. Siete adulti, siete maturi, potete parlare, siete propositivi e fiduciosi, insomma, ci intendiamo"


Osservo West. Sembra sincero. Poi osservo Bardamu, che scuote la testa e fuma una sigarettaccia.


"Bardamu..."
"Cosa?"

"Qui non si fuma"


lunedì 10 ottobre 2016

Bud Spencer a braccetto con Laozi.

E sfondo un altro tetto, il tetto di non so più quanti post non letti nel blog, ed ascolto Samantha Fu che nessuno conosceva ma che in realtà erano i Soulwax che campionavano Pino d'Angiò, che poi lo campiona anche il Piotta e fa i miliardi, mentre il povero d'Angiò non lo conosce nessuno, e fa la fine di Gianni Celeste, che è meglio anche non conoscerlo, a meno di non volerlo come sottofondo per il proprio matrimonio napoletano, rigorosamente organizzato da don Antonio, infame per te ci son le lame.

E le lame ci sono anche per te, Knam, infame cioccolataro tedesco, tu e la tua abitudine di disintegrare gli altri dicendo che i tuoi cioccolatini sono migliori di quelli altrui, e ci credo, tu progetti copie del Bundestag in cioccolato (è vero), mentre i tuoi allievi a stento sanno fare la pasta senza la planetaria, ma loro sono in tv ed io no, nonostante io cucini come e meglio della signora Cesira, specie per passare il tempo.

Ed il tempo sfugge fra le dita, mentre io faccio finta di essere Butler ma non ci riesco, non ho i baffini, ho provato a farmeli crescere, ci ho provato ma non ci riesco, nonostante molta gente carina li avesse, nonostante ci fossero anche foto dei Celtic Frost coi baffi, o forse erano gli Hellhammer e io mi confondo, o forse erano i primissimi Venom, quando Cronos - che è comunque un signore, date retta ammè - andava in giro con i leggings di pelle rossa, per far chiaramente sì che l'attenzione venisse deviata su di essi dalla sua rampante pelata.

Io provo a fare finta di essere Butler e mi riorganizzo e mi sistemo, mi faccio bello, mi curo e mi rilasso, combatto come posso lo stress decidendo di dare un taglio alle cose che fanno male, e poi mi rilasso troppo, magari finalmente dormo e l'insonnia mi passa, e nel frattempo mi si prospettano cose che ancora non mi piacciono, ma decido che l'unica reazione possibile è attendere e pazientare, come mio solito, dove però la tradizione taoista che - come si sa - seguo come pensiero di vita mi permette una deviazione, appellandomi alle più tradizionali forme della statua Nio, riappellandomi cioè alla tradizione di quelle figure che, occasionalmente, possono dare sfogo alla rabbia ed alla forza fisica, al solo fine di difesa del Buddha e - per estensione - del bene.


Che poi è la medesima cosa che diceva, alla fine, Bud Spencer, quindi è palese che Bud Spencer buonanima fosse vicino alla tradizione Nio, la quale, a sua volta, è chiaramente un derivato dell'Eracle greco, giunto in India chissà come (ps: è vero).


Ed allora entro di nuovo in pista, ascolto Lazerhawk come se non ci fosse un domani e decido che il prossimo binario mi fa fermare direttamente al livello "Nio", bene basta così, nuove decisioni e nuove direzioni, ridiamo vigore alla pace, alla tradizione di buon cuore che ho, arrivando ad essere qualcosa di nuovo e anche, volendo, qualcosa di più.

Il senso di questo discorso è che il periodo di cambio di tutta la vita deve anche essere impostato verso un qualcosa che voglio. Ed adesso voglio questo.

lunedì 26 settembre 2016

Perfezionamenti e limature di sbarre.

Dall'ultimo aggiornamento, non saprei dire se la situazione sia migliorata o peggiorata.

Mettendo tutto su un foglio di carta, come faccio sempre io per snebbiarmi le idee, potremmo evidenziare che diverse cose sono sulla china positiva dell'esistenza, tipo il lavoro, l'amore, la vita, la salute (vabbè quella meno), e altre definizioni da oroscopo del Mago Egitto.

Ma diverse altre, ahimè, sono sul lato negativo, tipo i soldi, per esempio, la salute, lo stress, queste robe qui via valà.

L'ultima volta evidenziavo di essere complessivamente infelice, com'è infelice la donna lanciatrice del peso che però non viene valorizzata da amici e colleghi nonostante i suoi palesi meriti sportivi; la cosa non c'entra niente, il paragone è completamente casuale, ma mi andava di dirlo lo stesso.

Comunque sia, mentre alcuni vinili dei Gypsy Kings risuonano nelle mie orecchie e nella mia stanza a Lambrate, ormai in stato di abbandono - sia nel senso che non la sto più curando, sia nel senso che la sto fisicamente abbandonando, per trasferirmi in altri, più onesti e meno strozzinoidi lidi, ripenso a quanto avvenuto nelle ultime settimane.

Ho trovato un lavoro che mi piace e mi entusiasma in tutte le sue parti; e lentamente sto abbandonando la convinzione - paranoide ma inevitabile conseguenza di un benservito straordinario ottenuto nel mio ultimo posto di lavoro - che quando un qualsiasi responsabile parla sottovoce, o manda una mail a un altro responsabile, o ha l'aria scocciata sia per colpa mia, o per dire qualcosa di me, qualcosa che ho sbagliato, o chissà cosa.

Non sono abituato alla trasparenza.

Comunque sia, il lavoro va bene, ma le preoccupazioni lavorative mi logorano un momentino; lo stress galoppa, la voglia di fare cose scema, la fatica aumenta. E' il momento, perciò, di prendersi una pausa dallo stress, di "rassegnarsi" al fatto che i soldi beneomale ci sono, che posso rilassarmi un momentino senza ansia generica, e prendermi un istante di tempo "purmuà" (cit. di qualche decina di post addietro). Di nuovo.

Rimettersi nuovamente al centro e perciò in gioco, ricominciare la sfida a se stesso nei risultati artistici, sportivi, personali, e non più relegarsi al "non voglio esagerare" per star dietro al lavoro. Bene il lavoro, benissimo anzi, ma da vivere senz'ansia.

Ciò mi dà anche il la per rispolverare progetti antichi e nuovi, da riseguire con maggiore e rinnovata convinzione, per vivere Milano e la propria esistenza con meno angoscia, senza l'ansia del lavoro appunto e della mancanza di soldi. Palese certo che il contratto da stagista e il moderato flow di denaro che apporta non mi permetton comunque di scialare, ma di rilassarmi forse sì, poi si vede.

Credo che negli ultimi sessantaquattro anni avrò usato la frase "poi si vede" forse una-due volte, una delle quali ero al bar con Bardamu, ma questo non ha molta importanza. Penso che sia un buon segno dopotutto.

domenica 11 settembre 2016

Ancora altri racconti.

E pam ancora una volta sfidiamo i limiti dell'umano, della velocità di scrittura e della potenza di calcolo del nostro pc, questa volta non contro il tempo imposto da una batteria di portatile che sta esaurendosi bensì contro il limite fisico dato dalla mancanza di tempo, cioè dall'idea di voler scrivere due righe veloci sul blog appena uscito dall'autostrada casello Melegnano mentre vai rientrando a Milano.

Questo anche perché sei inchiodato a un sedile da tre ore e la banda wifi del torpedone usato per il viaggio è finita, e perciò l'unica cosa rimasta da fare, salvo spararsi o dormire – e non vorrei guastarmi il sonno con nessuna delle due – è scrivere due righe in word, poi salvare e copincollare dopo.

L'idea è comunque riuscirci prima di arrivare a Lampugnano, altrimenti tutto andrà perduto e l'universo finirà, Marzano scoppierà e pure il sindaco e gli assessori finiranno in mezzo alle capre (cit. di un noto libro parzialmente in dialetto napoletano che ricordo ancora perfettamente a memoria, pur avendolo letto circa dieci-dodici anni fa).

Morale della favola il weekend è finito e io torno all'ovile, con più dubbi e perplessità di quando sono partito, con le idee parimenti annebbiate ma forse con un umore migliore – anche se stiamo indagando al riguardo.

Perché, perché… perché ci rendiamo conto che, sebbene sia drammaticamente facile additare al prossimo dei difetti, specie se legati all'epidermide e ai conedoni presenti in essa, è molto meno semplice accorgersi di stare facendo la medesima cosa. Facilmente ti darò del fesso, ma ancora più facilmente mi accorgerò di quando tu hai dato del fesso a me; pretenderei coerenza, innanzitutto da me stesso, per garantirmi una vita serena.

La vita di chi non ferisce e non è ferito, non offende e non è offeso, ascolta ed è ascoltato, e tanti altri discorsi di questo genere che fanno cascare le palle ai più, ma che a me, da buona ragazza romantica che si commuove leggendo Anna Karenina, piacciono. Piacciono perché mi danno quella consolazione – quella cosa che scrivevo prima essere forse mancante, ultimamente, quella consolazione di sapere che, nel dubbio dell'esistenza, le cose stanno procedendo bene. Come a dire: io sono uno dei buoni, non dovrebbe succedermi nulla.

Ma come l'adolescente attraversa i binari e viene tirato giù dal treno, perché povero pensava di non rischiare, parimenti con me succede la stessa cosa. Binari a parte.

E quindi, ogni tentativo di “mettere ordine” fallisce, intrinsecamente. So, e non faccio altro che dire al prossimo, che la vita non sta ad aspettare i miei comodi, e che, essendo io inserito (per ora) in un ambiente frequentato da altre esistenze – buongiorno Descartes mi saluti le altre menti – dovrò inevitabilmente confrontarmi con altri nel progettare la vita. Ma non è appunto così semplice. Lo dico a tutti, e ogni volta ci casco su me stesso.

Ma perché questo? La mia analista, probabilmente, direbbe “mania di controllo, insicurezza”. Per inciso, io non frequento strizzacervelli da circa quindici anni, poi recentemente ebbi un contatto con una psicologa, e da allora le due figure si sono fuse misticamente in un'unica donna con capacità di analisi psicologica, anche perché dissero – a distanza di anni – essenzialmente le stesse cose. Pur non conoscendosi. E non avendo traccia di me.

Ambedue concordarono. La mania di controllo, il bisogno di organizzare, il bisogno di sapere, sono le reazioni uguali e contrarie a chi, come per esempio me, ha avuto qualche problema, qualche disordine, qualche cosa che non era perfettamente a filo. Solite robe, un padre non ce l'hai, la salute discutiamone, la famiglia è quello che è, la scuola e l'adolescenza stendiamo un velo pietoso e così via così discorrendo. Perciò, o sicché, come impropriamente si dice nel dialetto toscano, la reazione – nemmeno poi tanto ovvia – fu quella di girare la situazione in una forma di controllo. In search of strict moral code, si direbbe, per fare una difficile citazione di Moore.

Eppure fu così. I più mi conoscono come una persona precisa, ordinata, metodica; ma dietro l'ordine – esattamente, coincidenza, come Sasha di Psychonauts – c'è il caos malcelato, soffocato alla buona, il disordine. E ciò che esso comporta, la paura del futuro, la paura che le cose vadano male, la paura che qualche cosa sfugga al controllo e apporti altro dolo e lutti agli Achei, ma tutto questo l'ho già detto.

Così, accade che uno si sforzi di tenere tutto sotto controllo adesso, e di essere sicuro che non solo dopo le cose rimangano così, ma anche che tutto si conformi al modello standard previsto. “Previsto” è la parola chiave. E' per questo che, per esempio, vado in crisi su una notizia improvvisa.

Se volete farmi uno scherzone, fate così: chiamatemi, e ditemi di volere un appuntamento con me fra due settimane. Mi organizzerò e sarò contento. A una settimana di distanza, ditemi invece che forse sfuma, forse no, che non sapete più e mi confermerete. Poi sparite fino al weekend. Mi troverete in uno stato di ansia allucinante, incapace di capire se vi vedrò o no, e sicuramente con tre o quattro opzioni di riserva per tutte le possibilità che si potrebbero palesare. Tipo che ci siate, che non ci siate, che ci siate con altri amici, e così via.

Ovviamente, quest'agenda richiede stress.

Il mio.

E di tanto in tanto, come ormai è noto, questo stress salta qua e là, io ho dei mental breakdown (che puntualmente calcolo e inserisco in agenda), e quindi via, riparto onesto e pazienza. Questo perché, esattamente come tutti quanti, sono incerto, ho paura, non sono convinto, non ho certezze. Ma anziché, come molti altri, soprassedere, e vivere alla giornata, cerco di fabbricarmi queste certezze, questi punti fermi, per potermi poi muovere in qualche modo.

Una casa costruita col fango, per quanto debole, è pur sempre una casa. E' pur sempre un punto da cui partire. Meglio, forse, di partire a caso, sperando di trovare un rifugio ogni notte.

E quindi è così che gira, insomma.

E quando mi incrocio con persone che, coincidenzialmente, hanno bisogno di supporto e di ascolto, nello stesso momento in cui lo ho io, è la fine. Io cerco nell'altro il punto fermo, e l'altro cerca in me il compagno di avventura.

Impossibile si direbbe.

Che fare, che fare, a parte vedere vecchie VHS? Trovare soluzioni, trovare accordi, riflettere, far propri i punti deboli dell'altro e riconoscerli anche in sé, riconoscersi e dire, come si dice, “mal comune mezzo gaudio”. Allontanarsi dalla casa di fango, cercando un altro rifugio, ma sapendo che c'è. Partire sì ma dove, zum zum zum (cit.), e partire non del tutto a caso, ma nemmeno con tutto organizzato. Certe volte il deployment riesce, altre volte no.


Questa volta, in questi difficili giorni di cambiamento, ci saremo riusciti? Io, ottimisticamente, direi di sì. Qualche livido, ma sì.